Posts tagged ‘sport’

giugno 1, 2017

E questo è quanto

Ci eravamo lasciati – dopo la parentesi delle foto di un viaggio in Italia, con mio padre e in camper alla scoperta della Reggia di Caserta e di Paestum, e di un’incursione aerea con R. in quel di Praga, che da tanto volevo visitare –  con un post in cui vi spiegavo che no, il blog non era ancora chiuso, ma languiva perché mi ero imbarcata in un’altra impresa delle mie, che mi stava assorbendo quel poco di tempo libero che ho.

L’impresa in questione, ridicola, visionaria e del tutto fuori dalla mia portata, è stata concepita a febbraio, dopo un paio di settimane di ripresa del nuoto. Chi mi legge da un po’ sa che ho un ginocchio fuori uso con cui non sono ancora arrivata all’armistizio e che, puntualmente, sfido in battaglia. Stavolta la faccenda è iniziata davanti ad un cartellone che compare periodicamente in molte piscina d’Italia e che da tempo aveva allungato la lista delle cose che vorrei fare prima di morire.

Dato che avevo bisogno di una motivazione fortissima per non mollare il nuoto o qualunque altra forma di pseudo movimento io riesca a fare, questa volta, contro ogni logica, ho deciso che era quella buona. Mi sono perciò iscritta, con la massima serietà e l’assoluta certezza dell’inadeguatezza, ad un corso FIN per diventare Assistente Bagnanti.

Due sere a settimana ci sono stati allenamenti per i quali non ero pronta e che mi lasciavano sfinita. Altre quattro volte a settimana entravo in acqua per conto mio, per ricostruire il fiato, imparare ad ignorare il dolore al ginocchio, combattere per far coesistere  un corpo da otaria con un sogno da delfino. Certe volte nuotavo malissimo, scoraggiata. Certe altre uscivo stanchissima, ma carica. E sempre, sempre, lenta, ma così lenta che anche il cronometro, dal chiodo in cui è appeso, rideva guardandomi soffrire. Il giorno in cui sono riuscita a fare una vasca in apnea gli incubi notturni, in cui la certezza che non ce l’avrei mai fatta mi perseguitava, sono terminati e hanno lasciato posto ad una lucida determinazione: se non quest’anno, il prossimo, mi sono detta.

Ho fatto del mio meglio, combattendo contro bronchite e disperazione per cause terze, e alla fine della settimana scorsa, ho ricevuto il mio brevetto. Non è nelle mie intenzioni lavorare come AB: vorrei però proseguire con il corso per ottenere le qualifiche di Istruttore. Prima o poi. Il giorno dell’esame pratico e teorico, che tanto avevo paventato, ero reduce da una settimana di quelle che nessuno vorrebbe mai trascorrere e l’ho fatto come se fossi fuori di me, a guardare un’altra persona rantolare nuotando.

La prossima settimana inizierò con mio padre un altro viaggio, tra operazioni chirurgiche, reparti oncologici, lente riabilitazioni e molta speranza: non sarà splendido come quello che abbiamo condiviso qualche settimana fa, ma, alla fine, ne sono sicura, torneremo insieme all’acqua. Al mare.

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aprile 17, 2017

Brevissimo

Per quelli che si chiedono dove io sia finita, che da febbraio mi aspettano per un caffè o una cena, che passano da qui e non leggono da tempo niente di nuovo: questo post brevissimo è per voi, per salutarvi, farvi in ritardo gli auguri di Pasqua, farvi sapere che sono viva e vegeta e che latito solo perché me ne sono inventata un’altra delle mie.

Questa nuova occupazione, mirata ad un obiettivo a breve termine così al di sopra delle mie possibilità fisiche che il mio tentativo è ridicolo e risibile per prima cosa ai miei stessi occhi, mi tiene impegnata dalle due alle tre ore, cinque o sei giorni a settimana. Se aggiungete perciò che dal lunedi al venerdi undici ore le trascorro al lavoro, ivi incluso il pendolarismo, altre due se ne vanno tra colazione e cena,  e loro rapidissime preparazioni – altro che corsi da chef -,  e sette e mezza le occupo a dormire, capite bene che avanzano pochissimi minuti per farci stare dentro tutto il resto. Che infatti non ci sta. L’igiene personale è per fortuna compresa nell’occupazione del momento.

Coloro che sanno in cosa mi sono imbarcata ridono con me e hanno il permesso di farlo anche senza me presente. La faccenda finirà tra un mese e mezzo, più o meno e, probabilmente, una volta rimessi insieme i pezzi dell’autostima, vi racconterò contro cosa mi sono schiantata. Fino ad allora, aspettatemi. Io sono impegnata a trovare un impossibile miracolo che mi faccia scendere sotto il minuto e quaranta secondi nei 100 a stile libero.

PS: nel frattempo ho inaugurato la stagione dei viaggi 2017 visitando Matera, che meriterebbe uno spazio qui tutto per sé, un paio di foto e qualche parola di ringraziamento per l’incanto e non un post scriptum sotto queste due righe da cartolina.

ottobre 4, 2015

Utopie della domenica sera

Ad un certo punto, ieri sera, all’auditorium del Museo del Violino di Cremona, mentre ascoltavo i sempre impeccabili Brunello e Lucchesini che suonavano Beethoven, ho pensato che la settimana aveva goduto di un raro bilanciamento di suggestioni. Lunedi e mercoledi sera la parte pratica – al corso di cucina è stata l’ora delle lasagne, cucinate dopo aver prodotto pasta, salsa bolognese e besciamella secondo i sacri crismi. Giovedi e sabato quella culturale: un buon film italiano, un ottimo concerto. Martedi e venerdi nella quiete di casa mia, qualche faccenda domestica e il prosieguo della lettura dell’interessante “Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso”  di Francesco Antinucci (le mie letture rispecchiano spesso gli interessi del momento).  Non male, visto che il tempo libero è comunque poco e molto se lo mangia la strada. É mancata la parte di coltivazione delle amicizie, ma non si può arrivare ovunque.

Peccato, mi dicevo, che le ore lavorative non siano state altrettanto proficue. Una volta superato l’inevitabile periodo di adattamento ad un nuovo lavoro, mi ritrovo di nuovo in una situazione in cui i miei impegni non sono bilanciati. Che io sia stata abituata, all’inizio della mia carriera, a fronteggiare ritmi paurosi di stress e sovraccarico mi ha sicuramente aiutato ad organizzarmi bene e mi ha insegnato che è meglio prendere in mano le cose una sola volta, sgrossarle e poi lasciarle andare, invece di continuare a farle rigirare in attesa di portarle ad una perfezione impossibile, data la dinamicità di una filiera produttiva. Mi capita spesso, perciò, di ritrovarmi con un paio di ore libere quasi tutti i giorni, che non occupo con pause caffè, perché il caffè delle macchinette fa schifo e le conversazioni all’intorno non sono, di solito, da meno, e che mi posso riempire spesso come più mi aggrada: le scadenze le rispetto, spesso le anticipo e, finché sarà così, nessuno si sognerà mai di verificare se sto o meno perdendo tempo pagato.

Caso personale a parte, mi sono resa conto, negli anni, che molto spesso negli uffici di un’azienda si “perde” un mucchio di tempo: si scrivono mail inutili, si gioca a ping pong con i file, si rimandano decisioni, si gestiscono le urgenze invece di risolvere i problemi, non si parla abbastanza con le persone che operano direttamente in modo pratico nella filiera (magazzinieri, operai, responsabili di prima linea) per cui si deducono dai numeri conclusioni spesso imprecise, si sprecano ore in nulla.

Una delle persone che coordino è, ad esempio, è un maestro di socievolezza: gran parte della sua giornata gli serve per costruirsi e rafforzare una rete di alleanze verticali e orizzontali che, nei momenti di urgenza, gli sono d’aiuto nel risolvere più velocemente i problemi. L’utilità innegabile di questa strategia, che lo rende tra le altre cose molto simpatico a tutti, è mal compensata dal fatto che non ha abbastanza tempo per curare i dettagli operativi del proprio lavoro e, spesso, viene travolto dai problemi perchè non si accorge in tempo della loro germinazione.

L’altra, al contrario, è l’immagine stessa della puntigliosità: comunica poco e con pochi, sembra sempre a disagio con le persone, pur trasmettendo in ogni caso un’impressione di preparazione e gentilezza. Trascorre ore a lavorare sui dettagli di un file: lo osserva, lo volta, lo gira e lo pirla e, a domanda specifica, risponde puntuale. Le manca però la capacità di cogliere il dato di insieme o di prendere decisioni, ma questo è un suo limite caratteriale. Anche lei, durante il giorno, sparisce di frequente dall’ufficio: va nei reparti, nei magazzini. Sono più che favorevole alla cosa, anche se, sospetto, che molti dei suoi viaggetti siano come la contemplazione dei suoi file: ridondanti. La osservo mentre si prepara ad uscire, alla fine dell’orario lavorativo, che, per lei, è sempre in eccedenza rispetto a quello canonico, e non se lo fa mai riconoscere (puntualizzo, perchè si capisca che non è affatto una scansafatiche). Arriva alla scrivania poco prima delle cinque, si siede, fa qualcosa al computer, si alza, muove due passi e beve, prendendo la bottiglia da una cassettiera che potrebbe tranquillamente raggiungere allungando il braccio e muovendosi con le rotelle della sedia, si risiede al computer, si rialza, va in bagno, ritorna, si risiede, controlla altro al pc, si rialza, spegne la stampante condivisa nell’ufficio comune, si risiede al pc, ticchetta un altro po’ sui tasti, si rialza, si mette la giacca e raduna le sue cose, si risiede, legge di nuovo le email, spegne il PC, si rialza, spegne gli interruttori generali delle luci, vicino alla porta, torna indietro alla scrivania, raccoglie le borse – quasi tutte le donne in quest’azienda girano con una borsetta e con una borsona con dentro sa il cielo cosa -, mi saluta e finalmente esce. Sono le 17 e venti circa.

Assisto a questo balletto di chiusura da più di un anno, anche se ho cominciato ad osservarlo con più attenzione solo di recente, e mi chiedo se, a parità di lavoro compiuto nello stesso modo in cui conclude la giornata lavorativa, almeno un paio di ore al giorno non se lo potrebbe recuperare pure lei, sfrondando i movimenti inutili. Poi leggo della Svezia, e delle iniziative che sempre più aziende stanno intraprendendo sul ridurre la giornata da otto a sei ore, per guadagnare sia in produttività che in tempo libero, e penso che sarebbe una gran cosa, se si pensasse in questi termini anche nel nostro paese. Nei miei 15 anni di lavoro, in quattro aziende diverse, solo nella prima non si sarebbe potuto fare: lì, pur essendo quasi mille persone, molti avevano un carico di lavoro impossibile da smaltire senza straordinari – e vi garantisco che certe volte  era complicato trovarsi cinque minuti per fare la pipì. In tutti gli altri casi – e non si trattava di azienducole – il tempo sprecato a correre dietro alle farfalle era invece molto.

Per cui, ecco, se mi fosse concesso scegliere, preferirei sei ore filate cinque giorni alla settimana a far andare le mani e il cervello a ritmo sostenuto, ma due ore in più di vita, anzi, di più, perché si potrebbe guadagnare pure sulla pausa pranzo, fuori, che io possa sprecare come più mi aggrada, al cinema o a lavare le fughe del pavimento con la vaporella, con un libro aperto o lungo l’argine di un fiume, checchè ne dica il mio capo, il quale è convinto che lunghe ore in ufficio significhino dedizione alla causa, indipendemente dal fatto che chi le trascorre se ne stia a lungo imbesuito a fissare uno schermo che nemmeno vede, muovendo il mouse per non far capire che, in realtà, se ne sta  mille miglia lontano.

Si capisce che ho la carogna da domenica sera, vero?! Buona settimana tutti.

settembre 11, 2014

Overplanning

Di lavoro, faccio pianificazione della produzione. E altre cose, che con il tempo si sono aggiunte a questa base, perciò non è esatto dire che questo sia il mio incarico. Per fortuna, più il tempo passa, meno ne spendo a rilasciare ordini e a seguirne la vita. Ci sono cose più stimolanti di cui occuparsi.  Questa attività però costituisce comunque il nucleo di quello di cui mi occupo. E’ una cosa che mi riesce bene: incastrare le cose, trovare compromessi tra vincoli e obiettivi, così come per i materiali, che so accompagnare dall’entrata in azienda durante la loro trasformazione fino alla spedizione al cliente, come per la mia vita. Datemi una lista di impegni che io ve la incastro e vi ottimizzo il tempo. Datemi un vostro progetto casalingo e io vi faccio il gantt delle risorse e del tempo. Se non avete abbastanza idee, vi procuro pure quelle.

A me ne avanzano, infatti.

Avevo giurato: settembre tranquillo ed eccomi già in mancanza di sonno per troppa roba da fare. Che poi non è che si tratti di grandi viaggi – non ho ferie – di uscite per cene e feste – non è il mio genere – o di corsi che iniziano – fino a fine mese, almeno. E’ che mi procuro da sola i casini. E per fortuna che non ho figli (anche se mi piacerebbe averne almeno uno, sigh) altrimenti chissà a che ritmo mi crescerebbe intorno l’entropia. Fuori da un lavoro nuovo gia’ di per se’ esigente in fatto di adattarsi a nuovi ritmi, sto crollando sotto un mare di email personali da gestire, la revisione numero quattro del mio primo tentativo di  libro, le bozze del libro numero due e tre che vanno avanti a ritmo di due righe alla settimana, perché oltre a pianificare la giornata io pianifico anche su orizzonte rolling di dodici mesi. Ho bisogno di tempo per sistemare e provare una bici pieghevole di fascia bassa che potrebbe aiutarmi ad entrare in modalità “uso meno l’auto” e anche se non riesco più a camminare un po’ di movimento lo farei lo stesso. Ho fatto una pazzia da casalinghe (dentro di me c’è una casalinga che non sapevo di avere: sta lottando per emergere, con ciabatte, tuta e capelli in disordine): ho trovato (e comprato) un Kenwood Cooking Chef KM086 di seconda scelta (imballo rovinato e senza ricettario) e fremo per la voglia di provarlo. Ho una lista di cose da fare lunga 11 macro punti che richiede sei mesi dedicati di tempo uomo. Un giorno dei prossimi, dopo secoli che non la visito, andrò a alla fiera dei camper di Parma. Ne usciro’ stremata.

Non ho più tempo. Sono andata in overplanning. Adesso devo trovare il modo di gestire le code e venircene fuori. Qualcuno mi aiuta a spegnermi un po’ per favore?

agosto 27, 2014

Ok, dai. E’ finita. Rassegnati.

Tre settimane  e un pezzettino passano in un lampo se hai una lista di cose da fare lunga come un rotolone regina e alle cose che già ti eri appuntata ne aggiungi sempre di più. Che brutto vizio. Domenica sei tornata e hai preso per il culo – bonariamente, si fa per dire – una zia perché era infagottata in un golfone. Il giorno dopo hai ribaltato i cassetti per trovarne uno pure tu, e anche i calzini. E che freddo porco che fa. E il pisolo del pomeriggio lo hai fatto non sotto il plaid, ma sotto le coperte vere, quelle che usi la notte, che il fuoco del ciocco non ti bastava, tremavi, ahimè. Ci sono voluti tre giorni e mezzo per far asciugare il bucato – i bucati, perché le cose le hai fatte bene una volta tanto, sperando poi dopo, stese all’aria, prendessero il profumo  dell’ultimo sole d’estate, il bianco, il colorato scuro e i misti per tutto il resto – e un mezzo pomeriggio per stirarlo, oggi che c’era il sole e un’idea di claudicante passeggiata ti era anche balenata per il cervello. E hai raccattato le tue cose, per domani, per l’ufficio, e ti sei raccontata che a casa ti annoieresti, che un lavoro ancora per un po’ ti serve e che a te piace avere daffare. Un sacco, proprio, specialmente se sono rogne. E ti hanno anche mandato un sms, dall’ufficio, per chiederti se ti ricordi dove hai messo la chiave della cassettiera nella quale hai chiuso il PC portatile. E porco di nuovo, che non te lo ricordo. Ti porti un grimaldello? E poi ieri hai finito di scrivere una cosa, lo scheletro fragile di una cosa, e pace se dovrai metterci le mani altre mille volte nelle prossime settimane e se non ne ricaverai nulla: non ti era mai capitato di scrivere così tante parole tutte insieme legate da un filo conduttore. Una pacca sulla spalla per il tentativo, non per il risultato, io te la darei anche.E hai cucinato, cose commestibili, con la zucca, le lenticchie, i pomodori, lo yogurth e con tanto tanto tanto basilico, perché il basilico è estate, e bisognava catturarne l’essenza per i mesi a venire. Col cavolo che non stai bene a casa tua, che non avresti da fare anche qui, altro che storie. benone ci rimarresti, per tutto settembre,e poi ancora un po’.  E visto che ti tocca uscire e affrontare la rentrée – vergognati, un astuccio nuovo ti sei comprata quest’estate, ancora na volta, tu che la scuola l’hai finita da un pezzo, ma ci torneresti subito, solo per il piacere di un quaderno nuovo sotto il palmo della mano –  ti sei messa a pensare, come tutti gli anni in questo periodo…”che faccio quest’inverno nel tempo della sera, dopo il lavoro? Cosa mi invento per interrompere la routine casa-auto-lavoro?” E le lingue no, per un po’, perché non sei ispirata, e un taglioecucito magari si, se lo trovi, così forse ti insegnano anche l’arte della santa pazienza, ma non l’hai cercato in modo convinto, segno che non sei ancora pronta. Te lo tieni per dopo, che dici? E la piscina, che forse riapre vicino a dove adesso lavori dopo un anno di chiusura per le solite malavite italiane e sarebbe perfetto perché in pausa pranzo un salto ci sta, che è proprio a duecento metri e i capelli li hai corti e che come ti sei ridotta in questi quattro anni se tieni 60 vasche in 45 minuti senza collassare puoi fare la ola. E allora…allora…si dai, dai che ci provi, che è tanto che ci pensi e ti sei sempre sentita inadeguata e a te non piace sentirti inadeguata, lo sai, no? Forse adesso sei pronta, quasi, anche se ormai tardona. Manda la mail…aspetta…hai visto che ti hanno risposto? Se non cambi idea perché te la fai sotto al solo pensiero, coniglia, a fine settembre potresti ritrovarti iscritta ad un corso di teatro e affrontare una volta per tutte quel miscuglio strano di presunzione e vergogna in cui sei finita da piccola, come Obelix, e da cui non sei più riuscita ad uscire.

Chissà come si starà, grossa, zoppicante, impacciata e con la cadenza bresciana…un’ orsa in palcoscenico…

agosto 19, 2014

Vita piccola da spiaggia

Muta da sub mimetica, pinne lunghe un metro, boa Cressisub e arpione. Arriva in spiaggia nel tardo pomeriggio. Il vento ha costretto a chiudere gli ombrelloni. Il sole scotta, ma non come qualche ora prima. Tutti lo guardano: lui è in vetrina e sa di esserlo. Si allontana dalla riva. E’ un puntolino lontano segnalato solo dal bianco della boa.

Fegato da vendere, stomaco saldo e sprezzo del pericolo. Decolla dal campo di aviazione dietro le villette e, nel pieno del mezzogiorno, compie acrobazie nell’aria. Giro della morte, picchiate, avvitamenti, scatti di nuovo in su, verso il sole. Nasi per aria, lo stiamo ad ammirare, ascoltando il rombo del motore che si allontana e si avvicina, come le onde sulla battigia.

Altezza media, riccioli biondi ribelli al vento, occhiali da sole ed espressione concentrata. Indossa un paio di sandaletti rosa e grigi, bermuda blu con tante taschine e una maglietta con Snoopy e Woodstock. Ha tra le dita il filo di un aquilone. Due volte le cade vicino ai salviettoni su cui la gente è stesa a prendere il sole. Il filo si attorciglia, ci vogliono minuti di pazienza per sbrogliarlo. Poi l’aquilone sale, sempre più in alto. Lei lo porta in giro, con un sorriso sulle labbra, come fosse un cagnolino al guinzaglio. Un ragazzo la guarda, sorride, forse ricorda.

maggio 31, 2014

Daidaidai! Forzaforzaforza! Fenomenologia dell’Acquagym

Qualche mese fa, in un disperato impeto salutistico, ho ricominciato ad andare in piscina.

Ho fatto quello che faccio quando perdo il controllo su qualche cosa: mi ci sono infilata completamente, perchè credo agli approcci aggressivi, comprandomi un pacchetto di lezioni di nuoto – che ho seguito senza particolari patemi perchè nuotare è cosa che mi piace e mi riesce bene – e un pacchettone di lezioni di acquagym.

Ho sempre guardato con sospetto alle signore che praticano questa attività mentre noi andiamo avanti ed indietro solcando le vasche: prima di tutto perchè la musica in soprafondo (il volume è altissimo) è aberrante, in secondo luogo perchè ne vedo poche a fine lezione uscire sfatte come si esce dopo un’ottantina di vasche di cui la metà di pura tecnica, in terzo luogo perchè mischiare la cacca col cacao, cioè un’attività fitness pensata per essere eseguita a secco e provocare litri di sudore traslata in un ambiente in cui cambiano completamente le leggi di resistenza, mi pareva desse luogo ad un risultato noiosissimo. Fatto sta che, con un ginocchio così conciato – che negli ultimi mesi non sta nemmeno poi così male, visti i precedenti – e il peso che sto a malapena trattenendo per evitare che salga inesorabile verso il quintale – orrore! – e la voglia di muovermi un po’, ho giustamente pensato che tra il non fare nulla e fare un’attività a basso impatto fosse meglio la seconda opzione.

Del pacchetto di quindici lezioni acquistato, appunto, mesi fa, ne ho fatte tre subito, annoiandomi a morte e due sporadicamente, quando i picchi di umore e le assenze turistiche e lavorative recenti me lo hanno permesso. Scarsissima.

Sei lezioni invece le ho infilate una dopo l’altra questa settimana. Le rimanenti sono andate in fanteria: oggi era l’ultimo giorno possibile e ho finito in bellezza, con due ore di seguito.

La gestrice della piscina rideva come una matta, ieri, quando mi ha visto per l’ennesima volta in pochi giorni, dopo che mi aveva ribadito che no, le lezioni perse non sono rimborsabili nè sostituibili con biglietti ingresso. “Hai visto che brava?!” – le ho detto –  “Ho recuperato in extremis. Pensa che mi sono licenziata apposta per avere il tempo di fare acquagym.”

A conclusione dell’esperimento mi sento di escludere con discreta possibilità di ripeterlo in futuro, più che altro perchè mi sono annoiata parecchio: molto meglio, per me, nuotare, sia come efficacia che come interesse. Devo però riconoscere che sul ginocchio la cosa non ha avuto ripercussioni, anzi, e che certi movimenti che a terra non posso più eseguire, in piscina più o meno li faccio.

Inoltre è stato abbastanza interessante studiare la fenomenologia degli istruttori – ne ho confrontati quattro – e delle partecipanti, tutte donne, perchè l’acquagym è uno sport sessista, che, in differenti taglie, dalla magrezza ossuta alla rotondità opima, e in differenti età , tra i venti e i settanta, ho visto saltellare nell’acqua, su e giù, dopo il lavoro, la sera, a metà mattina, le casalinghe o le turniste, e poi correre in sciame verso le docce, per non fare la coda che avevano il pasto da cucinare a casa.

Ho provato cavigliere, pesetti, bilanceri,tubi, guantini, hydrobike, smiles (galleggianti rotondi e gialli con i fori che sembrano, appunto, un sorriso). A nuotare bastano cuffia, costume e occhialini e un pull buoy, se si vuole esagerare. Ho dondolato sotto ritmi che andavano da una parte mentre noi ne seguivamo ognuna uno diverso. C’era quella che saltellava come un capretto, su e giù, quella che faceva tutto con la lentezza di un monaco buddista nel samsara, quella che la testa nell’acqua no altrimenti si rovina la piega, quella con la bottiglietta di acqua a bordo vasca che nemmeno un triatleta, quella rigida come uno stoccafisso e senza coordinazione, quella superbrava che si vedeva che la cosa la stava prendendo sul serio e ci credeva.

Davanti a noi, schierate come triglie con le convulsioni in una cassetta al mercato, c’era lui – o lei – l’istruttore. Prima di tutto l’istruttore di acquagym è qualcuno che nella vita fa altro, più o meno legato allo sport, e che a bordo vasca ci sta in prestito per arrotondare. C’è chi fa l’impiegato, chi la ballerina, chi il fisioterapista, chi boh, sto studiando poi vedremo. C’è quello tranquillo e realista – ognuna al suo ritmo, non deve far male niente – e quella che “dai dai dai, forza forza forza” con il sorriso stampato sulle labbra, un fisico da modella – ma un culo così mica se lo è procurato con l’acquagym – e un’anima sadica sotto la canottiera – quella che scherza con tutte e come ti viene l’esercizio ti viene, tanto siamo tutti adulti, e quello che è in missione per salvare il mondo dalla sedentarietà e dall’obesità e anche se ne ha trenta in vasca non ne perde di vista nemmeno una e corregge posture ed esecuzioni con generosità e occhio infallibile, tirandosi su ogni tanto la maglietta, con gesto distratto, tanto per far vedere cosa significa avere degli addominali che funzionano. Tartarughe.

Intanto, nelle altre corsie, sono sfilati, avanti ed indietro, i miei compagni di corso di nuoto, i ragazzini delle medie e delle elementari, gli adolescenti che hanno seguito il corso di bagnino FIS (il primo federale dopo secoli di piscina in questo paese…prima o poi, anche se sono fuori età e fuori tutto il resto lo faccio anche io, miseria), i ragazzini del preagonismo che macinano vasche come professionisti, gli adulti della prima squadra master che finalmente si è creata, ma che ha ancora tanta acqua da smuovere. E, i più favolosi di tutti, i piccoli dell’asilo, alti meno del salvagente giallo che gli infilavano dalla testa, che ci mettevano minuti a finire una vasca, che sollevavano goccioline e non spruzzi quando si tuffavano, tanto erano piccoli, che giocavano sugli scivoli e che, in una schiera ordinata di costumini azzurri, rosa, gialli e rossi, si sono messi in fila, serissimi, per ricevere la medaglia di fine corso. Erano strabelli. Niente medaglia per me, però la prossima settimana, forse, imparo le corsie di una piscina nuova, prima che mi passi la voglia un’altra volta ancora. Anche perchè alcuni colleghi, come addio e buona fortuna,  mi hanno regalato un fighissimo braccialetto Fitbit azzurro e ci ho fatto un patto, con questo robo elettronico, e mi spiacerebbe deluderlo subito. Avrà tempo di finire in un cassetto; più avanti però.