Posts tagged ‘poesia’

agosto 27, 2014

Ok, dai. E’ finita. Rassegnati.

Tre settimane  e un pezzettino passano in un lampo se hai una lista di cose da fare lunga come un rotolone regina e alle cose che già ti eri appuntata ne aggiungi sempre di più. Che brutto vizio. Domenica sei tornata e hai preso per il culo – bonariamente, si fa per dire – una zia perché era infagottata in un golfone. Il giorno dopo hai ribaltato i cassetti per trovarne uno pure tu, e anche i calzini. E che freddo porco che fa. E il pisolo del pomeriggio lo hai fatto non sotto il plaid, ma sotto le coperte vere, quelle che usi la notte, che il fuoco del ciocco non ti bastava, tremavi, ahimè. Ci sono voluti tre giorni e mezzo per far asciugare il bucato – i bucati, perché le cose le hai fatte bene una volta tanto, sperando poi dopo, stese all’aria, prendessero il profumo  dell’ultimo sole d’estate, il bianco, il colorato scuro e i misti per tutto il resto – e un mezzo pomeriggio per stirarlo, oggi che c’era il sole e un’idea di claudicante passeggiata ti era anche balenata per il cervello. E hai raccattato le tue cose, per domani, per l’ufficio, e ti sei raccontata che a casa ti annoieresti, che un lavoro ancora per un po’ ti serve e che a te piace avere daffare. Un sacco, proprio, specialmente se sono rogne. E ti hanno anche mandato un sms, dall’ufficio, per chiederti se ti ricordi dove hai messo la chiave della cassettiera nella quale hai chiuso il PC portatile. E porco di nuovo, che non te lo ricordo. Ti porti un grimaldello? E poi ieri hai finito di scrivere una cosa, lo scheletro fragile di una cosa, e pace se dovrai metterci le mani altre mille volte nelle prossime settimane e se non ne ricaverai nulla: non ti era mai capitato di scrivere così tante parole tutte insieme legate da un filo conduttore. Una pacca sulla spalla per il tentativo, non per il risultato, io te la darei anche.E hai cucinato, cose commestibili, con la zucca, le lenticchie, i pomodori, lo yogurth e con tanto tanto tanto basilico, perché il basilico è estate, e bisognava catturarne l’essenza per i mesi a venire. Col cavolo che non stai bene a casa tua, che non avresti da fare anche qui, altro che storie. benone ci rimarresti, per tutto settembre,e poi ancora un po’.  E visto che ti tocca uscire e affrontare la rentrée – vergognati, un astuccio nuovo ti sei comprata quest’estate, ancora na volta, tu che la scuola l’hai finita da un pezzo, ma ci torneresti subito, solo per il piacere di un quaderno nuovo sotto il palmo della mano –  ti sei messa a pensare, come tutti gli anni in questo periodo…”che faccio quest’inverno nel tempo della sera, dopo il lavoro? Cosa mi invento per interrompere la routine casa-auto-lavoro?” E le lingue no, per un po’, perché non sei ispirata, e un taglioecucito magari si, se lo trovi, così forse ti insegnano anche l’arte della santa pazienza, ma non l’hai cercato in modo convinto, segno che non sei ancora pronta. Te lo tieni per dopo, che dici? E la piscina, che forse riapre vicino a dove adesso lavori dopo un anno di chiusura per le solite malavite italiane e sarebbe perfetto perché in pausa pranzo un salto ci sta, che è proprio a duecento metri e i capelli li hai corti e che come ti sei ridotta in questi quattro anni se tieni 60 vasche in 45 minuti senza collassare puoi fare la ola. E allora…allora…si dai, dai che ci provi, che è tanto che ci pensi e ti sei sempre sentita inadeguata e a te non piace sentirti inadeguata, lo sai, no? Forse adesso sei pronta, quasi, anche se ormai tardona. Manda la mail…aspetta…hai visto che ti hanno risposto? Se non cambi idea perché te la fai sotto al solo pensiero, coniglia, a fine settembre potresti ritrovarti iscritta ad un corso di teatro e affrontare una volta per tutte quel miscuglio strano di presunzione e vergogna in cui sei finita da piccola, come Obelix, e da cui non sei più riuscita ad uscire.

Chissà come si starà, grossa, zoppicante, impacciata e con la cadenza bresciana…un’ orsa in palcoscenico…

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luglio 8, 2014

Gina che lo curò. La compagnia delle parole.

Qualche giorno fa è apparso sul Corriere, edizione online, questo articolo, che ho salvato in pdf e archiviato tra i ritagli digitali di giornale, pensando che, fosse ancora viva, mia madre avrebbe preso le forbici, se lo sarebbe tagliato dall’edizione cartacea, avrebbe annotato la data e la fonte, e lo avrebbe prima messo sulla mia scrivania per farmelo leggere e poi infilato in un raccoglitore dove teneva elzeviri e articoli di letteratura, storia e geografia che poi avrebbe usato in una futura lezione.

Il raccoglitore, riorganizzato da me tempo fa, c’è ancora; gli articoli, quando avrò tempo, saranno digitalizzati, prima che gli anni li ingialliscano e li rendano illeggibili. Certi me li ricordo – uno, in particolare, di Gaetano Afeltra sul suono perduto delle campane nel suo paese –  altri non li ho mai letti, ma so o immagino perché mia madre li aveva tenuti. Io proseguo nella tradizione, in modo meno frequente e meno accurato, per problemi di tempo ed ignoranza, e salvo tutto in cartellette del computer, sperando che tra qualche anno siano ancora accessibili.

In ogni caso, torniamo al tema, che con l’età divago e divago sempre più. Io so chi era Gina, me lo ricordo bene. Per questo ho salvato l’articolo.

Lo ricordo perché il nome era quello di una prozia, a me molto cara, che era una creatura allegra e generosa e se il nome di qualcuno che non conosci è lo stesso di qualcuno a cui vuoi bene, ti resta impresso più facilmente nella memoria. Lo so chi era, questa Gina, anche se non l’ho mai vista perché l’ho conosciuta alle scuole medie: tenevamo un quadernino per le poesie. ne scrivevamo sotto dettatura una o due al mese, le analizzavamo, spesso le dovevamo imparare a memoria.

L’aula guardava il fiume e gli alberi sull’argine. Fuori c’erano i cappotti appesi e silenzio nei corridoi perché erano ancora i tempi in cui i ragazzi stavano seduti e quasi sempre zitti ad ascoltare – o a fingere di farlo – l’insegnante che spiegava dalla cattedra. Il mio quaderno delle poesie è qui, sopra la scrivania, anche adesso: rimasto a metà, scritto con la mia grafia poco chiara e ancor meno ordinata, perché era bello: copertina rigida, di cartone, decorata con un frutto, in uno schema ripetitivo di colore: le fragole, le more, l’anguria, i limoni. Ho una decina di questi quaderni sopra la scrivania, alcuni ancora nuovi perché non ne ho mai trovato un uso degno della loro bellezza di quaderno non comune: in mezzo c’è anche, appunto, quello delle poesie della scuola media. Da qualche parte, su una qualche pagina, c’è anche Gina, che curò il rondone ferito, incatramato, mentre Montale ci faceva su una poesia, su questa cosa che il giorno dopo se ne era andato senza nemmeno salutare.

Va tutto bene, qui, non posso dire di essere infelice. Ho tante cose buone e la testa che funziona e il cuore che prova a fare il bravo e certi momenti di risate che fanno stare bene e ancora tanta voglia di scoprire come è fatto il mondo.

Ma ci sono alcune sere, come questa, in cui ho molta voglia di farmi una chiacchierata con mia madre – sarebbe stato bello parlare con lei di Gina e girellare su internet per vedere le fotografie e scoprire insieme che faccia avesse questa signora che tolse il catrame dalle piume di un rondone – ma non posso farlo e allora, per fortuna, arrivano dalla memoria le parole, quelle belle che altri hanno scritto, che hanno lasciato una traccia nei miei giorni, che mi sono state regalate e che fanno da piccole ancore, qua e là, in questa navigazione complicata verso la saggezza.

Ma forse adesso anche io posso cavarmela.

dicembre 3, 2013

Caccia al blog

Ultimi 20 minuti di una lezione di spagnolo che trascorre lenta. Mi perdo tra le pagine del libro nelle parole delle poesie. Cincischio con il cellulare e controllo posta e forum. Scappo nei miei pensieri e aspetto le 22.00. Questo non è periodo di studio per le lingue straniere: la pagina è stata voltata, manca la motivazione.

D’un tratto spunta un nuovo argomento. “Sapete cosa è un blog?”. E come, no?! Apro gli occhi e mi scrollo il torpore di dosso. Lo so e ne ho uno pure e ci parlo di me ed è sotto pseudonimo e pochi sanno chi sono. Mi guardo attorno, alla ricerca di compagni di entusiasmo. Vedo visi passivi: non interessa, non ha senso, non piace scrivere. Tutta gente che ha un profilo facebook, comunque. L’unica scintilla di vita la leggo negli occhi dell’informatico che mi chiede se non c’è proprio modo di collegare il mio nome al mio blog. “Ne dubito” rispondo. “Prova a prendermi” penso vedendolo sorridere con aria di sfida.

“Che cosa si può scrivere su un blog? A chi vuoi che interessi se mi sveglio la mattina, bevo il caffè e poi gioco a pallavolo?”, dice un’altra. Di un’ora della tua vita, se sei bravo bravo bravo bravo bravo a scrivere, puoi fare una storia che tiene inchiodato chi legge per dieci minuti, può venirne fuori un capolavoro solo raccontando che ti succede da quando ti infili il calzini a quando scendi per strada, se dai retta al mondo con gli occhi di chi il mondo lo filtra attraverso uno sguardo che lo cattura scrivendolo e traducendolo in parola e restituendolo al mondo più vero di prima.

Ma devi essere bravo bravo bravo bravo bravo. E studiare tanto per diventarlo.

Oppure potresti essere utile ad altri: tra ricette di cucina, consigli di lettura, idee di viaggio, interpretazioni del mondo, tutorial informatici se mi serve qualcosa io prima passo dai blog. E poi può conoscere persone che condividono i tuoi stessi interessi o ne hanno altri che però risuonano con i tuoi e, per i pochi blogger che ho conosciuto fuori dal blog, si è sempre trattato di belle aggiunte alla mia visione del mondo e occasioni per pensarci su.

E poi, e poi, e poi….ma nessuno ascolta, tranne l’insegnante che invece mi pare curioso. Ecco, lui lo potrebbe aprire un blog.

E poi la campanella suona, come a scuola. E allora  dico “ciao, ci vediamo” ed esco, nel freddo della notte, nel caldo dei pensieri, nella speranza di diventare brava brava ma proprio brava a scriverci su.

novembre 12, 2013

Patimenti

Così come io soffro durante riunioni che sconfinano nel tecnicismo ingegneristico più sfrenato, mi chiedo perché la parola sottosquadro abbia il potere di accendere luci di eccitazione negli occhi degli astanti, continuo a guardare l’ora e mi perdo nei prati dei miei pensieri, così ieri ho visto un uomo soffrire.

Soffriva per poesia.

Pativa per esposizione a rime, sinestesie, colori e sensazioni. Si perdeva di strofa in strofa senza trovare il bandolo del significato, sordo alla bellezza dei versi, alla potenza immaginifica delle parole. Era buffo, grande e grosso e insofferente sulla seggiolina dei banchi di scuola. Si dimenava, si rodeva nel dubbio se andarsene o restare fino alla fine della lezione di spagnolo. Volgeva gli occhi interrogativi verso chiunque nella speranza che qualcuno gli spiegasse cosa ci fosse, di meraviglioso, in una poesia.

L’ho preso in giro, senza cattiveria, perché lo capivo benissimo: io sono inerte davanti alla perfezione dei meccanismi, lui è ignaro del potere della parola. Io sono un ingegnere e dovrei gioire di fronte all’anima del metallo che viene assoggettata all’uomo , lui un carabiniere e dovrebbe essere maestro nell’arte di comunicare: e questo è il vero problema. (Oltre a quello che entrambe le categorie ben si prestano alle barzellette.)

aprile 10, 2013

AAA Cercasi

Cerco la voglia di saltar giù dal letto,

infilarmi mutande, calzini e un colletto;

presto! un caffè, ma che sia ben ristretto

mi serve che agisca fino al cervelletto.

 

Il sole è spuntato, poco convinto,

forse preferiva l’altro lato del mondo

però mi ha svegliato da un sonno profondo

si sarebbe offeso l’avessi respinto?

 

La cerco in alto fin verso il cielo,

la cerco in basso, tra i rami del pero;

la cerco di qua, la cerco di là

la mia già poca voglia ma dove sarà?

marzo 24, 2013

Vuoi vedere che è di nuovo il leone?

Santa Giulia Brescia

Raccontare la famosa barzelletta del leone in dialetto procura maggiore soddisfazione ma è di più difficile interpretazione. In ogni caso  mi riecheggia in mente con una certa frequenza, ogni volta che sento mio padre, di solito molto misurato nei toni e pacato nel comportamento, raccontare l’evento agli ancora ignari. Il cane sta crescendo, col passare del tempo, e le se dimensioni al garrese al momento assomigliano a quelle di un vitello, mi aspetto che aumentino ulteriormente, nei prossimi giorni, fino a raggiungere quelle di un sauro.

D’altronde, si sa, l’epica nasce da un fatto normale ingigantito, di bocca in bocca, di aedo in aedo, fino ad assumere valore di leggenda ed esempio, fino a penetrare nella conoscenza collettiva e a superare le dimensioni del tempo.

E il tempo trascorre anche qui come altrove, tra i sussulti dei giorni lavorativi e la calma rigenerante dei festivi. In casa giochiamo come al solito a ironizzare sugli avvenimenti per renderli più digeribili, aspettiamo l’epifania della padrona del cane ed io faccio opera di martellamento psicologico perché l’infortunato si decida a farsi fare una radiografia al dolorante coccige. Il ginocchio, sottoposto ad intense sedute riabilitative,  attraversa una felice fase di minimi miglioramenti che mi rendono più sopportabile il dolore e mi lasciano illudere che non siano, un’altra volta, fuochi fatui.

E il tempo si gonfia ancora di riflessioni, nelle ore di lettura rubate agli sconquassi della vita frenetica, tra due libri che da molto volevo leggere. Uno è un regalo di Pasqua giunto in anticipo, di Adriana Lotto, “Quella del Vajont”, biografia di Tina Merlin. L’altro è “Sulla pelle viva”, di Tina Merlin stessa perché alcune parole bisogna leggerle per conoscere, per sottrarle alle maree del tempo che fluiscono senza sosta e lavano gli arenili cancellando le impronte.

Anni prima del Vajont, qui nel fondovalle, un’altra cascata di furiosa acqua si era abbattuta, lacerando una diga e spazzando case, alberi e persone, rotolando dall’alto della montagna e sfogandosi dopo chilometri di terrore e morte. Se si sale, dopo una passeggiata poco impegnativa, fino a ciò che resta del manufatto, gli si può passare in mezzo, toccandone gli enormi monconi, squarciati nel centro della struttura. L’unico esempio al mondo di diga mista a gravità e archi multipli, la diga del Gleno, costruita in economia e incapacità, cedette in poco più di un mese dal primo invaso e procurò più di 350 vittime. Mia nonna e la mia prozia c’erano, quel giorno, e raccontavano di come l’acqua inghiottiva tutto, al suo passaggio, strappava via le persone che amavano, lasciando fango e macerie. Il tempo passa ma non bisogna dimenticare.

E il tempo si riempie di meraviglia, in luoghi rinati, come nel Museo di Santa Giulia a Brescia, enorme complesso che non ha bisogno di reperti per valere una visita perché è esso stesso un museo nel museo, con i suoi resti romani, i conventi longobardi e le chiese cinquecentesche che si sono stratificati, uno sull’altro, fino ad essere dimenticati per anni, invasi dalle galline e dai panni stesi nell’ortaglia, accanto agli antichi mattoni. Da qualche anno il complesso è stato recuperato, il sito è da poco entrato nel patrimonio dell’Unesco e ieri mattina, ancora una volta, io ero lì, a far correre la fantasia e ad immaginarlo attraversare un millennio. La guida era istrionica e lanciava ami di suggestione che si collegavano, di secolo in secolo, fino a formare quel filo conduttore che, dal passato, riporta al presente e indica la strada del futuro.

Io sono sempre stata affascinata da questo filo e vorrei poterne seguire il percorso con più attenzione, con più conoscenza, con più reverenza e meraviglia. Insieme a tante piccole curiosità è stato citato pure Foscolo, con i suoi Sepolcri, agganciato al filo del tempo, il cui oblio i Grandi travalicano e vincono, perché la signora, a cui il carme è dedicato, abitava giusto pochi palazzi più in là di Santa Giulia e aveva ospitato il poeta, impegnato nella stesura. Anche dalle colonne del Foro Romano da poco riaperto i secoli mi hanno guardato, ieri, ignari della mia esistenza poi però la mia giornata si è conclusa in meno grandiosità, davanti a Flight, di cui sconsiglio la visione in caso di utilizzo frequente degli aerei, che comprimono i tempi, sbeffeggiano i Grand Tour aristocratici d’antan e si spera arrivino indenni dove Icaro volle e non riuscì, fino a sopra le nuvole.

Buona settimana a tutti, buon utilizzo del tempo che abbiamo, che ci rimane, che non ci basta, che sprechiamo, che vorremmo, che attraversiamo indifferenti, che perdiamo, che elemosiniamo, che ricordiamo, che aspettiamo e soprattutto a chi, come pattylafiacca, affronterà un nuovo, affascinante, stimolante inizio.

febbraio 2, 2013

Legàmi

“…Pacificata in me ripeti antichi

moniti vani. E il tuo soggiorno un verde

giardino io penso, ove con te riprendere

può a conversare l’ anima fanciulla,

inebriatasi del tuo mesto viso,

sì che l’ ali vi perda come al lume

una farfalla. E’ un sogno

un mesto sogno; ed io lo so. Ma giungere

vorrei dove sei giunta, entrare dove

tu sei entrata

                     –ho tanta

gioia e tanta stanchezza!—

                                       farmi, o madre,

come una macchia della terra nata,

che in sé la terra riassorbe ed annulla.”

da Umberto Saba – Preghiera alla madre