Posts tagged ‘personale’

aprile 17, 2017

Brevissimo

Per quelli che si chiedono dove io sia finita, che da febbraio mi aspettano per un caffè o una cena, che passano da qui e non leggono da tempo niente di nuovo: questo post brevissimo è per voi, per salutarvi, farvi in ritardo gli auguri di Pasqua, farvi sapere che sono viva e vegeta e che latito solo perché me ne sono inventata un’altra delle mie.

Questa nuova occupazione, mirata ad un obiettivo a breve termine così al di sopra delle mie possibilità fisiche che il mio tentativo è ridicolo e risibile per prima cosa ai miei stessi occhi, mi tiene impegnata dalle due alle tre ore, cinque o sei giorni a settimana. Se aggiungete perciò che dal lunedi al venerdi undici ore le trascorro al lavoro, ivi incluso il pendolarismo, altre due se ne vanno tra colazione e cena,  e loro rapidissime preparazioni – altro che corsi da chef -,  e sette e mezza le occupo a dormire, capite bene che avanzano pochissimi minuti per farci stare dentro tutto il resto. Che infatti non ci sta. L’igiene personale è per fortuna compresa nell’occupazione del momento.

Coloro che sanno in cosa mi sono imbarcata ridono con me e hanno il permesso di farlo anche senza me presente. La faccenda finirà tra un mese e mezzo, più o meno e, probabilmente, una volta rimessi insieme i pezzi dell’autostima, vi racconterò contro cosa mi sono schiantata. Fino ad allora, aspettatemi. Io sono impegnata a trovare un impossibile miracolo che mi faccia scendere sotto il minuto e quaranta secondi nei 100 a stile libero.

PS: nel frattempo ho inaugurato la stagione dei viaggi 2017 visitando Matera, che meriterebbe uno spazio qui tutto per sé, un paio di foto e qualche parola di ringraziamento per l’incanto e non un post scriptum sotto queste due righe da cartolina.

gennaio 31, 2017

Perplessità

La fine del mese è arrivata e, con essa, il mio post. E’ molto probabile, visto quanto adesso trascuro questo luogo, che sia anche uno degli ultimi. Non mi piacciono i blog appesi e lasciati lì, senza nemmeno la parola fine a definirne i contorni: se e quando deciderò che questa esperienza avrà raggiunto la sua naturale conclusione, questo spazio sparirà, senza malinconie, senza tristezza, senza prolungati addii. Si chiuderà come accade ad un libro, come quando, giunti all’epilogo, si sospira, ci si pensa su, magari si rileggono alcuni passaggi e poi lo si ripone su uno scaffale, chissà fino a quando.

Di argomenti di cui scrivere ce ne sarebbero molti e pochi di essi confortanti, ma io non possiedo la necessaria conoscenza per evitare superficialità o inesattezze. Il mio sgomento davanti all’elezione di Trump, al nuovo delinearsi degli equilibri di forza in Europa, non lo posso dire in altro modo se non che mi provoca un’irrequietezza e la sensazione che qualcosa di molto grave possa succedere, nei mesi a venire.

Mi pare che si stiano acuendo eventi, sentimenti, pensieri che tirano indietro, come elastici forti, verso anni che furono, il cui pensiero avrebbe dovuto essere solo un ricordo doloroso di cui misurare le distanze incrementali. E invece stiamo percorrendo la strada a ritroso, indietro, verso l’involuzione delle conquiste civili. Gli uomini che odiano le donne sono ancora qui, più forti e numerosi che mai; i pezzi di terreno che si sbriciolano e ci inghiottiscono continuano a punirci per le nostre scelte di guadagno immediato cieco alle perdite future; il ricorso al sotterfugio e alla via più rapida e più conveniente per noi è sempre più spesso la scelta più ovvia, a scapito dell’integrità professionale; l’impoverimento economico e, soprattutto, culturale lo attesto prima di tutto su me stessa – sempre meno concentrata, sempre più lasca nell’accettare il compromesso e il chiacchiericcio di sottofondo – e ogni volta che leggo i giornali.

I giornali. Ma c’è da crederci, ai giornali? Le regie occulte che portano in primo piano eventi che servono solo a rinforzare e raccogliere pensieri inconsci che moltissimi di noi nutrono e allevano in segreto nella parte buia della coscienza sono potentissime e inarrestabili. Basterà la resistenza di chi non si arrende? Non lo so, ma me lo chiedo spesso, in questi giorni.

Qualche settimana fa sono stata invitata a teatro per due volte di fila: nel primo caso ho assistito ad un musical, uno di quelli che si sarebbe potuto tranquillamente evitare di mettere in scena. La seconda volta c’era Tullio Solenghi che leggeva e spiegava un canto dell’Odissea. La parola, vecchia di millenni, detta e ridetta, è ancora una volta tornata viva con forza nel buio della sala, e, con essa, la debolezza e la forza dell’uomo alle prese con se stesso e con il mondo.  E’ stata un’ora e mezza di luce, in un gennaio di perplessità. Ho, per l’ennesima volta ancora,  voglia di trovarmi un angolo e di rimanere lì, ad aspettare che il tempo passi, senza di me.

dicembre 28, 2016

Dicembre 2016

Ed eccoci qui, alla fine di un anno raccontato con post mensili. Non è stato né bello né brutto, per me, questo anno che sta arrivando all’ultima riga del calendario. Sono capitati momenti felici, bei viaggi, piccole soddisfazioni. Ci sono state ore nervose, deludenti, arrabbiate. Come è normale che sia.

Scambiavo opinioni, in questi giorni, con la diciannovenne il cui cammino incrocia il mio, non fosse altro per il fatto che abita a poche porte da me. Una diciannovenne, mi è capitata, da utilizzare come campione non rappresentativo della categoria, di cui ogni tanto vi ho già scritto, qua e là, e che è alle prese con un problema serio, ma così serio che quando ci rifletto davvero mi diventano scuri i pensieri. A lei cambiano anche i colori dei sogni.

Visto che, per fortuna, è una personcina allegra che conosce il potere terapeutico del buonumore, ha escogitato un suo proprio sistema per tenere lontano il nulla e quella sensazione di ineluttabilità che ti prende allo stomaco nelle ore più lunghe della notte. La sera incolla, sulla pagina di un quadernetto, qualcosa che le ricorda gli attimi più felici della giornata appena trascorsa, una fotografia, un biglietto, un nastro colorato, un disegno. Si segna un paio di frasi, se le riguarda un po’, a volte fotografa la pagina e la invia a chi ha diviso con lei il momento felice, come ricordo. Lo fa anche a distanza di tempo, in caso una si sia dimenticata di quando e come sia stato. Il giorno successivo volta pagina e ricomincia a collezionare momenti felici.

Ne ha tantissimi. Una raccolta da invidiare, di tante piccolissime cose che, messe insieme, assumono il potere di un’arma potentissima. Il sistema ha funzionato talmente bene che si è resa conto che quasi non le servirebbe registrare l’attimo, perchè ha scoperto che è comunque spesso felice. Se vi raccontassi con cosa sta lottando, non ci credereste mai. Eppure, fidatevi,  a chi ha a che fare con lei spunta il sorriso. O il mal di testa, quando parla troppo e non riesce a stare dietro ad un unico pensiero.

Per il 2017, perciò, auguro a tutti noi di essere capaci di raccogliere tanti piccolissimi momenti felici, proprio come fa lei. Una buona vita, dicono, è fatta di buoni giorni. I buoni giorni sono fatti di buone ore o anche solo di istanti, tutti quelli che riusciremo ad avere.

ottobre 25, 2016

Ottobre 2016

Il post del mese scorso era stato scritto ancora tra caldo, luce e zanzare. Quello di oggi, siamo a fine mese, è umido di pioggia e di giornate corte. Fatta questa premessa di minute banalità, ho da raccontarvi poche cose. Anche la mia vita è minuta banalità, come le stagioni.

Il mese è iniziato nel tumulto lavorativo: ho trascorso dei giorni così diversi dal solito e così simili a quelli dei miei primi anni in azienda che, non fossi stata stravolta dalla stanchezza e occupata ad arginare il fiume di cose da fare che mi si riversava nel PC, avrei perfino percepito un briciolo di commozione legata ai ricordi di una me ingenua e convinta che sarebbe stato sufficiente lavorare 13 ore al giorno ed essere onesta per fare carriera.

La me di adesso invece, dopo aver salutato le illusioni, è una creatura più carognosa, spesso collerica, ancora ostinata e convinta che la prossima cosa importante da fare sia quella di ritirarsi a vita privata.

Se il PC è invaso, sulla scrivania, ci tengo a precisare con meschina soddisfazione,  non si riversa niente. Il mio ufficio è digitale, completamente e totalmente: ho un portapenne di cartone sulla cui superficie è stampato un calendario, qualche foglietto per appunti al volo infilato nello stesso portapenne a  fare compagnia ad un nonnulla di biro e matite, il PC, il mouse, il cordless e nulla d’altro. Il tavolo bianco delle riunioni in mezzo alla stanza è un’unica superficie vuota; il mobiletto bianco alla mia sinistra è vuoto anch’esso  e i colleghi sanno che, servisse altrove, se lo possono portare via. La cassettiera sotto la scrivania ha quattro cassetti di cui uno occupato da un paio di documenti non ancora cestinabili e quattro cose di cancelleria, l’altro dal necessario per farsi il tè.  Se saltasse la corrente sarei totalmente inutile, ma io sono orgogliosa lo stesso del risultato, perché ho impiegato anni a perfezionare la tecnica per non accumulare ritardi, non procrastinare, non accettare la carta altrui – simbolo di sbolognamento inequivocabile di problemi – e, soprattutto, anche se mi piace giochicchiarci in riunione, non accetto pezzi di prodotti a qualunque stadio di vita in ufficio da tenere come campioni. Ti distrai un attimo e ti ritrovi invasa da pezzetti di plastica, metallo, carta, semilavorati sezionati: una pletora di robine che si trasformano in disordine nel corso dei mesi. Hanno inventato lo scanner e i file, e io ne faccio uso. Ecco, ho finito di raccontarvi di quanto mi piaccia il mio ufficio. Ci tenevo a  scriverne perché, a conti fatti, più ci penso, più capisco che è l’unica cosa che mi piace del mio posto di lavoro attuale.

Il mese sta finendo, per fortuna,  in un clima più tranquillo di come sia iniziato. Nel mio tempo libero, dato che non sono iscritta ad alcun corso – OSSANTOCIELO…NON SONO ANCORA ISCRITTA AD ALCUN CORSO….- ho ricominciato a giocare con le Lego, in una forma ossessiva di rilassamento che prevede la ricostruzione dei set che avevo da bambina, cui fa seguito inventario e collocazione in buste trasparenti fornite di immagine del set e lista dei pezzi mancanti per futuro acquisto e ricostruzione. L’ultima ondata seria risale 2009 ed è durata un paio di settimane. Questa sembra una forma più acuta. Gli ingegneri stressati si divertono così.

Così e con il trenino ad alta velocità, sempre Lego, che mi sono comprata approfittando degli sconti prenatalizi di un supermercato: l’ho portato via rapidissima dallo scaffale, passando sotto lo sguardo invidioso dei bambini presenti. Mio, mio, mio! L’ho montato il pomeriggio stesso, con l’aiuto di M, che ha diciotto anni tendenti ai sei scarsi quando si tratta di passatempi e ai cinquanta, quando deve affrontare la parte buia della sua vita. Avevamo entrambe bisogno di pensieri felici e di un paio di ore di idiozia infantile. Ha accettato subito la proposta, nonostante questi, per lei, siano giorni difficilissimi. Così difficili che mi vengono i brividi, a pensarci. E’ bello avere tra i propri amici una diciottenne così. Mio padre faceva la spola tra il tinello, in cui avevamo disseminato  mattoncini e binari, e il resto della casa, indeciso tra il distacco e la curiosità. E’ stato bellissimo. E’ stato come tornare all’infanzia e al tempo in cui non avevo altre responsabilità se non quella di non fare i capricci, mangiare tutto quello che mi veniva messo nel piatto e fare bene i compiti.

E’ il mio primo trenino elettrico, sapete. E’ un traguardo importante. D’altronde, era giunto il momento di possederne uno. Sto infatti compiendo 44 anni, in questi giorni. Come i gatti in fila e con il resto, i baffi e le code. E per festeggiare degnamente, veleggerò verso la Sicilia occidentale, per quattro giorni di scoperte e di libertà. Se qualcuno avesse suggerimenti su Trapani e dintorni (l’itinerario prevede già Segesta, Selinunte, saline, Erice e Marsala) non esiti a esprimersi, grazie.

settembre 17, 2016

Settembre 2016

Guardate la cosa dal mio punto di vista. Sono ingegnere, specializzata in Pianificazione della Produzione e Logistica. Li scrivo in maiuscolo così sembrano lavori seri e difficili. Ho una fissazione per l’essenzialità, l’ordine e le cose giuste messe al posto giusto e che funzionano, possibilmente. Lasciate perdere ogni ragionamento etico, ogni discorso su consumismo, capitalismo, sfruttamento e similia. Immaginate me.

Ho aspettato per mesi, ma era sempre pieno. Si è liberato per caso, all’ultimo momento, un posto e l’ho saputo solo la sera prima. Ho detto di si, senza nemmeno pensarci. La mattina dopo ero a Castel San Giovanni, tra i visitatori scelti del magazzino Amazon. Ho tripudiato per ore. Andavo in giro con uno sguardo da ebete e la voglia di stare lì ad osservare tutta questa genete impazzire dietro i pacchi per tutto il giorno, per giorni e giorni, per vedere il flusso perfetto ininterrotto di processo complesso che funziona. Non lavorerei mai lì, non fraintendetemi: no ho più il fisco, l’età e nemmeno penso di aver mai avuto la mente così veloce. Ma…tutto che va…tutto organizzato al micron, tutto calibrato e in continua evoluzione nel futuro presente dei pacchetti che si muovono e della gente che sa cosa deve fare e dell’iperorganizzazione che regna sovrana e…wow!

A pensarci mi eccito ancora.

Poi sono tornata in azienda, direttamente nel medioevo. Dai taglierini con la punta in vetroceramica sono tornata ai miei magazzinieri che sul taglierino mettono il nastro adesivo e sul nastro adesivo scrivono il nome con il pennarello indelebile perché, se lo perdono, passano giorni prima che io riesca a fargliene avere uno nuovo. E quando glielo chiedi in prestito, mezzo minuto, ti chiedono in cambio di lasciare l’orologio in pegno.

E’ stato come aprire un pacco di Amazon e scoprire che, invece del padellino di rame in vendita (per errore, sicuramente) ad un quinto del suo prezzo e che hai infilato al volo nel carrello ti è arrivato un portadentiera.  (Da Amazon ovviamente ti spediscono le cose giuste, e io ho il mio primo e probabilmente ultimo padellino in rame stagnato comprato ad un prezzo sbagliatissimo. Invece il medioevo in azienda c’era e c’è veramente.)

Di giorno sto impegnata a tentare di trovare la via verso il rinascimento; prima e dopo sto ancora tanto in auto, anche se adesso i cantieri della tangenziale hanno chiuso i battenti e una mezz’ora al giorno l’ho guadagnata; la sera leggo o crollo o penso a come potrei vivere di rendita. Anche mentre guido penso a come potrei vivere di rendita. Pure mentre lavoro, mi capita.

E’ un chiodo fisso, ormai. Non mi vengono in mente metodi legali, però.

Insomma, la mia vita scorre  regolare. Tutto come al solito, anche nelle apparenti novità.

Ho conosciuto un’altra ragazzina ricca, straricca – di quelle che potrebbero passare i giorni a grattarsi la pancia sorseggiando mojitos sotto una palma caraibica – che non sa cosa fare di se stessa e della propria vita. O meglio: lo sa, ma non ha il coraggio di spezzare le catene. Forse dovrebbe farsi un’overdose di principesse disneyane degli anni duemila per farsi animo. Impararsi le canzoncine a memoria e ripetersele come un mantra. E’ la seconda che mi capita in queste condizioni in quattro anni. Capisco perfettamente il disagio esistenziale, l’impossibilità a sottrarsi a certi doveri che la famiglia impone e anche l’immaturità dovuta all’inesperienza. Ma. Ma. Ma…ma porca miseria! Ma vi sembra possibile con tutti i giovani che le idee ce le avrebbero ben chiare, il carattere lo trasudano, ma i portafogli li hanno vuoti e che finiscono a grattarsi la pancia su un terrazzo di un casermone di periferia vista cemento? E, ancora peggio, ma tutte a me, a me, proprio a me che conto alla rovescia i giorni alla pensione già sapendo che a settant’anni io non avrò bisogno della pensione, ma di un ricovero per anziani?!

Deve essere una specie di regola del contrappasso anticipata in terra per punizione al mio brutto carattere, alla mia invidia e alla mia inanità. In tutto ciò io proseguo, a qualche maniera. Spero anche voi. Buona serata.

agosto 28, 2016

Agosto 2016

Mese di andirivieni, questo.

Luglio è terminato in un presidio slow food. Si beveva birra artigianale con salumi e formaggi (del territorio, naturalmente, e inteso come territorio locale, naturalmente. Territorio è la parola più abusata degli ultimi 12 mesi. Mi sta quasi antipatica come lo pseudo colto “piuttosto che”). Si beveva birra artigianale, dicevo, e si guardava la pancia degli aerei in partenza da Orio, perchè il terrazzo all’aperto sede delle libagioni è proprio sotto al punto in cui gli aerei virano dopo il decollo. Al secondo bicchiere ho cominciato a rilassarmi da tutte le tensioni lavorative degli ultimi mesi. Al quarto  bicchiere mi chiedevo se guardando da sotto un aereo si capisce se è maschio o femmina. Al sesto – i tipi di birra da degustare erano sei e i bicchieri molto capienti – non mi chiedevo proprio più niente: ero troppo occupata a raggiungere il letto che, per fortuna, non era molto lontano.

Agosto è iniziato in Romania, per lavoro, da domenica a mercoledi. Sono partita dicendo al collega che era con me – un giovanissimo moldavo cresciuto a erasmus e cittadino d’europa –  che non intendevo più toccare alcol per giorni, dopo. “Ok, zia”, mi ha risposto. Mercoledi sono rientrata imbestialita. C’è qualcosa, tra le persone che sono cresciute nell’influenza dell’ex unione sovietica, che le porta a vivere cacciando balle e screditando gli altri. Ne fanno una specie di arte e io vagolo in questa cortina di menzogne, piccoli complotti e bassa professionalità, tentando di trovare un metodo di lavoro condiviso, che continua ad essere messo in discussione. Sarebbe stato meglio continuare a bere.

Tempo di disfare la valigia e fare il bucato e il giovedi mattina sono ripartita, in auto, questa volta, verso la Baviera settentrionale: su verso est, non molto lontano dal confine ceco (Repubblica Ceca, aspettami: prima o poi arriverò anche da te) giù verso ovest, sulla Romantische Strasse. Sono stati dieci giorni tranquilli tra borghi e cittadine ricostruite che tentano di avere il fascino alsaziano, ma non ne hanno il cuore. Tra colline verdissime di pascoli e colture, dal museo del giocattolo agli onnipresenti wurstel, da un castello all’altro, l’apice della faccenda è stato raggiunto, secondo me, nelle due serate passate in un complesso termale super organizzato, super rifornito e costoso un terzo rispetto ai prezzi italiani. Il mio ginocchio malandato e tutti i muscoli d’intorno hanno fatto amicizia con i bocchettoni dei percorsi di idromassaggio e non volevano più andarsene. Mi sono accontentata di un favoloso bagno turco: in sauna ci si va nudi nudissimi, in questi Paesi in cui i tabù sono altri e non i genitali ballonzolanti, e io non ero psicologicamente preparata alla cosa. Mi sono ripromessa di emanciparmi dalle vedute ristrette e provinciali e di esporre anche la mia carne abbondante e pendula, casomai mi ricapitasse: se le saune sono come le vasche, ne potrebbe valere la pena. Nel frattempo,a Bamberg, ci ho bevuto su altra birra, affumicata questa volta, e a Innsbruck, ho mangiato melanconia dell’ultimo giorno e torta Sacher all’omonimo caffè. Non c’è stato niente di spiacevole, durante la vacanza, nè di esteticamente brutto, ma non ne sono tornata soddisfatta. E’ mancato qualcosa, quel tocco di carattere che le popolazioni danno ai luoghi che abitano.

Tre giorni a casa e poi di nuovo in partenza per un mare breve: la solita Fano in camper. Sono tornata martedi in treno, lasciando il papà a respirare iodio e sbafare pesce. Mercoledi sono rientrata in ufficio e c’è stato il terremoto. Il mare, il giorno prima, era stato strano, di colori e voce. Come gli animali, forse anche l’acqua lo sente, l’odore della catastrofe.

luglio 25, 2016

Luglio 2016 (prima che finisca)

Neos Marmaras Calcidica agosto trent'anni fa

Forse non la vedrete bene. E’ la foto di una foto di una foto. Io non ci sono: sarò stata in acqua, o sulla sdraio a leggere, o a dormire. Avevo quindici anni, credo. C’è mio fratello, di schiena, con la maschera da esploratore. Rompeva già le scatole, ma era biologicamente normale, era un bambino.Il camper era parcheggiato a trenta metri dalla spiaggia, sotto la pineta. Accanto c’era un furgoncino di una coppia tedesca; poco più in là una famiglia inglese in roulotte. In fondo alla spiaggia sbarcava una colonia di bambini da Salonicco: le educatrici avevano voglia di conoscerci e parlavano un inglese migliore del mio – cosa non difficile. Allora odiavo l’inglese. Non avevo ancora incontrato Jane Austen. La sera anche il camion dei pompieri infilava la discesa che, dalla strada litoranea – l’unica strada -, scendeva alla spiaggia. I pompieri controllavano che nessuno stesse combinando guai in quella spiaggia libera, poi si sedevano con noi, che mangiavamo fuori, tra i tavolini da campeggio uniti, scambiandoci cibi di mezza europa e passandoci (ero minorenne: li passavo e basta) bottiglioni di vino greco. La notte calava sull’insenatura e la mattina dopo, con le dita rosate d’aurora, entravo in acqua prima di fare colazione e lì rimanevo per ore, alternando letture solitarie a grandi bagni. Seduta aspettavo la vita che doveva arrivare, immusonita perchè si faceva aspettare molto e io non potevo ancora decidere per me, pigra come solo un’adolescente solitaria e viziata sa esserlo, detestabile e infantile e completamente libera da ogni preoccupazione. Libera di stare nel mare per ore, per giorni, per sere fino ad avere la pelle asciugata e scura e la cassetta dei libri che ero riuscita a farci stare in uno spazio di stivaggio ristretto svuotata. Allora rognavo, perchè era arrivata l’ora di tornare a casa. A scuola. A quella vita di promesse che era solo lì da afferrare. Vicina e lontana come l’isola davanti a noi. Mi voltavo, dalla spiaggia, quando avevo fame. Vedevo mia madre affaccendata in solo lei sapeva cosa, mio padre che armeggiava con il barbecue portatile a gas, il pesce fresco pulito, l’insalata greca pronta. E pesche enormi e dolcissime. Intorno a me ragazzini che comunicavano con il linguaggio universale del gioco correvano sulla battigia.

Neos Marmaras Calcidica luglio 2016

E’ lo stesso posto. Lo abbiamo ritrovato. C’è la pineta, l’acqua perfetta, la sabbia di grana grossa che non si incolla alla pelle, i lunghi bagni, la frutta che sa di frutta vera. C’è anche una rete che impedisce ad altri di fare quello che facevamo noi: gli educati selvaggi. C’è un albergo a destra, un bar-ristorante a metà strada, appartamentini a sinistra. Non c’è troppo cemento, è ancora un gran bel posto. Se mi volto a guardare, dalla spiaggia, non vedo più il mio camper. Non c’è più mia madre. E’ in un posto per ora irraggiungibile come l’isola.  Non c’è più mio fratello: stiamo lontani. Il suo rompere le scatole ha raggiunto anni fa livelli per me insopportabili e il muro è fatto di solido cemento ormai. Mio padre entra in acqua e ricorda. Io entro in acqua e ricordo, ma, con R., che vede tutto con occhi nuovi, noleggiamo una canoa così scopro cosa c’è oltre il confine della spiaggia e aggiungo un ricordo ai ricordi.

Non uscirei mai dal mare. Nemmeno per leggere, se potessi ancora.

Grecia: luglio 2016. Delfi, Agios Loukas, Meteore, Verghina, Salonicco, Neos Marmaras.