Posts tagged ‘scuola’

febbraio 25, 2015

A metà del guano. Ops, guado.

Mercoledi, pausa pranzo. Esatta metà della settimana lavorativa. Qui si resilia, più o meno bene. E’ una settimana più complicata dal punto di vista degli impegni extra ufficio che da quelli in. La prossima settimana si prevedono invece slavine in pantani di guano: lo si sa, non ci si può far molto. Vuol dire che ci si affonderà dentro preparati.

Mentre accendo il computer, collego il cervello, digito tasti, analizzo dati, penso a soluzioni, mi invento caoticità, mi trasbordo dalla scrivania, al magazzino, ai reparti e poi torno ai tasti, le ore scorrono, con meno fatica rispetto alle settimane scorse. Merito della luce. Se devo (dovrei) uscire di casa prima delle sette, meglio farlo col chiaro: il lago è bellissimo la mattina presto. Se devo tornare a casa tardi, meglio farlo col chiaro: il lago è bellissimo anche all’imbrunire. Sento primavera nell’aria, anche se ancora non c’è.

Questa sera sesta lezione in CastAlimenti del gran corso di aiuto pasticcere serale: lunedi abbiamo preparato creme e ancora crema. La mia prima crema pasticcera su fornello a induzione è finita nel lavello. La seconda l’ho immortalata in fotografia. Tra profumi di zabaione, assaggi di mousse al cioccolato bianco e consumi irriguardosi di burro, si sono fatte le 23.00 e poi sono anche passate. Il problema dei corsi serali non sono i corsi, è il rincretinimento che mi resta addosso il giorno dopo, per sonno accorciato. Questa sera le creme finiranno su letti di frolla, pan di spagna e non so che altro: ogni volta è una scoperta. Ogni lezione realizzo che sull’argomento cibo, chimica del cibo, trasformazioni del cibo, non so nulla. Ansia. Ansia da studente impreparato.

Domenica pomeriggio ho mischiato margarina (comprata apposta, solo il burro varca la soglia di casa) con fecola e zucchero a velo scaduti. Ne è uscita una montata oleosa e chiara, fatta apposta per giocare con la sac à poche. Frustrazione. Frustrazione da persona capace di usare la testa, ma non le mani. Ad ognuno il suo, nella vita. Non c’è una rosetta che mi esca uguale all’altra. Prevedo altre sedute di prova. Ieri sera, invece, dopo una cena preparata dal papà (che si adegua ai miei orari e a richiesta produce perfino polentina à l’ancienne, quasi come si faceva una volta….oh, l’insuperabile cucina economica a legna della nonna…), ho fatto un esperimento.

Non è un esperimento difficile, anzi. Quando al corso un paio di colleghi mi hanno spiegato come si fa a fare i biscotti bicolore a spiraline di frolla normale e frolla al cioccolato, lo hanno fatto con aria da compatimento. Mi è sembrato di capire che anche un bambino dell’asilo sarebbe in grado di farli. Effettivamente. E’ che non ci avevo mai ragionato su, prima, a pensare che se metti uno strato sotto e uno sopra e poi avvolgi a rotolo il risultato finale, in sezione, è un effetto a spirale…

La mia profe di greco e latino del liceo ci diceva, scuotendo la testa, che noi ragionavamo a cassettini. Un cassettino per il latino, uno per la storia, uno per la grammatica, e così via. Noi le sorridevamo con aria di compatimento, povera donna, pensavamo, cosa racconta. Noi siamo fighi. E invece aveva ragione: io ragiono ancora a cassettini, in effetti, e quando ogni tanto mi accorgo che la differenza tra intelligenza e genialità sta nello scorgere le connessioni tra le cose, abbasso le orecchie come un cagnolino mortificato, perchè i miei fili li lancio, ma troppo di rado si aggrappano al mondo concreto. I biscotti alla fine sono venuti decenti, ma molto migliorabili. E ho capito il procedimento: è già qualcosa. Un’altra informazione per il cassettino “pasticceria”.

Domani sera, invece, corso di disegno soft. Ho lasciato a metà la riproduzione di un particolare a scelta della Venere Italica del Canova (copia in gesso a disposizione) e mi piacerebbe proseguire. Avrei voluto disegnarle il culo, perchè ha un culo da invidia, ma l’avevo in vista girata di fronte e ho deciso per l’incrocio delle braccia sul petto. Sarebbe bello che le braccia mi venissero somiglianti a due braccia e non ad alberi motore, e che il drappeggio si profilasse morbido, e non simile a chiglie di navi spezzate. Dall’inizio del corso spedisco una foto del mio foglio da disegno ogni giovedi sera, dopo la lezione, a lui per farlo ridere un po’. Lui ha visto che sono disgrafica. Dice che ci sono miglioramenti, minimi, ma ci sono. E’ sempre stato un tipo gentile. Gli porterò biscotti spiralati, prima o poi. Per ora ho individuato in giro per il quartiere gente disponibile (obbligata) a farmi da cavia: tra domenica e ieri ne ho già arruolati alcuni  (mica posso mangiare tutto io). Adesso ho uno scopo nella vita: non intossicarli.

E dopo….dopo si prosegue con un venerdi sera senza eventi degni di nota che non siano un “a nanna presto che domani si va in gita”, tutto proteso verso il sabato. Se non diluvia come l’anno scorso, vado a Venezia, a vedere una mostra al Correr e ad inaugurare la stagione dei viaggi. L’inverno è stato lungo e sedentario. Dovrei andare al Guggenheim, in realtà, perchè è una vita che è inserito nella mia lista dei luoghi da visitare almeno una volta nella vita. E’ che temo che ci rimarrei dentro un’oretta, perchè l’arte moderna mi deprime, perchè non la capisco. E a me non piace sentirmi che non capisco. E allora forse non andrò nemmeno questa volta, se il sole splenderà sulla laguna.

Torno nel guano: ne ho ancora un po’ da spalare prima che se ne depositi altro. Buon pomeriggio a tutti.

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ottobre 13, 2014

Non c’è come non farla.

Non c’è come non farla per acuire le capacità cerebrali. Da quasi due ore guidavo, sabato mattina, tra le campagne vestite d’autunno del mantovano e del veronese, diretta a Isola della Scala e alla sua Fiera del Riso, e da almeno una mi scappava la pipì. Ma proprio tanto tanto. Ora, per quanto l’ambiente fosse circondato da campi e stradine che lungo essi si inoltravano, è questa la stagione dell’anno meno opportuna per trovarsi un angolino e acquattarsi. Tutti gli angoli sono, infatti, a vista. Tutto raccolto, tutto a terra, tutto sfoltito. E parecchi contadini all’opera a dare una mano alla caducità naturale.

La sosta sul ponte visconteo di Valeggio, con tutta quell’acqua che scorre sotto, ha fatto precipitare le cose. Da qualche parte della memoria è spuntato un lontano ricordo: c’era mica un bagno nel parcheggio di Borghetto? Provvidenziale. Tra l’umido del cielo e della terra e la canzone del fiume, ero pronta a tutto, in caso mi fossi sbagliata. A Isola la fiera era arrivata al suo ultimo fine settimana, dopo un mese di quintali di  vialone nano cotti e serviti a folle in attesa: mi sono cavata la curiosità, ho scoperto un paese in cui il risotto viene cucinato a meraviglia e in abbondanza, ho fatto provviste per l’inverno, ho imparato un paio di cose sulla coltivazione in risaia e sono tornata a casa così stanca, ma rilassata, nel tardo pomeriggio, che per la prima volta da settimane, sono crollata in un pisolo tardivo, dimentico di ogni umana tribolazione.

Per tornare al tema del titolo, una che conosco mi ha suggerito tempo fa un’idea fantastica per ovviare all’inconveniente, tipicamente femminile – poiché uomini in piedi a gambe larghe davanti al nulla e col culo rivolto alla sede stradale ne vedo ovunque – di volerla tanto fare, ma di non sapere dove. L’ho ascoltata,  perché l’idea era buona, ma chissà mai quando mi capita di averne bisogno. Adesso la metterò in pratica. E non vi dico quale è, perché sai mai che la ragazza in questione ci abbia fatto su una pensata e intenda brevettarla.

Qui piove, per parlar di acqua ancora, ma in una maniera così convinta e insistente, che c’è da chiedersi se ci starà, sotto di noi, tutta questa acqua, o il suolo si ribellerà, gonfio, e la risputerà fuori. E’ iniziata una nuova settimana di lavoro in una maniera direi balzana.  Alle 6.30 mi sono avviata a piedi verso la stazione.  Il paese la mattina è silenzioso, avvolto ancora dalle luci della notte. Qualche cane porta il padrone a fare slalom tra alberi e aiuole, nei laboratori di panetteria la luce è accesa, dai bar si sprigiona profumo di caffè. I ragazzi camminano curvi sotto il peso degli zaini, ma nel buio si vedono solo quando si passa loro vicino. E’ arrivato il treno più veloce, quello che ci impiega un’ora e dieci per fare 60 km,  in scusabile ritardo di due minuti e ho trovato un angolino per leggere in santa pace. Un quarto d’ora dopo eravamo ancora lì, immobili sulle rotaie. Il treno partito mezz’ora prima, quello lento che fa tutte le fermate e ci impiega un’ora e quaranta, era rotto, fermo una stazione più in là, in un punto a binario unico. Un tappo. Non si andava più su e giù per la Valcamonica.

Sesto giorno da pendolare sui mezzi pubblici: ho chiuso il libro, sono scesa, ho ritrotterellato verso casa e sono ripartita in auto. Dopo aver fatto la pipì, già che c’ero. Sai mai che gli ingorghi raggiungano intollerabili estensioni.

ottobre 9, 2014

Sulla strada verso casa

Il quinto giorno da pendolare è terminato ieri sera, poco dopo le 19.15, nell’umidità lasciata da una giornata di pioggia. Se su cinque giorni, quattro sono arrivata in ritardo, pur avendo un margine di mezz’ora su due ore abbondanti, e senza avere possibilità di anticipare la prima parte del viaggio, posso considerarla una base statistica sufficiente per ritenere il giorno in cui tutto è filato liscio un’eccezione? Ciò mi porterebbe ad una disposizione d’animo meno bellicosa e affronterei la faccenda con più filosofia.

In ogni caso, in cinque giorni, quasi quattro ore di viaggio al giorno, ho: finito la biografia di Adriano Olivetti – e ponderato sulla possibilità che nella mia vita lavorativa ingegneristica io mi trovi ad avere a che fare con un imprenditore illuminato -, letto l’ultimo numero di Internazionale,  divorato Joy in the morning di Betty Smith – una goduria, dall’inizio alla fine – e attaccato A tree grows in Brooklyn, sempre di Betty Smith – che promette lo stesso livello di piacere del precedente. Se devo trovare un lato positivo in questo spreco immane del mio tempo libero, a parte il fatto triviale che lo faccio per guadagnare uno stipendio –  è che posso perdermi in un libro e trovare lì consolazione effimera.

Oggi e domani automobile, per alternare e per attaccarci altre deviazioni. Poi la settimana prossima si ripeterà l’esperimento treno+metro+bus. Ieri sera, mentre camminavo verso casa e verso la cena, ho incontrato M., che stava facendo un giretto in bici, che mi ha fatto compagnia e mi ha chiesto un nuovo post. Io ho dato un’occhiata alla mia monotona vita e non ci ho trovato nulla di interessante da raccontare, se non di come si vedono scorrere le rotaie davanti a sé se si sta seduti nel seggiolino in cima ad un vagoncino di una metropolitana automatica, ma questo a M. non l’ho mica detto, altrimenti l’avrei delusa. E’ convinta che la vita degli adulti sia molto più interessante di quella di una liceale. Io farei cambio al volo. Non la vedevo da qualche settimana: avevamo alcune cose da raccontarci per cui siamo arrivate al cancello di casa mia ciacolando del più e del meno. M. ha diciassette anni, quasi diciotto e, non so quanto consapevolmente, appartiene a quel gruppo di persone che cercano di diventare grandi preservando la propria unicità. Certo, parla come tutti gli adolescenti, indossa le sneakers e sogna l’iPhone, però non si veste di scuro, è in grado di comunicare in modo articolato e non monosillabico con gli adulti, se c’è in giro un bambino non lo ignora, anzi, è più probabile ci si metta a giocare insieme, ha una grande passione e ci si aggrappa come è giusto ci si debba aggrappare ai propri sogni per dare una direzione alla propria vita e non ha bisogno di appartenere ad un gruppo monocorde per sopravvivere e trovarsi un senso. Almeno, a me sembra che sia così, per quel poco che la conosco. Dato che difendere l’unicità di se stessi in un periodo della vita in cui non si è nemmeno molto sicuri di cosa esattamente si sia, visto che è tutto in ribollente divenire, richiede coraggio, energia e molto senso dell’umorismo e del tragico, faccio il tifo per lei. E spero che non cambi direzione.

Perché quello che arriverà dopo, cioè il fatto di diventare grandi, comporterà tutta una serie di cose positive, ma anche parecchie grosse rogne, ed è meglio arrivarci coi riccioli per aria, un cagnolino al fianco, una bicicletta come non le fanno più, la musica nel cuore e un se stesso con cui ci si trova simpatici. Altrimenti sai che palle.

ottobre 4, 2014

Pendolare da poco. Io (non) viaggio a Brescia e provincia.

Cambiar lavoro a 40 anni per continuare far quel poco di carriera che le mie facolta’ mentali, il mio carattere e un mondo misogino mi consentono, uscire da una gabbia in cui qualcuno mi aveva infilato per il proprio utile, significa prendere in mano le redini della propria vita. Trovarsene uno a 70 chilometri da casa, mentre quello precedente era a 12, significa essere abbastanza coglioni. Prendo atto di me stessa e mi adeguo pensando che la strada é lunga e dritta e il nuovo incarico avra’ una rivendibilita’ sul mercato del lavoro piu’ alta, quando sara’ ora di fare il prossimo spostamento. E che non mi annoio piu’ nelle ore che passo in ufficio.

Giugno trascorre in adattamenti: un po’ a casa, un po’ a meta’ strada in una casa che mia non é, ma mi accoglie come se lo fosse, e c’e’ pure una terza soluzione comoda ma deprimente pronta da usare in extremis. Non va malissimo: un’oretta ad andare e un’oretta a tornare, ma le scuole sono chiuse, e questo sporca lo scenario.

Luglio é nervoso: i cantieri sugli svincoli della Brebemi  creano code e rallentamenti che allungano di venti, trenta minuti i tempi di percorrenza.

Settembre é un incubo: le scuole riaprono, il traffico aumenta, i cantieri sugli svincoli della Brebemi in parte aprono, in parte congestionano ulteriormente il traffico.  Un mezzo per le manutenzioni stradali si incastra sotto il cavalcavia dello svincolo della tangenziale che corrisponde alla mia uscita verso l’azienda. A coda si somma coda e cosi’ sara’ per almen due mesi. Un’ora e venti per percorrere trenta chilometri. Quasi due per percorrerne 70. Son gli ultimi trenta chilometri che ti fregano. L’alternativa é partire molto presto. La spesa di carburante si aggira intorno ai dodici euro al giorno.

Vagolo su internet, esplorando coincidenze di mezzi e alternative. Intermodalita’, ecologia…se devo alzarmi prima, almeno su un mezzo che non guido io potrei leggere. Scopro che esiste la tessera Ioviaggio: l’abbonamneto per tutta la provincia di Brescia costa 83 euro al mese, quello che spendo in sette giorni lavorativi.  Me la procuro: in stazione sono gentili, agli Infopoint di Brescia ancora di piu’. Ho tutto per poter partire: proviamo.

Primo giorno: esco alle 6.30 da casa, c’e’ scuro, ma non fa freddo. L’inverno sta arrivando, tra i lampioni e l’asfalto umido. Arrivo in stazione: il trenino storico della Brescia-Iseo- Edolo passa in orario. Mi siedo, mi immergo in una biografia di Adriano Olivetti. Riemergo a Brescia, in stazione. Siamo in ritardo di dieci minuti. Cammino fino alla metro: che bella la metro di Brescia! Pulita, precisa, super tecnologica, nel senso di marcia che devo seguire io praticamente deserta. Arrivo fino al capolinea. Li’ ci sono le paline degli autobus: passa in ritardo, ma passa. Arrivo in ufficio alle 8.34. Perfezionabile. La sera devo attraversare la strada: é una delle principali vie che portano in citta’. Il traffico é sostenuto, non c’e’ passaggio pedonale. Non posso correre, con il ginocchio fuori uso é un’utopia. Aspetto, ce la faccio. É un rischio.

Secondo giorno: questa volta parto da una stazione sulla sponda sud del lago d’Iseo, 40 chilometri piu’ a sud del primo giorno. Sono le 7.15. Trovo posto: non ci speravo: in questi giorni infuriano le polemiche perche’ i treni passano, nella stessa zona, e lasciano a terra gli studenti perche’ sono gia’ stracolmi. Arrivo in orario in stazione, la metro é poco distante. Sono alla palina del bus alle 8.15. Perfetto. La corsa delle 8.19 non arriva, non passa, é in ritardo, i minuti scorrono, non passa, dove é? Il ginocchio urla: non c’e’ una panchina su cui poter sedersi.  Chiedo agli altri radunati intorno e accovacciati sul marciapiede: capita, mi dicono, si dimentichino di fare la deviazione verso la metro. É solo un anno che c’e’ la metro a Brescia: gli autisti non si sono ancora abituati e proseguono dritti sul vialone, un chilometro piu’ giu’. Surreale. La corsa delle 8 e 41 é in ritardo, feroce ritardo. Una ragazza chiama l’infopoint: é rassegnata, segno che la rabbia é un sentimento del passato. Pessimo segno. Alle 8.54 passa il bus delle 8.41. Alle 9.04 timbro il cartellino. Per fortuna faccio parte di quelli per cui vale la presenza: non spulceranno mai, a meno di iterate infrazioni, i ritardi di pochi minuti. Ma non va bene cosi’, non si puo’ accettare.

Sul treno, sulla metro, si puo’ leggere, gli operatori sono cortesi, il disservizio é ancora troppo alto. A pochi metri di distanza le lunghe code delle automobili avanzano lente: alla loro guida, o sopra un mezzo pubblico, la sostanza non cambia. Cogliona, per l’appunto, ma ormai cosi’ é. Indietro non si torna, ne’ ci tornerei. Farei l’intermodale ecologica, eco chic, eco trendy, e tutto quello che volete, se me lo lasciassero fare in pace, ma é un altro campo di battaglia pure questo. La prossima volta che nasco, voglio vivere di rendita.

luglio 8, 2014

Gina che lo curò. La compagnia delle parole.

Qualche giorno fa è apparso sul Corriere, edizione online, questo articolo, che ho salvato in pdf e archiviato tra i ritagli digitali di giornale, pensando che, fosse ancora viva, mia madre avrebbe preso le forbici, se lo sarebbe tagliato dall’edizione cartacea, avrebbe annotato la data e la fonte, e lo avrebbe prima messo sulla mia scrivania per farmelo leggere e poi infilato in un raccoglitore dove teneva elzeviri e articoli di letteratura, storia e geografia che poi avrebbe usato in una futura lezione.

Il raccoglitore, riorganizzato da me tempo fa, c’è ancora; gli articoli, quando avrò tempo, saranno digitalizzati, prima che gli anni li ingialliscano e li rendano illeggibili. Certi me li ricordo – uno, in particolare, di Gaetano Afeltra sul suono perduto delle campane nel suo paese –  altri non li ho mai letti, ma so o immagino perché mia madre li aveva tenuti. Io proseguo nella tradizione, in modo meno frequente e meno accurato, per problemi di tempo ed ignoranza, e salvo tutto in cartellette del computer, sperando che tra qualche anno siano ancora accessibili.

In ogni caso, torniamo al tema, che con l’età divago e divago sempre più. Io so chi era Gina, me lo ricordo bene. Per questo ho salvato l’articolo.

Lo ricordo perché il nome era quello di una prozia, a me molto cara, che era una creatura allegra e generosa e se il nome di qualcuno che non conosci è lo stesso di qualcuno a cui vuoi bene, ti resta impresso più facilmente nella memoria. Lo so chi era, questa Gina, anche se non l’ho mai vista perché l’ho conosciuta alle scuole medie: tenevamo un quadernino per le poesie. ne scrivevamo sotto dettatura una o due al mese, le analizzavamo, spesso le dovevamo imparare a memoria.

L’aula guardava il fiume e gli alberi sull’argine. Fuori c’erano i cappotti appesi e silenzio nei corridoi perché erano ancora i tempi in cui i ragazzi stavano seduti e quasi sempre zitti ad ascoltare – o a fingere di farlo – l’insegnante che spiegava dalla cattedra. Il mio quaderno delle poesie è qui, sopra la scrivania, anche adesso: rimasto a metà, scritto con la mia grafia poco chiara e ancor meno ordinata, perché era bello: copertina rigida, di cartone, decorata con un frutto, in uno schema ripetitivo di colore: le fragole, le more, l’anguria, i limoni. Ho una decina di questi quaderni sopra la scrivania, alcuni ancora nuovi perché non ne ho mai trovato un uso degno della loro bellezza di quaderno non comune: in mezzo c’è anche, appunto, quello delle poesie della scuola media. Da qualche parte, su una qualche pagina, c’è anche Gina, che curò il rondone ferito, incatramato, mentre Montale ci faceva su una poesia, su questa cosa che il giorno dopo se ne era andato senza nemmeno salutare.

Va tutto bene, qui, non posso dire di essere infelice. Ho tante cose buone e la testa che funziona e il cuore che prova a fare il bravo e certi momenti di risate che fanno stare bene e ancora tanta voglia di scoprire come è fatto il mondo.

Ma ci sono alcune sere, come questa, in cui ho molta voglia di farmi una chiacchierata con mia madre – sarebbe stato bello parlare con lei di Gina e girellare su internet per vedere le fotografie e scoprire insieme che faccia avesse questa signora che tolse il catrame dalle piume di un rondone – ma non posso farlo e allora, per fortuna, arrivano dalla memoria le parole, quelle belle che altri hanno scritto, che hanno lasciato una traccia nei miei giorni, che mi sono state regalate e che fanno da piccole ancore, qua e là, in questa navigazione complicata verso la saggezza.

Ma forse adesso anche io posso cavarmela.

gennaio 8, 2014

Olla Peppa Pig!

E’ indifferente che mi piaccia o no. Quello che mi incuriosisce è vedere come si cavalcano le onde, come si batte il ferro fino a che è caldo, come si porta qualcosa ad una sovraesposizione tale da raggiungere la saturazione. E tutta quella storia del cartone politically correct e istruttivo va a ramengo se le voci che sento sono vere, cioè che Peppa Pig è da femmine. Solo le femmine saranno istruite, ad esempio, sul fatto che tra mamma e papà i diritti e i doveri sono uguali. Roba che, per dire, le femmine in buona parte sanno già ma che bisognerebbe trasmettere anche all’altra metà del cielo.

Fino ad ora ho annotato la presenza di (chiedo contributi per le omissioni):

cartone animato (il motore di tutto) di Peppa Pig

mutande e costumini di Peppa Pig

calzini  e scarpine, stivaletti, guantini e sciarpina di Peppa Pig

pigiama, lenzuola, copertine, ascigamani e cuscini  di Peppa Pig

wafers di Peppa Pig

tazze e posate di Peppa Pig

calza della Befana di Peppa Pig

libri di Peppa Pig

bamboline di Peppa Pig

apparizioni e spettacolini negli ipermercati di Peppa Pig

zaino, cartella, matite, astucci e altri ammenicoli scolastici di Peppa Pig

borsette di di Peppa Pig

blog di Peppa Pig scritti da adulti intruppati nel tunnel di Peppa Pig che chiamano gli oggetti con il logo di Peppa Pig “pepposi” con lo stesso stile con cui nei forum di cucina le iscritte si chiamano “cuochina”, nei forum di cucito le macchine da cucire si chiamano “bambina”, e vai così in un mare di infantilismo – dai forti connotati femminili gnègnè, tanto per far di tutto per non farci prendere sul serio – che non ha niente a che fare con la magia dell’immaginazione e la speranza lecita di rimanere un poco bambini mentre tutto ha a  che vedere con le dita lunghe della pubblicità.

E no, non ce l’ho affatto con Peppa Pig, tutt’altro,  anche se preferisco il Postino Pat per una serie di motivi, il primo dei quali è la grafica dell’ambientazione. E nemmeno sono anti-femminista, anzi. Sto osservando, constatando il pericolo da cui nessuno, me compresa, è immune, scrivendo sotto l’influsso dell’umor grigio da fine delle microferie. Un po’ di rosa maialino aiuta.

PS Problemino di Peppa Pig. Alla mensa aziendale da due giorni c’è stinco di maiale al forno. Avranno servito almeno 200 coperti, uno stinco per uno. Quanti fratellini e sorelline di Peppa Pig sono stati fatti fuori?

gennaio 4, 2014

Coincidenze

Non sono meteoropatica. Non sono superstiziosa. Credo siano solo coincidenze.

E però…un briciolo di giorni di ferie (2 per l’esattezza, unite a 4 giorni festivi) sperduto in mezzo a settimane e settimane lavorative e per l’ottanta per cento del tempo piove.  Sono coincidenze moleste, queste qui.

Ma se piove! Piove che la terra ne trabocca, che il cielo è scomparso, che il bucato non asciuga nemmeno al chiuso, tanto è umido il mondo,  che il ginocchio vorrei potermelo staccare e farne a meno fino a quando non si riaddormenta, che l’unico rumore che si sente, in questa mia stanza, è lo sciacquettio delle auto sulla strada, poco più in là, a sinistra. É frequente, a quest’ora, e monotono nel suo ripetersi. La lampada sulla scrivania è inclinata verso lo schermo, gli appunti, i libri, le matite colorate; l’acqua per il tè sta bollendo in cucina e il profumo del calicantus vagola nel corridoio. Vorrei uscisse il sole, per poter camminare un po’. Vorrei, ancora di più, poter avere altri giorni quieti come questo, in cui far come fossi tornata a scuola per pensare alle cose degli uomini e del mondo, ma da lontano,  nell’infinito tentativo di capirne qualcosa di più.