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luglio 25, 2016

Luglio 2016 (prima che finisca)

Neos Marmaras Calcidica agosto trent'anni fa

Forse non la vedrete bene. E’ la foto di una foto di una foto. Io non ci sono: sarò stata in acqua, o sulla sdraio a leggere, o a dormire. Avevo quindici anni, credo. C’è mio fratello, di schiena, con la maschera da esploratore. Rompeva già le scatole, ma era biologicamente normale, era un bambino.Il camper era parcheggiato a trenta metri dalla spiaggia, sotto la pineta. Accanto c’era un furgoncino di una coppia tedesca; poco più in là una famiglia inglese in roulotte. In fondo alla spiaggia sbarcava una colonia di bambini da Salonicco: le educatrici avevano voglia di conoscerci e parlavano un inglese migliore del mio – cosa non difficile. Allora odiavo l’inglese. Non avevo ancora incontrato Jane Austen. La sera anche il camion dei pompieri infilava la discesa che, dalla strada litoranea – l’unica strada -, scendeva alla spiaggia. I pompieri controllavano che nessuno stesse combinando guai in quella spiaggia libera, poi si sedevano con noi, che mangiavamo fuori, tra i tavolini da campeggio uniti, scambiandoci cibi di mezza europa e passandoci (ero minorenne: li passavo e basta) bottiglioni di vino greco. La notte calava sull’insenatura e la mattina dopo, con le dita rosate d’aurora, entravo in acqua prima di fare colazione e lì rimanevo per ore, alternando letture solitarie a grandi bagni. Seduta aspettavo la vita che doveva arrivare, immusonita perchè si faceva aspettare molto e io non potevo ancora decidere per me, pigra come solo un’adolescente solitaria e viziata sa esserlo, detestabile e infantile e completamente libera da ogni preoccupazione. Libera di stare nel mare per ore, per giorni, per sere fino ad avere la pelle asciugata e scura e la cassetta dei libri che ero riuscita a farci stare in uno spazio di stivaggio ristretto svuotata. Allora rognavo, perchè era arrivata l’ora di tornare a casa. A scuola. A quella vita di promesse che era solo lì da afferrare. Vicina e lontana come l’isola davanti a noi. Mi voltavo, dalla spiaggia, quando avevo fame. Vedevo mia madre affaccendata in solo lei sapeva cosa, mio padre che armeggiava con il barbecue portatile a gas, il pesce fresco pulito, l’insalata greca pronta. E pesche enormi e dolcissime. Intorno a me ragazzini che comunicavano con il linguaggio universale del gioco correvano sulla battigia.

Neos Marmaras Calcidica luglio 2016

E’ lo stesso posto. Lo abbiamo ritrovato. C’è la pineta, l’acqua perfetta, la sabbia di grana grossa che non si incolla alla pelle, i lunghi bagni, la frutta che sa di frutta vera. C’è anche una rete che impedisce ad altri di fare quello che facevamo noi: gli educati selvaggi. C’è un albergo a destra, un bar-ristorante a metà strada, appartamentini a sinistra. Non c’è troppo cemento, è ancora un gran bel posto. Se mi volto a guardare, dalla spiaggia, non vedo più il mio camper. Non c’è più mia madre. E’ in un posto per ora irraggiungibile come l’isola.  Non c’è più mio fratello: stiamo lontani. Il suo rompere le scatole ha raggiunto anni fa livelli per me insopportabili e il muro è fatto di solido cemento ormai. Mio padre entra in acqua e ricorda. Io entro in acqua e ricordo, ma, con R., che vede tutto con occhi nuovi, noleggiamo una canoa così scopro cosa c’è oltre il confine della spiaggia e aggiungo un ricordo ai ricordi.

Non uscirei mai dal mare. Nemmeno per leggere, se potessi ancora.

Grecia: luglio 2016. Delfi, Agios Loukas, Meteore, Verghina, Salonicco, Neos Marmaras.

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marzo 18, 2016

Marzo 2016

Qui si vive infiammati.

Nel senso che, dopo due mesi, l’esperimento della piscina con la sua micro ipotesi del ritorno a fare sport è miseramente tramontato in dolore atroce, di muscoli e ossa, che non passa nemmeno nell’immobilità della notte. Ad inizio settimana mi sono trascinata ad un bancone di farmacia e ho supplicato per una confezione di cerotti antinfiammatori: “I più forti che ha, per favore”. Quando mi hanno consegnato il pacchetto, avrei preferito leggere morfina nei principi attivi invece di Diclofenac, ma non ho osato chiedere di più. Ora, l’ultima speranza è dimagrire nel modo classico, cioè optando per un taglio drastico delle calorie. Al solo pensiero mi viene voglia di aprire una tavoletta di cioccolato Dulcey e perdermi nella sua cremosa carezza.

E’ stata una settimana complicata, questa, da tutta una serie di imprevisti che, visti nella loro singolarità, sono delle dimensioni di una pulce, cumulati uno sull’altro irradiano stanchezza solo a pensarci. C’è solo da sperare che a Bruxelles ritorni una parvenza di quiete prima di lunedi, perché mesi fa prenotai aereo e biglietti per un concerto ed ecco, adesso che ci siamo, preferirei sopravvivere all’esperienza per raccontarla.

Tra una cosa e l’altra, a metà settimana – l’auto era dal dottore delle auto per il tagliando -, mi sono ritrovata sul treno diretto verso casa, in una parentesi di beatitudine con un’ora e venti libera da cose da fare, in una carrozza piena zeppa di studenti e pendolari. Ero ingolfata sia nella lettura di Psicologia delle differenze di genere, di Vivien Burr, sia nei pensieri da essa derivanti (quando leggo saggi che affrontano l’argomento della disparità di trattamento tra uomini e donne in ambienti lavorativi prima reagisco con rabbia, perché leggo dell’ovvio di cui sono testimone ogni giorno e perché vederlo scritto nero su bianco lo rende più spiacevole, poi mi deprimo, perché non vedo soluzione al problema né nel breve, né nel medio periodo. Faccenda per altre generazioni).

Così presa da questi rimuginamenti intestini tempestosi, solo quando sono arrivata alla bibliografia  ho messo a fuoco le persone sedute intorno a me. Una giovane, molto carina e poco truccata, bionda e bianca, era alle prese con una lotta tra lei e il suo pc. Possedeva: una valigia con le rotelle debitamente infilata sotto i sedili perché non desse fastidio, una borsa bianca di quelle in si infila di tutto e tanti saluti, uno zainetto nero semivuoto, una borsina porta PC. In queste occasioni mi viene sempre in mente lo zio Alec, (Alcott, sapete che io cito o la Alcott o Malot o la Montgomery e molto oltre non vado), quando assiste alla prova di un vestito all’ultima moda che alla nipote addosso sta pure un gran bene.

Lo zio Alec chiede a Rose di correre, come se durante una passeggiata dovesse incontrare un cane ringhioso e mettersi in salvo. La faccenda finisce dopo pochi passi, nel rumore di orli strappati e il vestito viene riconsegnato alla modista. (non credo di aver mai scritto la parola modista prima, meraviglia). Per cui, come lo zio Alec, avrei tanto voluto vedere come potesse fare questa tizia alle prese con quattro valige di dimensioni diverse e un cappotto a correre dietro al ladro che sfilasse il portafoglio dalla borsa, o a correre davanti a qualcuno che la stesse inseguendo per altre ragioni, attività che, per altro, è abbastanza frequente, stando alle cronache.  Chissà perché, anche senza giare da mettere in equilibrio sulla testa, le donne riescono sempre ad assomigliare ad animali da soma mentre gli uomini se la cavano col portafoglio in una tasca o poco più.

Tanto nera di vestiti quanto la vicina era bianca, paffuta e col viso ancora congestionato dal freddo e dalla corsa con cui era salita poco prima che il treno partisse, sul sedile accanto se ne stava una ragazza al telefono che continuava a parlare come una bambina di sei o sette anni, sia nella modulazione della voce che nel contenuto delle frasi. Ancora sotto l’influsso nefasto del libro (in realtà avrei dovuto chiedermi cosa dovrebbero fare gli uomini per cambiare atteggiamento e non ancora una volta le donne per farlo loro cambiare, ma probabilmente la faccenda dei condizionamenti culturali è salda in me come le mura della porta di Micene) ho pensato che pigolare non ci farà andare molto lontano. E che dovremmo incontrare qualche educatore, tra l’asilo e la maturità, che ci impedisca a cinghiate di pigolare, per il nostro bene. Già è faticosissimo farsi ascoltare in una riunione senza alzare la voce, figuriamoci se squittiamo pure.

Quella seduta accanto a me non l’ho osservata: non avevo voglia di girare la testa di novanta gradi: era anche talmente tranquilla e persa nei fatti suoi, che non mi sembrava neppure di averla vicino. Nel sedile accanto al finestrino di fronte, invece, si stava svolgendo una conversazione che ho fatto davvero fatica a ignorare, una volta percepitone il contenuto. C’erano due donne, vestite normalmente, sopra i quarant’anni, sedute con una postura che indicava un certo affaticamento fisico – addette alle pulizie, mi sembra di aver capito da quanto si dicevano – e un sacerdote, anziano, ma non troppo. Finiti i convenevoli e il lei di dove è e cosa fa e conosco il don del vostro paese, alle due donne è stata rivolta una domanda che a me suonata troppo intima. E’ stato loro chiesto se la domenica andavano a messa. A risposta negativa – una volta, quando avevo i bambini piccoli, adesso non più perché ho altro da fare – è partita una predica sul fatto che la domenica è un giorno che non ci appartiene perché appartiene al Signore, sul fatto che un’ora su ventiquattro libere la si può trovare, così come si trova il tempo per fare altre cose e se ci si sentiva a posto con la coscienza per questa cosa.

Sono diventata irrequieta come un’anaconda con l’indigestione. E’ come per la faccenda della parità dei sessi, questa. Non ne vedo la fine, stavolta nemmeno nel lungo periodo. Non si può continuare a colpevolizzare, peraltro in pubblico, le persone perché non hanno la necessità di essere cattoliche e praticanti o a veicolare la religione, qualunque essa sia, come unica e sola verità con lo stesso tono di comando e presunzione che usa un imprenditore bergamasco con le persone nel suo libro paga.  O no? Certo però che io stavo predicando tolleranza in modo intollerante nello stesso tempo: vi rendete conto di quanto avessi bisogno di morfina? E di una revisione dei miei paradigmi?

Invece ho dovuto accontentarmi di Alice Basso e del suo imprevedibile piano della scrittrice senza nome. Sul dolore ha avuto effetto, me lo ha fatto ignorare per un po’. I paradigmi invece restano ahimè saldissimi.

febbraio 11, 2016

Febbraio 2016

Mi sono svegliata storta, questa mattina. Prima di tutto, era troppo presto. Le 6 e mezza. Non che fosse l’alba, intendiamoci, ma lo era in rapporto alle otto ore di sonno che mi permettono di funzionare e che, da qualche giorno, si sono ridotte. La colpa è mia e del gioco agli incastri che conduco tra impegni e desideri. Di solito mi alzo, faccio la pipì, levo l’allarme, sciabatto in cucina, aspetto che la moka preparata la sera prima produca – no, niente cialde, grazie; la beneficienza sul margine di guadagno la faccio ad altre aziende meno oscene – e pian piano mi sveglio con la complicità della caffeina e dello zucchero di un qualche dolce fatto in casa. Poi torno a letto e ci resto una ventina di minuti, sfogliando i giornali e ripassando mentalmente l’organizzazione della giornata. Alla fine mi alzo e sono pronta ad affrontare il fuori.

Stamattina il rituale è stato identico, salvo il fatto che non ha funzionato. A volte capita. Perciò, quando sono uscita, non ero pronta.

Non ero pronta ad affrontare settanta chilometri da percorre in coda, non ero pronta per i rumori dell’ufficio, non ero pronta per leggere email  di rimpallo costantemente incomplete, non ero pronta ad affrontare rifiuti. Stavo come la borsa: giù. Caduta. Ci sto anche adesso e anche la borsa, mi risulta. In pausa pranzo ho finito di leggere Peep Show, di Federico Baccomo e mi sono ulteriormente intristita. Ho pensato che tutta questa vita sovraesposta – si vede che sto frequentando il corso di fotografia, vero? Ieri sera ritratti con modelli veri, niente meno…e mi sono pure uscite le foto anche se non ho ben chiaro cosa ho impostato e, soprattutto, perché l’ho fatto -, tutta questa vita sovraesposta, dicevo, non sia l’ultima tentazione e che, invece di fare il voto quaresimale di mangiare dolci solo una volta al giorno, a colazione appunto ( giorno due: sta funzionando)  e di non dire parolacce che contengano z e gl o inizino per c, m, b, p e per f (giorno due: non sta funzionando) io dovrei concentrare i miei sforzi per accelerare le pratiche per la mia sparizione.

Tale sarebbe, appunto, anche se non nell’accezione funebre classica, il mio piano B: fuori dal fuori, via dalla mischia, lontano dal sistema. No smodati usi di automobile, no 46% di ritenuta annua media sullo stipendio, no colloqui con su la faccia di bronzo per ricordare al mio capo che mi aspetto in busta paga quanto da contratto e che no, non va bene che se ne siano dimenticati, no giramenti di scatole (inizia con s, posso) se la borsa crolla, poi ricrolla, poi ricrolla ancora e che sto pagando servizi alla banca perché mi perda i soldi, e no con lo shopping bulimico online di robe bellissime, non c’è che dire, ma che non mi servono, ma le compro perché sono bellissime e poi sai mai. E no che non m’importa – inizia con la i, sto andando bene – della solidarietà di Sanremo alle cause per i diritti civili perché è vuota e scontata e ostentata come i testi delle canzoni e la giornata di questo, e la giornata di quello e quando tutte le trecento sessantacinque giornate dell’anno saranno piene andremo in doppia fila? Che so, oggi giornata del cotechino dop e dell’herpes labiale. E no, che non voglio più sapere chi ha rubato cosa, chi è colluso con chi, che cosa dice il premier – che premier? Chi ha eletto il premier? Ma con tutta la fatica che si sta facendo per mandare via quello che si rigenera nella formaldeide ce ne arriva uno uguale e falsamente contrario, autoproclamatosi e peraltro giovanissimo che se ne starà ancorato alle poltrone come una patella al suo scoglio per lustri? Il Corriere diventa bellissimo e a pagamento così l’ho tolto dai preferiti, perché tanto no, che non voglio leggere.

Aspetta che cambio obiettivo, la mia l’ho comprata un anno fa, ma la voglio cambiare, guarda questa foto, e questa identica scattata un nanosecondo dopo allo stesso soggetto, stessa inquadratura, e questa ancora, questa e questa e bisogna impegnarsi molto e ti mando il link al mio album di flickr sui tre sassolini che stamattina c’erano davanti al cancello, che espressivi vedessi. E no che non capisco cosa ci sia da fotografare se una tizia si sdraia su un velo bianco sinuosa come un boa e vestita di pelle nera bondage, con il broncetto e le pose – e pensa che è pure  carina, un viso di occhi dolci e pelle chiara, sarebbe stata bene anche in jeans e maglietta, comoda su una sedia, per dire-, no proprio non lo capisco, anche se scatto e cerco di non bruciare la foto o di non ridurla ad una massa scura, anche se mentre si muove mi ricorda più le contorsioni da cagotto (cagotto non è una parolaccia) che una seduzione. Preferisco la foto alla luna, che ho trovato tra i messaggi una volta raggiunto il rifugio del piumone, dopo l’ultimo sforzo della giornata alle prese con un trinciante affilato, un cappello del prete da due chili e la preparazione della marinatura per il brasato di domenica. La luna è naturale, distaccata, naturalmente ombrosa e del tutto inconsapevole del fatto che sia famosa e che le ho sbadigliato in faccia.

E anche questo blog mi sovraespone, appaga la mia smania di rendermi visibile, di emergere e anche da questo blog mi allontanerò, prima o poi, e lui sparirà con me, perché non mi piacciono i blog appesi in attesa di un ritorno come vecchi golf dimenticati sull’attaccapanni nascosto dietro la porta. Prima o poi ce ne andremo via. Per ora rimane, ad accogliere questi flussi di coscienza scombinati e incoerenti, di rimandi e sottintesi che solo io posso cogliere. Ne farò un’edizione digitale, ad uso privato, da rileggere quando mi verranno le malinconie per la me che ero, che sono stata, che avrei potuto essere. Per quel che mi ha circondato e per gli odori, i colori, i suoni le immagini davanti agli occhi della vita di qui. Sto ancorata al passato con un’immaturità che peggiora di anno in anno.

E me la coltivo, la mia immaturità, perché trattengo mobili che hanno più di quaranta anni, che portano addosso i segni del mio passaggio e l’ingiallimento causato dalla luce del sole. Me li tengo e vorrei dar loro nuovo impulso, un revamping, e magari, se riesco, togliere di torno un po’ di rosa e tenermi solo il bianco. Il bianco è un buon colore con cui percorrere la strada verso i cinquanta. Lo spiegavo, ieri, ad un falegname, in un intervallo ritagliato tra la coda del ritorno con incidente altrui e la cena pronta di avanzi riscaldati miei, che ci sono affezionata a questa camera, tanto.  Ma non gli ho detto che la sto preparando per quando sarò sparita da fuori e la abiterò più a lungo. Non avrebbe capito. Ha ventisei anni, e fuori ci vuole stare ed è giusto che sia così. L’ho trovato per caso dopo un tentativo fallito con un altro giovane, ma non capace. Mi ha rassicurato quando gli ho chiesto da quanti anni lavorasse, mentre lo inondavo di chiacchiere e richieste e gli impedivo di concentrarsi per prendere le misure. Sono giovane, ma ho sempre lavorato, anche quando studiavo: in estate, il sabato, mi è sempre piaciuto e adesso sono io che progetto, mi ha risposto. Forse anche lui arriverà con i mobili storti e gli spessori dei ripiani sbagliati, o forse no. Perché io non gli ho chiesto da quanti anni lavorasse perché non mi fido di lui. Anzi. Era solo per vergognarmi di me davanti a quello che ho scoperto. Perché questo ragazzino ha qualcosa che da molto non mi sento più nella voce: la passione per quello che faccio per la maggior parte del tempo. E non basta, questa sola, come ragione per sparire? Game over. Avanti il prossimo. Io mi ritiro a contemplarmi i pensieri.

gennaio 24, 2016

Gennaio 2016

Ciao! Come state? Io sto. Sto, come al solito. Cambiano le condizioni al contorno, ma il centro della scena resta lo stesso. Negli scampoli di vita, dall’inizio dell’anno, mi occupo di altro. Finiti i corsi di cucina – non del tutto, ce ne saranno altri, qua e là, ma molto meno intensi rispetto all’impegno con cui mi ci sono dedicata nei mesi scorsi – mi sono trovata altro da fare. la mia lista di cose da imparare è lunga e quello che non è in lista, se mi interessa, si aggiunge.

Una delle nuove attività e, in realtà, un vecchio e mai perduto amore: sono tornata in piscina. Per la quarta o quinta volta, da quando mi sono fatta male al ginocchio, precludendomi qualunque attività che si svolga in posizione eretta – per fortuna che lavoro con il sedere saldamente ancorato ad una sedia -, sto provando a ricominciare a fare sport. Piscina, due albe a settimana, prima dell’ufficio, corso con istruttore FIN. Vediamo questa volta quanto dura. Di bello c’è che in acqua sto un gran bene, sia mentre nuoto, sia mentre faccio la doccia e tento di recuperare un colorito meno cianotico. Il nuoto è uno sport autopulente, l’unico in cui sudi, ma ne esci comunque linda.

La seconda nuova attività, invece, occupa una sera a settimana: breve corso introduttivo di fotografia, proprio breve, cui però seguiranno attività annuali del circolo fotografico locale. Fino a due settimane fa non avevo mai usato la mia reflex – una Nikon D40 senza nessuna pretesa se non quella di essere adattissima ad una principiante -in una modalità che non fosse quella automatica. E invece adesso la nebbia che avvolgeva concetti come “esposizione”, “diaframma”, “tempi”, “luce”, si sta pian piano dissipando. Bello, no? Sarebbe bello riuscire a fare qualche scatto sapendo cosa sto facendo.

Il lavoro fa il suo corso. In questa frase ci sono racchiuse tutta la mia mancanza di entusiasmo e la mia frustrazione che se ne vanno a braccetto e si fomentano l’una con l’altra in un gioco al ribasso. L’immane quantità di tempo che si perde in un’azienda a correre dietro al nulla invece di tirarsi su le maniche e affrontare i problemi seri, per eliminarne le cause, potrebbe essere oggetto di serie indagini. Noi invece preferiamo riderci su, alla Quo vado (sì, confesso che l’ho visto, ma l’ho visto come se fossi stata una protagonista di questa ode all’italiano medio, cioè nella sua versione piratata), così è più facile sia adattarsi che lamentarsi. Il problema, dice mio padre, che mentre mi annoio io penso e pensare, tradotto negli effetti pratici, significa che gli invento qualcosa da fare. In questo momento sto lavorando ad un restyling della mia adoratissima camera, con tanto di progettino, (non è che qualcuno di voi ha cassettiere o altro della cameretta Play della IVM degli anni 60 che gli avanzano?!) che prevede la collaborazione di un falegname in gamba – incarico al momento vacante – e una levigatura dei parquet. Quest’ultima faccenda, da svolgersi in primavera, prevede lo svuotamento di un paio di stanze: da quantificare in ore mulo, non ore uomo.

Per fortuna ci sono stati altri film, molto più utili ad aggiungere spunti al mio immaginario: Il ponte delle spie, Revenant, Carol…la scena dell’orso che gioca con un corpo umano come fosse un sacchetto di patatine si farà sicuramente strada nei miei sogni. C’è anche qualche libro, di ogni tipo di genere: “Woody”, simpaticissimo e molto tenero, “Il fattore D”, vero e deprimente, un romanzo rosa di Lucinda Riley – non chiedetemi il titolo, volevo solo capire come scrive, e scrive come vanno scritti i romanzi rosa: poca testa richiesta, tutti i drammi e colpi di scena immaginabili, il meraviglioso bacio finale-, “Il diario segreto di Maria Antonietta, di cui non ho capito l’utilità, però ho sperato fino alla fine che arrivasse Lady Oscar; un paio di romanzi di Michael Connelly per andare sul sicuro, Preghiera per  Chernobyl, per agghiacciarsi un po’, Il teorema del pappagallo – ma è noiosissimo, e l’ho chiuso quasi subito, infilandolo nel mucchio di libri ai quali trovare un nuovo padrone. Robe così, insomma, senza coerenza, senza illusioni.

E così è, la parte del “faccio cose” di questo mese, scritta al ritmo dei Bruskers.

Poi ci sono le faccende serie, quelle alle quali penso mentre guido, andando e tornando, quelle che meriterebbe ognuna almeno due post, ma ultimamente ho le parole annodate, corrono dietro ai pensieri. C’è la consapevolezza che devo trovare una soluzione seria per la mia noia intellettuale lavorativa, altrimenti avrò davanti anni di desolazione, e io non ho mica voglia di desolarmi. Ci sono le brutte notizie, di persone forti che devono continuare ad esserlo, e che lo faranno, nonostante tutto, perchè lo sanno che, da qualche parte, ci sarà sempre e ancora una piccola parte di felicità per ognuno di noi. C’è la giovane milionaria, bella, non completamente priva di neuroni, e vittima di un carattere cui nessuno ha mai messo freni che si rivolge alla cameriera che la sta servendo con una tale maleducata veemenza, per una faccenda di nulla, che non puoi fare altro che provare una pena infinita per lei, per la potenzialità perduta, e rabbia, perchè devi contare fino a tremila per fare finta di non aver sentito e per farti passare la vergogna che provi per lei, e per te stessa, che non hai (ancora) il coraggio di farglielo notare perchè suo padre ti paga lo stipendio. E c’è la costante presenza della mancanza, continua, in ogni momento. E molte altre cose che, chilometro dopo chilometro, si intrecciano e si confondono, tra lo smog della città e i chiaroscuri delle gallerie che risalgono la strada, verso la valle, in questo gennaio freddo, ma non troppo, secco e inquinato. Un altro gennaio.

dicembre 1, 2015

Al lumicino

E’ sconfortante constatare che, in un mese, avrò scritto sì e no tre post, e confrontare le frequenze con quelle di quando, piena di entusiasmo, ho aperto questo blog.

Sconfortante, ma atteso: io parto sempre in quarta e poi, salvo poche sacre cose, cambio direzione una volta esaurito l’argomento e capito il meccanismo. A volte bastano pochi mesi, altre anni, ma così funziono e, tutto sommato, finché da un’esperienza ne nascono altre, con un effetto a catena di apprendimento e scoperte, mi sta anche bene così.

Questo, ad esempio, è stato l’anno della cucina. Non si è trattato, nel mio caso, di suggestioni modaiole, quanto di prossimità: l’azienda per cui lavoro adesso si trova a 500 metri dalla Cast Alimenti. Quale miglior occasione per imparare seriamente qualcosa di nuovo? Anche perchè oggi sono qui e domani chissà: su lavoro per me resta fisso l’argomento e mobile il contesto.

A dirla tutta, l’unico posto in cui mi vedo benissimo fissa è la mia stanza. Ci trascorrerei l’esistenza, nella mia stanza, uscendo giusto per qualche viaggio e una passeggiata: c’è il letto per leggere e dormire, la scrivania per studiare, gli armadi dei vestiti per ricordare come si stava da quasi magra, le mensole cariche di libri, i miei ricordi, il silenzio, la musica in sottofondo che arriva dal pianoforte, il lontano sussurrare del traffico di giorno, i miagolii dei gatti perduti di sera, la luce dei lampioni e della luna, l’immobilità del quartiere di paese durante la notte.

Ci starei magnificamente nella mia stanza. Davvero. Mi tieni a casa, papà?! Sai, tutte quelle storie sulle donne in carriera e la parità dei sessi da raggiungere, e le risorse intellettuali da sfruttare, eccetera, eccetera…tutte chimere, tanto non ce la faremo mai. Faccio posto ad altre: io ho una casalinga dentro di me che chiede solo di essere ascoltata.

Come? Come dici? Per la solvibilità della sua carta di credito? Ehm, ecco….ci devo ancora lavorare su…

ottobre 4, 2015

Utopie della domenica sera

Ad un certo punto, ieri sera, all’auditorium del Museo del Violino di Cremona, mentre ascoltavo i sempre impeccabili Brunello e Lucchesini che suonavano Beethoven, ho pensato che la settimana aveva goduto di un raro bilanciamento di suggestioni. Lunedi e mercoledi sera la parte pratica – al corso di cucina è stata l’ora delle lasagne, cucinate dopo aver prodotto pasta, salsa bolognese e besciamella secondo i sacri crismi. Giovedi e sabato quella culturale: un buon film italiano, un ottimo concerto. Martedi e venerdi nella quiete di casa mia, qualche faccenda domestica e il prosieguo della lettura dell’interessante “Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso”  di Francesco Antinucci (le mie letture rispecchiano spesso gli interessi del momento).  Non male, visto che il tempo libero è comunque poco e molto se lo mangia la strada. É mancata la parte di coltivazione delle amicizie, ma non si può arrivare ovunque.

Peccato, mi dicevo, che le ore lavorative non siano state altrettanto proficue. Una volta superato l’inevitabile periodo di adattamento ad un nuovo lavoro, mi ritrovo di nuovo in una situazione in cui i miei impegni non sono bilanciati. Che io sia stata abituata, all’inizio della mia carriera, a fronteggiare ritmi paurosi di stress e sovraccarico mi ha sicuramente aiutato ad organizzarmi bene e mi ha insegnato che è meglio prendere in mano le cose una sola volta, sgrossarle e poi lasciarle andare, invece di continuare a farle rigirare in attesa di portarle ad una perfezione impossibile, data la dinamicità di una filiera produttiva. Mi capita spesso, perciò, di ritrovarmi con un paio di ore libere quasi tutti i giorni, che non occupo con pause caffè, perché il caffè delle macchinette fa schifo e le conversazioni all’intorno non sono, di solito, da meno, e che mi posso riempire spesso come più mi aggrada: le scadenze le rispetto, spesso le anticipo e, finché sarà così, nessuno si sognerà mai di verificare se sto o meno perdendo tempo pagato.

Caso personale a parte, mi sono resa conto, negli anni, che molto spesso negli uffici di un’azienda si “perde” un mucchio di tempo: si scrivono mail inutili, si gioca a ping pong con i file, si rimandano decisioni, si gestiscono le urgenze invece di risolvere i problemi, non si parla abbastanza con le persone che operano direttamente in modo pratico nella filiera (magazzinieri, operai, responsabili di prima linea) per cui si deducono dai numeri conclusioni spesso imprecise, si sprecano ore in nulla.

Una delle persone che coordino è, ad esempio, è un maestro di socievolezza: gran parte della sua giornata gli serve per costruirsi e rafforzare una rete di alleanze verticali e orizzontali che, nei momenti di urgenza, gli sono d’aiuto nel risolvere più velocemente i problemi. L’utilità innegabile di questa strategia, che lo rende tra le altre cose molto simpatico a tutti, è mal compensata dal fatto che non ha abbastanza tempo per curare i dettagli operativi del proprio lavoro e, spesso, viene travolto dai problemi perchè non si accorge in tempo della loro germinazione.

L’altra, al contrario, è l’immagine stessa della puntigliosità: comunica poco e con pochi, sembra sempre a disagio con le persone, pur trasmettendo in ogni caso un’impressione di preparazione e gentilezza. Trascorre ore a lavorare sui dettagli di un file: lo osserva, lo volta, lo gira e lo pirla e, a domanda specifica, risponde puntuale. Le manca però la capacità di cogliere il dato di insieme o di prendere decisioni, ma questo è un suo limite caratteriale. Anche lei, durante il giorno, sparisce di frequente dall’ufficio: va nei reparti, nei magazzini. Sono più che favorevole alla cosa, anche se, sospetto, che molti dei suoi viaggetti siano come la contemplazione dei suoi file: ridondanti. La osservo mentre si prepara ad uscire, alla fine dell’orario lavorativo, che, per lei, è sempre in eccedenza rispetto a quello canonico, e non se lo fa mai riconoscere (puntualizzo, perchè si capisca che non è affatto una scansafatiche). Arriva alla scrivania poco prima delle cinque, si siede, fa qualcosa al computer, si alza, muove due passi e beve, prendendo la bottiglia da una cassettiera che potrebbe tranquillamente raggiungere allungando il braccio e muovendosi con le rotelle della sedia, si risiede al computer, si rialza, va in bagno, ritorna, si risiede, controlla altro al pc, si rialza, spegne la stampante condivisa nell’ufficio comune, si risiede al pc, ticchetta un altro po’ sui tasti, si rialza, si mette la giacca e raduna le sue cose, si risiede, legge di nuovo le email, spegne il PC, si rialza, spegne gli interruttori generali delle luci, vicino alla porta, torna indietro alla scrivania, raccoglie le borse – quasi tutte le donne in quest’azienda girano con una borsetta e con una borsona con dentro sa il cielo cosa -, mi saluta e finalmente esce. Sono le 17 e venti circa.

Assisto a questo balletto di chiusura da più di un anno, anche se ho cominciato ad osservarlo con più attenzione solo di recente, e mi chiedo se, a parità di lavoro compiuto nello stesso modo in cui conclude la giornata lavorativa, almeno un paio di ore al giorno non se lo potrebbe recuperare pure lei, sfrondando i movimenti inutili. Poi leggo della Svezia, e delle iniziative che sempre più aziende stanno intraprendendo sul ridurre la giornata da otto a sei ore, per guadagnare sia in produttività che in tempo libero, e penso che sarebbe una gran cosa, se si pensasse in questi termini anche nel nostro paese. Nei miei 15 anni di lavoro, in quattro aziende diverse, solo nella prima non si sarebbe potuto fare: lì, pur essendo quasi mille persone, molti avevano un carico di lavoro impossibile da smaltire senza straordinari – e vi garantisco che certe volte  era complicato trovarsi cinque minuti per fare la pipì. In tutti gli altri casi – e non si trattava di azienducole – il tempo sprecato a correre dietro alle farfalle era invece molto.

Per cui, ecco, se mi fosse concesso scegliere, preferirei sei ore filate cinque giorni alla settimana a far andare le mani e il cervello a ritmo sostenuto, ma due ore in più di vita, anzi, di più, perché si potrebbe guadagnare pure sulla pausa pranzo, fuori, che io possa sprecare come più mi aggrada, al cinema o a lavare le fughe del pavimento con la vaporella, con un libro aperto o lungo l’argine di un fiume, checchè ne dica il mio capo, il quale è convinto che lunghe ore in ufficio significhino dedizione alla causa, indipendemente dal fatto che chi le trascorre se ne stia a lungo imbesuito a fissare uno schermo che nemmeno vede, muovendo il mouse per non far capire che, in realtà, se ne sta  mille miglia lontano.

Si capisce che ho la carogna da domenica sera, vero?! Buona settimana tutti.

maggio 21, 2015

Last act in Palmyra

Uno dei gialli di Lindsey Davis ambientato ai tempi dell’Impero Romano, con protagonisti Marco Didio Falco e Elena Giustina – che a me stanno molto simpatici – si intitolava proprio così. “Ultimo atto a Palmira”. Io Palmira vorrei tanto visitarla, come pure Petra, e le piramidi, e i siti romani in Libia e tutta un’altra serie di luoghi dai quali, al momento, è meglio tenersi alla larga.

A Palmyra nei prossimi giorni non ci sarà un ultimo atto, ma solo un altro episodio: molti moriranno, antiche pietre crolleranno, tanti cercheranno il modo di sopravvivere, adattandosi, o scappare. Lì, come in altri luoghi.

Sembra strano, no, osservare quasi indifferenti le notizie sulle stragi e inorridire di dispiacere quando crollano vecchie colonne. Forse perché quelle colonne sono lì a ricordarci che un modo per sopravvivere al tempo esiste, anche se con qualche acciacco, e che si può vincere di mille secoli il silenzio che fa tanta impressione saperle minacciate. E’ come perdere pezzettini di speranza. E’ come capire che dietro le distruzioni ci sono furia e ignoranza: fanno paura, più della vista dei corpi dilaniati o delle colonne di profughi in fuga.

Non so. Io vivo nel mio mondo protetto e mi lamento delle mie cose. Penso per me, alle mie faccende. Ieri, ad esempio, c’è stata l’ultima lezione vera del corso di pasticceria: mignon. La settimana prossima faremo da soli una preparazione a scelta e poi ci saranno la cerimonia di fine corso e il buffet. Sono stanca: è stato impegnativo frequentare, per l’impegno che ha richiesto in tempo e attenzione. Sono malinconica: mi mancherà. Sono eccitata: ho imparato moltissimo e di cose pratiche. Io non sono mai stata una da cose pratiche, ma animale da scrivania. E’ bello scoprirsi imbranati, incapaci, pasticcioni, e, nello stesso tempo, imparare e provare e riuscire a migliorare. Sono ammirata: un ambiente serio, motivante, professionalizzante. Ce ne vorrebbero di più; forse smetteremmo di essere i pressapochisti d’europa. E poi….ecco, tre mesi e mezzo di dolcezze, difficili da dimenticare…

E poi c’è il lavoro, impegnativo a tratti, disteso ad altri, sempre in coda la mattina, e tanta tanta tanta pazienza da radunare, perchè le cose non cambiano abbastanza velocemente. E poi la mia casa e un’altra casa e le gambe distese a riposare al caldo di maggio che ha spalancato le finestre e accorciato le maniche. E poi c’è un viaggio in arrivo, proprio dietro l’angolo (prego notare che quest’anno sto viaggiando pochissimo, rispetto alla media recente).

Ed è tutto qui, poco più, poco meno, mentre altrove le pietre antiche temono, e i bambini piangono. E un altro giorno passa, senza che nulla muti.