Posts tagged ‘salute’

giugno 1, 2017

E questo è quanto

Ci eravamo lasciati – dopo la parentesi delle foto di un viaggio in Italia, con mio padre e in camper alla scoperta della Reggia di Caserta e di Paestum, e di un’incursione aerea con R. in quel di Praga, che da tanto volevo visitare –  con un post in cui vi spiegavo che no, il blog non era ancora chiuso, ma languiva perché mi ero imbarcata in un’altra impresa delle mie, che mi stava assorbendo quel poco di tempo libero che ho.

L’impresa in questione, ridicola, visionaria e del tutto fuori dalla mia portata, è stata concepita a febbraio, dopo un paio di settimane di ripresa del nuoto. Chi mi legge da un po’ sa che ho un ginocchio fuori uso con cui non sono ancora arrivata all’armistizio e che, puntualmente, sfido in battaglia. Stavolta la faccenda è iniziata davanti ad un cartellone che compare periodicamente in molte piscina d’Italia e che da tempo aveva allungato la lista delle cose che vorrei fare prima di morire.

Dato che avevo bisogno di una motivazione fortissima per non mollare il nuoto o qualunque altra forma di pseudo movimento io riesca a fare, questa volta, contro ogni logica, ho deciso che era quella buona. Mi sono perciò iscritta, con la massima serietà e l’assoluta certezza dell’inadeguatezza, ad un corso FIN per diventare Assistente Bagnanti.

Due sere a settimana ci sono stati allenamenti per i quali non ero pronta e che mi lasciavano sfinita. Altre quattro volte a settimana entravo in acqua per conto mio, per ricostruire il fiato, imparare ad ignorare il dolore al ginocchio, combattere per far coesistere  un corpo da otaria con un sogno da delfino. Certe volte nuotavo malissimo, scoraggiata. Certe altre uscivo stanchissima, ma carica. E sempre, sempre, lenta, ma così lenta che anche il cronometro, dal chiodo in cui è appeso, rideva guardandomi soffrire. Il giorno in cui sono riuscita a fare una vasca in apnea gli incubi notturni, in cui la certezza che non ce l’avrei mai fatta mi perseguitava, sono terminati e hanno lasciato posto ad una lucida determinazione: se non quest’anno, il prossimo, mi sono detta.

Ho fatto del mio meglio, combattendo contro bronchite e disperazione per cause terze, e alla fine della settimana scorsa, ho ricevuto il mio brevetto. Non è nelle mie intenzioni lavorare come AB: vorrei però proseguire con il corso per ottenere le qualifiche di Istruttore. Prima o poi. Il giorno dell’esame pratico e teorico, che tanto avevo paventato, ero reduce da una settimana di quelle che nessuno vorrebbe mai trascorrere e l’ho fatto come se fossi fuori di me, a guardare un’altra persona rantolare nuotando.

La prossima settimana inizierò con mio padre un altro viaggio, tra operazioni chirurgiche, reparti oncologici, lente riabilitazioni e molta speranza: non sarà splendido come quello che abbiamo condiviso qualche settimana fa, ma, alla fine, ne sono sicura, torneremo insieme all’acqua. Al mare.

ottobre 4, 2015

Utopie della domenica sera

Ad un certo punto, ieri sera, all’auditorium del Museo del Violino di Cremona, mentre ascoltavo i sempre impeccabili Brunello e Lucchesini che suonavano Beethoven, ho pensato che la settimana aveva goduto di un raro bilanciamento di suggestioni. Lunedi e mercoledi sera la parte pratica – al corso di cucina è stata l’ora delle lasagne, cucinate dopo aver prodotto pasta, salsa bolognese e besciamella secondo i sacri crismi. Giovedi e sabato quella culturale: un buon film italiano, un ottimo concerto. Martedi e venerdi nella quiete di casa mia, qualche faccenda domestica e il prosieguo della lettura dell’interessante “Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso”  di Francesco Antinucci (le mie letture rispecchiano spesso gli interessi del momento).  Non male, visto che il tempo libero è comunque poco e molto se lo mangia la strada. É mancata la parte di coltivazione delle amicizie, ma non si può arrivare ovunque.

Peccato, mi dicevo, che le ore lavorative non siano state altrettanto proficue. Una volta superato l’inevitabile periodo di adattamento ad un nuovo lavoro, mi ritrovo di nuovo in una situazione in cui i miei impegni non sono bilanciati. Che io sia stata abituata, all’inizio della mia carriera, a fronteggiare ritmi paurosi di stress e sovraccarico mi ha sicuramente aiutato ad organizzarmi bene e mi ha insegnato che è meglio prendere in mano le cose una sola volta, sgrossarle e poi lasciarle andare, invece di continuare a farle rigirare in attesa di portarle ad una perfezione impossibile, data la dinamicità di una filiera produttiva. Mi capita spesso, perciò, di ritrovarmi con un paio di ore libere quasi tutti i giorni, che non occupo con pause caffè, perché il caffè delle macchinette fa schifo e le conversazioni all’intorno non sono, di solito, da meno, e che mi posso riempire spesso come più mi aggrada: le scadenze le rispetto, spesso le anticipo e, finché sarà così, nessuno si sognerà mai di verificare se sto o meno perdendo tempo pagato.

Caso personale a parte, mi sono resa conto, negli anni, che molto spesso negli uffici di un’azienda si “perde” un mucchio di tempo: si scrivono mail inutili, si gioca a ping pong con i file, si rimandano decisioni, si gestiscono le urgenze invece di risolvere i problemi, non si parla abbastanza con le persone che operano direttamente in modo pratico nella filiera (magazzinieri, operai, responsabili di prima linea) per cui si deducono dai numeri conclusioni spesso imprecise, si sprecano ore in nulla.

Una delle persone che coordino è, ad esempio, è un maestro di socievolezza: gran parte della sua giornata gli serve per costruirsi e rafforzare una rete di alleanze verticali e orizzontali che, nei momenti di urgenza, gli sono d’aiuto nel risolvere più velocemente i problemi. L’utilità innegabile di questa strategia, che lo rende tra le altre cose molto simpatico a tutti, è mal compensata dal fatto che non ha abbastanza tempo per curare i dettagli operativi del proprio lavoro e, spesso, viene travolto dai problemi perchè non si accorge in tempo della loro germinazione.

L’altra, al contrario, è l’immagine stessa della puntigliosità: comunica poco e con pochi, sembra sempre a disagio con le persone, pur trasmettendo in ogni caso un’impressione di preparazione e gentilezza. Trascorre ore a lavorare sui dettagli di un file: lo osserva, lo volta, lo gira e lo pirla e, a domanda specifica, risponde puntuale. Le manca però la capacità di cogliere il dato di insieme o di prendere decisioni, ma questo è un suo limite caratteriale. Anche lei, durante il giorno, sparisce di frequente dall’ufficio: va nei reparti, nei magazzini. Sono più che favorevole alla cosa, anche se, sospetto, che molti dei suoi viaggetti siano come la contemplazione dei suoi file: ridondanti. La osservo mentre si prepara ad uscire, alla fine dell’orario lavorativo, che, per lei, è sempre in eccedenza rispetto a quello canonico, e non se lo fa mai riconoscere (puntualizzo, perchè si capisca che non è affatto una scansafatiche). Arriva alla scrivania poco prima delle cinque, si siede, fa qualcosa al computer, si alza, muove due passi e beve, prendendo la bottiglia da una cassettiera che potrebbe tranquillamente raggiungere allungando il braccio e muovendosi con le rotelle della sedia, si risiede al computer, si rialza, va in bagno, ritorna, si risiede, controlla altro al pc, si rialza, spegne la stampante condivisa nell’ufficio comune, si risiede al pc, ticchetta un altro po’ sui tasti, si rialza, si mette la giacca e raduna le sue cose, si risiede, legge di nuovo le email, spegne il PC, si rialza, spegne gli interruttori generali delle luci, vicino alla porta, torna indietro alla scrivania, raccoglie le borse – quasi tutte le donne in quest’azienda girano con una borsetta e con una borsona con dentro sa il cielo cosa -, mi saluta e finalmente esce. Sono le 17 e venti circa.

Assisto a questo balletto di chiusura da più di un anno, anche se ho cominciato ad osservarlo con più attenzione solo di recente, e mi chiedo se, a parità di lavoro compiuto nello stesso modo in cui conclude la giornata lavorativa, almeno un paio di ore al giorno non se lo potrebbe recuperare pure lei, sfrondando i movimenti inutili. Poi leggo della Svezia, e delle iniziative che sempre più aziende stanno intraprendendo sul ridurre la giornata da otto a sei ore, per guadagnare sia in produttività che in tempo libero, e penso che sarebbe una gran cosa, se si pensasse in questi termini anche nel nostro paese. Nei miei 15 anni di lavoro, in quattro aziende diverse, solo nella prima non si sarebbe potuto fare: lì, pur essendo quasi mille persone, molti avevano un carico di lavoro impossibile da smaltire senza straordinari – e vi garantisco che certe volte  era complicato trovarsi cinque minuti per fare la pipì. In tutti gli altri casi – e non si trattava di azienducole – il tempo sprecato a correre dietro alle farfalle era invece molto.

Per cui, ecco, se mi fosse concesso scegliere, preferirei sei ore filate cinque giorni alla settimana a far andare le mani e il cervello a ritmo sostenuto, ma due ore in più di vita, anzi, di più, perché si potrebbe guadagnare pure sulla pausa pranzo, fuori, che io possa sprecare come più mi aggrada, al cinema o a lavare le fughe del pavimento con la vaporella, con un libro aperto o lungo l’argine di un fiume, checchè ne dica il mio capo, il quale è convinto che lunghe ore in ufficio significhino dedizione alla causa, indipendemente dal fatto che chi le trascorre se ne stia a lungo imbesuito a fissare uno schermo che nemmeno vede, muovendo il mouse per non far capire che, in realtà, se ne sta  mille miglia lontano.

Si capisce che ho la carogna da domenica sera, vero?! Buona settimana tutti.

giugno 23, 2015

Il massimo sforzo intellettuale della giornata

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gennaio 13, 2015

Cara Nico. Lettera alle Seychelles.

Cara Nico,

 domenica mattina ho parcheggiato l’auto sul piazzale vicino alla chiesetta. Era pieno. Per quanto il cielo si stesse rannuvolando, l’aria di questo gennaio gentile invogliava ad una passeggiata. Il nostro lago piace a molti. In estate a troppi. I territori valorizzati diventano, è vero, maggiormente usufruibili e portano occasioni di guadagno per chi aspetta che qualcuno arrivi, e chieda un gelato e un caffè, almeno un paio di volte al giorno. E’ ragionevole. I territori valorizzati fanno però anche molto alla svelta a trasformarsi in nome comune di cosa. Mentre svuotavo sul mio lurido parabrezza l’acqua residua dalle bottigliette che tengo in auto per emergenza, ho calcolato che da più di un anno non salivo fino qua. Come cambiano le abitudini. C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui da casa, da sotto, in paese, mi arrampicavo un paio di volte a settimana per le scorciatoie nel bosco, arrivavo dal castagneto alla riva, risalivo per la stradina fino a metà della collina e di gran carriera facevo il giro, poi tornavo di corsa verso casa, tra i tornanti d’asfalto. Già, le cose cambiano. Ho riempito le bottiglie alla vecchia fontana: l’acqua scorreva gelida e buonissima. Non è vero che l’acqua è un liquido inodore, incolore e insapore. La più buona del mondo scendeva dal rubinetto della cucina, a casa della mia nonna paterna, prima che facessero i lavori per l’acquedotto. Veniva giù direttamente dalla montagna: in qualunque stagione dell’anno sembrava di bere un ruscello. Usavamo il mestolo di alluminio, tutto bugnato – che parola italiana potrebbe sostituire quel che il dialetto sa descrivere meglio? – appeso sullo scolatoio sopra alle vasche. Sotto, spesso, c’era in ammollo il paiolo della polenta cotta sulla grande stufa a legna. Ho sistemato al loro posto le bottiglie: sono ricordi dei giorni lavorativi spagnoli. E’ plastica spessa, con una forma diversa da quella che vendono nei supermercati italiani. Mi ricorda molte persone.  Io mi circondo di ricordi e alle cose nuove non attribuisco importanza fino a quando non le associo ad una sensazione piacevole. Camminare intorno al nostro lago è ricordare il passato e progettare il futuro, godendosi il presente del panorama. La chiesina era aperta: sull’altare c’è ancora il presepe; l’unico affresco sopravvissuto al tempo è ben protetto sottovetro. Le candele illuminano la volta e le panche di legno vecchio. Subito oltre il noce indicava la strada verso il prato che, in estate, diventa una spiaggia. Il centro visitatori ormai è completato, di legno e di pietra. Ci sono pure i bagni. Chiusi a chiave, in bassa stagione, ma ci sono. E’ una buona cosa, che li abbiano fatti, per evitare che piogge di urina estiva brucino i già tormentati castagni. Il paesello sarà pure fatto da venti case, ma un minimo di pulizia bisogna garantirgliela. Appena superate le rocce, si apre il lago, grigio, immobile, intatto. Domenica l’unica increspatura era provocata dalle sei anatre in perpetuo viaggio tra i moli e le panchine di pietra, avanti e indietro, in formazione compatta.

Ho cominciato a salire nel bosco: non si può più sbagliare il punto di accesso. Adesso ci sono cartelli ovunque. 50 minuti, per il periplo, dicevano. Ce ne impiegavo 40, allora. Ne ho usati 70, domenica, per il fiato che mancava e per il ginocchio che si faceva trascinare, un passo dopo l’altro, tra fitte acute e scricchiolii di protesta. Anche la salita nel bosco è cambiata: hanno fissato dei tronchi nel terreno, per realizzare gradini più agevoli del viscido delle foglie e dei gusci vuoti dei ricci. Solo un pezzo, quello che gira intorno al grande albero, è rimasto com’era. Sono arrivata in cima, dove inizia il sentiero, con il sangue alla testa e la voglia di vomitare. Eppure ero andata piano, un gradino alla volta come i bambini. Mi sono seduta sul pietrone che delimita la salita, a riflettere sulla rovina che è il mio corpo, e a riguadagnare il controllo sul respiro guardando il lago dall’alto. Quella pietra ha ospitato molto spesso i miei pensieri, senza mai protestare. Poi ho ricominciato a camminare. In quel punto i castagni, da una parte e dall’altra del sentiero, dalla primavera all’autunno formano una specie di tetto da cui filtra la luce dall’alto, dal cielo, e da un lato, riflessa dall’acqua. E’ il pezzo che preferisco, quello che porta da te. Non ho svoltato a sinistra, per venire a spiare come sta la tua casina nel bosco: non avevo molte energie di scorta e voi non eravate là. Ti vedo, sai, che vieni a leggermi. Di tanto in tanto si illumina un puntino rosso sotto l’Africa, a destra, e so che sei tu. Ti immagino con i piedi nella sabbia, il costume sotto ad un paio di calzoncini di cotone, e una maglietta nera, a goderti una sigaretta all’ombra e con lo sguardo verso il mare, o mentre corri su e giù dalla reception, alle camere, alla cucina, a vedere come sta lo chef che ti sei sposata. Chissà perché, quando vi penso, vedo sempre il sole. Magari non è proprio così. Però, dalle acque invernali di questo lago misterioso e freddo, non è difficile immaginarti così. Cosa è vivere a pochi metri dal mare al sud del mondo?

Ho proseguito il cammino e ho incontrato un gruppo di cavalli e cavalieri, nel punto in cui la strada curva e risale. Mi sono fatta da parte, non tanto per i cavalli, quanto per i cavalieri: non si sa mai quante ore di equitazione abbia alle spalle uno in jeans e hogan, di questi tempi agrituristici. Mi è venuto da ridere, pensando che, fino a metà del secolo scorso, una persona a piedi e una a cavallo probabilmente incrociavano i loro passi di continuo, senza farci caso. Ora il cavallo è un mezzo privilegiato di locomozione e l’azienda avviata pochi anni fa qui propone passeggiatine sugli stessi sentieri percorsi da gitanti e cani. Mi sono appuntata, nella testa, che adesso so dove venire a cercare cacca di cavallo per l’orto, a primavera. Passati i cavalli sono arrivata davanti a quelle due ville, con le finestre ad arco, che vedo sempre ben tenute ma deserte, un attenti al cane appeso al cancello per un cane che non c’è mai. Di fronte l’edera era grigia e filamentosa, un pallido rigoglio della cascata di fuoco d’autunno che ha sempre avuto il potere di farmi fermare, per catturarne l’immagine di incendio sulla pietra rossa. Sono arrivati due cani: uno aveva in bocca un bastone. Mi sono fermata, nel dubbio. Sai che io e i cani abbiamo bisogno di prenderci le misure da lontano, prima di accettare la reciproca presenza. Erano accompagnati da una signora con le labbre tipiche di chi è passato sotto l’omologazione della chirurgia estetica. Ha visto la paura nei miei occhi e mi ha commiserato: lei, coi cani, pareva invece saperci fare. Pane e burro, pentole e coperchio, tiro del bastone e ripresa. Ho ripreso il cammino, fino a sotto la villa nuova di colui che, a forza di braccia, ha ripulito tutto il bosco e lo ha trasformato in uliveto, e poi oltre ancora, dopo il punto più alto, fino a dove c’è l’incrocio di strade e la santella. Ho bevuto, alla fontanella lasciata aperta perché non geli. Dalle montagne a nord si stava alzando il vento. Le foglie delle primule tremavano nel prato. I lavori di sistemazione dei vecchi ruderi di pietra simona sono finiti, in questa zona che porta al paese. Uno di loro mi piace molto: è largo poco più di un garage e alto due piani: zona giorno e zona notte, un portichetto. Peccato che da lì non si veda il lago. Ogni tanto ci penso: e se restringessi a questo limite intorno a me lo spazio in cui vivo? E se in futuro mi ritirassi in eremitaggio in cinquanta metri quadri a vista sull’acqua? Una scelta consapevole di serena premorte. Potrebbe essere un modo per tirare le somme e respirare silenzio. Non penso che succederà mai. Seguendo la pista delle cacca di cavallo fino alle stalle, sono arrivata giù, tagliando le discese a zig zag per non fare imbestialire la rotula, già poco convinta, fino alle quattro case che sono il paese vero e proprio, così strette tra loro che a malapena nella via ci passano due biciclette affiancate. Sono arrivata all’auto, sotto le prime gocce. Sono cambiate un po’ di cose, lassù, oltre ad essere cambiata io, in questi anni, ma non così tanto da non poter ospitare il tuo eremitaggio, se e quando tornerai. Per ora ti auguro lavoro, che era ciò che cercavate, quando avete radunato il coraggio e l’incoscienza per traslocare la vostra vita da qui, persone piacevoli, onde quiete del mare e spiaggia calda in cui affondare le dita dei piedi, mentre ti fumi una sigaretta e prendi fiato, tra una corsa e l’altra. Qui restano le anatre, ad aspettare.

gennaio 2, 2015

Panorami urbani

Alle 7.30 questa mattina il cielo sopra Brescia ricordava albe caraibiche. Sullo sfondo giallo e grigio del cielo si spennellavano tinte rosate che attraversavano la piana, da lato a lato.

Le nuvole parevano pettinate con lo spazzolino delle sopracciglia e si sgranavano ritorte tra piccoli sbuffi. Una di loro se ne stava allungata in verticale, al di sotto delle altre, e assomigliava ad un’arpa, un’ala d’angelo, una vela gonfia, un pennacchio da bersagliere. La tangenziale, piena ma scorrevole, ne offriva visuali diverse, curvandole intorno verso sud est.

Abbassando lo sguardo, invece del mare, si vedevano soffi a forma di fungo che uscivano dalle ciminiere, carichi di vapore acqueo e particolato di molteplice natura.  Piu’ sotto si allungava la citta’, tremula in lontananza, e i campi sopravvissuti al cemento, inzuppati di PCB. In auto un rametto di calicantus del mio giardino profumava l’abitacolo, guscio provvisorio tra me e il fuori.

dicembre 28, 2014

Cinque giorni

Cinque giorni di:

– esperimenti in cucina, del genere biscotti, soprattutto, e un rotolo ricotta e spinaci che erano anni che non mangiavo;

– dormite: sveglia naturale alle 8.00 di mattina, a nanna verso le 23.00, pisolo del pomeriggio; ne avanzano ancora, ma è meglio non esagerare;

– cellulare SPENTO. Spento, ma proprio spento. Non per maleducazione di non voler mandare in giro gli auguri, ma perché mi sono fatta un regalo. E internet calmierato a mezz’ora al giorno, giusto per le notizie; da rifare, il più frequentemente possibile.

– qualche lettura, qualche film, qualche ora tranquilla.

Oggi pomeriggio riemersione dalla pausa: un po’ di repulisti nei cassetti dei vestiti,  un po’ di pulizie digitali, stasera mi aspetta il ferro da stiro. Non ho nulla da dire sul Natale se non che ho cercato di starne il più lontana possibile e di prendermi quel che mi serviva di più, cioè qualche giorno di riposo. Se avete voglia di leggervi una riflessione molto più seria della mia vi rimando a questo post, a cui posso solo aggiungere che, quando nei giorni scorsi mio padre ha detto: “comincia a non piacermi più la carne”, io ho fatto i salti di gioia perché è da un po’ che ci penso, ma se anche lui è solidale, diventerà tutto più facile. Rimarranno alcune cose, che mi piacciono e a cui non ho per ora voglia di rinunciare, ma se riuscirò a limitare ad una, massimo due, volte alla settimana nell’arco dei prossimi mesi il consumo di carne e derivati, penso che sarà un altro gran bel regalo per me stessa. Buon proseguimento verso la fine dell’anno.

agosto 9, 2014

Sul territorio

 Non so se ci avete fatto caso, ma, da qualche tempo a questa parte, l’uso scorretto del “piuttosto che”, quello smodato del “ma anche no”, quello categorico dell’ “assolutamente si, assolutamente no”, quello onirico del “chilometro zero”, sono stati affiancati dal complemento “sul territorio”. C’è gente presente sul territorio, analisi sul territorio, esigenze del territorio, diffusione capillare sul territorio, insomma, c’è un esercito che calpesta i prati e le vie del territorio che quasi me la immagino, questa moltitudine di persone fuori, all’aria aperta, a offrire servizi ai quattro cantoni e a pattugliare le contrade, che nemmeno i cercatori di funghi. Poi quando ti serve davvero qualcosa ti ritrovi da solo sul marciapiede a pigolare, come la goccia d’acqua della pubblicità: “c’è nessuno?”. L’uso delle frasi fatte mi innervosisce.

 Mi faceva notare un’amica, lunedì sera, una cosa alla quale non avevo mai pensato. In estate, le persone che hanno un figlio portatore di qualche handicap sono sole, solissime, ancora più sole che nel resto dell’anno: asili chiusi, strutture chiuse, scuole chiuse, grest interdetti, specialisti in vacanza…il medico le ha suggerito: “stavolta si prepari, signora, non faccia come l’anno scorso”, come se si potesse decidere in anticipo quando e come tuo figlio starà male e avrà bisogno di aiuto.  Territorio deserto.

  Territorio paludoso, anche, ma di questo non ha colpa nessuno: piove e continua a piovere, e l’estate se ne sta andando umida e appiccicosa. La prima settimana di ferie si è srotolata in grandi manovre antimuffa nel seminterrato, per arginare i danni del passare del tempo, con l’aiuto di una vaporella e di tanto bicarbonato di sodio, in una giornata a Padova a parlare di libri da dietro il bancone della bibliotecaria – e a giocare ad immaginare  di fare un altro lavoro  per una mezza giornata -, in una in quel del Tentino, che riconosci subito dopo il cartello che segnala la fine della provincia di Brescia perchè improvvisamente le strade sembrano messe meglio, le vie sono più pulite e i gerani crescono più luminosi – e dove lo strudel fatto in casa è un’opera d’arte.

 Sta finendo in lavoretti domestici di bucati stesi al chiuso perchè pare di essere in ottobre e di cosine da fare qua e là per le quali non ho altro tempo se non in questi rari periodi casalinghi. Sul territorio impazzano le sagre e le mostre mercato, ma io la sera, occupo il territorio del letto e non mi schiodo più:  leggo, non moltissimo perché crollo addormentata subito, però leggo e mi ricordo di quando lo facevo con voracità come se fosse l’unica cosa che mi importava al mondo. Lo era: i libri provocano assuefazione, specialmente se sono belli, e dal territorio ti strappano via per condurti in mille altri luoghi, magari senza pioggia per tre giorni di fila.