Posts tagged ‘Letteratura’

ottobre 4, 2015

Utopie della domenica sera

Ad un certo punto, ieri sera, all’auditorium del Museo del Violino di Cremona, mentre ascoltavo i sempre impeccabili Brunello e Lucchesini che suonavano Beethoven, ho pensato che la settimana aveva goduto di un raro bilanciamento di suggestioni. Lunedi e mercoledi sera la parte pratica – al corso di cucina è stata l’ora delle lasagne, cucinate dopo aver prodotto pasta, salsa bolognese e besciamella secondo i sacri crismi. Giovedi e sabato quella culturale: un buon film italiano, un ottimo concerto. Martedi e venerdi nella quiete di casa mia, qualche faccenda domestica e il prosieguo della lettura dell’interessante “Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso”  di Francesco Antinucci (le mie letture rispecchiano spesso gli interessi del momento).  Non male, visto che il tempo libero è comunque poco e molto se lo mangia la strada. É mancata la parte di coltivazione delle amicizie, ma non si può arrivare ovunque.

Peccato, mi dicevo, che le ore lavorative non siano state altrettanto proficue. Una volta superato l’inevitabile periodo di adattamento ad un nuovo lavoro, mi ritrovo di nuovo in una situazione in cui i miei impegni non sono bilanciati. Che io sia stata abituata, all’inizio della mia carriera, a fronteggiare ritmi paurosi di stress e sovraccarico mi ha sicuramente aiutato ad organizzarmi bene e mi ha insegnato che è meglio prendere in mano le cose una sola volta, sgrossarle e poi lasciarle andare, invece di continuare a farle rigirare in attesa di portarle ad una perfezione impossibile, data la dinamicità di una filiera produttiva. Mi capita spesso, perciò, di ritrovarmi con un paio di ore libere quasi tutti i giorni, che non occupo con pause caffè, perché il caffè delle macchinette fa schifo e le conversazioni all’intorno non sono, di solito, da meno, e che mi posso riempire spesso come più mi aggrada: le scadenze le rispetto, spesso le anticipo e, finché sarà così, nessuno si sognerà mai di verificare se sto o meno perdendo tempo pagato.

Caso personale a parte, mi sono resa conto, negli anni, che molto spesso negli uffici di un’azienda si “perde” un mucchio di tempo: si scrivono mail inutili, si gioca a ping pong con i file, si rimandano decisioni, si gestiscono le urgenze invece di risolvere i problemi, non si parla abbastanza con le persone che operano direttamente in modo pratico nella filiera (magazzinieri, operai, responsabili di prima linea) per cui si deducono dai numeri conclusioni spesso imprecise, si sprecano ore in nulla.

Una delle persone che coordino è, ad esempio, è un maestro di socievolezza: gran parte della sua giornata gli serve per costruirsi e rafforzare una rete di alleanze verticali e orizzontali che, nei momenti di urgenza, gli sono d’aiuto nel risolvere più velocemente i problemi. L’utilità innegabile di questa strategia, che lo rende tra le altre cose molto simpatico a tutti, è mal compensata dal fatto che non ha abbastanza tempo per curare i dettagli operativi del proprio lavoro e, spesso, viene travolto dai problemi perchè non si accorge in tempo della loro germinazione.

L’altra, al contrario, è l’immagine stessa della puntigliosità: comunica poco e con pochi, sembra sempre a disagio con le persone, pur trasmettendo in ogni caso un’impressione di preparazione e gentilezza. Trascorre ore a lavorare sui dettagli di un file: lo osserva, lo volta, lo gira e lo pirla e, a domanda specifica, risponde puntuale. Le manca però la capacità di cogliere il dato di insieme o di prendere decisioni, ma questo è un suo limite caratteriale. Anche lei, durante il giorno, sparisce di frequente dall’ufficio: va nei reparti, nei magazzini. Sono più che favorevole alla cosa, anche se, sospetto, che molti dei suoi viaggetti siano come la contemplazione dei suoi file: ridondanti. La osservo mentre si prepara ad uscire, alla fine dell’orario lavorativo, che, per lei, è sempre in eccedenza rispetto a quello canonico, e non se lo fa mai riconoscere (puntualizzo, perchè si capisca che non è affatto una scansafatiche). Arriva alla scrivania poco prima delle cinque, si siede, fa qualcosa al computer, si alza, muove due passi e beve, prendendo la bottiglia da una cassettiera che potrebbe tranquillamente raggiungere allungando il braccio e muovendosi con le rotelle della sedia, si risiede al computer, si rialza, va in bagno, ritorna, si risiede, controlla altro al pc, si rialza, spegne la stampante condivisa nell’ufficio comune, si risiede al pc, ticchetta un altro po’ sui tasti, si rialza, si mette la giacca e raduna le sue cose, si risiede, legge di nuovo le email, spegne il PC, si rialza, spegne gli interruttori generali delle luci, vicino alla porta, torna indietro alla scrivania, raccoglie le borse – quasi tutte le donne in quest’azienda girano con una borsetta e con una borsona con dentro sa il cielo cosa -, mi saluta e finalmente esce. Sono le 17 e venti circa.

Assisto a questo balletto di chiusura da più di un anno, anche se ho cominciato ad osservarlo con più attenzione solo di recente, e mi chiedo se, a parità di lavoro compiuto nello stesso modo in cui conclude la giornata lavorativa, almeno un paio di ore al giorno non se lo potrebbe recuperare pure lei, sfrondando i movimenti inutili. Poi leggo della Svezia, e delle iniziative che sempre più aziende stanno intraprendendo sul ridurre la giornata da otto a sei ore, per guadagnare sia in produttività che in tempo libero, e penso che sarebbe una gran cosa, se si pensasse in questi termini anche nel nostro paese. Nei miei 15 anni di lavoro, in quattro aziende diverse, solo nella prima non si sarebbe potuto fare: lì, pur essendo quasi mille persone, molti avevano un carico di lavoro impossibile da smaltire senza straordinari – e vi garantisco che certe volte  era complicato trovarsi cinque minuti per fare la pipì. In tutti gli altri casi – e non si trattava di azienducole – il tempo sprecato a correre dietro alle farfalle era invece molto.

Per cui, ecco, se mi fosse concesso scegliere, preferirei sei ore filate cinque giorni alla settimana a far andare le mani e il cervello a ritmo sostenuto, ma due ore in più di vita, anzi, di più, perché si potrebbe guadagnare pure sulla pausa pranzo, fuori, che io possa sprecare come più mi aggrada, al cinema o a lavare le fughe del pavimento con la vaporella, con un libro aperto o lungo l’argine di un fiume, checchè ne dica il mio capo, il quale è convinto che lunghe ore in ufficio significhino dedizione alla causa, indipendemente dal fatto che chi le trascorre se ne stia a lungo imbesuito a fissare uno schermo che nemmeno vede, muovendo il mouse per non far capire che, in realtà, se ne sta  mille miglia lontano.

Si capisce che ho la carogna da domenica sera, vero?! Buona settimana tutti.

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marzo 11, 2015

Del perchè prima o poi mi ritirerò in eremitaggio

Non capisco che cosa volete intendere dicendo ‘gloria’, disse Alice.

Humpty Dumpty sorrise con aria di superiorità: È naturale che tu non capisca finché non te lo spiegherò io. Volevo dire che ‘questo è un ottimo argomento per darti torto’.

Ma ‘Gloria’ non significa ‘un ottimo argomento per darti torto, obiettò Alice.

Quando io adopero una parola – disse Humpty Dumpty con un tono piuttosto sdegnoso – essa ha esattamente il significato che io le voglio dare. Né più né meno.

La domanda è – disse Alice – se tu possa far significare alle parole così tante cose diverse.

La domanda è – disse Humpty Dumpty – chi deve essere il padrone – ecco tutto.

Alice nel Paese delle Meraviglie
Lewis Carroll

novembre 7, 2014

Illusioni bibliofile. (Siamo tutti fessi.)

L’altro giorno, in una pausa web – io non faccio pause caffe’ al lavoro, vado a leggermi quel paio di pagine di quotidiani on line, tanto per stare sempre attaccata al computer – ho letto una notizia che mi ha fatto sussultare.  Amazon Italia offriva Kindle unlimited: tutti gli ebook che vuoi per una decina di euro al mese, in abbonamento. Ci sono stati anni in cui la mia voce di spesa  principale annua sono stati i libri e ancora oggi, che compro poco perche’ sto smaltendo e rivendendo/ regalando le giacenze fische e accumulando file, per quanto in misura molto minore, 120 euro all’anno li raggiungo e supero. L’importo dell’abbonamento percio’ era allettante.

La pausa pranzo se ne é andata con l’iscrizione gratuita di prova e le prime ricerche. Ho scaricato d’impulso tre o quattro titoli che avevo nella lista lunga dei libri da leggere: Memorie di un giardiniere, Il viaggio dell’universo, La scelta vegetariana…mi é sembrato, mentre girellavo a caccia grossa nel database di amazon, sia tra i testi in italiano che tra quelli – numerosissimi – in inglese, che non ci fossero pero’ grandi cose tra cui scegliere. La sera, passati gli effetti del primo delirio, ne ho avuto conferma: moltissimi autopubblicati di genere rosa, robetta di dubbia sostanza e scarna apparenza, e anche qualche rosso, piu’ o meno oscillante tra l’erotico poco riuscito e il pornografico gia’ sentito. Dovendo attivare il compra con un click, per accedere all’abbonamento, ho rischiato acquisti inconsulti, nella foga. Ho sprecato un paio d’ore, trovato dopo molte ricerche molto poco, deciso che i tempi non sono neanche un po’ maturi per offerte oneste e che tra un paio di settimane mi discrivero’. Grande disillusione per una povera bibliofila. Grandissima.

Per riprendermi, ieri ho inziato un corso di tre mesi di disegno. Quello di teatro, annuale, era troppo impegnativo per la valanga di caos che ho addosso in questo periodo, per cui l’ho rinviato a data da destinarsi. Questo consiste invece in un paio di orette di frustrazione pura, che fa sempre molto bene al mio ego strabordante. Devo andare a comprare una 6B e della carta da spolvero. Non sapevo nemmeno cosa fosse, fino a ieri, la carta da spolvero. Oh, la meraviglia di imparare cose nuove…

ottobre 9, 2014

Sulla strada verso casa

Il quinto giorno da pendolare è terminato ieri sera, poco dopo le 19.15, nell’umidità lasciata da una giornata di pioggia. Se su cinque giorni, quattro sono arrivata in ritardo, pur avendo un margine di mezz’ora su due ore abbondanti, e senza avere possibilità di anticipare la prima parte del viaggio, posso considerarla una base statistica sufficiente per ritenere il giorno in cui tutto è filato liscio un’eccezione? Ciò mi porterebbe ad una disposizione d’animo meno bellicosa e affronterei la faccenda con più filosofia.

In ogni caso, in cinque giorni, quasi quattro ore di viaggio al giorno, ho: finito la biografia di Adriano Olivetti – e ponderato sulla possibilità che nella mia vita lavorativa ingegneristica io mi trovi ad avere a che fare con un imprenditore illuminato -, letto l’ultimo numero di Internazionale,  divorato Joy in the morning di Betty Smith – una goduria, dall’inizio alla fine – e attaccato A tree grows in Brooklyn, sempre di Betty Smith – che promette lo stesso livello di piacere del precedente. Se devo trovare un lato positivo in questo spreco immane del mio tempo libero, a parte il fatto triviale che lo faccio per guadagnare uno stipendio –  è che posso perdermi in un libro e trovare lì consolazione effimera.

Oggi e domani automobile, per alternare e per attaccarci altre deviazioni. Poi la settimana prossima si ripeterà l’esperimento treno+metro+bus. Ieri sera, mentre camminavo verso casa e verso la cena, ho incontrato M., che stava facendo un giretto in bici, che mi ha fatto compagnia e mi ha chiesto un nuovo post. Io ho dato un’occhiata alla mia monotona vita e non ci ho trovato nulla di interessante da raccontare, se non di come si vedono scorrere le rotaie davanti a sé se si sta seduti nel seggiolino in cima ad un vagoncino di una metropolitana automatica, ma questo a M. non l’ho mica detto, altrimenti l’avrei delusa. E’ convinta che la vita degli adulti sia molto più interessante di quella di una liceale. Io farei cambio al volo. Non la vedevo da qualche settimana: avevamo alcune cose da raccontarci per cui siamo arrivate al cancello di casa mia ciacolando del più e del meno. M. ha diciassette anni, quasi diciotto e, non so quanto consapevolmente, appartiene a quel gruppo di persone che cercano di diventare grandi preservando la propria unicità. Certo, parla come tutti gli adolescenti, indossa le sneakers e sogna l’iPhone, però non si veste di scuro, è in grado di comunicare in modo articolato e non monosillabico con gli adulti, se c’è in giro un bambino non lo ignora, anzi, è più probabile ci si metta a giocare insieme, ha una grande passione e ci si aggrappa come è giusto ci si debba aggrappare ai propri sogni per dare una direzione alla propria vita e non ha bisogno di appartenere ad un gruppo monocorde per sopravvivere e trovarsi un senso. Almeno, a me sembra che sia così, per quel poco che la conosco. Dato che difendere l’unicità di se stessi in un periodo della vita in cui non si è nemmeno molto sicuri di cosa esattamente si sia, visto che è tutto in ribollente divenire, richiede coraggio, energia e molto senso dell’umorismo e del tragico, faccio il tifo per lei. E spero che non cambi direzione.

Perché quello che arriverà dopo, cioè il fatto di diventare grandi, comporterà tutta una serie di cose positive, ma anche parecchie grosse rogne, ed è meglio arrivarci coi riccioli per aria, un cagnolino al fianco, una bicicletta come non le fanno più, la musica nel cuore e un se stesso con cui ci si trova simpatici. Altrimenti sai che palle.

luglio 8, 2014

Gina che lo curò. La compagnia delle parole.

Qualche giorno fa è apparso sul Corriere, edizione online, questo articolo, che ho salvato in pdf e archiviato tra i ritagli digitali di giornale, pensando che, fosse ancora viva, mia madre avrebbe preso le forbici, se lo sarebbe tagliato dall’edizione cartacea, avrebbe annotato la data e la fonte, e lo avrebbe prima messo sulla mia scrivania per farmelo leggere e poi infilato in un raccoglitore dove teneva elzeviri e articoli di letteratura, storia e geografia che poi avrebbe usato in una futura lezione.

Il raccoglitore, riorganizzato da me tempo fa, c’è ancora; gli articoli, quando avrò tempo, saranno digitalizzati, prima che gli anni li ingialliscano e li rendano illeggibili. Certi me li ricordo – uno, in particolare, di Gaetano Afeltra sul suono perduto delle campane nel suo paese –  altri non li ho mai letti, ma so o immagino perché mia madre li aveva tenuti. Io proseguo nella tradizione, in modo meno frequente e meno accurato, per problemi di tempo ed ignoranza, e salvo tutto in cartellette del computer, sperando che tra qualche anno siano ancora accessibili.

In ogni caso, torniamo al tema, che con l’età divago e divago sempre più. Io so chi era Gina, me lo ricordo bene. Per questo ho salvato l’articolo.

Lo ricordo perché il nome era quello di una prozia, a me molto cara, che era una creatura allegra e generosa e se il nome di qualcuno che non conosci è lo stesso di qualcuno a cui vuoi bene, ti resta impresso più facilmente nella memoria. Lo so chi era, questa Gina, anche se non l’ho mai vista perché l’ho conosciuta alle scuole medie: tenevamo un quadernino per le poesie. ne scrivevamo sotto dettatura una o due al mese, le analizzavamo, spesso le dovevamo imparare a memoria.

L’aula guardava il fiume e gli alberi sull’argine. Fuori c’erano i cappotti appesi e silenzio nei corridoi perché erano ancora i tempi in cui i ragazzi stavano seduti e quasi sempre zitti ad ascoltare – o a fingere di farlo – l’insegnante che spiegava dalla cattedra. Il mio quaderno delle poesie è qui, sopra la scrivania, anche adesso: rimasto a metà, scritto con la mia grafia poco chiara e ancor meno ordinata, perché era bello: copertina rigida, di cartone, decorata con un frutto, in uno schema ripetitivo di colore: le fragole, le more, l’anguria, i limoni. Ho una decina di questi quaderni sopra la scrivania, alcuni ancora nuovi perché non ne ho mai trovato un uso degno della loro bellezza di quaderno non comune: in mezzo c’è anche, appunto, quello delle poesie della scuola media. Da qualche parte, su una qualche pagina, c’è anche Gina, che curò il rondone ferito, incatramato, mentre Montale ci faceva su una poesia, su questa cosa che il giorno dopo se ne era andato senza nemmeno salutare.

Va tutto bene, qui, non posso dire di essere infelice. Ho tante cose buone e la testa che funziona e il cuore che prova a fare il bravo e certi momenti di risate che fanno stare bene e ancora tanta voglia di scoprire come è fatto il mondo.

Ma ci sono alcune sere, come questa, in cui ho molta voglia di farmi una chiacchierata con mia madre – sarebbe stato bello parlare con lei di Gina e girellare su internet per vedere le fotografie e scoprire insieme che faccia avesse questa signora che tolse il catrame dalle piume di un rondone – ma non posso farlo e allora, per fortuna, arrivano dalla memoria le parole, quelle belle che altri hanno scritto, che hanno lasciato una traccia nei miei giorni, che mi sono state regalate e che fanno da piccole ancore, qua e là, in questa navigazione complicata verso la saggezza.

Ma forse adesso anche io posso cavarmela.

luglio 5, 2014

É tutta colpa della luna

Ieri sera Verona, Teatro Romano, dopo una cena breve in citta’ – sempre bella, Verna –  e un gelato al pistacchio, con il timore della pioggia e una settimana pesante alle spalle. L’Otello messo in scena da Battiston e dagli altri attori – forse é Iago il vero protagonista di quest’opera – é una sintesi di un paio d’ore del dramma originale. La scenografia e i costumi sono essenziali: conta solo la parola, che si avvolge e crea il dubbio, che offusca l’amore – ma era amore? – e fa montare la collera, la violenza – e poi svela l’intrigo, ma tardi, quando il sangue é stato versato e si spegne, mentre altro sangue scorre. L’assassino scappa, uccidendosi, incapace di sopportare il peso della colpa. Solo la parola, solo il dubbio scatenano l’azione. La critica sui giornali di oggi non é positiva, i rumori di sottofondo troppo rimbombanti in un audio non ben calibrato, i pareri discordi…ma io ieri ho assisto alla trasformazione dell’uomo in bestia, attraverso l’incantesimo della parola, e alla fine avevo voglia di piangere per l’insensatezza di molte cose. E se il teatro serve a rappresentare la vita, a farci rispecchiare in esso con l’aiuto della linea che divide palco e platea, per aiutarci a guardare con maggiore distanza noi stessi e se si torna a casa con la sensazione di aver ascoltato parole eterne, allora, per me, questo basta a dire che ieri ho avuto molto. La luna guarda giu’, ma la colpa e’ solo dell’uomo. E grazie agli attori.

PS. Vi segnalo anche questo post:

http://carzedolblog2012.wordpress.com/2014/07/04/otello/

giugno 8, 2014

Pourquoi-pas?

Ho sei mesi di prova. Meno una settimana, quella appena trascorsa.

Da domani al 31 dicembre potrei essere lasciata a casa da un giorno all’altro. O potrei decidere di andarmene io. Sei mesi sono molti: le volte precedenti sono stati due, tre al massimo. Sei mesi garantiscono fuoco sotto il culo, prove e riprove, massima attenzione, un esame lunghissimo. La posta in gioco, per me, questa volta è alta.

Il primo e il secondo giorno ho pensato di aver fatto un errore colossale, dopo aver misurato  a larghe spanne il tasso di casino con cui avrò a che fare. Il terzo e il quarto ho ammesso con me stessa che era proprio del casino che stavo andando in cerca, quando ho deciso di cambiare lavoro … e allora perché non accettarlo e trasformarlo in opportunità, come dicono i guru americani? Il quinto giorno non c’è stato perché era settimana corta.

Intanto, una volta ancora, mi ritrovo in un posto senza aria condizionata e con il caldo scoppiato a bomba sulla Lombardia. Dieci giorni fa, nei mie ultimi giorni al vecchio incarico, hanno finalmente attivato un condizionatore: lo stavo chiedendo da cinque anni. Mi sono quasi commossa. Adesso devo di nuovo riarmarmi di pazienza e bottiglie d’acqua.

Il mio giugno prosegue su montagne russe di impegni, lavatrici e panni stesi al sole per togliere l’odore di corpo umido che caratterizza l’estate in città, coppette al pistacchio e cioccolato fondente, oleandri in fiore e profumo improvviso di gelsomino e tigli. E qualche escursione nel paese dei libri, questa volta per rileggere l’adorabile Ballet Shoes di Noel Streatfeild, prima di accantonarlo tra il centinaio di romanzi in inglese che, prima o poi, ce la farò a vendere in blocco.