Posts tagged ‘surreale’

novembre 1, 2015

La mia vita, in questo periodo

Charlie Brown aquilone

WOW Spazio fumetto; sabato 31 ottobre, nel pomeriggio, alla mostra dei Peanuts, in attesa del film. 

 

agosto 29, 2015

Il palpina

Eh, gia’. Sono rientrata in ufficio lunedi. Col corpo, almeno. La testa vagolava a tratti.

Venerdi sera sarei stata pronta per altre due settimane a casa mia, corpo e testa insieme.

C’e’ smania di fatturato nell’aria e quando c’e’ smania di fatturato, quando ti ritrovi a sollevare anche i tappeti per vedere se trovi altro che si possa spedire per accontentare questa smania – triste da osservare in chi dovrebbe preoccuparsi di governare con piglio sicuro la baracca e la ciurma e invece, per dire, sta li’ a contare l’argenteria e a verificare che i cucchiaini splendano mentre piove dentro dal tetto – ti viene subito addosso una tal stanchezza per questi ingranaggi mossi dal dio denaro che vorresti ritirarti ad intrecciare canestri con le stoppie davanti alla porta di legno di una baita di montagna – alta montagna – e osservare le mucche al pascolo per il resto dei prossimi dieci anni.

E invece sto li’, come tanti, a contare i giorni che mi separano dalla liberazione. Un abisso, sono diventati, dopo il devasto della borsa cinese ad inzio settimana. Tanto veloci sono stati a sparire, i miei guadagni, il mio gruzzolo che contiene le chiavi del mio piano B, quanto lenti saranno a ricomparire, coi venti infausti che tirano. Ho trascorso la settimana, percio’, a raccattare fatturato in ogni cantone e a rimuginare sull’autunno a venire, mentre verificavo, ogni giorno, passando e ripassando nel tunnel di comunicazione tra una zona e l’altra dell’edificio, che il cadavere dello scarafaggio morto durante le ferie e riverso pancia nera all’aria sulla moquette sporca e consunta,  fosse sempre al proprio posto. Nessuno lo raccoglie, ce ne guardiamo bene sia noi che gli addetti alle pulizie. Pero’ qualcuno lo ha spinto, in un momento imprecisato del giovedi, di un metro piu’ avanti. E’ un segnale, quella blatta,  un chiaro indicatore di come vanno le cose nel luogo in cui lavoro. Ho contravvenuto alla mia regola aurea anche questa volta e non ho verificato lo stato dei bagni prima di firmare il contratto. Non imparero’ mai, nemmeno da me stessa. Dai bagni di un’azienda si capiscono un mucchio di cose.

Non divaghiamo, pero’. Torniamo al motivo del titolo.

Di ritorno dalle ferie bisogna salutarsi come gente che non si vede da eoni, no? Baci e abbracci. A me non piacciono i baci e gli abbracci indiscriminati. Io bacio e abbraccio pochissima gente. Questo affetto smisurato tra estranei che condividono ore e ore in uno stesso luogo per necessita’ non l’ho mai capito. Ce ne sono pochi di gesti d’affetto che ricevo e offro volentieri, con alcune persone che durante questo anno ho avuto modo di conoscere e apprezzare. Negli altri casi mi tocca mettere in atto la strategia del passo della tigre accucciata sotto le vetrate, quella dello strisciare del serpente radente i muri, quella dello scantonare veloce del gatto al suono dei pollai di convenevoli.

Cosi’ come alla dipartita, pure al ritorno pero’ non sono sfuggita al palpina.

Sara’ successo a tutti, immagino, di aver conosciuto qualcuno che non ha la minima cognizione dell’esistenza dello spazio prossimale. Non dico del mio, che idealmente misura intorno ai due metri di diametro – sono larga e poco incline ai contatti corporei non desiderati – ma neppure di quello dei 50 centimetri cui ognuno ha diritto per respirare.

Il palpina questa volta lavora dove lavoro io. Inevitabile incapparci. Non e’ una persona cattiva, ne’ lo fa con intenzioni seduttive, perche’ lo fa proprio con tutti. Piu’ con tutte che con tutti, a dire il vero, pero’  il toccacciare  e’ nella sua natura. E’ uno spettacolo osservarlo.

Lui palpa.

Allunga le mani, tocca, stringe, si avvicina, scivola sui tessuti, si insuinua sotto i colletti, si appoggia con le dita sui fianchi altrui, raggiunge il limite delle labbra. Ha una mira per il millimetro in cui terminano le labbra che potrebbe vincere le olimpiadi di categoria, ci fossero.

Mi dicono che sia una gran brava persona. Non avro’ il piacere di appurare se e’ vero o no perche’ ogni volta che parlo con lui mi ritrovo la sua faccia ad un centimetro dal naso, piegata di lato, le mani sulle spalle che mi fanno un massaggio, o, peggio, mi circondano in un abbraccio.

Per cui io gli giro alla larga. Tanto alla larga. Nessun approfondimento di amicizia.

Nemmeno irrigidirmi come un palo della cuccagna, arretrare, manifestare corporei segnali di disagio funziona: non capisce. E’ incapace di comprendere o, forse, scambia la reazione per imbarazzo col risultato che mi si avvicina ancora di piu’, al millimetro delle labbra.  Tra un po’ me lo ritrovero’ seduto sulle ginocchia che si avvinghiera’ come fossi il suo eucalipto e lui il koala.

Nemmeno la battuta sul fatto che non mi piacciono i contatti corporei ha funzionato. Era la mia ultima arma. Ha riso e palpinato ancora di piu’.

Buona domenica. Vi lascio e proseguo a infilare gli spicchi d’aglio sulla collana. Deve essere pronta per Natale. Funzionava con i vampiri, no?

giugno 11, 2015

La voce dell’acqua

Ho registrato il rumore dell’acqua che precipita in cascata a Neuhausen, in Svizzera, al confine con la Germania, per averlo a portata di mano la prossima volta che avro’ bisogno di ricordarmi il suono della liberta’. Bastava allungare una mano per farsela sbattere indietro dalla forza acquisita in discesa. Bastava avvicinarsi, da sotto, per sentirsi strappare via. Dall’alto della roccetta che da millenni resiste in mezzo alla corrente, vedevo l’acqua correre, padrona.

L’altra mattina, dopo una grandinata furibonda, l’ho rivista, pero’ stavolta e’ sgorgata da sotto in su, dalle fogne al pavimento del mio bagno, passando dal wc. Aveva un colore diverso, che non vi racconto. Un lunedi di cacca, direi.

Gia’, la forza stupefacente e distruttiva degli elementi.

In Svizzera ogni cosa ha un suo posto, le voci sono attutite, i limiti di velocita’ severi e rispettati, i prezzi spaventosi e i parcheggi hanno tutta una fila di lucine: verde se il posto e’ libero, rosso altrimenti. Cosi’ uno non vagola avanti e indietro per trovarsi un buco. In Germania, anche solo dieci chilometri oltre confine, a Costanza, i prezzi sono molto piu’ ragionevoli, l’approccio alla vita un po’ piu’ sciolto – non all’italiana, comunque -, i supermercati biologici fornitissimi e pur sempre abbordabili, le ciclabili lungo i corsi d’acqua una goduria.

A parte l’episodio nauseabondo, la settimana e’ iniziata con due sere dedicate alla scoperta di vasocottura e cottura confit, alla Cast Alimenti cui faccio fatica a dire addio, sta proseguendo all’insegna delle disillusioni lavorative – la prossima volta che cambio sara’ davvero per rimanere a casa e  vivere di rendita – e nell’attesa del fine settimana. Devo fare la valigia: tra pochi giorni vado al mare.

Altra acqua, altro rumore. Molti, forse troppi, ricordi.

aprile 19, 2015

Mah.

La settimana di pasticceria è stata dedicata alla preparazione di biscotti. Teglie e teglie di frollini, zaletti tradizionali e al mais, margheritine di Stresa, cookies classici e meno classici, tra il profumo del cioccolato e quello della vaniglia, tra le maniche della giacca da cuoco che si tirano su, perchè oltre al forno anche la primavera scalda, tra il rilassamento dopo la  pausa pasquale e le grandi fatiche della sfoglia e dei lievitati. Una soddisfazione, uscire nel buio poco prima della mezzanotte, tenendo stretto un sacchetto di carta che trasuda burro e aromi, sapendo che la colazione del giorno dopo sarà luculliana e fastosa. E ancora di più, salendo una scala buia, intravvedere su un muro un ritorno. É un onore e una nuova occasione.

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Sabato se ne è andato a scegliere le piantine aromatiche da mettere nella nuova lunga ciotola sul terrazzo della cucina e a rinvasarle: menta valdostana, santolina, origano, timo e erba cipollina. Il basilico seguirà, appena arriveranno le maniche corte: un vasetto di basilico limone è già nella piccola serra bianca, pultia dopo i fumi dell’inverno – sia ringraziata la democratica Ikea, che mi permette di levarmi i capricci di candele accese e  serre olandesi, senza accendere mutui. Ho pure adottato una piantina innestata di pomodoro datterino e, per farlo crescere bene, gli ho già messo accanto il suo bambù. É prematuro, come comprare tutta l’attrezzatura prima di imparare a sciare, ma io ci credo ancora, nonostante la mia inettitudine. E poi sono stata contagiata. Ieri tutti, in Franciacorta, pareva si stessero dedicando al giardinaggio e all’orticultura: non soddisfatta delle quatto campanule comprate la settimana scorsa, ho aggiunto una verbena borgogna e due armi biologiche di lotta alle zanzare: una piantina di incenso e una di citronella. Dubito saranno efficaci, contro l’orda famelica che mi infesta il retro della casa da maggio a settembre, però ci provo, e strofino le dita sulle foglie di tutte e me le annuso, soddisfatta.

Ho ricevuto cinque email nei giorni scorsi, a cui ho voglia di rispondere: per chi mi sta aspettando e legge anche qui…arrivo presto. Insomma, tutto bene, no?

Di traverso c’è una novità, non molto nuova, dato che già aleggiava nell’aria, ma che lo è per me. Nelle prossime settimane un giorno lavorativo di meno: vi lascio intuire perchè, tanto non è difficile. E da una parte tripudio perchè ho un mucchio di cose da fare che continuo a rimandare e questi giorni recuperati  mi sembrano manna dal cielo, fino a che sono pochi. Dall’altra penso che viviamo qui, e che queste cose  ce le lasciano fare, anche se forse ci si potrebbe ragionare su ancora un po’ e fare uno sforzo; anche se, a furia di gridare “al lupo, al lupo” quando è solo un botolo ringhioso, quando poi il lupo arriva davvero non c’è spesso più nulla da fare. Ma così è, che mi paia o no, e me la metto via, tra le cose che spero, prima o poi, non mi riguarderanno più. C’è molto di peggio che accade tutto intorno: basta leggere le pagine dei giornali di oggi per riformulare ogni possibile teoria di felicità.

aprile 11, 2015

Papere indiane da marcia

Certe volte, ci si deve adattare. In fila indiana, uno dietro l’altro, senza chiedersi dove si stia andando e perchè, si prosegue il proprio cammino, a ritmi forzati. I giorni passano, le ore lavorative si susseguono apparentemente diverse, ma tutte identiche adesso che so quali fili tirare, quelle di studio (stiamo parlando – ricordo, di pasticceria e, nel breve, di sfoglia e lievitati ,o, meno di frequente, di disegni a matita) capitano intensissime e divertenti, quelle libere alternano momenti vorticosi da liste di cose da fare a attimi di inerzia apatica.

Cinque giorni liberi, sotto Pasqua, come manna dal cielo, tre giorni lavorativi intensi e poi di nuovo un fine settimana tranquillo e di sole, prima di riaggregarmi al pulmino delle papere marcianti. Ho fatto in tempo a vedere La famiglia Belier – una bella risata – e tentare di guardare American Hustle (perchè guardare un film su inciuci statunitensi fine anni settanta quando ce ne sono tantissimi qui e freschi di giornata?) e un altro paio di robe così inutili che me ne sono già dimenticata il titolo. Sono riuscita a camminare un po’, a farmi una bella chiacchierata con un’amica che vedo poco, una con un amico che vedo altrettanto poco, a lavare chilate di roba, a giocare con piantine e semine da orto in terrazzo – quest’anno direttamente in cassetta, al posto dei gerani -, a leggere un paio di libri piacevoli, tra cui Amore, cucina e curry, a scrivere email ad amici che vedo poco – ah, Madrid, come mi manca, adesso – , a pulire qua e là e a recuperare il sonno perduto.

Sono quasi pronta a rimettermi in marcia, dietro le papere indiane. Prima però devo riparare un errore “gravissimo” dell’hd del mio mac. Oppure diventare neo luddista, e ricominciare ad usare carta, penna, calcolatrice ( e ipad).

marzo 11, 2015

Del perchè prima o poi mi ritirerò in eremitaggio

Non capisco che cosa volete intendere dicendo ‘gloria’, disse Alice.

Humpty Dumpty sorrise con aria di superiorità: È naturale che tu non capisca finché non te lo spiegherò io. Volevo dire che ‘questo è un ottimo argomento per darti torto’.

Ma ‘Gloria’ non significa ‘un ottimo argomento per darti torto, obiettò Alice.

Quando io adopero una parola – disse Humpty Dumpty con un tono piuttosto sdegnoso – essa ha esattamente il significato che io le voglio dare. Né più né meno.

La domanda è – disse Alice – se tu possa far significare alle parole così tante cose diverse.

La domanda è – disse Humpty Dumpty – chi deve essere il padrone – ecco tutto.

Alice nel Paese delle Meraviglie
Lewis Carroll

febbraio 25, 2015

A metà del guano. Ops, guado.

Mercoledi, pausa pranzo. Esatta metà della settimana lavorativa. Qui si resilia, più o meno bene. E’ una settimana più complicata dal punto di vista degli impegni extra ufficio che da quelli in. La prossima settimana si prevedono invece slavine in pantani di guano: lo si sa, non ci si può far molto. Vuol dire che ci si affonderà dentro preparati.

Mentre accendo il computer, collego il cervello, digito tasti, analizzo dati, penso a soluzioni, mi invento caoticità, mi trasbordo dalla scrivania, al magazzino, ai reparti e poi torno ai tasti, le ore scorrono, con meno fatica rispetto alle settimane scorse. Merito della luce. Se devo (dovrei) uscire di casa prima delle sette, meglio farlo col chiaro: il lago è bellissimo la mattina presto. Se devo tornare a casa tardi, meglio farlo col chiaro: il lago è bellissimo anche all’imbrunire. Sento primavera nell’aria, anche se ancora non c’è.

Questa sera sesta lezione in CastAlimenti del gran corso di aiuto pasticcere serale: lunedi abbiamo preparato creme e ancora crema. La mia prima crema pasticcera su fornello a induzione è finita nel lavello. La seconda l’ho immortalata in fotografia. Tra profumi di zabaione, assaggi di mousse al cioccolato bianco e consumi irriguardosi di burro, si sono fatte le 23.00 e poi sono anche passate. Il problema dei corsi serali non sono i corsi, è il rincretinimento che mi resta addosso il giorno dopo, per sonno accorciato. Questa sera le creme finiranno su letti di frolla, pan di spagna e non so che altro: ogni volta è una scoperta. Ogni lezione realizzo che sull’argomento cibo, chimica del cibo, trasformazioni del cibo, non so nulla. Ansia. Ansia da studente impreparato.

Domenica pomeriggio ho mischiato margarina (comprata apposta, solo il burro varca la soglia di casa) con fecola e zucchero a velo scaduti. Ne è uscita una montata oleosa e chiara, fatta apposta per giocare con la sac à poche. Frustrazione. Frustrazione da persona capace di usare la testa, ma non le mani. Ad ognuno il suo, nella vita. Non c’è una rosetta che mi esca uguale all’altra. Prevedo altre sedute di prova. Ieri sera, invece, dopo una cena preparata dal papà (che si adegua ai miei orari e a richiesta produce perfino polentina à l’ancienne, quasi come si faceva una volta….oh, l’insuperabile cucina economica a legna della nonna…), ho fatto un esperimento.

Non è un esperimento difficile, anzi. Quando al corso un paio di colleghi mi hanno spiegato come si fa a fare i biscotti bicolore a spiraline di frolla normale e frolla al cioccolato, lo hanno fatto con aria da compatimento. Mi è sembrato di capire che anche un bambino dell’asilo sarebbe in grado di farli. Effettivamente. E’ che non ci avevo mai ragionato su, prima, a pensare che se metti uno strato sotto e uno sopra e poi avvolgi a rotolo il risultato finale, in sezione, è un effetto a spirale…

La mia profe di greco e latino del liceo ci diceva, scuotendo la testa, che noi ragionavamo a cassettini. Un cassettino per il latino, uno per la storia, uno per la grammatica, e così via. Noi le sorridevamo con aria di compatimento, povera donna, pensavamo, cosa racconta. Noi siamo fighi. E invece aveva ragione: io ragiono ancora a cassettini, in effetti, e quando ogni tanto mi accorgo che la differenza tra intelligenza e genialità sta nello scorgere le connessioni tra le cose, abbasso le orecchie come un cagnolino mortificato, perchè i miei fili li lancio, ma troppo di rado si aggrappano al mondo concreto. I biscotti alla fine sono venuti decenti, ma molto migliorabili. E ho capito il procedimento: è già qualcosa. Un’altra informazione per il cassettino “pasticceria”.

Domani sera, invece, corso di disegno soft. Ho lasciato a metà la riproduzione di un particolare a scelta della Venere Italica del Canova (copia in gesso a disposizione) e mi piacerebbe proseguire. Avrei voluto disegnarle il culo, perchè ha un culo da invidia, ma l’avevo in vista girata di fronte e ho deciso per l’incrocio delle braccia sul petto. Sarebbe bello che le braccia mi venissero somiglianti a due braccia e non ad alberi motore, e che il drappeggio si profilasse morbido, e non simile a chiglie di navi spezzate. Dall’inizio del corso spedisco una foto del mio foglio da disegno ogni giovedi sera, dopo la lezione, a lui per farlo ridere un po’. Lui ha visto che sono disgrafica. Dice che ci sono miglioramenti, minimi, ma ci sono. E’ sempre stato un tipo gentile. Gli porterò biscotti spiralati, prima o poi. Per ora ho individuato in giro per il quartiere gente disponibile (obbligata) a farmi da cavia: tra domenica e ieri ne ho già arruolati alcuni  (mica posso mangiare tutto io). Adesso ho uno scopo nella vita: non intossicarli.

E dopo….dopo si prosegue con un venerdi sera senza eventi degni di nota che non siano un “a nanna presto che domani si va in gita”, tutto proteso verso il sabato. Se non diluvia come l’anno scorso, vado a Venezia, a vedere una mostra al Correr e ad inaugurare la stagione dei viaggi. L’inverno è stato lungo e sedentario. Dovrei andare al Guggenheim, in realtà, perchè è una vita che è inserito nella mia lista dei luoghi da visitare almeno una volta nella vita. E’ che temo che ci rimarrei dentro un’oretta, perchè l’arte moderna mi deprime, perchè non la capisco. E a me non piace sentirmi che non capisco. E allora forse non andrò nemmeno questa volta, se il sole splenderà sulla laguna.

Torno nel guano: ne ho ancora un po’ da spalare prima che se ne depositi altro. Buon pomeriggio a tutti.