Posts tagged ‘storia’

ottobre 4, 2015

Utopie della domenica sera

Ad un certo punto, ieri sera, all’auditorium del Museo del Violino di Cremona, mentre ascoltavo i sempre impeccabili Brunello e Lucchesini che suonavano Beethoven, ho pensato che la settimana aveva goduto di un raro bilanciamento di suggestioni. Lunedi e mercoledi sera la parte pratica – al corso di cucina è stata l’ora delle lasagne, cucinate dopo aver prodotto pasta, salsa bolognese e besciamella secondo i sacri crismi. Giovedi e sabato quella culturale: un buon film italiano, un ottimo concerto. Martedi e venerdi nella quiete di casa mia, qualche faccenda domestica e il prosieguo della lettura dell’interessante “Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso”  di Francesco Antinucci (le mie letture rispecchiano spesso gli interessi del momento).  Non male, visto che il tempo libero è comunque poco e molto se lo mangia la strada. É mancata la parte di coltivazione delle amicizie, ma non si può arrivare ovunque.

Peccato, mi dicevo, che le ore lavorative non siano state altrettanto proficue. Una volta superato l’inevitabile periodo di adattamento ad un nuovo lavoro, mi ritrovo di nuovo in una situazione in cui i miei impegni non sono bilanciati. Che io sia stata abituata, all’inizio della mia carriera, a fronteggiare ritmi paurosi di stress e sovraccarico mi ha sicuramente aiutato ad organizzarmi bene e mi ha insegnato che è meglio prendere in mano le cose una sola volta, sgrossarle e poi lasciarle andare, invece di continuare a farle rigirare in attesa di portarle ad una perfezione impossibile, data la dinamicità di una filiera produttiva. Mi capita spesso, perciò, di ritrovarmi con un paio di ore libere quasi tutti i giorni, che non occupo con pause caffè, perché il caffè delle macchinette fa schifo e le conversazioni all’intorno non sono, di solito, da meno, e che mi posso riempire spesso come più mi aggrada: le scadenze le rispetto, spesso le anticipo e, finché sarà così, nessuno si sognerà mai di verificare se sto o meno perdendo tempo pagato.

Caso personale a parte, mi sono resa conto, negli anni, che molto spesso negli uffici di un’azienda si “perde” un mucchio di tempo: si scrivono mail inutili, si gioca a ping pong con i file, si rimandano decisioni, si gestiscono le urgenze invece di risolvere i problemi, non si parla abbastanza con le persone che operano direttamente in modo pratico nella filiera (magazzinieri, operai, responsabili di prima linea) per cui si deducono dai numeri conclusioni spesso imprecise, si sprecano ore in nulla.

Una delle persone che coordino è, ad esempio, è un maestro di socievolezza: gran parte della sua giornata gli serve per costruirsi e rafforzare una rete di alleanze verticali e orizzontali che, nei momenti di urgenza, gli sono d’aiuto nel risolvere più velocemente i problemi. L’utilità innegabile di questa strategia, che lo rende tra le altre cose molto simpatico a tutti, è mal compensata dal fatto che non ha abbastanza tempo per curare i dettagli operativi del proprio lavoro e, spesso, viene travolto dai problemi perchè non si accorge in tempo della loro germinazione.

L’altra, al contrario, è l’immagine stessa della puntigliosità: comunica poco e con pochi, sembra sempre a disagio con le persone, pur trasmettendo in ogni caso un’impressione di preparazione e gentilezza. Trascorre ore a lavorare sui dettagli di un file: lo osserva, lo volta, lo gira e lo pirla e, a domanda specifica, risponde puntuale. Le manca però la capacità di cogliere il dato di insieme o di prendere decisioni, ma questo è un suo limite caratteriale. Anche lei, durante il giorno, sparisce di frequente dall’ufficio: va nei reparti, nei magazzini. Sono più che favorevole alla cosa, anche se, sospetto, che molti dei suoi viaggetti siano come la contemplazione dei suoi file: ridondanti. La osservo mentre si prepara ad uscire, alla fine dell’orario lavorativo, che, per lei, è sempre in eccedenza rispetto a quello canonico, e non se lo fa mai riconoscere (puntualizzo, perchè si capisca che non è affatto una scansafatiche). Arriva alla scrivania poco prima delle cinque, si siede, fa qualcosa al computer, si alza, muove due passi e beve, prendendo la bottiglia da una cassettiera che potrebbe tranquillamente raggiungere allungando il braccio e muovendosi con le rotelle della sedia, si risiede al computer, si rialza, va in bagno, ritorna, si risiede, controlla altro al pc, si rialza, spegne la stampante condivisa nell’ufficio comune, si risiede al pc, ticchetta un altro po’ sui tasti, si rialza, si mette la giacca e raduna le sue cose, si risiede, legge di nuovo le email, spegne il PC, si rialza, spegne gli interruttori generali delle luci, vicino alla porta, torna indietro alla scrivania, raccoglie le borse – quasi tutte le donne in quest’azienda girano con una borsetta e con una borsona con dentro sa il cielo cosa -, mi saluta e finalmente esce. Sono le 17 e venti circa.

Assisto a questo balletto di chiusura da più di un anno, anche se ho cominciato ad osservarlo con più attenzione solo di recente, e mi chiedo se, a parità di lavoro compiuto nello stesso modo in cui conclude la giornata lavorativa, almeno un paio di ore al giorno non se lo potrebbe recuperare pure lei, sfrondando i movimenti inutili. Poi leggo della Svezia, e delle iniziative che sempre più aziende stanno intraprendendo sul ridurre la giornata da otto a sei ore, per guadagnare sia in produttività che in tempo libero, e penso che sarebbe una gran cosa, se si pensasse in questi termini anche nel nostro paese. Nei miei 15 anni di lavoro, in quattro aziende diverse, solo nella prima non si sarebbe potuto fare: lì, pur essendo quasi mille persone, molti avevano un carico di lavoro impossibile da smaltire senza straordinari – e vi garantisco che certe volte  era complicato trovarsi cinque minuti per fare la pipì. In tutti gli altri casi – e non si trattava di azienducole – il tempo sprecato a correre dietro alle farfalle era invece molto.

Per cui, ecco, se mi fosse concesso scegliere, preferirei sei ore filate cinque giorni alla settimana a far andare le mani e il cervello a ritmo sostenuto, ma due ore in più di vita, anzi, di più, perché si potrebbe guadagnare pure sulla pausa pranzo, fuori, che io possa sprecare come più mi aggrada, al cinema o a lavare le fughe del pavimento con la vaporella, con un libro aperto o lungo l’argine di un fiume, checchè ne dica il mio capo, il quale è convinto che lunghe ore in ufficio significhino dedizione alla causa, indipendemente dal fatto che chi le trascorre se ne stia a lungo imbesuito a fissare uno schermo che nemmeno vede, muovendo il mouse per non far capire che, in realtà, se ne sta  mille miglia lontano.

Si capisce che ho la carogna da domenica sera, vero?! Buona settimana tutti.

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novembre 14, 2014

Pompieri e Pan di Spagna

Pompieri

 

Del Pan di Spagna non ho una fotografia: è sparito poco dopo la produzione. Era buono e bello! Martedi sera ho partecipato al mio primo ( e brevissimo, nel senso che dura due lezioni) corso di cucina, sottosezione pasticceria, presso il negozio-laboratorio di un giovanissimo pasticcere di Iseo che, peraltro, produce delle brioches spettacolari. L’argomento dell’incontro prevedeva: crema pasticcera, pan di spagna e pasta frolla. Ci abbiamo aggiunto anche una chantilly. E’ frustrante non avere a breve il tempo di provare a mettere in pratica a casa mia e pasticciare un po’.

I pompieri, invece, hanno allestito a Mantova, da una trentina d’anni, un museo gratuito che ospita quasi un centinaio di mezzi, dall’Ottocento al periodo del dopoguerra, tutti salvati dall’oblio delle vecchie caserme o dei fienili, restaurati da un gruppo di volontari, ex vigili del fuoco, e tutti – tranne un paio – funzionanti. E’ stata una scoperta casuale, giusto due portoni oltre la trattoria di cucina tipica in cui ho pranzato, e molto piacevole. Vale la pena una visita, per lo stato in cui sono conservati i mezzi, per ammirare l’evoluzione della tecnologia, per immaginare il coraggio davanti al pericolo di chi con questi mezzi salvava vite e domava incendi, per la passione dei volontari che gestiscono il museo, per il luogo in cui il museo stesso è ospitato, ricavato dai locali di un vecchio teatro e di una parte di magazzini del Palazzo Ducale.

La giornata era piovigginosa, ma non troppo; la campagna in pieno fulgore autunnale, il mio umore quieto in mezzo a giorni occupatissimi. Una pausa nel caos.

 

maggio 11, 2014

Fare la festa al pavone.

Scrivo da un B&B immerso tra gli ulivi e i mandorli , in mezzo alla Valle dei Templi. Davanti a me le colonne del tempio di Giunone e di quello della Concordia sono illuminate e si  stagliano sulla collina. I giganti di pietra del tempio di Zeus dormono sotto un cielo sereno. Oggi li ho conosciuti, quelli che giacciono, mutilati dall’uomo e consunti dal tempo, e quello che in piedi, ricostruito, occupa il posto d’onore al Museo Archeologico. Il sole scottava tra le rovine; la coppa gelato enorme, buonissima, é stata un pranzo perfetto, seguito da una pennichella che ha interrotto la visita nelle ore piu’ calde. Ho ripreso le esplorazioni nel tardo pomeriggio, quando il calore si era ingentilito e la luce giocava tra le colonne aumentandone il fascino. La sera si é chiusa, come ieri, con un’insalata greco sotto il portico di questa villa, e con un cannolo ( la terza pasta della giornata: prima c’era stato un cannolo mignon, un bombolone mignon e mezzo bigne’ gigante ripieno di ricotta e pistacchi). I brutti sogni e i pensieri legati ai giorni scorsi pian piano scivolano e, se tornano nelle ore del giorno, lo fanno con sempre minore intensita’. Gia’ ieri eri avevano cominciato ad impallidire e a ritirarsi davanti ai mosaici della Villa del. Casale. C’e’ qualcosa, nelle testimonianze che trvalicano il tempo, che mi fa sentire piccola, un puntino in un universo di spazio infinito e al tempo stesso circolare, che mi fa venire voglia di meritarmi la vita.

 

non so pero’ come l’omicidio di un pavone possa essere giudicato al momento della resa dei conti. Qui, in questa tenuta, avevano avvertito che cani, uccelli, anatroccoli e gatti giravano liberi tra gli ospiti e che il gallo avrebbe annunciato l’alba. Quello di cui avevano taciuto, alla conferma della prenotazione, é che i pavoni emetto un grido stridulo, come quello dei gatti in amore, secco, di gola, alto e continuo, tutto le volte che passa qualcuno sul viale, che si ode una voce, che arriva un’auto, che si apre una porta, che gicola l’anta della finestra. Il pavone c’e’. Vede e commenta. Non si perde un pezzo della vita piccola sotto gli ulivi. Apre la coda all’ombra dei mandorli, sale le scale e si infila nelle stanze trascinandosi le penne lunghe come uno strascico. E commenta, con altri della sua specie, ogni minuscolo avvenimento. Il pavone, insomma, fa un casino del diavolo. Per fortuna domani mattina parto, verso Ragusa, verso il barrocco e il pavone avra’ forse salva la vita, a meno che, come stanotte, alle quattro non si metta a far versi. Ho un coltellino  victorinox con me. E so come usarlo.

marzo 23, 2014

Perplessità cinematografiche

Complice un sabato di pioggia, privo di gitarelle già organizzate, mi è sembrato il caso di dedicare qualche ora alla mia istruzione cinematografica, che definirei carente, tranne sui classici Disney e sui film anglosassoni ispirati dai romanzi famosi.

Ho iniziato perciò con “12 anni schiavo”, Usa 2013. L’argomento è serio: il film denuncia senza troppi filtri le violenze perpetrate dagli schiavisti ai neri che lavoravano nelle piantagioni. Pensare che queste vicende non sono accadute in un passato poi così lontano le rende ancora più d’impatto. A parte questo, non mi è piaciuto. I continui passaggi spazio-temporali e una certa aridità nel chiarire i motivi di alcuni avvenimenti rendono la visione poco fluida. L’utilizzo di scene molto lente e di inquadrature tenute a fuoco a lungo provoca cali di attenzione. É successo come quando dicono: “il ragazzo ha delle qualità ma non si applica”.

Il secondo film invece aveva carattere ben più leggero e non è certo una novità. “L’apparenza inganna”, Francia 2001, è una commedia che fa sorridere in modo garbato e che prende in giro tutte le moine e le opinioni arcaiche o (finto) progressiste in merito all’omosessualità. Il protagonista si finge gay per non essere licenziato: ne nascono fraintendimenti e scherzi. Alla fine trova una nuova compagna e tutto e bene ciò che finisce bene. Non più tardi di venerdì all’ora di pranzo ho sentito uno dei miei ennemila capi ribadire che a lui gli “invertiti” fanno schifo. Si stava parlando di tutt’altro, ma negli ambienti dominati da certa cultura metalmeccanica maschile, c’è da rimanere stupiti di quali cose assurde fungono da appiglio a commenti spesso pesanti e volgari. Sono gli stessi che la maggior parte di loro rivolge, opportunamente declinati, alle donne. É anche uno dei motivi per cui, in questo Paese, non ce la faremo mai a parlare di persone e di diritti ma discuteremo sempre di froci, fighe, terroni, negri e vù cumprà. E la cosa assurda e che io non sono di sinistra nè credo lo diventerò, ma non ne posso più di sentire questi discorsi. Meno male che in Francia ci si riesce – riusciva, già dieci anni fa – a fare dell’ironia in modo intelligente.

gennaio 7, 2014

Riprese

Ci ho pensato, questa mattina, se avvertire che sarei arrivata dopo pranzo, per prolungare di poco le microferie o uscire alla solita ora e pace. Ha vinto la mia parte oggettiva: che differenza fa, se comunque è inevitabile?

Pochi chilometri di malumore, l’entrata nel solito posto per il solito lavoro. Qualche “urgenza”, robetta. Più passa il tempo più mi chiedo se la parola urgenza non dovrebbe essere utilizzata solo in caso di vite umane, per non farla perdere di significato. La maggior parte delle criticità derivano dal fatto che la gente non ha voglia di prendere una decisione e la delega al superiore, sperando che sia più attivo di lui. I superiori sono pagati per prendere le decisioni, d’altronde, anche se, dopo tredici anni di osservazione, sono dell’idea che ne basterebbero la metà, di superiori, se al livello inferiore le persone fossero più incentivate a ragionare e responsabilizzate. E’ un gatto che si morde la coda però: meglio non avere troppa gente in grado, o con la voglia, di ragionare altrimenti non tollererebbe certi meccanismi alienanti, certe indicazioni incomprensibili, un certo fare e disfare di cui sfuggono le logiche ai più. E così ragiona solo chi, tra quelli capaci, non ha ancora perso la voglia di farlo. Gli altri si sono rintanati in un guscio comodo, tanto non cambia mai nulla.

Davanti a me c’è un’appestata di influenza, di quelle appartenenti a chi non è ancora stufo: peccato che, presentandosi oggi, ci decimerà in pochi giorni con questa influenza che gira e gira e fino ad ora ho schivato. Da un lato ho un esemplare raro che vive per il lavoro, dall’altro ne ho due rassegnati, coscienziosi, ma non troppo. Vivono in economia di energie, preferiscono affrontare i picchi se serve.

Ieri pomeriggio ho fatto un giro –  c’era il sole – e ho chiacchierato con un po’ di persone, incontrate per le vie di un paesino e mai viste prima. Alla gente piace parlare, se la si saluta. Si discuteva di cose che cambiano e si rimuginava su casi pratici sotto i nostri occhi applicando quel noto luogo comune sul mondo che andava meglio quando andava peggio. Ad esempio: un tempo qualcuno della comunità, in accordo con sindaco e giunta, puliva i greti dei fiumi e tagliava a rotazione gli alberi, a partire dai più vecchi. Adesso non si tocca nulla, reato contro lo stato, e il greto è sporco, e il bosco rende meno perché gestito da gente che non sa. Alla prossima alluvione tutti si faranno meraviglie, lanceranno j’accuse su pubblica piazza e pubblici giornali mentre gli alluvionati si tireranno su le maniche per salvare il salvabile. Ci si chiedeva perché certe risorse, eredità del passato, invece di essere sfruttate e manutenute, vengano trascurate. C’è una certa incongruenza anche nelle case, oltre che nelle cose: meglio roba nuova, su prati nuovi, magari con criteri ambientali avveniristici, e materiali fatti per durare una vita, non qualche generazione. Poi arriva chi ha il coraggio di restaurare e rendere una costruzione vecchia talmente bella che tutti si meravigliano, pur mantenendone le caratteristiche originarie. Piace a tutti il vintage rimesso a nuovo. Perché costruire nuove fabbriche, nuove case, nuove scuole se forse si possono mettere le mani nelle vecchie e renderle nuove senza sprecare spazio, senza lasciare brutture in disuso?  Poi arriverà qualcuno, come il tizio che ha inventato quella colossale truffa per creature di città che è il chilometro zero, e si farà finta di ripescare abitudini antiche con prodotti che arrivano da lontano. Si diceva anche che tempo fa, a vent’anni, i ragazzi avevano in mano un mestiere, perché lo avevano imparato da chi lo sapeva fare, sicurezza inclusa. Giusto studiare: si potrebbe essere capaci di lavorare a venticinque, allora. Non accade, si diceva, nemmeno a trenta adesso: hanno imparato tanto, tantissimo ma non sanno fare e comunque non trovano lavoro. Già. Per fortuna che dopo sono arrivate vecchie storie con tutto il loro fascino: le ho ascoltate al cimitero, luogo di incontro per eccellenza in questi paesini di mezza montagna. Pareva, di storia in storia,  spuntassero fuori dalle fotografie sulle lapidi le anime delle persone, insieme all’eco di amore, dolore, risate, insegnamenti, vita che hanno lasciato a chi li ricorda ancora e li rivede camminare per le vie, affacciarsi all’uscio delle case, fermarsi davanti all’osteria a chiacchierare. E’ passata una signora di altri tempi, tra noi che stavamo facendo un viaggio nel passato: la ricordo piccola, come è ancora, in un negozietto che vendeva latte, burro e dolci. Poche lire e bambini felici. Le mamme, ormai anziane, le dicono ancora che per tenere buoni i bambini ai tempi promettevano che il sabato, dopo catechismo, avrebbero potuto comprare da lei le caramelle. Non c’erano grandi cose allora: niente ipermercati, niente sovrabbondanza di scelte anche a poco prezzo. L’immaginazione viveva di sogni semplici, grandissimi e di liquirizie. Insomma, si dicevano un sacco di cose ieri e alcune erano vere, altre magari erano belle solo nel ricordo, altre è stato meglio non ci siano più. Ci sarà da qualche parte una misura per il mondo? Una ricetta di equilibrio per il benessere fisico ed emotivo: un po’ di questo, un po’ di quello, non troppo di nulla. E magari lo chiamiamo minimalismo, così suona bene, questa piccola menzogna spuntata dalle ceneri della sovrabbondanza che ci è venuta a noia.

E è uscito così, tutto raggrinzito e rancoroso, questo post che voleva solo dire due cose leggere leggere, lamentarsi un po’ per il brusco rientro, tentennare tra sciocchezze in questo anno nuovo, appena abbozzato, e così simile al vecchio e così tutto da costruire. Tale resta, mentre il pomeriggio si allunga nella ripetitività di situazioni urgenti sempre simili a se stesse. Le riprese, si sa, illudono spesso.

ottobre 21, 2013

Lupi siberiani e angeliche apparizioni

Venerdi ho concluso  la settimana lavorativa tardi, la sera, e in stato di nervosismo da questioni di principio violate lasciato libero di esprimersi. Sabato mattina, sul treno per Firenze, gli ho rimesso le briglie, ben strette, per tutto il fine settimana.

Sul treno, sia all’andata che al ritorno, ho notato come sia divenuto impossibile, per un genitore italiano, pretendere che i propri figli, sopra i quattro anni, imparino a controllare il tono della voce, così come fanno con le funzioni intestinali. All’estero, invece, specialmente negli spazi comuni, ci riescono ancora benissimo.

In città, vagolando senza metà di qua e di là dall’Arno, ho constatato che le strade sono sporche: bottiglie vuote per strada, odore di fognatura, cartoni, pietre dissestate, non appena si esce dalle via battute da orde di turisti.

In città ho anche pensato che ci siano effettivamente troppe orde di turisti e che i negozi, fatta eccezione per le boutique di lusso, si stiano trasformando sempre di più in rivendite di paccottiglia cinese. Sabato a pranzo ho celebrato la libertà del fine settimana in una trattoria alla buona con ottimo cibo e ottimi prezzi, domenica in una che sembrava alla buona, con cibo discreto ma con chiara vocazione turistica.

In città sono pure stata soverchiata da quel senso di disorientamento che mi assale quando sono in un luogo talmente ricco di arte che non basterebbe un anno per saperne abbastanza da poterlo apprezzare interamente

A Palazzo Strozzi, nel tardo pomeriggio, ho preso parte ad una visita guidata alla mostra in corso, sui pittori russi, dai quali ero  stata affascinata nei musei di Mosca e San Pietroburgo, poi ho sopito il disorientamento davanti ad una fiorentina al sangue, come tutti i turisti appartenenti all’orda di cui sopra.

Alle Gallerie dell’Accademia, che da un pezzo mi riprometto di visitare, domenica mattina c’era una coda stimata in minimo un’ora, sia nel gruppo dei riservati che in quello degli sprovveduti senza prenotazione. Allora ho tirato dritto cento metri e sono tornata al Museo del Convento di San Marco, per un’immersione negli azzurri del Beato Angelico e nella sua relativa tranquillità: coda inesistente, come al solito. Cosa non fa il David per Firenze…altro che il suo sindaco. Era allestita, tra l’altro, una riflessione guidata sui parallelismi tra la corte di Lorenzo il Magnifico e quella di Mattia Corvino a colpi di codici miniati.

Mi è venuta voglia di entrare in una delle cellette affrescate – quella con la natività sceglierei- , arredarla con un lettino, uno scrittoio e una sedia da mettere sotto la finestrella,  una ventina di libri di quelli che non ho mai tempo per leggere ma lo vorrei tanto – Le vite del Vasari, Le opere complete di Shakespeare, i classici latini, roba così insomma… – chiudere la porticina di legno  e lasciar entrare giusto il segnale di internet, a necessità, per qualche mese.

Invece sono ripiombata nel mondo chiassoso e mondano, più incline ad apprezzare oggetti che non pensieri e, per adeguarmici, ho infilato il naso, dopo averne sentito tanto parlare, nella Profumeria di Santa Maria Novella, a sniffare essenze e a constatare come dalle cose semplici, che richiedono attenzione e conoscenza, come le erbe officinali mescolate in antichissime ricette, sia nato un business solidissimo, di tradizione secolare, che con il semplice non ha proprio più nulla a che fare. Il luogo, a parte ogni considerazione, è un tripudio di note olfattive. Io ho ceduto ai richiami del melograno in un attimo e ho aperto il portafoglio, nonostante i prezzi esorbitanti. Mi mescola nella memoria ricordi  di neonati puliti e vecchie farmacie. Cosa non costa alimentare nostalgie.

Allora sono corsa ai ripari per compensare la discesa agli inferi del consumismo (vieppiù guidato dalle antiche ricette dei frati) con un’altra risalita nei giardini del divino e sono entrata in Santa Maria Novella: ho rimirato il crocifisso di Giotto e quello di Brunelleschi, zoppicato tra i chiostri – il ginocchio non ha gradito la gitarella -e ripreso il treno per il nord, tra la polizia in tenuta antisommossa e i giri continui di un elicottero sopra la mia testa – partita di calcio = guerriglia probabile – e stamattina, dopo la pausa ricreativa, ho lasciato libero il nervosismo che, però, pare aver perso veemenza, lasciandomi addosso solo la sensazione che mi farei volentieri una gran bella dormita, sognando annunciazioni italiane e suggestioni siberiane, al sugo di cinghiale.

agosto 29, 2013

Canada. Giorno tredici. Nebbia, fari e vecchie citta’

Ore 19.00. Quaranta Km a ovest di Halifax.

Non scrivo ma detto guidando verso il B&B che ci ospiterà stanotte, l’ultima in terra Canadese.
Questa mattina abbiamo percorso 200 Km dal cottage a Peggy’s Cove, il faro più fotografato del Paese. I temporali previsti non ci sono stati ma al faro siamo arrivate col cielo coperto, attraverso un paesaggio brullo di brughiera e alberi bassi spuntati tra i massi di granito. Il faro stesso si erge bianco e rosso dalla pietra grigia spazzata dalle onde dell’oceano. La nebbia avvolgeva il paesino e i turisti americani e giapponesi che a loro volta avvolgevano il faro.

La strada costiera che da Halifax arriva a Lunenburg e’ chiamata “la strada dei fari” anche se, a dire il vero, ce ne sono giusto un paio. In compenso la zona e’ una rinomata localita’ di vacanze per canadesi e statunitensi: le baie, le barche alla fonda e le villette in legno ci hanno fatto compagnia per tutto il pomeriggio ma abbiamo rimpianto la spoglia, isolata bellezza delle coste meno frequentate.

Lunenburg e’ un centro abitato, protetto dall’UNESCO, di villette in legno colorato che hanno piu’ di duecento anni. Ne abbiamo percorso le vie illuminate dalla luce particolare che qui inonda ogni cosa nell’ultima ora prima del tramonto.

Annotazioni: le carreggiate delle autostrade sono puntellate da carcasse di animali morti. Da noi sarebbero Cani, gatti o nutrie, qui si tratta di animali con molto più pelo. Procioni? Castori? Di sicuro alcuni sono porcospini. Ai lati becchettano anche grossi corvi neri, imperturbabili al passaggio delle auto. Hanno un gracchiare simile ad uno sgraziato urlo umano. Le indicazioni stradali e turistiche potrebbero essere più esplicite. Le targhe delle auto personalizzate spopolano anche in Canada.