Posts tagged ‘pari opportunità’

gennaio 24, 2016

Gennaio 2016

Ciao! Come state? Io sto. Sto, come al solito. Cambiano le condizioni al contorno, ma il centro della scena resta lo stesso. Negli scampoli di vita, dall’inizio dell’anno, mi occupo di altro. Finiti i corsi di cucina – non del tutto, ce ne saranno altri, qua e là, ma molto meno intensi rispetto all’impegno con cui mi ci sono dedicata nei mesi scorsi – mi sono trovata altro da fare. la mia lista di cose da imparare è lunga e quello che non è in lista, se mi interessa, si aggiunge.

Una delle nuove attività e, in realtà, un vecchio e mai perduto amore: sono tornata in piscina. Per la quarta o quinta volta, da quando mi sono fatta male al ginocchio, precludendomi qualunque attività che si svolga in posizione eretta – per fortuna che lavoro con il sedere saldamente ancorato ad una sedia -, sto provando a ricominciare a fare sport. Piscina, due albe a settimana, prima dell’ufficio, corso con istruttore FIN. Vediamo questa volta quanto dura. Di bello c’è che in acqua sto un gran bene, sia mentre nuoto, sia mentre faccio la doccia e tento di recuperare un colorito meno cianotico. Il nuoto è uno sport autopulente, l’unico in cui sudi, ma ne esci comunque linda.

La seconda nuova attività, invece, occupa una sera a settimana: breve corso introduttivo di fotografia, proprio breve, cui però seguiranno attività annuali del circolo fotografico locale. Fino a due settimane fa non avevo mai usato la mia reflex – una Nikon D40 senza nessuna pretesa se non quella di essere adattissima ad una principiante -in una modalità che non fosse quella automatica. E invece adesso la nebbia che avvolgeva concetti come “esposizione”, “diaframma”, “tempi”, “luce”, si sta pian piano dissipando. Bello, no? Sarebbe bello riuscire a fare qualche scatto sapendo cosa sto facendo.

Il lavoro fa il suo corso. In questa frase ci sono racchiuse tutta la mia mancanza di entusiasmo e la mia frustrazione che se ne vanno a braccetto e si fomentano l’una con l’altra in un gioco al ribasso. L’immane quantità di tempo che si perde in un’azienda a correre dietro al nulla invece di tirarsi su le maniche e affrontare i problemi seri, per eliminarne le cause, potrebbe essere oggetto di serie indagini. Noi invece preferiamo riderci su, alla Quo vado (sì, confesso che l’ho visto, ma l’ho visto come se fossi stata una protagonista di questa ode all’italiano medio, cioè nella sua versione piratata), così è più facile sia adattarsi che lamentarsi. Il problema, dice mio padre, che mentre mi annoio io penso e pensare, tradotto negli effetti pratici, significa che gli invento qualcosa da fare. In questo momento sto lavorando ad un restyling della mia adoratissima camera, con tanto di progettino, (non è che qualcuno di voi ha cassettiere o altro della cameretta Play della IVM degli anni 60 che gli avanzano?!) che prevede la collaborazione di un falegname in gamba – incarico al momento vacante – e una levigatura dei parquet. Quest’ultima faccenda, da svolgersi in primavera, prevede lo svuotamento di un paio di stanze: da quantificare in ore mulo, non ore uomo.

Per fortuna ci sono stati altri film, molto più utili ad aggiungere spunti al mio immaginario: Il ponte delle spie, Revenant, Carol…la scena dell’orso che gioca con un corpo umano come fosse un sacchetto di patatine si farà sicuramente strada nei miei sogni. C’è anche qualche libro, di ogni tipo di genere: “Woody”, simpaticissimo e molto tenero, “Il fattore D”, vero e deprimente, un romanzo rosa di Lucinda Riley – non chiedetemi il titolo, volevo solo capire come scrive, e scrive come vanno scritti i romanzi rosa: poca testa richiesta, tutti i drammi e colpi di scena immaginabili, il meraviglioso bacio finale-, “Il diario segreto di Maria Antonietta, di cui non ho capito l’utilità, però ho sperato fino alla fine che arrivasse Lady Oscar; un paio di romanzi di Michael Connelly per andare sul sicuro, Preghiera per  Chernobyl, per agghiacciarsi un po’, Il teorema del pappagallo – ma è noiosissimo, e l’ho chiuso quasi subito, infilandolo nel mucchio di libri ai quali trovare un nuovo padrone. Robe così, insomma, senza coerenza, senza illusioni.

E così è, la parte del “faccio cose” di questo mese, scritta al ritmo dei Bruskers.

Poi ci sono le faccende serie, quelle alle quali penso mentre guido, andando e tornando, quelle che meriterebbe ognuna almeno due post, ma ultimamente ho le parole annodate, corrono dietro ai pensieri. C’è la consapevolezza che devo trovare una soluzione seria per la mia noia intellettuale lavorativa, altrimenti avrò davanti anni di desolazione, e io non ho mica voglia di desolarmi. Ci sono le brutte notizie, di persone forti che devono continuare ad esserlo, e che lo faranno, nonostante tutto, perchè lo sanno che, da qualche parte, ci sarà sempre e ancora una piccola parte di felicità per ognuno di noi. C’è la giovane milionaria, bella, non completamente priva di neuroni, e vittima di un carattere cui nessuno ha mai messo freni che si rivolge alla cameriera che la sta servendo con una tale maleducata veemenza, per una faccenda di nulla, che non puoi fare altro che provare una pena infinita per lei, per la potenzialità perduta, e rabbia, perchè devi contare fino a tremila per fare finta di non aver sentito e per farti passare la vergogna che provi per lei, e per te stessa, che non hai (ancora) il coraggio di farglielo notare perchè suo padre ti paga lo stipendio. E c’è la costante presenza della mancanza, continua, in ogni momento. E molte altre cose che, chilometro dopo chilometro, si intrecciano e si confondono, tra lo smog della città e i chiaroscuri delle gallerie che risalgono la strada, verso la valle, in questo gennaio freddo, ma non troppo, secco e inquinato. Un altro gennaio.

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ottobre 8, 2015

Punti di vista. Una donna aggressiva e la perfetta omelette.

Sto riflettendo, in questo periodo, durante le tante ore che trascorro alla guida, che cambiando lavoro ho cambiato anche atteggiamento e che non so se la cosa mi fa piacere o meno. Vi spiego meglio.

Ho la presunzione, innata, della consapevolezza di essere intelligente. La ammetto senza rimorsi o pudori. L’ho sempre avuta, fin da piccola. Io riuscivo a fare tante cose che per molti erano complicate. E quelle che non riuscivo a fare – che non riesco, perchè così sono anche adesso – diventavano per me motivo di sfida personale: io DEVO impararle, fino a quando non arrivo a cavarmela bene. Non ho la pretesa di sapere tutto, non sono così accecata nella mia presunzione: ad esempio so che quello che riguarda molti ambiti – l’artigianalità della pazienza del movimento manuale, la propensione alla cura degli altri, la plasticità del gesto atletico, ad esempio – mi sono alieni, inarrivabili. Ma quello che ho e che so, cavolo, me lo tengo stretto e me lo porto in giro a bandiera. Non si arriva a quaranta e qualcosa anni senza aver capito come si funziona, non pensate?

Detto questo, dato che per me il periodo universitario è stato simile al medioevo per l’umanità, cioè ad una débâcle dell’intelletto, quando ne sono uscita col pezzo di carta, le ossa peste e una preparazione a dir poco sbrindellata, ho volato basso e adagio molto a lungo. Anni. Muta, con le manine che andavano, concentratissima e piuttosto pallosa. Nel frattempo ho provato a portare alla pari tutta una serie di abilità sociali che fino ad allora, nella mia immaturità di creatura abitante nei libri e non nella vita reale, non avevo avuto il tempo di coltivare.

Sono stata accusata di essere troppo poco agguerrita, al lavoro, nelle esperienze precedenti. Dove gli uomini graffiavano, grugnivano e pestavano le clave sulle scrivanie di vetro, io cercavo di arrangiarmi cercando di evitare i conflitti e parlare con le persone il più chiaramente possibile delle cose che stavo facendo e delle loro motivazioni. Con tanta, tanta pazienza. Quando l’infelicità per la fatica di arrivare in posti dove per altri le porte parevano sempre spalancate arrivava a valori non più compensati dalle altre condizioni al contorno, cambiavo posto, senza troppo casino. L’unica volta in sette anni, nel mio lavoro precedente, in cui mi hanno sentito controbattere decisa un mio superiore, è stato pochi giorni prima di licenziarmi. E brusco è stato anche il distacco, tra la loro grande meraviglia per un gesto che non si aspettavano – una costante, questa, della mia vita lavorativa: io mi dimettono e loro si incavolano perchè non se lo aspettano, chissà perchè – e il mio nervosismo per essermi arresa alla consapevolezza di aver sprecato tempo e di non essere stata capace, un’altra volta ancora, di trovare una via.

Dove lavoro adesso sono arrivata, senza nemmeno averlo premeditato, con l’atteggiamento ambivalente di chi ne ha piena l’anima delle dinamiche aziendali, si è resa conto di avere una solida professionalità acquisita in anni di esperienza, ha realizzato che questa professionalità ha sempre meno possibilità di essere accresciuta perchè più si sale più le scale sono ripide o non ti ci fanno nemmeno salire, e con la convinzione che, al compimento del ventunesimo anno di contribuzione, potrei chiudere baracca e burattini e dedicarmi ad un’economia di sussistenza e ad una vita contemplativa. Non so se ce la farò davvero mai, ma questo non significa che io non possa impegnarmi per farcela nè, tantomeno, che io non continui a desiderare, per soddisfazione personale e una certa etica del lavoro, di voler fare bene quello che faccio. Insomma, sto diversa da prima.

Mi sono accorta – e anche questo è arrivato senza premeditazione -, che è come se mi si fosse sturato il tappo: sembro un gatto che piscia sul territorio per delimitarlo. Reagisco alle provocazioni, accuso apertamente la negligenza e il lazzaronismo di certi colleghi, espongo il mio punto di vista in maniera decisa al mio superiore – che è pure il padrone dell’azienda per cui il giorno che gli girano la rischio -, ho perso certe remore di fondo legate alla buona educazione e al pudore. Però se da una parte sono orgogliosa di aver imparato alcune regole del gioco della competizione maschile, dall’altra queste reazioni che mi vengono adesso naturali  faccio fatica a lasciarle dove devono stare, cioè in uffcio, e a non portarmele addosso anche dopo aver timbrato il cartellino della sera. D’altro canto, se prima mi si richiedeva, per permettermi di fare carriera, un atteggiamento più deciso, adesso che ricopro un ruolo in cui la capacità di prendere decisioni e di esserne consapevoli è fondamentale, mi si dice che sono troppo brusca. Aggressiva. E pensate che arrossisco ancora: come diavolo fa una che arrossisce ad essere contemporaneamente aggressiva?! Sono diventata un ossimoro?!

Ed è così che ieri, durante la lezione di cucina, mentre la terza omelette di fila finiva spatasciata sul pavimento invece di girarsi elegantemente in padella – perchè, come dicevo prima, ogni volta che c’è da fare qualche cosa di manuale io esibisco il peggio di me – riflettevo anche sul fatto che lo stesso tipo di comportamento, declinato al maschile, è incoraggiato e apprezzato, mentre al femminile suona ostico e sgradevole. E che fare una omelette, a prima vista piatto stupido, è una cosa terribilmente seria. La quarta omelette mi ha sconfitto del tutto: l’ho passata ad un compagno di corso perchè la finisse e sono andata alla plonge, a sgrattolare via l’unto dalle bacinelle e l’amarezza dal cuore: fossi rimasta davanti al fornello, mi ci sarei accanita con un trinciante fino a ridurla a brandelli, per sfogare su di lei la mia frustrazione.

Dopo aver pianto sulle omelette e deciso che ne proverò a iosa nei prossimi giorni – qualcuno vuole un invito a pranzo? – , mi sono dedicata alla produzione delle orecchiette, sotto la gentile guida di un ragazzino barese e paziente.

Al ventesimo tentativo le orecchiette hanno cominciato a saltar giù dal mio pollice così come dovevano essere e, finalmente appagata, ho deciso che non c’è proprio niente che non funziona in me, ma è tutta colpa del mondo crudele.

ottobre 2, 2015

“Io e lei”: finalmente, la normalità

Ieri sera, nonostante la cronica carenza di sonno, sono stata al cinema, causa curiosità. Era una serata di preludio all’autunno, il cui fresco malinconico era accentuato dal deserto serale del centro di Brescia. E’ sempre stato così, da che mi ricordi, da quando vivevo in una stanzetta di pensionato cattolico a mezzo passo dal Corso, durante i primi anni dell’università, alle incursioni periodiche a cena o per, appunto, un film, nei periodi in cui lavoravo come adesso nella sua periferia. Impossibile bersi un caffè al bar dopo le otto la sera:il centro è vuoto, sbarrato come le persiane di una casa riottosa e, ma questa è una novità, pattugliato dalle forze dell’ordine. I passi rari risuonano tra le vie, amplificati dal vuoto.

Sono uscita dal cinema, dopo aver visto un film piacevole, con una serie di sensazioni contrastanti, che adesso vi elenco in modo ordinato, così condiziono il cervello in attesa di un’altra giornata di numeri da analizzare:

  • è un evento, nel panorama cinematografico italiano, vedere un film che racconta una storia d’amore omosessuale senza tingerla di toni scabrosi, crepuscolari, equivoci, erotici, volgari, ma calandola con tutta semplicità in un interno italiano e seguendo la quotidianità normale di una coppia normale. Normale, appunto, è la parola chiave che alla fine della visione dovrebbe aleggiare nel subcosciente e trovare un posto in cui accomodarsi, perché normale è, come lo siamo tutti, noi che scegliamo di vivere la nostra vita così come ce la sentiamo o come ce la fanno vivere gli altri: è normale decidere o farsi capitare di restare da soli a vita, di cambiare partner con la stessa frequenza di uno spazzolino da denti, di scegliere di diventare suore o preti, di non avere figli, di darne alla luce una decina, di lavorare tutta la vita fino a ottant’anni, di lavorare a spizzichi e bocconi quando capita, di dedicarsi all’accattonaggio, di vestirsi solo di rosa, di andare sempre in giro a gambe nude anche in inverno, di scegliere una professione che faccia del bene a molti, di sceglierne un’altra che faccia del bene solo a se stessi, di essere intransigenti al limite del ridicolo, di lasciarsi scivolare addosso ogni cosa. Quasi ogni nostro comportamento è normale, perchè siamo milioni di esseri, su questo pianeta, e se facciamo una statistica, troveremmo pochi rari casi di unicità e molti sentimenti accomunabili. Ed è normale anche decidere che una cosa ci piace o non ci piace, perchè non andremo mai tutti d’accordo, e come sempre succederà che qualcuno pensa che i gay siano malati, e starà bene con questa convinzione, così ci sarà un altro che non ci farà neppure caso, E pace all’intrinseca incoerenza di chi professa amore e accettazione, ma apre le braccia agli altri solo quando l’altro è come lui, e a chi punisce un assassino macchiandosi dello stesso reato che sta unendo. Noi siamo uomini, più o meno evoluti, e come ci comportavamo duemila anni fa, così ci comportiamo ora: cambiano i mezzi, non scriviamo più i nostri pensieri incidendoli su una roccia, ma ticchettiamo sui tasti di una tastiera per far accendere e spegnere una scia di elettroni. Cosa c’è di strano se siamo uno diverso dall’altro? Adeguarci a comportamenti stereotipati denuncia solo pigrizia intellettuale, non indica la verità assoluta.  In conclusione, era ora che arrivasse un film normale su una coppia normale composta da due persone dello stesso sesso anche in Italia. Spero non resti un caso isolato: mi piacciono le storie d’amore. E anche se, per me, nessuna sarà mai all’altezza della dinamica raccontata da Orgoglio e Pregiudizio o da Molto rumore per nulla, continuerò a leggere romanzetti rosa di infima categoria e a vedermi commediole più o meno divertenti.
  • il lieto fine, atteso, accade con un pizzico di passione che manca, nel resto della storia, quasi come se nel cercare di veicolare il normale di cui sopra la regista si sia imbavagliata, ma la passione mi è suonata poco credibile perchè non supportata da precedenti accenni. Forse si poteva usare di più, proprio per farlo sembrare più normale.
  • Le attrici sono bravissime, ma questo lo si poteva immaginare già prima: si va sul collaudato che permette il gioco di relazione tra due persone di estrazione sociale diversa che si incontrano e si innamorano. Si ride anche, di battute non forzate e ben disposte. Non ci sono accenni però a come sia successo che le protagoniste si siano innamorate. Peccato, avrebbe potuto contribuire con una sfumatura importante al racconto. Eppure non deve essere stato facile per Federica, architetto divorziato e madre, innamorarsi di Marina, che invece si conosce bene e sa cosa vuole. La storia pregressa ci è negata: lo spettatore inizia ad entrare nella casa delle due nel momento in cui la convivenza dura da cinque anni e la solidità della relazione viene messa alla prova dal dubbio e dal ripensamento di Federica.
  • Quanto le incertezze di Federica che portano al tradimento siano colpa del condizionamento culturale e quanto invece derivino dalla fragilità del sentimento, non mi è ben chiaro. Sembra che tutto derivi dalla paura dell’accettare se stessi e dalla mancanza di coraggio nell’affrontare l’opinione e il giudizio altrui, ma le storie di tradimenti dell’amore supposto  vero mi lasciano sempre un po’ di amaro in bocca perchè mi chiedo quanto, con un po’ di onestà intellettuale, avrebbero potuto essere evitate. In questo caso è stato più amaro ancora perchè Federica non dice mai, quando si rende conto di avere sbagliato, che le dispiace di aver fatto soffrire Marina, la persona che ama, ma il suo dolore pare incentrato solo su se stessa e sulla difficoltà a trovare le risposte giuste. Mi è mancato qualcosa.
  • Ho adorato ogni singolo vestito scelto per Federica e gli oggetti di design italiano che puntinavano gli interni. Non so che dirvi: mi è sempre piaciuta, nei film e telefilm italiani, questa autoreferenzialità sulla nostra capacità di creare e scegliere il bello. Non faremo sempre e solo cose sbagliate, no? E, a proposito, niente visioni di lingerie di pizzo e malizia, ma pigiami meravigliosi: sono andata via dal cinema prima di aver letto di che marca fossero.

In conclusione, quando arriverà sui circuiti televisivi, lo riguarderò, probabilmente, perché per quanto non indimenticabile è una storia piacevole e coraggiosa.

In programma, invece, il prossimo film da cinema che vedrò sarà quello su Snoopy, tra un mese, giusto per saltare di palo in frasca, e ho deciso che aspetterò, invece, che qualcuno mi presti Inside Out. Le mie serate nelle prossime settimane saranno sempre di più occupate da corsi di cucina – con un’incursione attesissima nel mondo della panificazione – e da un paio di concerti di musica classica.

Peccato che i miei  giorni si sprechino tra inani fatiche: ho sempre di più la sensazione che dovrei prendere anche io una decisione coraggiosa, un po’ come la Federica del film, e trovarmi un nuovo quanto di energia in cui stare un po’ più comoda.

dicembre 8, 2014

Protetto: Subdola mente

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giugno 15, 2014

Come fuori da un film

Milano, Stazione Centrale

Ombrelloni, infradito, borse, valigie, gelati, panini, libri, pioggia, caldo. Attese.

Coperte, acqua, suolo, urina, sudore, pacchi, borsine di plastica, rumore. Attese.

Moltitudini in partenza per le vacanze sostano impazienti davanti al tabellone centrale degli orari dei treni. Profughi in transito dormono per terra sul mezzanino. La scala mobile sale ad uno scorcio di umanita’ sperduta, accatastata, tra qualche bottiglia di acqua e cibo procurato dai volontari. Tra il frastuono della gente che passa riposano e aspettano uomini, donne, bambini. Uno di loro si é allontanato dal gruppo radunato intorno alle coperte. É solo dietro l’angolo, ma non visibile ai familiari. Nessuno lo cerca, per ora. Stringe in mano una banana, prova a sbucciarla, ma é troppo piccolo per riuscirci da solo. Ne addenta la buccia. Lo supero, diretta al treno. Zaffate di odore di sudore mi arrivano al naso.

A prescindere da qualunque convinzione politica, economica, morale. Se questi sono uomini, loro sdraiati in attesa di una speranza, se questi sono uomini, noi indifferenti che osserviamo il dolore come se fossimo al cinema. E passiamo oltre, senza neppure provare a pensare che forse un luogo con dei letti, dei bagni, una colazione lo si potrebbe far saltar fuori, senza per questo chiedere un documento, i nomi, il perche’, tanto questa é terra di transito.

Facile scrivere queste cose su un blog e poi non tendere mai la mano, pero’.

aprile 28, 2014

E ti diro’ di piu’…

I tre giorni in Belgio sono filati via all’insegna delle scoperte preventivate: sapevo prima di partire che sarebbe stato un bel viaggio ed ero pronta a  godermelo. Il sole e il caldo hanno fatto la loro parte, una piacevole compagnia per le vie di Bruxelles, le strade tra i campi verdi illuminati da chiazze gialle di coltivi alternati, gli antichi mattoni del castello di Jehay.

Stavano fuori in attesa mentre cacciavo il naso all’interno dei negozi di cartoleria, del  Museo del fumetto ospitato in un vecchio emporio di tessuti costruito in un perfetto stile Art Nouveau , del Museo Herge’ in una  Louvaine La Neuve  invasa dagli scout, nel negozio  di Pierre Marcolini che ha riclassificato i miei standard  in fatto di cioccolato.

E lasciavano il posto ad una notte di pioggia poco convinta mentre assistevo al primo concerto del Festival della chitarra – quasi quattro ore di musica classica e world – e a quello di presentazione del nuovo album di Karim Baggili.

Tra un brano e l’altro mi son guardata intorno: si trattava in entrambi i casi di sale da concerto in centri culturali, gremite da un pubblico molto eterogeneo per eta’, vestito in modo non elegante, rifocillato da alti boccali di birra negli intervalli e tanto attento e partecipe. Il secondo concerto, in particolare, mi ha stupito per qusto motivo. Si tratta di world music che mescola influenze arabe con i canoni occidentali: l’oud, il liuto arabo, ha una parte fondamentale nei brani, per lo piu’ strumentali, che ricordano piu’ le calde sere nel deserto che non i tramonti sui pascoli erbosi, per dire. Eppure la partecipazione é stata massima, tra i giovani e i, tanti, meno giovani  e la maggior parte di essi proveniva, come si poteva leggere sui tratti somatici, dalla vecchia europa. Mi sono chiesta se una cosa del genere qui potrebbe succedere: bresciani di tutte le eta’ ad affollare una sala da concerto di un centro culturale di un paese di provincia – ammesso che un centro culturale in un paese di provincia qui esista e fornisca una stagione di eventi piena e interessante – per ascoltare musica araba con l’atteggiamento di chi gia’ la conosce.  Mi pare, al momento, poco probabile, anche solo per il fatto che la maggior parte delle volte vanno deserte anche le serate di musica tradizionale. Qui le sedie si riempiono solo se ci sono i grandi nomi, urlati a scampanio da campagne di marketing tanto piu’ intense quanto piu’ sostengono il vuoto dietro.

Dopo il concerto Karim é passato nel foyer, a firmare autografi in tutta tranquillita’ per chi lo ha aspettato, con in mano la locandina del concerto regalata a chi la volesse. La mia compagna di viaggio, che stravede per lui da quando lo ha sentito la prima volta  suonare in una rassegna organizzata per l’appunto qui da persone che provavano a proporre qualcosa che non sia sempre la solita zuppa e non lo fanno quasi piu’ perche’ la fatica é molta e i risultati deludenti, si é illuminata come un faro nella notte quando é stata riconosciuta da Karim stesso, baciata, e ringraziata una volta scoperto che era vemuta dall’Italia apposta per ascoltarlo di nuovo, e per ben due volte in due giorni! Il trupudio é proseguito all’ora di colazione, in albergo, il mattino dopo perche’ i suonatori di oud, il Trio Joubran, sono comparsi nella hall. Abbiamo ringraziato per la musica e fatto due parole con il fratello di mezzo, un po’ in francese, un po’ in inglese per passare all’italiano quando, chiesto da dove arrivassimo, ci ha detto che si é diplomato a Cremona. Da una rapida occhiata della sua biografia, ho scoperto che é un maestro liutaio e che é stato il primo arabo a diplomarsi al Conservatorio cremonese. Ecco, a me sono mancate le parole perche’ per un attimo mi sono sentita molto orgogliosa che una persona, proveniente da una famiglia che per generazioni si occupa di costruire liuti e li suona pure, abbia deciso di rafforzare la propria preparazione artistica proprio da noi, in un centro famoso per questa tradizione. Poi, subito dopo,  mi é preso il solito nervoso scoraggiato che mi invade quando penso che, il nostro,potrebbe essere un paese in cui si puo’ vivere bene, si potrebbe avere e fare cultura, si riuscirebbe ad essere moderatamente soddisfatti mentre invece ci siamo fatti imbesuire per anni e non ci viene neppure in mente che potremmo avere tanto di meglio. E poi mi sono chiesta, con tutto il mio razzismo provinciale che mi scrollo di dosso solo quando riesco a ricordare a me stessa che le folle di migranti sono composte da persone e non da corpi,  quanto tempo passera’ prima che  in una sala da concerti locale possano avvenire incontri di culture, davanti al panettiere, al postino, al professore, all’operaio, all’imprenditore, al pensionato, allo studente e non scontri di ideologie  per spartirsi una mezza moneta.

Tintin se ne andava a scoprire il mondo, combattendo i cattivi e mentre lo faceva incontrava e capiva persone diverse da lui. I cattivi sono tra noi e il mondo lo abbiamo fuori dalla porta di casa: forse un giorno troveremo, trovero’, il coraggio per aprirla.

marzo 23, 2014

Perplessità cinematografiche

Complice un sabato di pioggia, privo di gitarelle già organizzate, mi è sembrato il caso di dedicare qualche ora alla mia istruzione cinematografica, che definirei carente, tranne sui classici Disney e sui film anglosassoni ispirati dai romanzi famosi.

Ho iniziato perciò con “12 anni schiavo”, Usa 2013. L’argomento è serio: il film denuncia senza troppi filtri le violenze perpetrate dagli schiavisti ai neri che lavoravano nelle piantagioni. Pensare che queste vicende non sono accadute in un passato poi così lontano le rende ancora più d’impatto. A parte questo, non mi è piaciuto. I continui passaggi spazio-temporali e una certa aridità nel chiarire i motivi di alcuni avvenimenti rendono la visione poco fluida. L’utilizzo di scene molto lente e di inquadrature tenute a fuoco a lungo provoca cali di attenzione. É successo come quando dicono: “il ragazzo ha delle qualità ma non si applica”.

Il secondo film invece aveva carattere ben più leggero e non è certo una novità. “L’apparenza inganna”, Francia 2001, è una commedia che fa sorridere in modo garbato e che prende in giro tutte le moine e le opinioni arcaiche o (finto) progressiste in merito all’omosessualità. Il protagonista si finge gay per non essere licenziato: ne nascono fraintendimenti e scherzi. Alla fine trova una nuova compagna e tutto e bene ciò che finisce bene. Non più tardi di venerdì all’ora di pranzo ho sentito uno dei miei ennemila capi ribadire che a lui gli “invertiti” fanno schifo. Si stava parlando di tutt’altro, ma negli ambienti dominati da certa cultura metalmeccanica maschile, c’è da rimanere stupiti di quali cose assurde fungono da appiglio a commenti spesso pesanti e volgari. Sono gli stessi che la maggior parte di loro rivolge, opportunamente declinati, alle donne. É anche uno dei motivi per cui, in questo Paese, non ce la faremo mai a parlare di persone e di diritti ma discuteremo sempre di froci, fighe, terroni, negri e vù cumprà. E la cosa assurda e che io non sono di sinistra nè credo lo diventerò, ma non ne posso più di sentire questi discorsi. Meno male che in Francia ci si riesce – riusciva, già dieci anni fa – a fare dell’ironia in modo intelligente.