Posts tagged ‘riflessioni’

agosto 28, 2016

Agosto 2016

Mese di andirivieni, questo.

Luglio è terminato in un presidio slow food. Si beveva birra artigianale con salumi e formaggi (del territorio, naturalmente, e inteso come territorio locale, naturalmente. Territorio è la parola più abusata degli ultimi 12 mesi. Mi sta quasi antipatica come lo pseudo colto “piuttosto che”). Si beveva birra artigianale, dicevo, e si guardava la pancia degli aerei in partenza da Orio, perchè il terrazzo all’aperto sede delle libagioni è proprio sotto al punto in cui gli aerei virano dopo il decollo. Al secondo bicchiere ho cominciato a rilassarmi da tutte le tensioni lavorative degli ultimi mesi. Al quarto  bicchiere mi chiedevo se guardando da sotto un aereo si capisce se è maschio o femmina. Al sesto – i tipi di birra da degustare erano sei e i bicchieri molto capienti – non mi chiedevo proprio più niente: ero troppo occupata a raggiungere il letto che, per fortuna, non era molto lontano.

Agosto è iniziato in Romania, per lavoro, da domenica a mercoledi. Sono partita dicendo al collega che era con me – un giovanissimo moldavo cresciuto a erasmus e cittadino d’europa –  che non intendevo più toccare alcol per giorni, dopo. “Ok, zia”, mi ha risposto. Mercoledi sono rientrata imbestialita. C’è qualcosa, tra le persone che sono cresciute nell’influenza dell’ex unione sovietica, che le porta a vivere cacciando balle e screditando gli altri. Ne fanno una specie di arte e io vagolo in questa cortina di menzogne, piccoli complotti e bassa professionalità, tentando di trovare un metodo di lavoro condiviso, che continua ad essere messo in discussione. Sarebbe stato meglio continuare a bere.

Tempo di disfare la valigia e fare il bucato e il giovedi mattina sono ripartita, in auto, questa volta, verso la Baviera settentrionale: su verso est, non molto lontano dal confine ceco (Repubblica Ceca, aspettami: prima o poi arriverò anche da te) giù verso ovest, sulla Romantische Strasse. Sono stati dieci giorni tranquilli tra borghi e cittadine ricostruite che tentano di avere il fascino alsaziano, ma non ne hanno il cuore. Tra colline verdissime di pascoli e colture, dal museo del giocattolo agli onnipresenti wurstel, da un castello all’altro, l’apice della faccenda è stato raggiunto, secondo me, nelle due serate passate in un complesso termale super organizzato, super rifornito e costoso un terzo rispetto ai prezzi italiani. Il mio ginocchio malandato e tutti i muscoli d’intorno hanno fatto amicizia con i bocchettoni dei percorsi di idromassaggio e non volevano più andarsene. Mi sono accontentata di un favoloso bagno turco: in sauna ci si va nudi nudissimi, in questi Paesi in cui i tabù sono altri e non i genitali ballonzolanti, e io non ero psicologicamente preparata alla cosa. Mi sono ripromessa di emanciparmi dalle vedute ristrette e provinciali e di esporre anche la mia carne abbondante e pendula, casomai mi ricapitasse: se le saune sono come le vasche, ne potrebbe valere la pena. Nel frattempo,a Bamberg, ci ho bevuto su altra birra, affumicata questa volta, e a Innsbruck, ho mangiato melanconia dell’ultimo giorno e torta Sacher all’omonimo caffè. Non c’è stato niente di spiacevole, durante la vacanza, nè di esteticamente brutto, ma non ne sono tornata soddisfatta. E’ mancato qualcosa, quel tocco di carattere che le popolazioni danno ai luoghi che abitano.

Tre giorni a casa e poi di nuovo in partenza per un mare breve: la solita Fano in camper. Sono tornata martedi in treno, lasciando il papà a respirare iodio e sbafare pesce. Mercoledi sono rientrata in ufficio e c’è stato il terremoto. Il mare, il giorno prima, era stato strano, di colori e voce. Come gli animali, forse anche l’acqua lo sente, l’odore della catastrofe.

giugno 14, 2016

Giugno 2016

Ho trascorso qualche giorno in Alsazia. Pensavo che ci sarebbero state bene, qui, alcune foto e un racconto di viaggio. Invece oggi é accaduto un fatto che mi sta turbando non poco. Sara’ questo l’argomento del post mensile.

Questa mattina é stato arrestato, con l’accusa di violenza sessuale nei confronti di un minore, il parrocco del paese in cui vivo. Non servono link. La notizia la trovate su tutti i giornali: in poche ore, due notizie in croce, le poche che sono trapelate, sono state rigirate e ben condite con frasi fatte e dal telegiornale locale sono arrivate ai mezzi di comunicazione nazionali. É bagarre di commenti.

Vi scrivo alcuni miei pensieri; mi servono per calmarmi:

  • ho visto di recente il film Spotlight: ne sono uscita scossa per il dolore delle vittime e per l’omerta’ di un’istituzione che dovrebbe proteggere, non reiterare il male;
  • sono flebilmente cattolica, praticante solo per i funerali e le messe in ricordo di chi amo e che non c’e’ piu; a fare il conto, andro’ in chiesa cinque volte all’anno. Forse. Qualcuno esiste, principio e fine, ma non ritengo necessario il rito per crederci. Mi basta provare a seguire quell’indicazione sul non fare agli altri quel che non voglio venga fatto a me. Riuscissi, sarebbe gia’ molto;
  • ritengo gli abusi su chi non si puo’ difendere, che siano minori, maggiori, maschi, femmine e pure animali tra le azioni piu’ vigliacche che una persona possa  commettere;
  • conosco l’uomo oggi accusato: frequenta la mia casa, ci é stato vicino in momenti difficili, é conosciuto come buono, onesto, gentile e generoso;
  • l’istinto, elaborando le percezioni che ho avuto di lui, mi porta a ritenere l’accusa infondata;
  • ci sara’ un’inchiesta, ci saranno troppe parole, moltissime delle quali inutili, come quelle che sto scrivendo;
  • ci sara’, spero, aiuto per accusatore e accusato;
  • se, alla fine di tutto, sara’ ritenuto non colpevole, oggi, in poche ore, é stata distrutta la vita di un uomo.
Maggio 24, 2016

Maggio 2016

Aprile si é chiuso con un viaggio di lavoro, piuttosto piacevole, a sud di Napoli. Una pizza galattica da Gigino, all’Accademia della pizza, un caffe’ ustionante e inarrivabile dal Calabrese, a Pompei, la ricetta dell’acqua pazza, un’accoglienza calorosa e le prove della torta di ricotta e pere. Si, anche il lavoro é stato fatto, ma quello é scontato.

La settimana scorsa, sempre per lavoro, ero invece in Romania, per la prima volta. Sono atterrata in mezzo a colline, boschi e distese erbose cosi’ insolitamente ininterrotti da costruzioni umane che mi sono accorta  di quanto abbiamo perso noi. Tra i paesi di tetti bassi contornati da orti, lo scarso traffico, i carretti tirati dal cavallo di famiglia e le ville dei capi rom, ho avuto di che osservare. E si, anche in questo caso le ore di lavoro sono state impiegate bene, cosi’ come quelle serali, alla scoperta della cucina locale e ungherese.

Oltre alle ore di lavoro, sono in mezzo alle ire di lavoro. Vivo imbestialita, tra le otto e le diciotto dal lunedi al venerdi. E si’, mi sa che, dopo due anni, é di nuovo giunto il momento di guardarsi intorno e cercare altro. Pero’, se ci penso bene, per quanto sia interessante, devo ammettere che il mio lavoro mi sta stretto e che vorrei, oltre all’aria, cambiare anche il contenuto. Chiaro, la cosa migliore sarebbe non lavorare proprio! ( ma i tempi non sono ancora maturi).

Sempre in tema di irrealta’, ogni mattina e ogni sera, dall’alto della strada, osservo l’avanzamento di quello spreco immane di soldi che é, secondo me, il ponte di Christo, che a breve unira’ per 15 demenziali giorni, isole e terraferma sul lago d’Iseo. Cosa ci sia di artistico e innovativo nel riproporre la versione moderna di un antico ponte di barche mi sfugge. Sto invecchiando a rotta di collo, probabilmente. Cosa succedera’ alle tre ore giornaliere che trascorro in auto in quel periodo, se davvero fiumane si riverseranno all’adorazione, gia’ me lo immagino. E rabbrividisco di stanchezza a priori. L’aspetto positivo é che, dopo anni d’attesa, L’EVENTO sul TERRITORIO ha fatto in qualche modo far saltare fuori i soldi per riempire i crateri nell’asfalto che punteggiavano la statale sebina.

A stemperare il malumore, per fortuna, intervengono i fine settimana: sabato mattina, sotto un sole d’estate, ho camminato tra le centinaia di rose del castello di Rovato, ho resistito all’acquisto e me ne pento, ma mi sono portata a casa comunque fiori, erbe aromatiche e un pomodorino nano. Spero cresca piu’ allegro di me. Le gioie piccole sostengono a lungo.

Consigli di lettura per donne incarognite: “Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile”, di Bauer e Bagnato. Tanto per aumentare la carogna.

aprile 26, 2016

Aprile 2016

Aprile telegrafico,  prima che finisca.

Mese intenso, questo. É arrivato un bimbo in famiglia, dopo tantissimo tempo dall’ultima nascita. Dato che non l’ho ancora visto, mi riservo lo sdilinquimento per quando l’avro’ preso in braccio.

Ho ascoltato, al Teatro Grande di Brescia, Martha Argerich suonare il primo concerto di Beethoven. Io non sapevo, prima, cosa volesse dire sentire le note arrivare al cuore. Ho assistito alla perfezione.

Sto rissando, al lavoro. Se, da una parte, ho abbandonato pudori puerili e timidezze, ed era ora, dall’altra mi accorgo che non mi fa bene starmene in carogna per ore. La soluzione, al momento, non é attuabile. Prematuro.

Il parquet lamato é venuto benissimo, chiaro, piacevolmente ruvido sotto i piedi. La stanza é ancora vuota: il falegname rimanda, rimanda, rimanda. La mia stanza vuota é meravigliosa. Quasi quasi la tengo cosi’.

C’e’ una persona speciale, alle prese con problemi molto, ma molto piu’ grandi di lei. Tanto piu’ grandi, perche’ lei e’ ancora piccola, anche se, qualche giorno fa, ha votato per la prima volta. Anche in questo momento, mentre scrivo, sta affrontando i suoi demoni, in questa ora della sera in cui dovrebbe solo riposare e sognare tutti i suoi desideri.  Meriterebbe righe e righe di parole, pensieri, riflessioni. Forse un giorno le scrivero’ anche qui. Per ora vi basti sapere che lei combatte, io faccio il tifo. Altro non posso fare. E se lei barcolla, io cerco di farle capire quale é il senso del resistere, specialmente nel suo caso. Mica ce ne sono tante, in giro, di persone speciali.

Mese intenso, questo. Troppo, probabilmente.

 

marzo 22, 2016

Marzo 2016 bis. Da Bruxelles

Con il vivere per raccontarla, nel post precedente, scherzavo. Invece é successo davvero.

Bruxelles é sotto assedio, allerta massima, trasporti pubblici bloccati, stazioni chiuse. Ho camminato sotto il sole che illuminava i muri colorati con i personaggi dei fumetti verso la gare du midi questa mattina, tra gli ululati delle sirene. Il terminal degli autobus per Charleroi era inaccessibile. Abbiamo condiviso un taxi con una coppia spagnola, senza pensarci su troppo. L’ultimo chilometro verso l’aeroporto lo abbiamo fatto a piedi: tutto era bloccato. Il mio aereo, se partira’, é nel tardo pomeriggio. Qui in aereoporto quello che piu’ si sente é il silenzio: lontano il caos dell’andirivieni. Siamo tutti qui, sospesi, in attesa. Sperando.

Il concerto é stato bellissimo: Natalie Merchant ha emozionato al Cirque Royal. Ha parlato di tolleranza, anche. Dalla finestra di un appartamento del quartiere Marolles stamattina si diffondeva a volume altissimo Give peace a chance.

Ci pensero’ quando saro’ a casa.

PS. Io invece ho paura. E non sono Charlie. Sono io e basta. Con la mia vita piccola, le persone che mi vogliono bene e quelle a cui ne voglio. E le mie cose e le mie abitudini. Io sono questo, come ognuno di voi. Se mai ne usciremo, ora che é iniziata davvero, lo faremo in qualche altro modo. Quale, non so.

marzo 18, 2016

Marzo 2016

Qui si vive infiammati.

Nel senso che, dopo due mesi, l’esperimento della piscina con la sua micro ipotesi del ritorno a fare sport è miseramente tramontato in dolore atroce, di muscoli e ossa, che non passa nemmeno nell’immobilità della notte. Ad inizio settimana mi sono trascinata ad un bancone di farmacia e ho supplicato per una confezione di cerotti antinfiammatori: “I più forti che ha, per favore”. Quando mi hanno consegnato il pacchetto, avrei preferito leggere morfina nei principi attivi invece di Diclofenac, ma non ho osato chiedere di più. Ora, l’ultima speranza è dimagrire nel modo classico, cioè optando per un taglio drastico delle calorie. Al solo pensiero mi viene voglia di aprire una tavoletta di cioccolato Dulcey e perdermi nella sua cremosa carezza.

E’ stata una settimana complicata, questa, da tutta una serie di imprevisti che, visti nella loro singolarità, sono delle dimensioni di una pulce, cumulati uno sull’altro irradiano stanchezza solo a pensarci. C’è solo da sperare che a Bruxelles ritorni una parvenza di quiete prima di lunedi, perché mesi fa prenotai aereo e biglietti per un concerto ed ecco, adesso che ci siamo, preferirei sopravvivere all’esperienza per raccontarla.

Tra una cosa e l’altra, a metà settimana – l’auto era dal dottore delle auto per il tagliando -, mi sono ritrovata sul treno diretto verso casa, in una parentesi di beatitudine con un’ora e venti libera da cose da fare, in una carrozza piena zeppa di studenti e pendolari. Ero ingolfata sia nella lettura di Psicologia delle differenze di genere, di Vivien Burr, sia nei pensieri da essa derivanti (quando leggo saggi che affrontano l’argomento della disparità di trattamento tra uomini e donne in ambienti lavorativi prima reagisco con rabbia, perché leggo dell’ovvio di cui sono testimone ogni giorno e perché vederlo scritto nero su bianco lo rende più spiacevole, poi mi deprimo, perché non vedo soluzione al problema né nel breve, né nel medio periodo. Faccenda per altre generazioni).

Così presa da questi rimuginamenti intestini tempestosi, solo quando sono arrivata alla bibliografia  ho messo a fuoco le persone sedute intorno a me. Una giovane, molto carina e poco truccata, bionda e bianca, era alle prese con una lotta tra lei e il suo pc. Possedeva: una valigia con le rotelle debitamente infilata sotto i sedili perché non desse fastidio, una borsa bianca di quelle in si infila di tutto e tanti saluti, uno zainetto nero semivuoto, una borsina porta PC. In queste occasioni mi viene sempre in mente lo zio Alec, (Alcott, sapete che io cito o la Alcott o Malot o la Montgomery e molto oltre non vado), quando assiste alla prova di un vestito all’ultima moda che alla nipote addosso sta pure un gran bene.

Lo zio Alec chiede a Rose di correre, come se durante una passeggiata dovesse incontrare un cane ringhioso e mettersi in salvo. La faccenda finisce dopo pochi passi, nel rumore di orli strappati e il vestito viene riconsegnato alla modista. (non credo di aver mai scritto la parola modista prima, meraviglia). Per cui, come lo zio Alec, avrei tanto voluto vedere come potesse fare questa tizia alle prese con quattro valige di dimensioni diverse e un cappotto a correre dietro al ladro che sfilasse il portafoglio dalla borsa, o a correre davanti a qualcuno che la stesse inseguendo per altre ragioni, attività che, per altro, è abbastanza frequente, stando alle cronache.  Chissà perché, anche senza giare da mettere in equilibrio sulla testa, le donne riescono sempre ad assomigliare ad animali da soma mentre gli uomini se la cavano col portafoglio in una tasca o poco più.

Tanto nera di vestiti quanto la vicina era bianca, paffuta e col viso ancora congestionato dal freddo e dalla corsa con cui era salita poco prima che il treno partisse, sul sedile accanto se ne stava una ragazza al telefono che continuava a parlare come una bambina di sei o sette anni, sia nella modulazione della voce che nel contenuto delle frasi. Ancora sotto l’influsso nefasto del libro (in realtà avrei dovuto chiedermi cosa dovrebbero fare gli uomini per cambiare atteggiamento e non ancora una volta le donne per farlo loro cambiare, ma probabilmente la faccenda dei condizionamenti culturali è salda in me come le mura della porta di Micene) ho pensato che pigolare non ci farà andare molto lontano. E che dovremmo incontrare qualche educatore, tra l’asilo e la maturità, che ci impedisca a cinghiate di pigolare, per il nostro bene. Già è faticosissimo farsi ascoltare in una riunione senza alzare la voce, figuriamoci se squittiamo pure.

Quella seduta accanto a me non l’ho osservata: non avevo voglia di girare la testa di novanta gradi: era anche talmente tranquilla e persa nei fatti suoi, che non mi sembrava neppure di averla vicino. Nel sedile accanto al finestrino di fronte, invece, si stava svolgendo una conversazione che ho fatto davvero fatica a ignorare, una volta percepitone il contenuto. C’erano due donne, vestite normalmente, sopra i quarant’anni, sedute con una postura che indicava un certo affaticamento fisico – addette alle pulizie, mi sembra di aver capito da quanto si dicevano – e un sacerdote, anziano, ma non troppo. Finiti i convenevoli e il lei di dove è e cosa fa e conosco il don del vostro paese, alle due donne è stata rivolta una domanda che a me suonata troppo intima. E’ stato loro chiesto se la domenica andavano a messa. A risposta negativa – una volta, quando avevo i bambini piccoli, adesso non più perché ho altro da fare – è partita una predica sul fatto che la domenica è un giorno che non ci appartiene perché appartiene al Signore, sul fatto che un’ora su ventiquattro libere la si può trovare, così come si trova il tempo per fare altre cose e se ci si sentiva a posto con la coscienza per questa cosa.

Sono diventata irrequieta come un’anaconda con l’indigestione. E’ come per la faccenda della parità dei sessi, questa. Non ne vedo la fine, stavolta nemmeno nel lungo periodo. Non si può continuare a colpevolizzare, peraltro in pubblico, le persone perché non hanno la necessità di essere cattoliche e praticanti o a veicolare la religione, qualunque essa sia, come unica e sola verità con lo stesso tono di comando e presunzione che usa un imprenditore bergamasco con le persone nel suo libro paga.  O no? Certo però che io stavo predicando tolleranza in modo intollerante nello stesso tempo: vi rendete conto di quanto avessi bisogno di morfina? E di una revisione dei miei paradigmi?

Invece ho dovuto accontentarmi di Alice Basso e del suo imprevedibile piano della scrittrice senza nome. Sul dolore ha avuto effetto, me lo ha fatto ignorare per un po’. I paradigmi invece restano ahimè saldissimi.

febbraio 11, 2016

Febbraio 2016

Mi sono svegliata storta, questa mattina. Prima di tutto, era troppo presto. Le 6 e mezza. Non che fosse l’alba, intendiamoci, ma lo era in rapporto alle otto ore di sonno che mi permettono di funzionare e che, da qualche giorno, si sono ridotte. La colpa è mia e del gioco agli incastri che conduco tra impegni e desideri. Di solito mi alzo, faccio la pipì, levo l’allarme, sciabatto in cucina, aspetto che la moka preparata la sera prima produca – no, niente cialde, grazie; la beneficienza sul margine di guadagno la faccio ad altre aziende meno oscene – e pian piano mi sveglio con la complicità della caffeina e dello zucchero di un qualche dolce fatto in casa. Poi torno a letto e ci resto una ventina di minuti, sfogliando i giornali e ripassando mentalmente l’organizzazione della giornata. Alla fine mi alzo e sono pronta ad affrontare il fuori.

Stamattina il rituale è stato identico, salvo il fatto che non ha funzionato. A volte capita. Perciò, quando sono uscita, non ero pronta.

Non ero pronta ad affrontare settanta chilometri da percorre in coda, non ero pronta per i rumori dell’ufficio, non ero pronta per leggere email  di rimpallo costantemente incomplete, non ero pronta ad affrontare rifiuti. Stavo come la borsa: giù. Caduta. Ci sto anche adesso e anche la borsa, mi risulta. In pausa pranzo ho finito di leggere Peep Show, di Federico Baccomo e mi sono ulteriormente intristita. Ho pensato che tutta questa vita sovraesposta – si vede che sto frequentando il corso di fotografia, vero? Ieri sera ritratti con modelli veri, niente meno…e mi sono pure uscite le foto anche se non ho ben chiaro cosa ho impostato e, soprattutto, perché l’ho fatto -, tutta questa vita sovraesposta, dicevo, non sia l’ultima tentazione e che, invece di fare il voto quaresimale di mangiare dolci solo una volta al giorno, a colazione appunto ( giorno due: sta funzionando)  e di non dire parolacce che contengano z e gl o inizino per c, m, b, p e per f (giorno due: non sta funzionando) io dovrei concentrare i miei sforzi per accelerare le pratiche per la mia sparizione.

Tale sarebbe, appunto, anche se non nell’accezione funebre classica, il mio piano B: fuori dal fuori, via dalla mischia, lontano dal sistema. No smodati usi di automobile, no 46% di ritenuta annua media sullo stipendio, no colloqui con su la faccia di bronzo per ricordare al mio capo che mi aspetto in busta paga quanto da contratto e che no, non va bene che se ne siano dimenticati, no giramenti di scatole (inizia con s, posso) se la borsa crolla, poi ricrolla, poi ricrolla ancora e che sto pagando servizi alla banca perché mi perda i soldi, e no con lo shopping bulimico online di robe bellissime, non c’è che dire, ma che non mi servono, ma le compro perché sono bellissime e poi sai mai. E no che non m’importa – inizia con la i, sto andando bene – della solidarietà di Sanremo alle cause per i diritti civili perché è vuota e scontata e ostentata come i testi delle canzoni e la giornata di questo, e la giornata di quello e quando tutte le trecento sessantacinque giornate dell’anno saranno piene andremo in doppia fila? Che so, oggi giornata del cotechino dop e dell’herpes labiale. E no, che non voglio più sapere chi ha rubato cosa, chi è colluso con chi, che cosa dice il premier – che premier? Chi ha eletto il premier? Ma con tutta la fatica che si sta facendo per mandare via quello che si rigenera nella formaldeide ce ne arriva uno uguale e falsamente contrario, autoproclamatosi e peraltro giovanissimo che se ne starà ancorato alle poltrone come una patella al suo scoglio per lustri? Il Corriere diventa bellissimo e a pagamento così l’ho tolto dai preferiti, perché tanto no, che non voglio leggere.

Aspetta che cambio obiettivo, la mia l’ho comprata un anno fa, ma la voglio cambiare, guarda questa foto, e questa identica scattata un nanosecondo dopo allo stesso soggetto, stessa inquadratura, e questa ancora, questa e questa e bisogna impegnarsi molto e ti mando il link al mio album di flickr sui tre sassolini che stamattina c’erano davanti al cancello, che espressivi vedessi. E no che non capisco cosa ci sia da fotografare se una tizia si sdraia su un velo bianco sinuosa come un boa e vestita di pelle nera bondage, con il broncetto e le pose – e pensa che è pure  carina, un viso di occhi dolci e pelle chiara, sarebbe stata bene anche in jeans e maglietta, comoda su una sedia, per dire-, no proprio non lo capisco, anche se scatto e cerco di non bruciare la foto o di non ridurla ad una massa scura, anche se mentre si muove mi ricorda più le contorsioni da cagotto (cagotto non è una parolaccia) che una seduzione. Preferisco la foto alla luna, che ho trovato tra i messaggi una volta raggiunto il rifugio del piumone, dopo l’ultimo sforzo della giornata alle prese con un trinciante affilato, un cappello del prete da due chili e la preparazione della marinatura per il brasato di domenica. La luna è naturale, distaccata, naturalmente ombrosa e del tutto inconsapevole del fatto che sia famosa e che le ho sbadigliato in faccia.

E anche questo blog mi sovraespone, appaga la mia smania di rendermi visibile, di emergere e anche da questo blog mi allontanerò, prima o poi, e lui sparirà con me, perché non mi piacciono i blog appesi in attesa di un ritorno come vecchi golf dimenticati sull’attaccapanni nascosto dietro la porta. Prima o poi ce ne andremo via. Per ora rimane, ad accogliere questi flussi di coscienza scombinati e incoerenti, di rimandi e sottintesi che solo io posso cogliere. Ne farò un’edizione digitale, ad uso privato, da rileggere quando mi verranno le malinconie per la me che ero, che sono stata, che avrei potuto essere. Per quel che mi ha circondato e per gli odori, i colori, i suoni le immagini davanti agli occhi della vita di qui. Sto ancorata al passato con un’immaturità che peggiora di anno in anno.

E me la coltivo, la mia immaturità, perché trattengo mobili che hanno più di quaranta anni, che portano addosso i segni del mio passaggio e l’ingiallimento causato dalla luce del sole. Me li tengo e vorrei dar loro nuovo impulso, un revamping, e magari, se riesco, togliere di torno un po’ di rosa e tenermi solo il bianco. Il bianco è un buon colore con cui percorrere la strada verso i cinquanta. Lo spiegavo, ieri, ad un falegname, in un intervallo ritagliato tra la coda del ritorno con incidente altrui e la cena pronta di avanzi riscaldati miei, che ci sono affezionata a questa camera, tanto.  Ma non gli ho detto che la sto preparando per quando sarò sparita da fuori e la abiterò più a lungo. Non avrebbe capito. Ha ventisei anni, e fuori ci vuole stare ed è giusto che sia così. L’ho trovato per caso dopo un tentativo fallito con un altro giovane, ma non capace. Mi ha rassicurato quando gli ho chiesto da quanti anni lavorasse, mentre lo inondavo di chiacchiere e richieste e gli impedivo di concentrarsi per prendere le misure. Sono giovane, ma ho sempre lavorato, anche quando studiavo: in estate, il sabato, mi è sempre piaciuto e adesso sono io che progetto, mi ha risposto. Forse anche lui arriverà con i mobili storti e gli spessori dei ripiani sbagliati, o forse no. Perché io non gli ho chiesto da quanti anni lavorasse perché non mi fido di lui. Anzi. Era solo per vergognarmi di me davanti a quello che ho scoperto. Perché questo ragazzino ha qualcosa che da molto non mi sento più nella voce: la passione per quello che faccio per la maggior parte del tempo. E non basta, questa sola, come ragione per sparire? Game over. Avanti il prossimo. Io mi ritiro a contemplarmi i pensieri.