Posts tagged ‘natura’

ottobre 13, 2014

Non c’è come non farla.

Non c’è come non farla per acuire le capacità cerebrali. Da quasi due ore guidavo, sabato mattina, tra le campagne vestite d’autunno del mantovano e del veronese, diretta a Isola della Scala e alla sua Fiera del Riso, e da almeno una mi scappava la pipì. Ma proprio tanto tanto. Ora, per quanto l’ambiente fosse circondato da campi e stradine che lungo essi si inoltravano, è questa la stagione dell’anno meno opportuna per trovarsi un angolino e acquattarsi. Tutti gli angoli sono, infatti, a vista. Tutto raccolto, tutto a terra, tutto sfoltito. E parecchi contadini all’opera a dare una mano alla caducità naturale.

La sosta sul ponte visconteo di Valeggio, con tutta quell’acqua che scorre sotto, ha fatto precipitare le cose. Da qualche parte della memoria è spuntato un lontano ricordo: c’era mica un bagno nel parcheggio di Borghetto? Provvidenziale. Tra l’umido del cielo e della terra e la canzone del fiume, ero pronta a tutto, in caso mi fossi sbagliata. A Isola la fiera era arrivata al suo ultimo fine settimana, dopo un mese di quintali di  vialone nano cotti e serviti a folle in attesa: mi sono cavata la curiosità, ho scoperto un paese in cui il risotto viene cucinato a meraviglia e in abbondanza, ho fatto provviste per l’inverno, ho imparato un paio di cose sulla coltivazione in risaia e sono tornata a casa così stanca, ma rilassata, nel tardo pomeriggio, che per la prima volta da settimane, sono crollata in un pisolo tardivo, dimentico di ogni umana tribolazione.

Per tornare al tema del titolo, una che conosco mi ha suggerito tempo fa un’idea fantastica per ovviare all’inconveniente, tipicamente femminile – poiché uomini in piedi a gambe larghe davanti al nulla e col culo rivolto alla sede stradale ne vedo ovunque – di volerla tanto fare, ma di non sapere dove. L’ho ascoltata,  perché l’idea era buona, ma chissà mai quando mi capita di averne bisogno. Adesso la metterò in pratica. E non vi dico quale è, perché sai mai che la ragazza in questione ci abbia fatto su una pensata e intenda brevettarla.

Qui piove, per parlar di acqua ancora, ma in una maniera così convinta e insistente, che c’è da chiedersi se ci starà, sotto di noi, tutta questa acqua, o il suolo si ribellerà, gonfio, e la risputerà fuori. E’ iniziata una nuova settimana di lavoro in una maniera direi balzana.  Alle 6.30 mi sono avviata a piedi verso la stazione.  Il paese la mattina è silenzioso, avvolto ancora dalle luci della notte. Qualche cane porta il padrone a fare slalom tra alberi e aiuole, nei laboratori di panetteria la luce è accesa, dai bar si sprigiona profumo di caffè. I ragazzi camminano curvi sotto il peso degli zaini, ma nel buio si vedono solo quando si passa loro vicino. E’ arrivato il treno più veloce, quello che ci impiega un’ora e dieci per fare 60 km,  in scusabile ritardo di due minuti e ho trovato un angolino per leggere in santa pace. Un quarto d’ora dopo eravamo ancora lì, immobili sulle rotaie. Il treno partito mezz’ora prima, quello lento che fa tutte le fermate e ci impiega un’ora e quaranta, era rotto, fermo una stazione più in là, in un punto a binario unico. Un tappo. Non si andava più su e giù per la Valcamonica.

Sesto giorno da pendolare sui mezzi pubblici: ho chiuso il libro, sono scesa, ho ritrotterellato verso casa e sono ripartita in auto. Dopo aver fatto la pipì, già che c’ero. Sai mai che gli ingorghi raggiungano intollerabili estensioni.

agosto 25, 2014

Sbalzi

Le vacanze al mare sono finite un giorno prima, rispetto al previsto, ma proseguono nella pace della mia casa. Ogni tanto è piacevole starsene tra le proprie stanze senza l’obbligo di fare mille altre cose fuori. L’occasione l’avrei, perché l’azienda ha riaperto oggi, però quest’anno ho cancellato gli scrupoli, in accordo con l’io, il super io e tutte le altre voci che convivono in me perché si profilano quattro durissimi mesi fino alle prossime vacanze e devo raccogliere tutta l’energia possibile, attraverso un paio di giorni di assoluta calma, dedicati a cucinare, scrivere, dormire e aspettare che si asciughi il bucato sotto la tenda da sole aperta per proteggerlo dai continui piovaschi. Sulla costa è rimasto mio padre, un po’ annoiato, che ha voglia di rincasare. Pensionati inquieti, ignari del fatto che nelle grotte di Frasassi si stava quasi meglio che qui, in fatto di clima.

Sabato sera ho festeggiato la conclusione delle vacanze con una cena a base di pesce e una grande sfida a pincanello, altrimenti detto calcio balilla: naturalmente non sono capace di giocare, però mi è sembrato di tornare bambina. Sono talmente bambina che dopo aver fatto scene epiche ogni volta che segnavo un goal,  poi sono anche corsa su youtube per vedere che trucchi esistono e adesso sto pianificando un modo di allenarmi per le prossime volte.

Ancora prima dell’alba, domenica, verso le quattro, ho fatto una partenza così intelligente che neppure Einstein, così all’ora di colazione ero di nuovo tra le zolle della pianura bresciana. Il mio lago era bellissimo, tutto azzurro di acqua e bianco di vele. E il golfino è stata la prima cosa che ho tirato fuori dall’armadio. La voglia di tornare al lavoro invece è ancora al largo. Molto al largo.

agosto 9, 2014

Sul territorio

 Non so se ci avete fatto caso, ma, da qualche tempo a questa parte, l’uso scorretto del “piuttosto che”, quello smodato del “ma anche no”, quello categorico dell’ “assolutamente si, assolutamente no”, quello onirico del “chilometro zero”, sono stati affiancati dal complemento “sul territorio”. C’è gente presente sul territorio, analisi sul territorio, esigenze del territorio, diffusione capillare sul territorio, insomma, c’è un esercito che calpesta i prati e le vie del territorio che quasi me la immagino, questa moltitudine di persone fuori, all’aria aperta, a offrire servizi ai quattro cantoni e a pattugliare le contrade, che nemmeno i cercatori di funghi. Poi quando ti serve davvero qualcosa ti ritrovi da solo sul marciapiede a pigolare, come la goccia d’acqua della pubblicità: “c’è nessuno?”. L’uso delle frasi fatte mi innervosisce.

 Mi faceva notare un’amica, lunedì sera, una cosa alla quale non avevo mai pensato. In estate, le persone che hanno un figlio portatore di qualche handicap sono sole, solissime, ancora più sole che nel resto dell’anno: asili chiusi, strutture chiuse, scuole chiuse, grest interdetti, specialisti in vacanza…il medico le ha suggerito: “stavolta si prepari, signora, non faccia come l’anno scorso”, come se si potesse decidere in anticipo quando e come tuo figlio starà male e avrà bisogno di aiuto.  Territorio deserto.

  Territorio paludoso, anche, ma di questo non ha colpa nessuno: piove e continua a piovere, e l’estate se ne sta andando umida e appiccicosa. La prima settimana di ferie si è srotolata in grandi manovre antimuffa nel seminterrato, per arginare i danni del passare del tempo, con l’aiuto di una vaporella e di tanto bicarbonato di sodio, in una giornata a Padova a parlare di libri da dietro il bancone della bibliotecaria – e a giocare ad immaginare  di fare un altro lavoro  per una mezza giornata -, in una in quel del Tentino, che riconosci subito dopo il cartello che segnala la fine della provincia di Brescia perchè improvvisamente le strade sembrano messe meglio, le vie sono più pulite e i gerani crescono più luminosi – e dove lo strudel fatto in casa è un’opera d’arte.

 Sta finendo in lavoretti domestici di bucati stesi al chiuso perchè pare di essere in ottobre e di cosine da fare qua e là per le quali non ho altro tempo se non in questi rari periodi casalinghi. Sul territorio impazzano le sagre e le mostre mercato, ma io la sera, occupo il territorio del letto e non mi schiodo più:  leggo, non moltissimo perché crollo addormentata subito, però leggo e mi ricordo di quando lo facevo con voracità come se fosse l’unica cosa che mi importava al mondo. Lo era: i libri provocano assuefazione, specialmente se sono belli, e dal territorio ti strappano via per condurti in mille altri luoghi, magari senza pioggia per tre giorni di fila.

luglio 13, 2014

De profundis per uno zucchino

Orto

 

Sabato mattina. Ore 8.30. Raccolta di frutta e verdura fresche nell’orto (non mio). Profumo, sapore, colori.

Sabato sera. Ore 20.30. Dopo un temporale che ha lasciato le piante spezzate, dilaniate, piegate.

Basta un attimo per perdere ore di cura e lavoro.

Maggio 11, 2014

Fare la festa al pavone.

Scrivo da un B&B immerso tra gli ulivi e i mandorli , in mezzo alla Valle dei Templi. Davanti a me le colonne del tempio di Giunone e di quello della Concordia sono illuminate e si  stagliano sulla collina. I giganti di pietra del tempio di Zeus dormono sotto un cielo sereno. Oggi li ho conosciuti, quelli che giacciono, mutilati dall’uomo e consunti dal tempo, e quello che in piedi, ricostruito, occupa il posto d’onore al Museo Archeologico. Il sole scottava tra le rovine; la coppa gelato enorme, buonissima, é stata un pranzo perfetto, seguito da una pennichella che ha interrotto la visita nelle ore piu’ calde. Ho ripreso le esplorazioni nel tardo pomeriggio, quando il calore si era ingentilito e la luce giocava tra le colonne aumentandone il fascino. La sera si é chiusa, come ieri, con un’insalata greco sotto il portico di questa villa, e con un cannolo ( la terza pasta della giornata: prima c’era stato un cannolo mignon, un bombolone mignon e mezzo bigne’ gigante ripieno di ricotta e pistacchi). I brutti sogni e i pensieri legati ai giorni scorsi pian piano scivolano e, se tornano nelle ore del giorno, lo fanno con sempre minore intensita’. Gia’ ieri eri avevano cominciato ad impallidire e a ritirarsi davanti ai mosaici della Villa del. Casale. C’e’ qualcosa, nelle testimonianze che trvalicano il tempo, che mi fa sentire piccola, un puntino in un universo di spazio infinito e al tempo stesso circolare, che mi fa venire voglia di meritarmi la vita.

 

non so pero’ come l’omicidio di un pavone possa essere giudicato al momento della resa dei conti. Qui, in questa tenuta, avevano avvertito che cani, uccelli, anatroccoli e gatti giravano liberi tra gli ospiti e che il gallo avrebbe annunciato l’alba. Quello di cui avevano taciuto, alla conferma della prenotazione, é che i pavoni emetto un grido stridulo, come quello dei gatti in amore, secco, di gola, alto e continuo, tutto le volte che passa qualcuno sul viale, che si ode una voce, che arriva un’auto, che si apre una porta, che gicola l’anta della finestra. Il pavone c’e’. Vede e commenta. Non si perde un pezzo della vita piccola sotto gli ulivi. Apre la coda all’ombra dei mandorli, sale le scale e si infila nelle stanze trascinandosi le penne lunghe come uno strascico. E commenta, con altri della sua specie, ogni minuscolo avvenimento. Il pavone, insomma, fa un casino del diavolo. Per fortuna domani mattina parto, verso Ragusa, verso il barrocco e il pavone avra’ forse salva la vita, a meno che, come stanotte, alle quattro non si metta a far versi. Ho un coltellino  victorinox con me. E so come usarlo.

marzo 10, 2014

Come non detto. La guerra delle ramblas.

Come non detto. Il raffreddore, sparsi i microbi di cui al post precedente, e’arrivato anche da me. Ha colpito sabato mattina, all’alba, coi primi starnuti, poi ha preso possesso delle narici in aereo.  É stato preso alla sprovvista da una primavera anticipata in terra spagnola e dall’aria di mare. La’, sulle ramblas, nel caos di Piazza Catalunya, nei colori della frutta al mercato  della Boqueria, su una panchina del porto é stato sedato dal sole e dallo iodio e, abbacinato dai riflessi del cielo nel mare, per qualche ora si é ritirato per organizzare meglio il secondo assalto. La carica é avvenuta di sorpresa, nel primo pomeriggio, tra le vie fresche del barrio antico, tra gli artisti di strada, i locali che passeggiavano e i turisti seduti ai caffe’.

Ha colpito al ventre, vigliacco. Cagotto in suolo consacrato. Mi sono riparata nel chiostro della cattedrale: li’, proprio accanto alle 13 oche guardiane, c’era, o miracolo!, una latrina da campo. La permanenza nel sacro recinto del luogo di culto é durata non poco.  Sgombrato il terreno e innalzata una barriera di imodium ( minimalista, ma attrezzata e poi ho provveduto a ricostruire la scorta nella santa barbara. Dizionario essenziale: l’imodium si chiama cosi’ anche nelle farmacie spagnole),  la scoperta della citta’ é ripresa a ritmi piu’ lenti fino al tardo pomeriggio. In albergo il nemico é tornato alla carica, con brividi di febbre e scariche di starnuti, ma, ancora una volta, ho combattuto a colpi di jamon iberico, pimientos de padron salatissimi e branzino al forno in un ristorantino gallego. Qualcosa ho imparato durante l’anno e mezzo di trasferte a Madrid: so cosa ordinare! La notte é trascorsa senza eventi e cosi’ pure il mattino seguente, sotto gli alberi e le architetture oniriche del parco Guell.

Dalla terrazza si vedeva il mare brillare e il vento fresco scompigliava i capelli nelle foto. Le decorazioni a trencadis sorridevano sotto il sole; la salamandra posava paziente con centinaia di persone in foto ricordo. ( Le ho anche io le foto, sono una turista scontata, pero’ le posto dopo, sto ancora occupandomi delle ferite). Davanti alla Sagrada Familia, apoteosi surreale, e poi sotto l’arco di trionfo quel marrano ha ripreso l’assalto: il naso ormai chiuso, i fazzoletti consumati uno dietro l’altro, sono rimasta seduta e vinta, su una panchina del Parco della Cittadella a rimirare i bambini che si lasciavano incantare dalle bolle di sapone degli artisti di strada. Volavano nell’aria colorandosi di arcobaleno. ( Le bolle, non i bambini).  Sull’aereo di ritorno ho provato a distrarre il naso dai fazzoletti infilandolo in un fumetto (Snowpiecer per la cronaca: mi incuriosiva), ma tutto invano. La febbre é arrivata, insieme alla primavera.

gennaio 7, 2014

Riprese

Ci ho pensato, questa mattina, se avvertire che sarei arrivata dopo pranzo, per prolungare di poco le microferie o uscire alla solita ora e pace. Ha vinto la mia parte oggettiva: che differenza fa, se comunque è inevitabile?

Pochi chilometri di malumore, l’entrata nel solito posto per il solito lavoro. Qualche “urgenza”, robetta. Più passa il tempo più mi chiedo se la parola urgenza non dovrebbe essere utilizzata solo in caso di vite umane, per non farla perdere di significato. La maggior parte delle criticità derivano dal fatto che la gente non ha voglia di prendere una decisione e la delega al superiore, sperando che sia più attivo di lui. I superiori sono pagati per prendere le decisioni, d’altronde, anche se, dopo tredici anni di osservazione, sono dell’idea che ne basterebbero la metà, di superiori, se al livello inferiore le persone fossero più incentivate a ragionare e responsabilizzate. E’ un gatto che si morde la coda però: meglio non avere troppa gente in grado, o con la voglia, di ragionare altrimenti non tollererebbe certi meccanismi alienanti, certe indicazioni incomprensibili, un certo fare e disfare di cui sfuggono le logiche ai più. E così ragiona solo chi, tra quelli capaci, non ha ancora perso la voglia di farlo. Gli altri si sono rintanati in un guscio comodo, tanto non cambia mai nulla.

Davanti a me c’è un’appestata di influenza, di quelle appartenenti a chi non è ancora stufo: peccato che, presentandosi oggi, ci decimerà in pochi giorni con questa influenza che gira e gira e fino ad ora ho schivato. Da un lato ho un esemplare raro che vive per il lavoro, dall’altro ne ho due rassegnati, coscienziosi, ma non troppo. Vivono in economia di energie, preferiscono affrontare i picchi se serve.

Ieri pomeriggio ho fatto un giro –  c’era il sole – e ho chiacchierato con un po’ di persone, incontrate per le vie di un paesino e mai viste prima. Alla gente piace parlare, se la si saluta. Si discuteva di cose che cambiano e si rimuginava su casi pratici sotto i nostri occhi applicando quel noto luogo comune sul mondo che andava meglio quando andava peggio. Ad esempio: un tempo qualcuno della comunità, in accordo con sindaco e giunta, puliva i greti dei fiumi e tagliava a rotazione gli alberi, a partire dai più vecchi. Adesso non si tocca nulla, reato contro lo stato, e il greto è sporco, e il bosco rende meno perché gestito da gente che non sa. Alla prossima alluvione tutti si faranno meraviglie, lanceranno j’accuse su pubblica piazza e pubblici giornali mentre gli alluvionati si tireranno su le maniche per salvare il salvabile. Ci si chiedeva perché certe risorse, eredità del passato, invece di essere sfruttate e manutenute, vengano trascurate. C’è una certa incongruenza anche nelle case, oltre che nelle cose: meglio roba nuova, su prati nuovi, magari con criteri ambientali avveniristici, e materiali fatti per durare una vita, non qualche generazione. Poi arriva chi ha il coraggio di restaurare e rendere una costruzione vecchia talmente bella che tutti si meravigliano, pur mantenendone le caratteristiche originarie. Piace a tutti il vintage rimesso a nuovo. Perché costruire nuove fabbriche, nuove case, nuove scuole se forse si possono mettere le mani nelle vecchie e renderle nuove senza sprecare spazio, senza lasciare brutture in disuso?  Poi arriverà qualcuno, come il tizio che ha inventato quella colossale truffa per creature di città che è il chilometro zero, e si farà finta di ripescare abitudini antiche con prodotti che arrivano da lontano. Si diceva anche che tempo fa, a vent’anni, i ragazzi avevano in mano un mestiere, perché lo avevano imparato da chi lo sapeva fare, sicurezza inclusa. Giusto studiare: si potrebbe essere capaci di lavorare a venticinque, allora. Non accade, si diceva, nemmeno a trenta adesso: hanno imparato tanto, tantissimo ma non sanno fare e comunque non trovano lavoro. Già. Per fortuna che dopo sono arrivate vecchie storie con tutto il loro fascino: le ho ascoltate al cimitero, luogo di incontro per eccellenza in questi paesini di mezza montagna. Pareva, di storia in storia,  spuntassero fuori dalle fotografie sulle lapidi le anime delle persone, insieme all’eco di amore, dolore, risate, insegnamenti, vita che hanno lasciato a chi li ricorda ancora e li rivede camminare per le vie, affacciarsi all’uscio delle case, fermarsi davanti all’osteria a chiacchierare. E’ passata una signora di altri tempi, tra noi che stavamo facendo un viaggio nel passato: la ricordo piccola, come è ancora, in un negozietto che vendeva latte, burro e dolci. Poche lire e bambini felici. Le mamme, ormai anziane, le dicono ancora che per tenere buoni i bambini ai tempi promettevano che il sabato, dopo catechismo, avrebbero potuto comprare da lei le caramelle. Non c’erano grandi cose allora: niente ipermercati, niente sovrabbondanza di scelte anche a poco prezzo. L’immaginazione viveva di sogni semplici, grandissimi e di liquirizie. Insomma, si dicevano un sacco di cose ieri e alcune erano vere, altre magari erano belle solo nel ricordo, altre è stato meglio non ci siano più. Ci sarà da qualche parte una misura per il mondo? Una ricetta di equilibrio per il benessere fisico ed emotivo: un po’ di questo, un po’ di quello, non troppo di nulla. E magari lo chiamiamo minimalismo, così suona bene, questa piccola menzogna spuntata dalle ceneri della sovrabbondanza che ci è venuta a noia.

E è uscito così, tutto raggrinzito e rancoroso, questo post che voleva solo dire due cose leggere leggere, lamentarsi un po’ per il brusco rientro, tentennare tra sciocchezze in questo anno nuovo, appena abbozzato, e così simile al vecchio e così tutto da costruire. Tale resta, mentre il pomeriggio si allunga nella ripetitività di situazioni urgenti sempre simili a se stesse. Le riprese, si sa, illudono spesso.