Posts tagged ‘pasticceria’

giugno 26, 2016

Giugno 2016 (bis per i Floating Piers)

Nel delirio che si abbattuto in questi luoghi, di solito non usi a tanta notorietà e, soprattutto, non pronti a sostenerla, mi barcameno come posso. Nella percorso giornaliero feriale da mezza Valle Camonica a Brescia, zona stra-est, devo passare per forza da Sulzano.  Se parto presto la mattina e lascio l’ufficio alle 17.00 in punto,  stazionando come un bracco in punta davanti alla timbratrice, ho discrete speranze di percorrere, in entrambe le occasioni, in meno di un’ora e mezza i soliti 70 chilometri, scantonando per i paesini e le vie traverse. Se mi sbaglio con i tempi è la fine. La seconda settimana dell'”installazione” – ormai la chiamano tutti così –  potrebbe però essere, per noi oriundi, di molto peggiore di quella appena trascorsa.

La febbre dell’evento sale, sale, sale, alimentata dalla stampa, sostenuta dalle decisioni di chi si ritrova in mano una patata bollente (leggi= treni che non partono, folle che si accumulano, forze dell’ordine che presidiano, caldo che picchia, strade che si chiudono, zone rosse che si infrangono, navette che si inchiodano, parcheggi che rigurgitano) e non ha nessuno a cui passarla. Nemmeno un piatto in cui lasciarla cadere. Le aperture e le chiusure si susseguono con la stessa incertezza e lo stesso  alone di mistero che avvolge tutta l’Italia. Oggi si, domani no, stanotte forse, chissà. A volte è colpa del tempo:  di quando in quando vento e temporali abitano il lago. Sono come i cigni e i ratti che si appropriano della passerella: non seguono le regole, loro. A volte invece è esigenza di altro tipo che decide se si sale o no: meglio tenerne dei tratti preclusi per garantire al vip di turno la propria elitaria fruizione.

La mia opinione, ve lo dico subito, è che sia tutta una gran furbata. Un pontile galleggiante, come ce ne sono a bizzeffe, con costi spropositati, di un colore che non si può non notare e con un’operazione di marketing sensazionale alle spalle: non un’opera d’arte, forse un po’ di ingegneria. Il luogo in cui non si può non andare nel 2016.

Ora che – se non l’avevate capito da un paio di post fa – ho espresso la mia disapprovazione, vi dirò che ci sono andata lo stesso. Voglio dire: ci passo davanti due volte al giorno da mesi. Vi pare che non mi venga voglia di curiosare?! Anzi, ci sono stata ben una volta e mezzo: la volta piena la conto perchè ci ho messo i piedi sopra. La volta mezza la conto pure perchè ci sono arrivata, per tutta la sua lunghezza, a pochi metri, senza toccarla. Ed è stata, tra le due, quella che ho preferito.

La mattina dell’inaugurazione, R., che si è fatta prestare la barca dalla sorella (cui va eterna gratitudine), mi ha caricato su e se l’è remata tutta, avanti e indietro, alla distanza di due bracciate a nuoto. Se anche voi ve ne stavate lì e avete visto due tizie, di cui una molto grassa che faceva foto e una magra che faceva tutta la fatica, naviganti in una meravigliosa barca di legno di quelle classiche da pescatori, e restie a mollare la felpa in una giornata ancora poco convinta che fosse arrivata l’estate, ecco, eravamo noi. Ce la siamo goduta. Il lago è sempre uno spettacolo. Il lago dal lago e la terra dal lago ancora di più.

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Quel mattino, sempre con R., avrei dovuto partire per Parigi: quest’anno la nostra razione di fortuna l’abbiamo sprecata a Bruxelles e, vista l’aria che tirava, abbiamo deciso di fare le turiste a casa nostra.  Prima di armare la barca, però, ci siamo fermate in piazza ad Iseo, a comprarci due croissant appena sfornati da un pasticcere giovane e un po’ folle  di formazione francese, per consolarci. Nello zainetto avevamo anche ciliegie e acqua. La merendina l’abbiamo fatta con vista Floating Piers, zona Montisola, incuriosite dallo spettacolo dell’umanità che si riunisce in gregge. A mezzogiorno le acque cominciavano ad essere altrettanto frequentate dei pontili: ce la siamo filata a motore.

Giovedi, nel tardo pomeriggio, abbiamo invece deciso di unirci al gregge e, per non so quale combinazione tra conoscenza del territorio e sfacciato colpo di culo, la nostra attesa si è limitata ad una mezz’ora scarsa davanti alla fermata della navetta. Abbiamo perciò percorso, in compagnia della famiglia di una mia collega, tutta l’estensione arancio tra il vociare, il caldo che si faceva umido e scuro nella sera, i volontari che tentavano di ridurre i tempi di percorrenza della gente con ogni mezzo, la gente che faceva di tutto per ignorarli, le mise ridicole, l’artista che navigava su una chiatta a raccogliere ovazioni, La Capitanio 1926 (un vecchio battello lacustre) svegliata dal sonno, i sub di Iseo che hanno abbordato a nuoto la passerella e sono stati impietosamente ricacciati in acqua, il mal di mare, il ginocchio in fiamme dopo due ore di cammino su una superficie instabile, il pezzetto di tessuto da tenere per esperimenti scientifici (in che colore cangia se ci faccio pipì sopra?) il sudore appiccicoso, la conquista della navetta di ritorno, la doccia e il sonno profondi della notte, la voglia di tornare a vedere Montisola quando tornerà ad essere quello che è sempre stata, e cioè un posto in cui vivere e non lo sfondo caotico di una fotografia.

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Alla fine, la cosa più bella è sempre la stessa, con o senza passerella furba: il lago.

Offresi a caro prezzo consigli, segreti e scorciatoie per chi decida di tentare la conquista dei Floating Piers durante la seconda e (per fortuna) ultima settimana di apertura. Poi mi offrirò volontaria per aiutare a smantellarla.

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agosto 21, 2015

Tout passe ( anche le vacanze )

 

Le cicogne volano tra i nidi, sui tetti d’Alsazia. I vitigni si allungano tra le pendici dei Vosgi e la piana del Reno. I turisti affollanno i borghi piu’ noti e trascurano paesini da fiaba avvolti nella quiete del mattino. Sulla strada del vino ci sono cantine piu’ o meno famose, la miglior produttrice di confetture del mondo – dicono, io decidero’ dopo che avro’ assaggiato il bottino -, una delle poche manifatture rimaste di stampaggio manuale di tessuti, il ricordo della Bugatti e l’attualita’ della Peugeot, un costruttore di costosssime pentole di ghisa e coltelli da cucina professionali. Ci sono parcheggi a modico pagamento accanto ai centri delle citta’, bagni pubblici puliti a disposizione dei turisti, case coerenti dal punto di vista architettonico e dai balconi fioriti, coltivazioni di frutti di bosco a prezzi ragionevoli, fattorie che formano formaggi puzzolenti e buonissimi, zone industriali non troppo invadenti, una cucina calorica e invernale, una lingua mescolata tra tedesco e francese, i ricordi della guerra, l’orgoglio di partecipare ai concorsi per la piu’ bella citta’ fiorita, i castelli diroccati e arroccati. E c’e’ stata la mia settimana di vacanza: una soddisfazione.

giugno 14, 2015

Foto ricordo

Visto che ho scritto poco, negli ultimi mesi, deposito qui qualche foto riassuntiva. Servono  per il muretto, di cui al commento del post precedente.

Veneziane – Marzo

Veneziane Marzo

 

Biscotti – Aprile

Biscotti Aprile

Pasticceria Salata – Aprile

Bignè Pasticceria salata Aprile

Cioccolato – Aprile

Cioccolato Aprile

Parigi – Maggio


Parigi Murales Belleville Maggio

Mignon – Maggio

Mignon Maggio

Torte – Maggio

Torte Maggio

Svizzera – Giugno

Lucerna Svizzera Giugno

Domani

Snopy in ufficio

maggio 27, 2015

E allora muoviti, muoviti!

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Nel fine settimana ho fatto un giro, ancora qui, perchè sono monotona e affezionata. Ci sono sempre tante cose da nuove da vedere e tante cose vecchie da salutare. Stavolta c’è stato il Père-Lachaise, con le sue tombe aggrovigliate sulla collina, Bellevile, col suo panorama e i suoi graffiti, La Sainte-Chapelle, con le vetrate restaurate che splendevano nella luce fissa della sera. Poi ancora il Marais, che festeggiava le conquiste dublinesi, il Museo d’Orsay, che è una sicurezza, il Museo Marmottan, che è stata una novità, il duplice pellegrinaggio in adorazione alla Patisserie  des Rêves, la scoperta delle praline di Chapon. E poi il ritorno a casa, quel tanto che basta per disfare la valigia e rifarla.

Sto trascorrendo una settimana movimentata. Lunedi sera è terminato il corso di pasticceria, dopo 120 ore, con un esamino finale, nel quale mi sono cimentata con la mousse au chocolat. Stasera consegneranno i diplomi e si sbaferanno i temi d’esame, ma io non ci sarò. Sarò, infatti, a Como, ad un concerto di Jackson Browne: arrivo tardi, alla musica moderna, e ci arrivo per le vecchie glorie.

Ci arriverò anche assonnata: ieri ho fatto tardi in pizzeria, in ottima compagnia. Vi ricordate del periodo in  facevo la spola tra il mio vecchio ufficio e Madrid? A distanza di un anno, ho rivisto uno dei protagonisti, in Italia per lavoro, con la collega con la quale ho condiviso il progetto. E’ stata una cena di chiacchiere, aggiornamenti, risate. Che belle persone. Che bel progetto. Chissà se me ne ricapiterà mai uno così piacevole – e massacrante – da fare e ricordare.

Domani, invece, si chiude il corso di disegno. Ho imparato poco, partendo da talento nullo e abitudine alle matite inesistente. Sono state ore di immersione in una dimensione di concentrazione rilassante con risvegli di frustrazione. Dubito che farò mai qualcosa di buono, ma da tanto volevo iniziare, e sono soddisfatta per averlo fatto. Lo sono molto di meno pensando che i miei sgorbi saranno messi in mostra, insieme agli altri, per testimoniare il lavoro dell’associazione. Secondo me l’unica ambizione dei miei fogli è quella di finire a fare gli inneschi del caminetto insieme alla diavolina.

Venerdi sera…- vorrei dirvi gran finale, ma non è ancora finita – cena di fine corso pasticceria in un ristorante stellato appena fuori Brescia. Non vedo l’ora, perchè sarà una scoperta piacevole. Ne uccide di più la gola che la spada, e io sarò tra loro. Non devo però pensare al fatto che sarà l’ennesima giornata di ore piccole, e io sono un ronfo, soffro, se vado contro natura.

Il gran finale arriverà nel fine settimana lungo: quattro giorni in Svizzera, tra Zurigo e il lago di Costanza: altri posti nuovi, altro giro.

Poi giugno sarà di gran riposo, a confronto.

maggio 21, 2015

Last act in Palmyra

Uno dei gialli di Lindsey Davis ambientato ai tempi dell’Impero Romano, con protagonisti Marco Didio Falco e Elena Giustina – che a me stanno molto simpatici – si intitolava proprio così. “Ultimo atto a Palmira”. Io Palmira vorrei tanto visitarla, come pure Petra, e le piramidi, e i siti romani in Libia e tutta un’altra serie di luoghi dai quali, al momento, è meglio tenersi alla larga.

A Palmyra nei prossimi giorni non ci sarà un ultimo atto, ma solo un altro episodio: molti moriranno, antiche pietre crolleranno, tanti cercheranno il modo di sopravvivere, adattandosi, o scappare. Lì, come in altri luoghi.

Sembra strano, no, osservare quasi indifferenti le notizie sulle stragi e inorridire di dispiacere quando crollano vecchie colonne. Forse perché quelle colonne sono lì a ricordarci che un modo per sopravvivere al tempo esiste, anche se con qualche acciacco, e che si può vincere di mille secoli il silenzio che fa tanta impressione saperle minacciate. E’ come perdere pezzettini di speranza. E’ come capire che dietro le distruzioni ci sono furia e ignoranza: fanno paura, più della vista dei corpi dilaniati o delle colonne di profughi in fuga.

Non so. Io vivo nel mio mondo protetto e mi lamento delle mie cose. Penso per me, alle mie faccende. Ieri, ad esempio, c’è stata l’ultima lezione vera del corso di pasticceria: mignon. La settimana prossima faremo da soli una preparazione a scelta e poi ci saranno la cerimonia di fine corso e il buffet. Sono stanca: è stato impegnativo frequentare, per l’impegno che ha richiesto in tempo e attenzione. Sono malinconica: mi mancherà. Sono eccitata: ho imparato moltissimo e di cose pratiche. Io non sono mai stata una da cose pratiche, ma animale da scrivania. E’ bello scoprirsi imbranati, incapaci, pasticcioni, e, nello stesso tempo, imparare e provare e riuscire a migliorare. Sono ammirata: un ambiente serio, motivante, professionalizzante. Ce ne vorrebbero di più; forse smetteremmo di essere i pressapochisti d’europa. E poi….ecco, tre mesi e mezzo di dolcezze, difficili da dimenticare…

E poi c’è il lavoro, impegnativo a tratti, disteso ad altri, sempre in coda la mattina, e tanta tanta tanta pazienza da radunare, perchè le cose non cambiano abbastanza velocemente. E poi la mia casa e un’altra casa e le gambe distese a riposare al caldo di maggio che ha spalancato le finestre e accorciato le maniche. E poi c’è un viaggio in arrivo, proprio dietro l’angolo (prego notare che quest’anno sto viaggiando pochissimo, rispetto alla media recente).

Ed è tutto qui, poco più, poco meno, mentre altrove le pietre antiche temono, e i bambini piangono. E un altro giorno passa, senza che nulla muti.

maggio 7, 2015

D’in su la vetta e dentro la coda

Tra la settimana di infornate di biscotti, quella dedicata al cioccolato, e quella nella quale affinare le – scarse – capacità decorative, ho celebrato il 25 aprile nel luogo sbagliato, sulla sommità della Torre di San Martino e Solferino, ricordando un’altra liberazione, precedente, in una sorta di sfasatura temporale nella quale l’unica costante è la conta dei morti e il colore del sangue che ha impregnato la terra.

A vedere i vigneti da lassù, o la riva del Garda, o i campi verso sud, nel silenzio profondo di un pomeriggio coperto, non ci si riesce ad immaginare la carneficina, specialmente se si decide di non entrare nell’ossario, lì accanto,  evitando di turbarsi l’umore con il ricordo della nostra natura mortale.

E se l’acqua del mare, sulla riva, che avvolge piedi e caviglie in una morsa fredda rinvia col pensiero a chi in acqua ci finisce al largo, di notte, durante una fuga disperata che non terminerà nemmeno una volta toccato terra, sono gli eventi piccoli della mia vita a influenzare il mio umore, a condizionare l’andamento del giorno. Non certo le stragi, i terremoti, gli orrori, tangenti ma lontani, troppo lontani per altro che non sia dispiacere borghese e gratuito di chi assiste da dietro uno schermo.

Il lavoro…quello c’è sempre, sempre uguale a se stesso, e in modalità pilota automatico, ormai. Ho imparato a farlo da tempo. Stiamone fuori, che ci sto dentro già abbastanza io, fosse solo per le ore che passo imbottigliata nel traffico ogni santa mattina. Che se la gente sapesse un pizzico di come funziona la teoria delle code, magari eviterebbe la furbizia di utilizzare la corsia, quella di destra che incanala in un’altra direzione, per poi arrivare al punto di snodo e via, con una sterzata pretendere l’immissione a sinistra, incuneandosi tra i parafanghi altrui con gli occhiali da sole sul naso e l’aria di chi la sa più lunga. Perché quello subito dietro frena, e  quello dietro prima di lui frena pure, e quello dietro dietro… anche e così via fino a quando il processo si amplifica come un’onda e dal fondo ecco che arrivano altri furbi a ripetere la manovra e tu puoi anche spegnere il motore, perchè se ci sono venti pirla così in venti minuti, per percorrere 20 chilometri ci metterai 50 minuti. E’ così che funziona, ogni mattina.

A volte vorrei chiudere occhi e orecchie, a volte vorrei trovarmici in mezzo, a dove c’è bisogno davvero di dare una mano, per fornire un senso ad un’esistenza che molto senso non ha, nello spreco di un’utilità potenziale persa dietro a minuti pensieri di creatura piccola, a volte penso che sono davvero troppo stanca, per le ondate che tornano a colpire la mia barca e che sono stufa di sgottare, fatica di Sisifo infinita, per stare a galla.

Nel senso, per uscire dalla poesia, che certe volte ho tutto il diritto anche io di salire su, sulla torre, radente il muro perchè soffro di vertigini, e col sudore da strizza che cola sulla schiena, e di dichiarare che basta, che il livello di dolore ha raggiunto il limite sopportabile nel lustro e di mandare affanculo qualcuno, o il mondo intero, già che ci siamo, senza sentirmi uno schifo di persona per questo.

E se la frequenza di aggiornamento di questo blog continuerà a calare, come negli ultimi tempi, immaginatemi:

a) troppo impegnata a fare cose per trovare il tempo di scriverne, pur usufruendo ancora di un giorno a settimana libero, seppur non richiesto;

b) troppo impegnata a girare come un criceto stremato sulla mia ruota per avere voglia di scriverne;

c) troppo impegnata a decidere se ha senso o no tenere aperto un blog se lo si tiene così. Detesto i blog abbandonati. Gramigna che infesta un web già infestato di suo, come l’ortaglia di un giardiniere scadente.

Scegliete l’opzione che preferite: sono vere tutte e tre.

aprile 19, 2015

Mah.

La settimana di pasticceria è stata dedicata alla preparazione di biscotti. Teglie e teglie di frollini, zaletti tradizionali e al mais, margheritine di Stresa, cookies classici e meno classici, tra il profumo del cioccolato e quello della vaniglia, tra le maniche della giacca da cuoco che si tirano su, perchè oltre al forno anche la primavera scalda, tra il rilassamento dopo la  pausa pasquale e le grandi fatiche della sfoglia e dei lievitati. Una soddisfazione, uscire nel buio poco prima della mezzanotte, tenendo stretto un sacchetto di carta che trasuda burro e aromi, sapendo che la colazione del giorno dopo sarà luculliana e fastosa. E ancora di più, salendo una scala buia, intravvedere su un muro un ritorno. É un onore e una nuova occasione.

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Sabato se ne è andato a scegliere le piantine aromatiche da mettere nella nuova lunga ciotola sul terrazzo della cucina e a rinvasarle: menta valdostana, santolina, origano, timo e erba cipollina. Il basilico seguirà, appena arriveranno le maniche corte: un vasetto di basilico limone è già nella piccola serra bianca, pultia dopo i fumi dell’inverno – sia ringraziata la democratica Ikea, che mi permette di levarmi i capricci di candele accese e  serre olandesi, senza accendere mutui. Ho pure adottato una piantina innestata di pomodoro datterino e, per farlo crescere bene, gli ho già messo accanto il suo bambù. É prematuro, come comprare tutta l’attrezzatura prima di imparare a sciare, ma io ci credo ancora, nonostante la mia inettitudine. E poi sono stata contagiata. Ieri tutti, in Franciacorta, pareva si stessero dedicando al giardinaggio e all’orticultura: non soddisfatta delle quatto campanule comprate la settimana scorsa, ho aggiunto una verbena borgogna e due armi biologiche di lotta alle zanzare: una piantina di incenso e una di citronella. Dubito saranno efficaci, contro l’orda famelica che mi infesta il retro della casa da maggio a settembre, però ci provo, e strofino le dita sulle foglie di tutte e me le annuso, soddisfatta.

Ho ricevuto cinque email nei giorni scorsi, a cui ho voglia di rispondere: per chi mi sta aspettando e legge anche qui…arrivo presto. Insomma, tutto bene, no?

Di traverso c’è una novità, non molto nuova, dato che già aleggiava nell’aria, ma che lo è per me. Nelle prossime settimane un giorno lavorativo di meno: vi lascio intuire perchè, tanto non è difficile. E da una parte tripudio perchè ho un mucchio di cose da fare che continuo a rimandare e questi giorni recuperati  mi sembrano manna dal cielo, fino a che sono pochi. Dall’altra penso che viviamo qui, e che queste cose  ce le lasciano fare, anche se forse ci si potrebbe ragionare su ancora un po’ e fare uno sforzo; anche se, a furia di gridare “al lupo, al lupo” quando è solo un botolo ringhioso, quando poi il lupo arriva davvero non c’è spesso più nulla da fare. Ma così è, che mi paia o no, e me la metto via, tra le cose che spero, prima o poi, non mi riguarderanno più. C’è molto di peggio che accade tutto intorno: basta leggere le pagine dei giornali di oggi per riformulare ogni possibile teoria di felicità.