Posts tagged ‘musica’

aprile 26, 2016

Aprile 2016

Aprile telegrafico,  prima che finisca.

Mese intenso, questo. É arrivato un bimbo in famiglia, dopo tantissimo tempo dall’ultima nascita. Dato che non l’ho ancora visto, mi riservo lo sdilinquimento per quando l’avro’ preso in braccio.

Ho ascoltato, al Teatro Grande di Brescia, Martha Argerich suonare il primo concerto di Beethoven. Io non sapevo, prima, cosa volesse dire sentire le note arrivare al cuore. Ho assistito alla perfezione.

Sto rissando, al lavoro. Se, da una parte, ho abbandonato pudori puerili e timidezze, ed era ora, dall’altra mi accorgo che non mi fa bene starmene in carogna per ore. La soluzione, al momento, non é attuabile. Prematuro.

Il parquet lamato é venuto benissimo, chiaro, piacevolmente ruvido sotto i piedi. La stanza é ancora vuota: il falegname rimanda, rimanda, rimanda. La mia stanza vuota é meravigliosa. Quasi quasi la tengo cosi’.

C’e’ una persona speciale, alle prese con problemi molto, ma molto piu’ grandi di lei. Tanto piu’ grandi, perche’ lei e’ ancora piccola, anche se, qualche giorno fa, ha votato per la prima volta. Anche in questo momento, mentre scrivo, sta affrontando i suoi demoni, in questa ora della sera in cui dovrebbe solo riposare e sognare tutti i suoi desideri.  Meriterebbe righe e righe di parole, pensieri, riflessioni. Forse un giorno le scrivero’ anche qui. Per ora vi basti sapere che lei combatte, io faccio il tifo. Altro non posso fare. E se lei barcolla, io cerco di farle capire quale é il senso del resistere, specialmente nel suo caso. Mica ce ne sono tante, in giro, di persone speciali.

Mese intenso, questo. Troppo, probabilmente.

 

marzo 22, 2016

Marzo 2016 bis. Da Bruxelles

Con il vivere per raccontarla, nel post precedente, scherzavo. Invece é successo davvero.

Bruxelles é sotto assedio, allerta massima, trasporti pubblici bloccati, stazioni chiuse. Ho camminato sotto il sole che illuminava i muri colorati con i personaggi dei fumetti verso la gare du midi questa mattina, tra gli ululati delle sirene. Il terminal degli autobus per Charleroi era inaccessibile. Abbiamo condiviso un taxi con una coppia spagnola, senza pensarci su troppo. L’ultimo chilometro verso l’aeroporto lo abbiamo fatto a piedi: tutto era bloccato. Il mio aereo, se partira’, é nel tardo pomeriggio. Qui in aereoporto quello che piu’ si sente é il silenzio: lontano il caos dell’andirivieni. Siamo tutti qui, sospesi, in attesa. Sperando.

Il concerto é stato bellissimo: Natalie Merchant ha emozionato al Cirque Royal. Ha parlato di tolleranza, anche. Dalla finestra di un appartamento del quartiere Marolles stamattina si diffondeva a volume altissimo Give peace a chance.

Ci pensero’ quando saro’ a casa.

PS. Io invece ho paura. E non sono Charlie. Sono io e basta. Con la mia vita piccola, le persone che mi vogliono bene e quelle a cui ne voglio. E le mie cose e le mie abitudini. Io sono questo, come ognuno di voi. Se mai ne usciremo, ora che é iniziata davvero, lo faremo in qualche altro modo. Quale, non so.

ottobre 4, 2015

Utopie della domenica sera

Ad un certo punto, ieri sera, all’auditorium del Museo del Violino di Cremona, mentre ascoltavo i sempre impeccabili Brunello e Lucchesini che suonavano Beethoven, ho pensato che la settimana aveva goduto di un raro bilanciamento di suggestioni. Lunedi e mercoledi sera la parte pratica – al corso di cucina è stata l’ora delle lasagne, cucinate dopo aver prodotto pasta, salsa bolognese e besciamella secondo i sacri crismi. Giovedi e sabato quella culturale: un buon film italiano, un ottimo concerto. Martedi e venerdi nella quiete di casa mia, qualche faccenda domestica e il prosieguo della lettura dell’interessante “Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso”  di Francesco Antinucci (le mie letture rispecchiano spesso gli interessi del momento).  Non male, visto che il tempo libero è comunque poco e molto se lo mangia la strada. É mancata la parte di coltivazione delle amicizie, ma non si può arrivare ovunque.

Peccato, mi dicevo, che le ore lavorative non siano state altrettanto proficue. Una volta superato l’inevitabile periodo di adattamento ad un nuovo lavoro, mi ritrovo di nuovo in una situazione in cui i miei impegni non sono bilanciati. Che io sia stata abituata, all’inizio della mia carriera, a fronteggiare ritmi paurosi di stress e sovraccarico mi ha sicuramente aiutato ad organizzarmi bene e mi ha insegnato che è meglio prendere in mano le cose una sola volta, sgrossarle e poi lasciarle andare, invece di continuare a farle rigirare in attesa di portarle ad una perfezione impossibile, data la dinamicità di una filiera produttiva. Mi capita spesso, perciò, di ritrovarmi con un paio di ore libere quasi tutti i giorni, che non occupo con pause caffè, perché il caffè delle macchinette fa schifo e le conversazioni all’intorno non sono, di solito, da meno, e che mi posso riempire spesso come più mi aggrada: le scadenze le rispetto, spesso le anticipo e, finché sarà così, nessuno si sognerà mai di verificare se sto o meno perdendo tempo pagato.

Caso personale a parte, mi sono resa conto, negli anni, che molto spesso negli uffici di un’azienda si “perde” un mucchio di tempo: si scrivono mail inutili, si gioca a ping pong con i file, si rimandano decisioni, si gestiscono le urgenze invece di risolvere i problemi, non si parla abbastanza con le persone che operano direttamente in modo pratico nella filiera (magazzinieri, operai, responsabili di prima linea) per cui si deducono dai numeri conclusioni spesso imprecise, si sprecano ore in nulla.

Una delle persone che coordino è, ad esempio, è un maestro di socievolezza: gran parte della sua giornata gli serve per costruirsi e rafforzare una rete di alleanze verticali e orizzontali che, nei momenti di urgenza, gli sono d’aiuto nel risolvere più velocemente i problemi. L’utilità innegabile di questa strategia, che lo rende tra le altre cose molto simpatico a tutti, è mal compensata dal fatto che non ha abbastanza tempo per curare i dettagli operativi del proprio lavoro e, spesso, viene travolto dai problemi perchè non si accorge in tempo della loro germinazione.

L’altra, al contrario, è l’immagine stessa della puntigliosità: comunica poco e con pochi, sembra sempre a disagio con le persone, pur trasmettendo in ogni caso un’impressione di preparazione e gentilezza. Trascorre ore a lavorare sui dettagli di un file: lo osserva, lo volta, lo gira e lo pirla e, a domanda specifica, risponde puntuale. Le manca però la capacità di cogliere il dato di insieme o di prendere decisioni, ma questo è un suo limite caratteriale. Anche lei, durante il giorno, sparisce di frequente dall’ufficio: va nei reparti, nei magazzini. Sono più che favorevole alla cosa, anche se, sospetto, che molti dei suoi viaggetti siano come la contemplazione dei suoi file: ridondanti. La osservo mentre si prepara ad uscire, alla fine dell’orario lavorativo, che, per lei, è sempre in eccedenza rispetto a quello canonico, e non se lo fa mai riconoscere (puntualizzo, perchè si capisca che non è affatto una scansafatiche). Arriva alla scrivania poco prima delle cinque, si siede, fa qualcosa al computer, si alza, muove due passi e beve, prendendo la bottiglia da una cassettiera che potrebbe tranquillamente raggiungere allungando il braccio e muovendosi con le rotelle della sedia, si risiede al computer, si rialza, va in bagno, ritorna, si risiede, controlla altro al pc, si rialza, spegne la stampante condivisa nell’ufficio comune, si risiede al pc, ticchetta un altro po’ sui tasti, si rialza, si mette la giacca e raduna le sue cose, si risiede, legge di nuovo le email, spegne il PC, si rialza, spegne gli interruttori generali delle luci, vicino alla porta, torna indietro alla scrivania, raccoglie le borse – quasi tutte le donne in quest’azienda girano con una borsetta e con una borsona con dentro sa il cielo cosa -, mi saluta e finalmente esce. Sono le 17 e venti circa.

Assisto a questo balletto di chiusura da più di un anno, anche se ho cominciato ad osservarlo con più attenzione solo di recente, e mi chiedo se, a parità di lavoro compiuto nello stesso modo in cui conclude la giornata lavorativa, almeno un paio di ore al giorno non se lo potrebbe recuperare pure lei, sfrondando i movimenti inutili. Poi leggo della Svezia, e delle iniziative che sempre più aziende stanno intraprendendo sul ridurre la giornata da otto a sei ore, per guadagnare sia in produttività che in tempo libero, e penso che sarebbe una gran cosa, se si pensasse in questi termini anche nel nostro paese. Nei miei 15 anni di lavoro, in quattro aziende diverse, solo nella prima non si sarebbe potuto fare: lì, pur essendo quasi mille persone, molti avevano un carico di lavoro impossibile da smaltire senza straordinari – e vi garantisco che certe volte  era complicato trovarsi cinque minuti per fare la pipì. In tutti gli altri casi – e non si trattava di azienducole – il tempo sprecato a correre dietro alle farfalle era invece molto.

Per cui, ecco, se mi fosse concesso scegliere, preferirei sei ore filate cinque giorni alla settimana a far andare le mani e il cervello a ritmo sostenuto, ma due ore in più di vita, anzi, di più, perché si potrebbe guadagnare pure sulla pausa pranzo, fuori, che io possa sprecare come più mi aggrada, al cinema o a lavare le fughe del pavimento con la vaporella, con un libro aperto o lungo l’argine di un fiume, checchè ne dica il mio capo, il quale è convinto che lunghe ore in ufficio significhino dedizione alla causa, indipendemente dal fatto che chi le trascorre se ne stia a lungo imbesuito a fissare uno schermo che nemmeno vede, muovendo il mouse per non far capire che, in realtà, se ne sta  mille miglia lontano.

Si capisce che ho la carogna da domenica sera, vero?! Buona settimana tutti.

giugno 2, 2015

Untangling misunderstandings

Jackson Browne e’ sul palco e ha gia’ cominciato a suonare. Sono le 21.00 o poco piu’ di mercoledi 27 maggio. La biglietteria del Teatro Sociale di Como ha funzionato male: c’e’ ancora gente che sta entrando, alcuni biglietti sono stati stampati doppi, alcune persone sono ancora fuori, in fila. I professionisti pero’, se c’e’ scritto che si inizia alle 21.00, alle 21.00 iniziano a suonare. Le chitarre e la batteria occupano l’aria. 

“Posso avere un pos*****?”

La mia compagna di viaggio, fan accanita da lustri, ha gli occhi lucidi e il corpo in fibrillazione.

“Cosa?”

“POSSO AVERE UN POOOOOSS??????”

Intorno a noi, seduti sulle minuscole seggiole di platea, si agitano persone di eta’ piacevolmente superiore alla mia. Capelli lunghi, o zero capelli, uniformi di jeans, magliette o camicie fantasia, aspetto comodo, un poco sciatto. Mi ci trovo benissimo in mezzo: evidentemente vesto sinistra- anche perche’ la roba di destra si ferma alla taglia 48. Mi ci trovo bene in mezzo probabilmente perche’ di destra non posso dirmi piu’, se non per alcune cose, di sinistra non son mai stata, se non sempre per alcune altre cose, e un pubblico confortevolemente riunito per ascoltare un sessantaseienne che canta da anni di diritti sociali mi mette a mio agio. Non so ancora se la mousse au chocolat e’ rimasta su – c’e’ là chiusura di corso in Cast Alimenti – ma, per il resto, me la godo.

“Non capisco….”  

Mi avvicino. La musica suona alta.

“VOGLIO UN POOOOS**** DI LUI!!!”

Mah. Faccio di si’ con la testa. Forse vuole un post sul concerto. Da quando R. ed io ci siamo conosciute, questo blog e’ diventato, tra le altre cose, un piccolo diario di viaggio, ci troviamo entrambe le tracce per legare i ricordi.

Le prime canzoni di Jackson Browne le ho ascoltate canticchiate da lei. Quelle da lui, le ho sentite nel viaggio da Brescia verso Como. Mi sento osservatrice esterna. Percio’ osservo. R.ha cominciato ad ascoltare Jackson a sedici anni. Le ha fatto compagnia durante le distonie dell’adolescenza, le ha insegnato l’inglese, l’ha consolata lungo le solitudini alterne della sua vita. Se vuoi capire R., devi passare dalle canzoni di Jackson Browne. Ad esempio, la prima impressione che si puo’ avere, di lei, e’ che sia timida o distaccata. Invece no. Si sente perpetuamente d’impiccio, per cui se ne sta alla larga, riccioli bassi, berretta in testa. Non chiede mai alla gente come sta, a meno che le interessi davvero,  perche’ Jackson le ha spiegato che “people ask how you’re doing because it’s easier than letting know how little they could care”. E cosi’ si e’ convinta che le frasi di rito si possano saltare e che in giro ci sia pochissima gente sinceramente preoccupata di come lei si senta. R. detesta lo small talk, alle cui regole si assoggetta di rado e a disagio, sospetto per lo stesso motivo.

R. e’ anche, di solito, molto gentile. Mentre la mia regola morale cardine ruota intorno al non fare agli altri cio’ che non voglio che gli altri facciano a me, ben ancorata a principi di umano egoismo, R. ricorda un monito di Jackson: “Go on ahead and throw some seeds of your own and somewhere between the time you arrive and the time you go may lie the reason you were alive but you’ll never know.” E cosi’ sparge semini in terra, per far crescere le piantine del suo orto, e sorrisi timidi che arrivano agli occhi con chi percepisce debole e in difficolta’. Coi forti e coi prepotenti si rintana in un mutismo elettivo e si accende una sigaretta.  ” Leave me where I am. I am not losing if I am choosing not to live this way”. Ma mica tutti la capiscono.

Ed e’ per questo che R. non si perde una nota del concerto, perche’ riannoda i fii dei ricordi,  verifica la propria coerenza, si accarezza la pelle d’oca che le spunta sull’avambraccio all’attacco di ” For a dancer”. A R.viene la pelle d’oca quando e’ davanti alla bellezza: una canzone, un quadro – ma gliel’ho vista anche mentre si sbafava   un Paris-Brest di Conticini. Anche un dolce puo’ essere un’opera d’arte. 

Usciamo poco prima di mezzanotte: Jackson Browne non si e’ risparmiato.  R. guida, ancora su di giri. Io dormo, in autostrada, dopo aver letto una mail in cui mi si diceva che si, che la mousse stava su, ed era pure buona. E queste parole sono  per R., che forse voleva un poster, ma ha avuto un post.

gennaio 26, 2015

Elenco frettoloso

In questi giorni ho:

  1. lavorato troppo; non troppissimo, però troppo sì, che va e fa male;
  2. cucinato poco, ma soprattutto verdure, che va e fa bene;
  3. ricominciato col decluttering sospeso un paio di anni fa; che va benissimo dato che da ieri in poi non dovrò più fare il cambio stagione negli armadi perchè è tutto raggiungibile senza scale; che va bene ma fa male perchè ho ancora le ossa peste dopo due giorni di sfacchinate;
  4. visto due film: La teoria del tutto, al cinema, che mi ha lasciato perplessa perchè, a parte la testimonianza di una vita da genio nonostante la malattia, mi sembrava fosse un po’ senza sugo, alla fine, ed Educazione Siberiana, a casa mia, che, nonostante la testimonianza di una vita oltre il confine della delinquenza, mi ha lasciato ammirata, alla fine, perchè mi sembra abbia detto molte altre cose;
  5. ascoltato la prima, la seconda e la quinta sinfonia di Beethoven, come studio/ripasso, perchè giovedi sera sarò qui;
  6. prenotato un’andata e ritorno ad Atene nella seconda metà di giugno perchè mi prudevano le dita dalla voglia; ai tempi che furono, più di vent’anni fa, per sette o otto estati c’era stato un agosto ellenico in camper, puntuale come l’estate. Ma, appunto, sono tempi che furono. Adesso ci sarà solo una settimana,  a ranghi ridotti se non nei ricordi, per una visita tra ricordo, nostalgia e voglia di farsi un bagno di cultura e di mare come si deve.

Basta, mi pare, più o meno. L’andazzo della settimana entrante mostra evidenti similitudini con quella uscita, purtroppo.

ottobre 9, 2014

Sulla strada verso casa

Il quinto giorno da pendolare è terminato ieri sera, poco dopo le 19.15, nell’umidità lasciata da una giornata di pioggia. Se su cinque giorni, quattro sono arrivata in ritardo, pur avendo un margine di mezz’ora su due ore abbondanti, e senza avere possibilità di anticipare la prima parte del viaggio, posso considerarla una base statistica sufficiente per ritenere il giorno in cui tutto è filato liscio un’eccezione? Ciò mi porterebbe ad una disposizione d’animo meno bellicosa e affronterei la faccenda con più filosofia.

In ogni caso, in cinque giorni, quasi quattro ore di viaggio al giorno, ho: finito la biografia di Adriano Olivetti – e ponderato sulla possibilità che nella mia vita lavorativa ingegneristica io mi trovi ad avere a che fare con un imprenditore illuminato -, letto l’ultimo numero di Internazionale,  divorato Joy in the morning di Betty Smith – una goduria, dall’inizio alla fine – e attaccato A tree grows in Brooklyn, sempre di Betty Smith – che promette lo stesso livello di piacere del precedente. Se devo trovare un lato positivo in questo spreco immane del mio tempo libero, a parte il fatto triviale che lo faccio per guadagnare uno stipendio –  è che posso perdermi in un libro e trovare lì consolazione effimera.

Oggi e domani automobile, per alternare e per attaccarci altre deviazioni. Poi la settimana prossima si ripeterà l’esperimento treno+metro+bus. Ieri sera, mentre camminavo verso casa e verso la cena, ho incontrato M., che stava facendo un giretto in bici, che mi ha fatto compagnia e mi ha chiesto un nuovo post. Io ho dato un’occhiata alla mia monotona vita e non ci ho trovato nulla di interessante da raccontare, se non di come si vedono scorrere le rotaie davanti a sé se si sta seduti nel seggiolino in cima ad un vagoncino di una metropolitana automatica, ma questo a M. non l’ho mica detto, altrimenti l’avrei delusa. E’ convinta che la vita degli adulti sia molto più interessante di quella di una liceale. Io farei cambio al volo. Non la vedevo da qualche settimana: avevamo alcune cose da raccontarci per cui siamo arrivate al cancello di casa mia ciacolando del più e del meno. M. ha diciassette anni, quasi diciotto e, non so quanto consapevolmente, appartiene a quel gruppo di persone che cercano di diventare grandi preservando la propria unicità. Certo, parla come tutti gli adolescenti, indossa le sneakers e sogna l’iPhone, però non si veste di scuro, è in grado di comunicare in modo articolato e non monosillabico con gli adulti, se c’è in giro un bambino non lo ignora, anzi, è più probabile ci si metta a giocare insieme, ha una grande passione e ci si aggrappa come è giusto ci si debba aggrappare ai propri sogni per dare una direzione alla propria vita e non ha bisogno di appartenere ad un gruppo monocorde per sopravvivere e trovarsi un senso. Almeno, a me sembra che sia così, per quel poco che la conosco. Dato che difendere l’unicità di se stessi in un periodo della vita in cui non si è nemmeno molto sicuri di cosa esattamente si sia, visto che è tutto in ribollente divenire, richiede coraggio, energia e molto senso dell’umorismo e del tragico, faccio il tifo per lei. E spero che non cambi direzione.

Perché quello che arriverà dopo, cioè il fatto di diventare grandi, comporterà tutta una serie di cose positive, ma anche parecchie grosse rogne, ed è meglio arrivarci coi riccioli per aria, un cagnolino al fianco, una bicicletta come non le fanno più, la musica nel cuore e un se stesso con cui ci si trova simpatici. Altrimenti sai che palle.

agosto 12, 2014

Libri da spiaggia e pensieri

Fano, spiaggia a sud, Sassonia.

Signora,verso i sessanta, aria simpatica, bianca ancora, sdraiata su lettino, accompagnata da coppia giovane in fase gemelli siamesi ( appiccicati da tre ore su altro lettino). Legge Nicholas Sparks: un po’ d’amore anche per lei.

Trent’anni, donna, allungata su stuoia, gia’ scura, in compagnia di due amiche. Legge La ragazza con l’orecchino di perla. Tardiva o visitatrice di recente mostra?

Coppia, quarant’anni, su salviettoni vicino alla battigia. Lui fa parole crociate e spia le soluzioni, lei ha in mano una guida Lonely Planet. Non riesco a vedere il titolo.

Uomo, cinquant’anni, seduto su salvietta sotto l’ombrellone. Solo. Espressione concentrata, é immerso in una biografia di Pirandello. Roba seria.

unarosaverde. Quarant’anni. Abbondante.Svaccata su sedia, si asciuga i capelli al vento. Profuma. Quest’anno in camper si é portata roba buona per doccia e doposole e ne fa un uso smodato. Da ieri é alle prese con Il cinema secondo Hitchcock di Trufflaut che possiede dal 97, ma non ha mai avuto modo. Tardivissima (e tardona).

Padre di una rosaverde, settantina inoltrata, fisico asciutto perche’ é piu’ attivo della figlia. Ha appena terminato la biografia di Edith Piaf  di Lelait-Helo, con un sospiro.

Je ne regrette rien…chissa’…un’anima tormentata, come quella di Robin Williams. Il talento é un macigno cosi’ greve?