Posts tagged ‘natura’

luglio 25, 2016

Luglio 2016 (prima che finisca)

Neos Marmaras Calcidica agosto trent'anni fa

Forse non la vedrete bene. E’ la foto di una foto di una foto. Io non ci sono: sarò stata in acqua, o sulla sdraio a leggere, o a dormire. Avevo quindici anni, credo. C’è mio fratello, di schiena, con la maschera da esploratore. Rompeva già le scatole, ma era biologicamente normale, era un bambino.Il camper era parcheggiato a trenta metri dalla spiaggia, sotto la pineta. Accanto c’era un furgoncino di una coppia tedesca; poco più in là una famiglia inglese in roulotte. In fondo alla spiaggia sbarcava una colonia di bambini da Salonicco: le educatrici avevano voglia di conoscerci e parlavano un inglese migliore del mio – cosa non difficile. Allora odiavo l’inglese. Non avevo ancora incontrato Jane Austen. La sera anche il camion dei pompieri infilava la discesa che, dalla strada litoranea – l’unica strada -, scendeva alla spiaggia. I pompieri controllavano che nessuno stesse combinando guai in quella spiaggia libera, poi si sedevano con noi, che mangiavamo fuori, tra i tavolini da campeggio uniti, scambiandoci cibi di mezza europa e passandoci (ero minorenne: li passavo e basta) bottiglioni di vino greco. La notte calava sull’insenatura e la mattina dopo, con le dita rosate d’aurora, entravo in acqua prima di fare colazione e lì rimanevo per ore, alternando letture solitarie a grandi bagni. Seduta aspettavo la vita che doveva arrivare, immusonita perchè si faceva aspettare molto e io non potevo ancora decidere per me, pigra come solo un’adolescente solitaria e viziata sa esserlo, detestabile e infantile e completamente libera da ogni preoccupazione. Libera di stare nel mare per ore, per giorni, per sere fino ad avere la pelle asciugata e scura e la cassetta dei libri che ero riuscita a farci stare in uno spazio di stivaggio ristretto svuotata. Allora rognavo, perchè era arrivata l’ora di tornare a casa. A scuola. A quella vita di promesse che era solo lì da afferrare. Vicina e lontana come l’isola davanti a noi. Mi voltavo, dalla spiaggia, quando avevo fame. Vedevo mia madre affaccendata in solo lei sapeva cosa, mio padre che armeggiava con il barbecue portatile a gas, il pesce fresco pulito, l’insalata greca pronta. E pesche enormi e dolcissime. Intorno a me ragazzini che comunicavano con il linguaggio universale del gioco correvano sulla battigia.

Neos Marmaras Calcidica luglio 2016

E’ lo stesso posto. Lo abbiamo ritrovato. C’è la pineta, l’acqua perfetta, la sabbia di grana grossa che non si incolla alla pelle, i lunghi bagni, la frutta che sa di frutta vera. C’è anche una rete che impedisce ad altri di fare quello che facevamo noi: gli educati selvaggi. C’è un albergo a destra, un bar-ristorante a metà strada, appartamentini a sinistra. Non c’è troppo cemento, è ancora un gran bel posto. Se mi volto a guardare, dalla spiaggia, non vedo più il mio camper. Non c’è più mia madre. E’ in un posto per ora irraggiungibile come l’isola.  Non c’è più mio fratello: stiamo lontani. Il suo rompere le scatole ha raggiunto anni fa livelli per me insopportabili e il muro è fatto di solido cemento ormai. Mio padre entra in acqua e ricorda. Io entro in acqua e ricordo, ma, con R., che vede tutto con occhi nuovi, noleggiamo una canoa così scopro cosa c’è oltre il confine della spiaggia e aggiungo un ricordo ai ricordi.

Non uscirei mai dal mare. Nemmeno per leggere, se potessi ancora.

Grecia: luglio 2016. Delfi, Agios Loukas, Meteore, Verghina, Salonicco, Neos Marmaras.

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maggio 24, 2016

Maggio 2016

Aprile si é chiuso con un viaggio di lavoro, piuttosto piacevole, a sud di Napoli. Una pizza galattica da Gigino, all’Accademia della pizza, un caffe’ ustionante e inarrivabile dal Calabrese, a Pompei, la ricetta dell’acqua pazza, un’accoglienza calorosa e le prove della torta di ricotta e pere. Si, anche il lavoro é stato fatto, ma quello é scontato.

La settimana scorsa, sempre per lavoro, ero invece in Romania, per la prima volta. Sono atterrata in mezzo a colline, boschi e distese erbose cosi’ insolitamente ininterrotti da costruzioni umane che mi sono accorta  di quanto abbiamo perso noi. Tra i paesi di tetti bassi contornati da orti, lo scarso traffico, i carretti tirati dal cavallo di famiglia e le ville dei capi rom, ho avuto di che osservare. E si, anche in questo caso le ore di lavoro sono state impiegate bene, cosi’ come quelle serali, alla scoperta della cucina locale e ungherese.

Oltre alle ore di lavoro, sono in mezzo alle ire di lavoro. Vivo imbestialita, tra le otto e le diciotto dal lunedi al venerdi. E si’, mi sa che, dopo due anni, é di nuovo giunto il momento di guardarsi intorno e cercare altro. Pero’, se ci penso bene, per quanto sia interessante, devo ammettere che il mio lavoro mi sta stretto e che vorrei, oltre all’aria, cambiare anche il contenuto. Chiaro, la cosa migliore sarebbe non lavorare proprio! ( ma i tempi non sono ancora maturi).

Sempre in tema di irrealta’, ogni mattina e ogni sera, dall’alto della strada, osservo l’avanzamento di quello spreco immane di soldi che é, secondo me, il ponte di Christo, che a breve unira’ per 15 demenziali giorni, isole e terraferma sul lago d’Iseo. Cosa ci sia di artistico e innovativo nel riproporre la versione moderna di un antico ponte di barche mi sfugge. Sto invecchiando a rotta di collo, probabilmente. Cosa succedera’ alle tre ore giornaliere che trascorro in auto in quel periodo, se davvero fiumane si riverseranno all’adorazione, gia’ me lo immagino. E rabbrividisco di stanchezza a priori. L’aspetto positivo é che, dopo anni d’attesa, L’EVENTO sul TERRITORIO ha fatto in qualche modo far saltare fuori i soldi per riempire i crateri nell’asfalto che punteggiavano la statale sebina.

A stemperare il malumore, per fortuna, intervengono i fine settimana: sabato mattina, sotto un sole d’estate, ho camminato tra le centinaia di rose del castello di Rovato, ho resistito all’acquisto e me ne pento, ma mi sono portata a casa comunque fiori, erbe aromatiche e un pomodorino nano. Spero cresca piu’ allegro di me. Le gioie piccole sostengono a lungo.

Consigli di lettura per donne incarognite: “Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile”, di Bauer e Bagnato. Tanto per aumentare la carogna.

agosto 29, 2015

Il palpina

Eh, gia’. Sono rientrata in ufficio lunedi. Col corpo, almeno. La testa vagolava a tratti.

Venerdi sera sarei stata pronta per altre due settimane a casa mia, corpo e testa insieme.

C’e’ smania di fatturato nell’aria e quando c’e’ smania di fatturato, quando ti ritrovi a sollevare anche i tappeti per vedere se trovi altro che si possa spedire per accontentare questa smania – triste da osservare in chi dovrebbe preoccuparsi di governare con piglio sicuro la baracca e la ciurma e invece, per dire, sta li’ a contare l’argenteria e a verificare che i cucchiaini splendano mentre piove dentro dal tetto – ti viene subito addosso una tal stanchezza per questi ingranaggi mossi dal dio denaro che vorresti ritirarti ad intrecciare canestri con le stoppie davanti alla porta di legno di una baita di montagna – alta montagna – e osservare le mucche al pascolo per il resto dei prossimi dieci anni.

E invece sto li’, come tanti, a contare i giorni che mi separano dalla liberazione. Un abisso, sono diventati, dopo il devasto della borsa cinese ad inzio settimana. Tanto veloci sono stati a sparire, i miei guadagni, il mio gruzzolo che contiene le chiavi del mio piano B, quanto lenti saranno a ricomparire, coi venti infausti che tirano. Ho trascorso la settimana, percio’, a raccattare fatturato in ogni cantone e a rimuginare sull’autunno a venire, mentre verificavo, ogni giorno, passando e ripassando nel tunnel di comunicazione tra una zona e l’altra dell’edificio, che il cadavere dello scarafaggio morto durante le ferie e riverso pancia nera all’aria sulla moquette sporca e consunta,  fosse sempre al proprio posto. Nessuno lo raccoglie, ce ne guardiamo bene sia noi che gli addetti alle pulizie. Pero’ qualcuno lo ha spinto, in un momento imprecisato del giovedi, di un metro piu’ avanti. E’ un segnale, quella blatta,  un chiaro indicatore di come vanno le cose nel luogo in cui lavoro. Ho contravvenuto alla mia regola aurea anche questa volta e non ho verificato lo stato dei bagni prima di firmare il contratto. Non imparero’ mai, nemmeno da me stessa. Dai bagni di un’azienda si capiscono un mucchio di cose.

Non divaghiamo, pero’. Torniamo al motivo del titolo.

Di ritorno dalle ferie bisogna salutarsi come gente che non si vede da eoni, no? Baci e abbracci. A me non piacciono i baci e gli abbracci indiscriminati. Io bacio e abbraccio pochissima gente. Questo affetto smisurato tra estranei che condividono ore e ore in uno stesso luogo per necessita’ non l’ho mai capito. Ce ne sono pochi di gesti d’affetto che ricevo e offro volentieri, con alcune persone che durante questo anno ho avuto modo di conoscere e apprezzare. Negli altri casi mi tocca mettere in atto la strategia del passo della tigre accucciata sotto le vetrate, quella dello strisciare del serpente radente i muri, quella dello scantonare veloce del gatto al suono dei pollai di convenevoli.

Cosi’ come alla dipartita, pure al ritorno pero’ non sono sfuggita al palpina.

Sara’ successo a tutti, immagino, di aver conosciuto qualcuno che non ha la minima cognizione dell’esistenza dello spazio prossimale. Non dico del mio, che idealmente misura intorno ai due metri di diametro – sono larga e poco incline ai contatti corporei non desiderati – ma neppure di quello dei 50 centimetri cui ognuno ha diritto per respirare.

Il palpina questa volta lavora dove lavoro io. Inevitabile incapparci. Non e’ una persona cattiva, ne’ lo fa con intenzioni seduttive, perche’ lo fa proprio con tutti. Piu’ con tutte che con tutti, a dire il vero, pero’  il toccacciare  e’ nella sua natura. E’ uno spettacolo osservarlo.

Lui palpa.

Allunga le mani, tocca, stringe, si avvicina, scivola sui tessuti, si insuinua sotto i colletti, si appoggia con le dita sui fianchi altrui, raggiunge il limite delle labbra. Ha una mira per il millimetro in cui terminano le labbra che potrebbe vincere le olimpiadi di categoria, ci fossero.

Mi dicono che sia una gran brava persona. Non avro’ il piacere di appurare se e’ vero o no perche’ ogni volta che parlo con lui mi ritrovo la sua faccia ad un centimetro dal naso, piegata di lato, le mani sulle spalle che mi fanno un massaggio, o, peggio, mi circondano in un abbraccio.

Per cui io gli giro alla larga. Tanto alla larga. Nessun approfondimento di amicizia.

Nemmeno irrigidirmi come un palo della cuccagna, arretrare, manifestare corporei segnali di disagio funziona: non capisce. E’ incapace di comprendere o, forse, scambia la reazione per imbarazzo col risultato che mi si avvicina ancora di piu’, al millimetro delle labbra.  Tra un po’ me lo ritrovero’ seduto sulle ginocchia che si avvinghiera’ come fossi il suo eucalipto e lui il koala.

Nemmeno la battuta sul fatto che non mi piacciono i contatti corporei ha funzionato. Era la mia ultima arma. Ha riso e palpinato ancora di piu’.

Buona domenica. Vi lascio e proseguo a infilare gli spicchi d’aglio sulla collana. Deve essere pronta per Natale. Funzionava con i vampiri, no?

giugno 11, 2015

La voce dell’acqua

Ho registrato il rumore dell’acqua che precipita in cascata a Neuhausen, in Svizzera, al confine con la Germania, per averlo a portata di mano la prossima volta che avro’ bisogno di ricordarmi il suono della liberta’. Bastava allungare una mano per farsela sbattere indietro dalla forza acquisita in discesa. Bastava avvicinarsi, da sotto, per sentirsi strappare via. Dall’alto della roccetta che da millenni resiste in mezzo alla corrente, vedevo l’acqua correre, padrona.

L’altra mattina, dopo una grandinata furibonda, l’ho rivista, pero’ stavolta e’ sgorgata da sotto in su, dalle fogne al pavimento del mio bagno, passando dal wc. Aveva un colore diverso, che non vi racconto. Un lunedi di cacca, direi.

Gia’, la forza stupefacente e distruttiva degli elementi.

In Svizzera ogni cosa ha un suo posto, le voci sono attutite, i limiti di velocita’ severi e rispettati, i prezzi spaventosi e i parcheggi hanno tutta una fila di lucine: verde se il posto e’ libero, rosso altrimenti. Cosi’ uno non vagola avanti e indietro per trovarsi un buco. In Germania, anche solo dieci chilometri oltre confine, a Costanza, i prezzi sono molto piu’ ragionevoli, l’approccio alla vita un po’ piu’ sciolto – non all’italiana, comunque -, i supermercati biologici fornitissimi e pur sempre abbordabili, le ciclabili lungo i corsi d’acqua una goduria.

A parte l’episodio nauseabondo, la settimana e’ iniziata con due sere dedicate alla scoperta di vasocottura e cottura confit, alla Cast Alimenti cui faccio fatica a dire addio, sta proseguendo all’insegna delle disillusioni lavorative – la prossima volta che cambio sara’ davvero per rimanere a casa e  vivere di rendita – e nell’attesa del fine settimana. Devo fare la valigia: tra pochi giorni vado al mare.

Altra acqua, altro rumore. Molti, forse troppi, ricordi.

gennaio 2, 2015

Panorami urbani

Alle 7.30 questa mattina il cielo sopra Brescia ricordava albe caraibiche. Sullo sfondo giallo e grigio del cielo si spennellavano tinte rosate che attraversavano la piana, da lato a lato.

Le nuvole parevano pettinate con lo spazzolino delle sopracciglia e si sgranavano ritorte tra piccoli sbuffi. Una di loro se ne stava allungata in verticale, al di sotto delle altre, e assomigliava ad un’arpa, un’ala d’angelo, una vela gonfia, un pennacchio da bersagliere. La tangenziale, piena ma scorrevole, ne offriva visuali diverse, curvandole intorno verso sud est.

Abbassando lo sguardo, invece del mare, si vedevano soffi a forma di fungo che uscivano dalle ciminiere, carichi di vapore acqueo e particolato di molteplice natura.  Piu’ sotto si allungava la citta’, tremula in lontananza, e i campi sopravvissuti al cemento, inzuppati di PCB. In auto un rametto di calicantus del mio giardino profumava l’abitacolo, guscio provvisorio tra me e il fuori.

novembre 25, 2014

Hasselmus, le costellazioni e i bambini che ci sono ancora

Florilegio da una email di Franco Pina

Ore 19,30.  Mi incammino con mia nipote nel vialetto che porta a casa sua.
Lei guarda verso il cielo e mi dice:
– Guarda nonno si vedono le stelle!- Tenendo stretto in mano Hasselmus* e usandolo come prolungamento del braccio, indica un punto nel cielo.
– Quella è la Stella Polare, la più luminosa.-
Io non so se sia vero: lo prendo per buono, voglio crederci. D’altronde lo dice con voce sicura.
Poi aggiunge:
-Lo sai che ci sono tante costellazioni?-
Ho capito bene? Ha detto “costellazioni”?
Si l’ha detto, e non ha ancora compiuto cinque anni.
Tutto si spiega  quando aggiunge, candida: – Me le ha fatte vedere mio papà sul telefonino.-
Certo! Il telefonino! Ecco da dove imparano le cose i bambini di oggi. Mi domando: ci saranno ancora i bambini come quelli di una volta? E se ci sono, dove sono?
– Non le puoi contare- continua – Le stelle sono tante. Milioni!-
– Molte di più- dico io – miliardi!-
– Miliardi? Tutti i numeri del mondo?-
– Si, tutti i numeri-, le rispondo aprendole la porta verso i misteri del cielo e della matematica nello stesso tempo.
-Anche l’otto il nove ed il dieci?-, chiede ancora lei.
– Certo: anche l’otto il nove ed il dieci. – le rispondo sollevato.
Per fortuna ci sono ancora i bambini di una volta, ed una sta salendo la prima rampa di scale verso la porta insieme a me.
     
 
*( Hasselmus = pupazzetto Ikea)
ottobre 20, 2014

Tremolii

C’erano tre cipressi, abbastanza alti, sul retro di un camioncino che percorreva la tangenziale. I vasi erano appoggiati sul pianale, le sponde sollevate impedivano loro di rotolare. I fusti erano inclinati, sostenuti dalla sagoma dell’abitacolo. Il camioncino piegava a destra e loro si inclinavano a destra chinando il capo, poi raddrizzava, e allora un’onda verde li percorreva tutti mentre tornavano in asse. Il camioncino accelerava: le chiome gia’ serrate si chiudevano ancora di piu’. Poi frenava e loro sussultavano nei vasi prima di risistemarsi per rprendere il viaggio. Li ho lasciati che viaggiavano verso ovest.

Una ventina di chilometri piu’ oltre ho incontrato un acero solitario in groppa ad un pick-up: le sue foglie lunghe e sottili si agitavano al vento, un tremolio di trasferimento urbano.

Anche gli alberi migrano, pare.