Posts tagged ‘scienze’

gennaio 1, 2015

Monopoli e cinema

Il primo giorno dell’anno, ultimo delle vacanze, e’ iniziato durante una partita a Monopoli, che mi ha fatto tornare indietro, con la memoria, ad una trentina di anni fa, quando giocavamo sdraiati per terra partite infinite e ci importava poco di quel che faceva il mondo intorno a noi. Era da molto che non giocavo a Monopoli. E’stato divertente.

Oggi, invece, c’e’ stato l’ultimo risveglio lento delle ferie e poi il cinema, nel pomeriggio. Ho visto The imitation game, basato su una biografia di Alan Turing di cui avevo scritto in questo post: https://unarosaverde.wordpress.com/2011/06/23/informatica-e-mele-avvelenate

E’ a persone come Turing che debbo il fatto che sono qui, seduta su un comodo pouf, a scrivere sull’iPad queste parole: da rotori meccanici, matematica, logica ed elettronica é nata l’informatica. Forse anche dalla guerra e’ nata l’informatica. Peccato che la genialita’ e il contributo a salvare l’Europa dalla minaccia del nazismo non siano bastati a Alan Turing a salvarsi la vita. I preconcetti sono piu’ potenti delle azioni, certe volte.

Domani si ricomincia, ma, la sera, ho gia’ i biglietti per American Sniper, sempre per rimanere in clima di guerra. Compenso la serieta’ con film di Walt Disney. Li’ le bombe e i fucili sono finti, esplodono in fuochi d’artificio e non lasciano cadaveri dietro di se’. Tranne quello della mamma di Bambi, naturalmente, ma io Bambi non l’ho ancora visto. Ho ancora troppo poche vacanze di Natale alle mie spalle e molti film ancora da vedere.

novembre 25, 2014

Hasselmus, le costellazioni e i bambini che ci sono ancora

Florilegio da una email di Franco Pina

Ore 19,30.  Mi incammino con mia nipote nel vialetto che porta a casa sua.
Lei guarda verso il cielo e mi dice:
– Guarda nonno si vedono le stelle!- Tenendo stretto in mano Hasselmus* e usandolo come prolungamento del braccio, indica un punto nel cielo.
– Quella è la Stella Polare, la più luminosa.-
Io non so se sia vero: lo prendo per buono, voglio crederci. D’altronde lo dice con voce sicura.
Poi aggiunge:
-Lo sai che ci sono tante costellazioni?-
Ho capito bene? Ha detto “costellazioni”?
Si l’ha detto, e non ha ancora compiuto cinque anni.
Tutto si spiega  quando aggiunge, candida: – Me le ha fatte vedere mio papà sul telefonino.-
Certo! Il telefonino! Ecco da dove imparano le cose i bambini di oggi. Mi domando: ci saranno ancora i bambini come quelli di una volta? E se ci sono, dove sono?
– Non le puoi contare- continua – Le stelle sono tante. Milioni!-
– Molte di più- dico io – miliardi!-
– Miliardi? Tutti i numeri del mondo?-
– Si, tutti i numeri-, le rispondo aprendole la porta verso i misteri del cielo e della matematica nello stesso tempo.
-Anche l’otto il nove ed il dieci?-, chiede ancora lei.
– Certo: anche l’otto il nove ed il dieci. – le rispondo sollevato.
Per fortuna ci sono ancora i bambini di una volta, ed una sta salendo la prima rampa di scale verso la porta insieme a me.
     
 
*( Hasselmus = pupazzetto Ikea)
novembre 9, 2013

Fuori la pioggia

Fuori la pioggia; dentro la tranquillità di un sabato mattina pigro.

Sto immersa, da una mezz’ora, nelle pagine de La Lettura del 3 novembre. Leggo un pezzetto, ci rimugino, esprimo considerazioni ad alta voce tutte ingarbugliate di cui solo io capisco i sottintesi. Mica tutto quello che c’è scritto lo capisco, anzi, molto poco. Ma non ero una che ha “fatto le scuole alte”?

Pare quasi che, nonostante questa settimana sia stata una delle poche dell’anno in cui mi sono di nuovo infatuata del mio lavoro e in cui ho dovuto metterci la testa e disinserire il pilota automatico della consuetudine, io non abbia in realtà’ mai veramente pensato ma solo applicato tecnicismi a teorie di numeri dietro ai quali si presume ci sia la vita vera. E vita vera probabilmente è: pur sempre di produzione, persone, equilibri manifatturieri, fatturati da cui risultano stipendi, sempre si tratta; ma dimensione puramente pratica resta. Quella dell’anima non ha mai spiato neppure dai vetri della finestra per tutto il tempo.

A volte credo che, per far funzionare veramente il cervello, io dovrei essere sottoposta, obbligata, una volta alla settimana, ad un esercizio: dato un tema, seguendo rigorose  logiche classiche di ragionamento, svisceralo, analizzalo, confutalo, deducine le conclusioni e prima, preparati, leggi, verifica le fonti, consulta più testi senza aprire internet se non in ultima battuta, senza accendere la televisione, senza lasciarti condizionare dall’opinione comune fatta di impressioni e pregiudizi e raramente circostanziata.

Potrei cominciare con qualcosa di semplice; potrei esserne all’altezza: la chimica di acqua, farina, sale e lievito, ad esempio, roba che mangio ma non conosco. Poi potrei tentare – ma vi dico che non so se ne sarei capace – dopo aver imparato i rudimenti del metodo, di passare a qualcosa di più’ complicato: pro e contro dell’energia nucleare, ad esempio. Una volta trascorsi un paio di anni ad allenare la testa e a imparare ad imparare, per davvero però, forse potrei rischiare di sfiorare, di tangente, un argomento con pesanti implicazioni etiche: che so… il razzismo, la violenza, la gestione del proprio corpo e della propria e altrui sessualità in ambito personale e privato. Sarebbe difficile, inarrivabile magari, però sarebbe onesto, come approccio al problema: una sorta di Gradus ad Parnassum verso la maturità.

Alla teoria poi, a fare le cose proprio bene, potrei affiancare la pratica: meglio parlare di eutanasia e decidere da che parte stare dopo aver trascorso anche solo qualche ora in un luogo con un malato inguaribile; meglio dirimere di razzismo dopo aver visto, anche solo da spettatore, perché si scappa da certi luoghi che non si riesce a sistemare e si va in altri, senza garanzia che siano già stati sistemati e pronti ad accogliere; meglio parlare di aborto selettivo dopo aver capito cosa significa per un genitore avere un figlio disabile e aver provato a stimare se sia più il dolore o l’amore nelle loro giornate. Mica facile, scegliere per se stessi, anche dopo esposizioni del genere, ma forse meno superficiale, più ponderato, più ragionato. Meno fatuo.

C’è che, vedete, io sono stufa di tranciare giudizi approssimativi su cose che non conosco, a mezze parole o a discorsi infuocati. Sto sui nervi a me stessa. E come mi indispongono questi giudizi sentiti da altri così, se non di più, mi ripugnano quando sono pronunciati da quella parte di me che si è adagiata al sentire comune, alla facilità di espressione dei mezzi pensieri, alle bandiere dei luoghi comuni. Avrei bisogno di essere redarguita, severamente, con minacce senza appello, sulla necessità di decidere, a 41 anni da poco suonati, se diventare adulta o no.

E così, immersa in una vaga sensazione di vergogna per il tempo che ho buttato alle ortiche, mi trovo a passare da un’intervista a Camille Paglia sull’appiattimento della cultura e sul femminismo – con la quale sento che sono d’accordo per metà e per l’altra no ma non so spiegare perché, non so motivare la scelta – a un articolo su Masterpiece, agone letterario fattosi reality, nel quale si chiederà ai concorrenti di scrivere un reportage, un articolo a tema, il testo di una canzone, di misurarsi insomma, su più generi di composizioni e ritrovarmi a pensare che non è dagli esercizi di stile che si capisce lo scrittore e poi subito dopo chiedermi se è vero o no e se io, con un diploma di liceo classico ormai privo di contenuti perché in questi  anni ho dimenticato tutto, e qualche tonnellata di letture, la maggior parte delle quali di parole leggere, buone a tenere compagnia qualche ora ma non per sempre, possiedo gli strumenti per capire se uno è un bravo scrittore o procedo solo a stima.

Poi ecco la fotografia di Andrea De Carlo, accanto all’articolo e subito trincio un giudizio secco, sull’inadeguatezza, come giudice, di un autore che ha scritto lo stesso libro una decina di volte cambiando il titolo e i nomi ai protagonisti e poco altro e predilige sue  fotografie in bianco e nero e a piedi nudi – ma perché adesso tutti si fanno fotografare vestiti da capo a caviglia e a piedi nudi? – e poi mi domando se la mia opinione su questo belloccio ricciuto sia pura antipatia di pelle o abbia strumenti obiettivi per dire che no, non passerà alla posterità, non sarà ricordato tra i grandi e sepolto tra le loro urne.

Ecco, sono a metà dell’inserto e ivi impantanata: sto procedendo piano, mi sto ascoltando, per una volta, mi sto confutando ma le mie armi sono spuntate, mollicce, inadeguate.

Vorrei allontanarmi dai luoghi comuni, uscirne fuori, anche se fuori piove e lì manca il conforto della consuetudine, l’abbraccio delle abitudini, la rassicurazione del battito piatto del pensiero placido. Non so se mi sono spiegata, con voi, non credo: con me stessa ci siamo capite benissimo ma è una dura battaglia.

giugno 12, 2013

Contenitore igienico per signora

Nel bagno del centro riabilitativo, giusto ad altezza di occhio di persona accovacciata sul water, è stato fissato al muro un cestino di plastica, riempito di sacchettini di carta. La scritta stampigliata su questi sacchettini non manca mai di farmi sorridere. Mi immagino sempre una signora, di quelle con gonna, tacchettino, camicia fantasia, la permanente fresca di piega, un po’ di rossetto e la borsa sottobraccio, ficcata a forza in uno di questi “contenitori igienico per signora”, mentre le sue gambine si agitano per protesta.

Chiusa in questo sacchettino non potrà contaminare il mondo. Al di là della forzatura linguistica, simile a quella delle Pizzerie da asporto nelle quali a me viene sempre voglia di entrare e chiedere, per favore, una pizzeria di 100 mq da portarmi a casa, mi chiedo che problema ci sarebbe, in una società in cui siamo bombardati da immagini di donne svestite e ogni nostra frase è costellata da intercalari che invocano gli organi genitali, chiamare questi sacchetti “contenitori igienici per assorbenti” anche  se dubito ci sia una sola donna, dopo il primo ciclo, che si possa chiedere a cosa servano questi sacchetti in un bagno femminile. Chissà.

Sarà probabilmente per lo stesso motivo per cui non si dice “pene” se non raramente ma si coniuga “scopare” nelle sue infinite varianti più volte al giorno: una pudicizia finta che copra l’ignoranza e alimenti la morbosità. “D’altronde”, come ripete almeno tre volte a settimana il mio capo, “il mondo gira intorno a due cose, il pelo e il denaro e la prima è più potente della seconda.” Il mio capo, come molti altri uomini con cui lavoro, parla di sesso in continuazione, in maniera scherzosa, velata, diretta: tra uomini, si sa, è consuetudine. Il mio capo, come altri (non molti) uomini con cui lavoro non ha secondi fini: lo fa per sport e per abitudine. In un mondo in cui le donne sono operaie o impiegate amministrative e commerciali, con potere decisionale inesistente, gli uomini hanno definito le loro regole del gioco e il linguaggio delle conversazioni. E’ abbastanza curioso però osservarne le reazioni se, nello stesso contesto in cui essi dicono “avrà le sue cose, sarà mestruata” per parlare di una che va contro la loro logica, una donna pronuncia i termini: “assorbente, sangue, tampone, coppetta”. Ammutoliscono, imbarazzati, e cambiano discorso con aria schifata poi spingono più a fondo le donnine che hanno sporto troppo la testa dal contenitore igienico in cui sono state confinate.

Buon mercoledì a tutti: vado ad espormi alla mia dose quotidiana di testosterone da ufficio, senza sacchettini igienici ma con molta  rassegnazione.

dicembre 4, 2012

Dopo tanta attesa

L’ho piantata cinque anni fa, forse piu’, dopo averne vista una fiorita di grossi boccioli rosa in un febbraio in cui ogni colore assumeva sfumature di grigio, di inverno freddo e immobile.
Lei era la’, in un giardino sulle sponde del lago della culla, dove andavo spesso a camminare, prima di ritrovarmi con un ginocchio inutile, lei era una macchia viva e sfrontata. Ho pensato che avrei potuto avere fiori in giardino anche da lei, non solo dal calicantus, quando il mondo dorme in attesa della primavera e ne ho comprato un esemplare e l’ho piantato.

Cinque anni di attesa, senza un fiore, con le foglie malate, con il dubbio stesse soffrendo, con le cure di chi ha provato a farla stare bene. Le ho messo poco lontano la rosa verde, che invece continua a produrre infiorescenze indistinguibili, imperterrita e comoda nel suo angolo. Ho pensato di porre fine al tentativo, bruciandola nel camino, poi mi sono detta che era forse solo una questione di tempo. Certi fiori, come certe persone, hanno bisogno di piu’ tempo degli altri.

Domenica pomeriggio, mentre le passavo accanto, ho visto qualcosa di strano con la coda dell’occhio. Credevo fosse una carta di caramella, tante ce ne buttano nel prato i ragazzi che vanno a scuola in fondo alla strada, perche’ le carte bruciano sul fondo delle tasche, anche solo per pochi metri, bisogna liberarsene presto.

Invece no. Mi sono avvicinata e ho visto un fiore dischiuso. E poi altri boccioli in arrivo. E se a voi questi piccoli gusci sembrano poca cosa, a me invece pare moltissimo. A me invece sono sembrati bellissimi, questi petali rosa della mia camelia invernale.

Camelia invernaleRosa Verde

novembre 27, 2012

Umide perplessità

E’ proprio necessario dare un nome agli eventi naturali?

Cosa è questa moda recente all’americana di affibbiare nomignoli, presi a prestito dalla storia e dalla mitologia, ad ogni acquazzone? Dobbiamo per forza copiare tutto?

Cosa cambia tra il prevedere l’arrivo di Medusa  e l’informare, tramite i soliti canali, che una perturbazione dalle caratteristiche più o meno intense, si abbatterà sulla penisola nei prossimi giorni, come si è sempre fatto?

Dare un nome ad una tempesta la rende diversa? Più o meno ostile?

Ricominceremo tra poco a costruire are votive e a sacrificare agnelli agli dei per placarne le ire e mitigare la rabbia di Beatrice, Poppea o Caronte quando passano nel nostro cielo?

Sono state le nuvole che hanno chiesto di avere una carta d’identità?

Ma, soprattutto, chi (è il pirla che) sceglie il nome per primo? E in che modo lo comunica a tutti?

Si fanno conferenze stampa, ci si mette d’accordo tra meteorologi a cena la sera prima, si tira a sorte, si apre a caso il sussidiario delle elementari?

Sono sempre più reazionaria, rivoglio la poesia.

E cielo e terra si mostrò qual era:
la terra ansante, livida, in sussulto.
Il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì e si chiuse, nella notte nera.

Il Lampo. G. Pascoli

aprile 19, 2012

Una proposta in tempi di 730: i bambini che sorridono.

Questo blog non ha fini di lucro. Non ci troverete mai inviti a servirvi delle mie competenze professionali né pubblicità di siti commerciali. Questo è uno spazio che contiene solo le mie parole e vi garantisco che ce n’è abbastanza.

Un anno fa, quando ho cominciato a scrivere, un’amica mi ha detto: “Tu non fai mai niente per niente. Non capisco cosa ci guadagni”. Forse la mia amica si sbagliava, sia nell’opinione che di me ha nella propria testa, sia sul fatto che sia impossibile guadagnare qualcosa che non sia misurabile a monetine. Durante questo anno ho conosciuto molte persone, tramite questo blog o per via indiretta: non mi capitava da molto tempo. E’ difficile, assorbiti dalla vita lavorativa, dalle incombenze quotidiane, dalla routine, dalla limitatezza di un luogo di provincia avere la possibilità di venire a contatto con chi condivide comuni interessi o ha voglia di esprimere le proprie opinioni in un reciproco scambio di stimoli. Mi sembra un guadagno enorme.

Oggi però vi segnalo il link di un’associazione molto molto importante. Dato che ieri mi hanno messo in mano una copia del 730, ricordandomi che è stagione e che sarebbe il caso di riportarlo compilato, ho pensato che fosse il momento giusto per presentarvela, dato che sul sito troverete anche i dettagli per sostenerla con la preferenza del 5 per mille.

E. ha due bellissimi occhi azzurri, un enorme sorriso e la sindrome di Angelman. E. è una bambina speciale, come tutti i bambini affetti da malattie rare. E. ogni giorno combatte, con i suoi genitori e i tanti amici che le vogliono bene, per conquistarsi piccole abilità che per gli altri bambini sono scontate. E., e con lei tutte le persone affette dalla sindrome di Angelman, ha disperato bisogno dell’aiuto della ricerca medica per sconfiggere questa terribile malattia.

 Questo è il link all’Associazione, appena nata ma già attivissima. In bocca al lupo, E.