Posts tagged ‘economia’

gennaio 31, 2017

Perplessità

La fine del mese è arrivata e, con essa, il mio post. E’ molto probabile, visto quanto adesso trascuro questo luogo, che sia anche uno degli ultimi. Non mi piacciono i blog appesi e lasciati lì, senza nemmeno la parola fine a definirne i contorni: se e quando deciderò che questa esperienza avrà raggiunto la sua naturale conclusione, questo spazio sparirà, senza malinconie, senza tristezza, senza prolungati addii. Si chiuderà come accade ad un libro, come quando, giunti all’epilogo, si sospira, ci si pensa su, magari si rileggono alcuni passaggi e poi lo si ripone su uno scaffale, chissà fino a quando.

Di argomenti di cui scrivere ce ne sarebbero molti e pochi di essi confortanti, ma io non possiedo la necessaria conoscenza per evitare superficialità o inesattezze. Il mio sgomento davanti all’elezione di Trump, al nuovo delinearsi degli equilibri di forza in Europa, non lo posso dire in altro modo se non che mi provoca un’irrequietezza e la sensazione che qualcosa di molto grave possa succedere, nei mesi a venire.

Mi pare che si stiano acuendo eventi, sentimenti, pensieri che tirano indietro, come elastici forti, verso anni che furono, il cui pensiero avrebbe dovuto essere solo un ricordo doloroso di cui misurare le distanze incrementali. E invece stiamo percorrendo la strada a ritroso, indietro, verso l’involuzione delle conquiste civili. Gli uomini che odiano le donne sono ancora qui, più forti e numerosi che mai; i pezzi di terreno che si sbriciolano e ci inghiottiscono continuano a punirci per le nostre scelte di guadagno immediato cieco alle perdite future; il ricorso al sotterfugio e alla via più rapida e più conveniente per noi è sempre più spesso la scelta più ovvia, a scapito dell’integrità professionale; l’impoverimento economico e, soprattutto, culturale lo attesto prima di tutto su me stessa – sempre meno concentrata, sempre più lasca nell’accettare il compromesso e il chiacchiericcio di sottofondo – e ogni volta che leggo i giornali.

I giornali. Ma c’è da crederci, ai giornali? Le regie occulte che portano in primo piano eventi che servono solo a rinforzare e raccogliere pensieri inconsci che moltissimi di noi nutrono e allevano in segreto nella parte buia della coscienza sono potentissime e inarrestabili. Basterà la resistenza di chi non si arrende? Non lo so, ma me lo chiedo spesso, in questi giorni.

Qualche settimana fa sono stata invitata a teatro per due volte di fila: nel primo caso ho assistito ad un musical, uno di quelli che si sarebbe potuto tranquillamente evitare di mettere in scena. La seconda volta c’era Tullio Solenghi che leggeva e spiegava un canto dell’Odissea. La parola, vecchia di millenni, detta e ridetta, è ancora una volta tornata viva con forza nel buio della sala, e, con essa, la debolezza e la forza dell’uomo alle prese con se stesso e con il mondo.  E’ stata un’ora e mezza di luce, in un gennaio di perplessità. Ho, per l’ennesima volta ancora,  voglia di trovarmi un angolo e di rimanere lì, ad aspettare che il tempo passi, senza di me.

settembre 17, 2016

Settembre 2016

Guardate la cosa dal mio punto di vista. Sono ingegnere, specializzata in Pianificazione della Produzione e Logistica. Li scrivo in maiuscolo così sembrano lavori seri e difficili. Ho una fissazione per l’essenzialità, l’ordine e le cose giuste messe al posto giusto e che funzionano, possibilmente. Lasciate perdere ogni ragionamento etico, ogni discorso su consumismo, capitalismo, sfruttamento e similia. Immaginate me.

Ho aspettato per mesi, ma era sempre pieno. Si è liberato per caso, all’ultimo momento, un posto e l’ho saputo solo la sera prima. Ho detto di si, senza nemmeno pensarci. La mattina dopo ero a Castel San Giovanni, tra i visitatori scelti del magazzino Amazon. Ho tripudiato per ore. Andavo in giro con uno sguardo da ebete e la voglia di stare lì ad osservare tutta questa genete impazzire dietro i pacchi per tutto il giorno, per giorni e giorni, per vedere il flusso perfetto ininterrotto di processo complesso che funziona. Non lavorerei mai lì, non fraintendetemi: no ho più il fisco, l’età e nemmeno penso di aver mai avuto la mente così veloce. Ma…tutto che va…tutto organizzato al micron, tutto calibrato e in continua evoluzione nel futuro presente dei pacchetti che si muovono e della gente che sa cosa deve fare e dell’iperorganizzazione che regna sovrana e…wow!

A pensarci mi eccito ancora.

Poi sono tornata in azienda, direttamente nel medioevo. Dai taglierini con la punta in vetroceramica sono tornata ai miei magazzinieri che sul taglierino mettono il nastro adesivo e sul nastro adesivo scrivono il nome con il pennarello indelebile perché, se lo perdono, passano giorni prima che io riesca a fargliene avere uno nuovo. E quando glielo chiedi in prestito, mezzo minuto, ti chiedono in cambio di lasciare l’orologio in pegno.

E’ stato come aprire un pacco di Amazon e scoprire che, invece del padellino di rame in vendita (per errore, sicuramente) ad un quinto del suo prezzo e che hai infilato al volo nel carrello ti è arrivato un portadentiera.  (Da Amazon ovviamente ti spediscono le cose giuste, e io ho il mio primo e probabilmente ultimo padellino in rame stagnato comprato ad un prezzo sbagliatissimo. Invece il medioevo in azienda c’era e c’è veramente.)

Di giorno sto impegnata a tentare di trovare la via verso il rinascimento; prima e dopo sto ancora tanto in auto, anche se adesso i cantieri della tangenziale hanno chiuso i battenti e una mezz’ora al giorno l’ho guadagnata; la sera leggo o crollo o penso a come potrei vivere di rendita. Anche mentre guido penso a come potrei vivere di rendita. Pure mentre lavoro, mi capita.

E’ un chiodo fisso, ormai. Non mi vengono in mente metodi legali, però.

Insomma, la mia vita scorre  regolare. Tutto come al solito, anche nelle apparenti novità.

Ho conosciuto un’altra ragazzina ricca, straricca – di quelle che potrebbero passare i giorni a grattarsi la pancia sorseggiando mojitos sotto una palma caraibica – che non sa cosa fare di se stessa e della propria vita. O meglio: lo sa, ma non ha il coraggio di spezzare le catene. Forse dovrebbe farsi un’overdose di principesse disneyane degli anni duemila per farsi animo. Impararsi le canzoncine a memoria e ripetersele come un mantra. E’ la seconda che mi capita in queste condizioni in quattro anni. Capisco perfettamente il disagio esistenziale, l’impossibilità a sottrarsi a certi doveri che la famiglia impone e anche l’immaturità dovuta all’inesperienza. Ma. Ma. Ma…ma porca miseria! Ma vi sembra possibile con tutti i giovani che le idee ce le avrebbero ben chiare, il carattere lo trasudano, ma i portafogli li hanno vuoti e che finiscono a grattarsi la pancia su un terrazzo di un casermone di periferia vista cemento? E, ancora peggio, ma tutte a me, a me, proprio a me che conto alla rovescia i giorni alla pensione già sapendo che a settant’anni io non avrò bisogno della pensione, ma di un ricovero per anziani?!

Deve essere una specie di regola del contrappasso anticipata in terra per punizione al mio brutto carattere, alla mia invidia e alla mia inanità. In tutto ciò io proseguo, a qualche maniera. Spero anche voi. Buona serata.

settembre 27, 2015

Expo? Expuah!

Settimana movimentata, questa, dal passaggio che un carro attrezzi ha gentilmente fornito alla mia amatissima auto, da una piazzola sulla statale che collega la città in cui lavoro al paese in cui vivo. Senza segni premonitori sul cruscotto si sono accese le luci dell’albero di Natale e poi, poverina, non ce l’ha fatta più a proseguire. Fortuna che c’era una piazzola giusto prima dell’inizio delle lunghe gallerie e che il lago è sempre una bella vista, anche in piena incavolatura.

Depositata l’auto in un’officina poco distante, ho chiesto aiuto e asilo alla mia compagna di viaggi che – oh, che culo – abita giusto giusto a metà strada tra la città in cui lavoro e il paese in cui vivo. Era anche in ferie, sempre culo, e mi ha messo a disposizione la sua auto per non perdere il lavoro e, soprattutto, la lezione del corso di cucina, che mi procura molti più fremiti, ultimamente, di quanto non lo sappia fare un cerca verticale. E piantala, mi hanno detto, di far gasolio alle pompe bianche che poi ti riduci valvole e filtri in condizioni miserande e non lo hai sentito che gli iniettori fanno un rumore irregolare? No che non sento: quando guido penso ai fatti miei e il rumore degli iniettori mi è ignoto, come molte altre cose.

Venerdi, sempre appiedata, ma con suddetta autista, ho perso qualche ora nel tentativo di capire cosa ci fosse di culturalmente interessante ed eticamente significativo in quella baraonda mangiasoldi che chiamano Expo, salvo decidere poi che non avevo voglia di passare il tempo in coda – il ginocchio ha ringraziato – e che ne avevo abbastanza di quattro ore immersa nel frastuono. Me ne sono andata dopo essere entrata e uscita da stanzine  scure riempite con quattro poster, qualche confezione di cibo confezionato e uno staff, rassegnato alla bolgia, che tentava di vendere sciarpine di seta o caffè macinato. Niente di quel – poco, lo ammetto – che sono riuscita a vedere non avrei potuto trovarlo su internet o sfogliando un libro a tema comoda a casa mia. Se nutrire il pianeta significa sborsare cifre megagalattiche per creare un posto in cui Milano possa fare un happy hour per qualche mese, temo che lo lascerò morire di fame, povero pianeta.

E rimarranno vuote, quando rimarremo senza cibo, anche le mie nuove padelle di alluminio spessore 5 millimetri che mi sono comprata ad un outlet di nota azienda del settore, poco distante da un’uscita della A4 sulla strada di casa, per consolarmi del tempo perso e della superficialità imperante.

Speriamo che, per allora, qualche giro su fiamma viva lo possa far loro fare.

luglio 5, 2015

Non lo so mica da che parte sto

Non lo so mica, da che parte sto, se con la Grecia o per i fatti miei, perchè non ho abbastanza cognizione economica e politica per poter formulare una argomentazione sensata, in entrambi i casi.

So solo che, dopo una settimana dal rientro, e dopo quasi trent’anni dall’ultima estate là, dopo averla visitata in lungo e in largo più volte, quando ero immersa fino al collo in versioni da tradurre, dal greco e dal latino, quando mi sarebbe piaciuto iscrivermi a Storia, sapendo che non l’avrei mai fatto perché si deve pur campare, tra i resti delle colonne, la marmorea tonicità delle statue antiche, il frinire ossessivo ininterrotto ipnotizzante delle cicale, l’abbraccio delle onde, la sabbia bollente sotto i piedi, le tiropitas e le pesche così dolci che sembrano sciroppate, la gentilezza e la dignità delle persone, il regime presente di sussistenza confrontato con la caotica dinamicità della fine degli anni ottanta…dopo tutto questo…so solo che mi dispiacerebbe perderla, che se ne andasse da questa Europa che è solo un’ombra instabile di quel che potrebbe essere, e che non sarebbe la stessa cosa senza di lei.

Per cui, comunque vada, e nonostante i tonfi in borsa, sto a giardare e spero che un modo, meno imperiale, si trovi per farcela rimanere. A turno, toccherà a tutti gli altri – o è già toccato-  prima o poi.

Olimpia Museo

maggio 7, 2015

D’in su la vetta e dentro la coda

Tra la settimana di infornate di biscotti, quella dedicata al cioccolato, e quella nella quale affinare le – scarse – capacità decorative, ho celebrato il 25 aprile nel luogo sbagliato, sulla sommità della Torre di San Martino e Solferino, ricordando un’altra liberazione, precedente, in una sorta di sfasatura temporale nella quale l’unica costante è la conta dei morti e il colore del sangue che ha impregnato la terra.

A vedere i vigneti da lassù, o la riva del Garda, o i campi verso sud, nel silenzio profondo di un pomeriggio coperto, non ci si riesce ad immaginare la carneficina, specialmente se si decide di non entrare nell’ossario, lì accanto,  evitando di turbarsi l’umore con il ricordo della nostra natura mortale.

E se l’acqua del mare, sulla riva, che avvolge piedi e caviglie in una morsa fredda rinvia col pensiero a chi in acqua ci finisce al largo, di notte, durante una fuga disperata che non terminerà nemmeno una volta toccato terra, sono gli eventi piccoli della mia vita a influenzare il mio umore, a condizionare l’andamento del giorno. Non certo le stragi, i terremoti, gli orrori, tangenti ma lontani, troppo lontani per altro che non sia dispiacere borghese e gratuito di chi assiste da dietro uno schermo.

Il lavoro…quello c’è sempre, sempre uguale a se stesso, e in modalità pilota automatico, ormai. Ho imparato a farlo da tempo. Stiamone fuori, che ci sto dentro già abbastanza io, fosse solo per le ore che passo imbottigliata nel traffico ogni santa mattina. Che se la gente sapesse un pizzico di come funziona la teoria delle code, magari eviterebbe la furbizia di utilizzare la corsia, quella di destra che incanala in un’altra direzione, per poi arrivare al punto di snodo e via, con una sterzata pretendere l’immissione a sinistra, incuneandosi tra i parafanghi altrui con gli occhiali da sole sul naso e l’aria di chi la sa più lunga. Perché quello subito dietro frena, e  quello dietro prima di lui frena pure, e quello dietro dietro… anche e così via fino a quando il processo si amplifica come un’onda e dal fondo ecco che arrivano altri furbi a ripetere la manovra e tu puoi anche spegnere il motore, perchè se ci sono venti pirla così in venti minuti, per percorrere 20 chilometri ci metterai 50 minuti. E’ così che funziona, ogni mattina.

A volte vorrei chiudere occhi e orecchie, a volte vorrei trovarmici in mezzo, a dove c’è bisogno davvero di dare una mano, per fornire un senso ad un’esistenza che molto senso non ha, nello spreco di un’utilità potenziale persa dietro a minuti pensieri di creatura piccola, a volte penso che sono davvero troppo stanca, per le ondate che tornano a colpire la mia barca e che sono stufa di sgottare, fatica di Sisifo infinita, per stare a galla.

Nel senso, per uscire dalla poesia, che certe volte ho tutto il diritto anche io di salire su, sulla torre, radente il muro perchè soffro di vertigini, e col sudore da strizza che cola sulla schiena, e di dichiarare che basta, che il livello di dolore ha raggiunto il limite sopportabile nel lustro e di mandare affanculo qualcuno, o il mondo intero, già che ci siamo, senza sentirmi uno schifo di persona per questo.

E se la frequenza di aggiornamento di questo blog continuerà a calare, come negli ultimi tempi, immaginatemi:

a) troppo impegnata a fare cose per trovare il tempo di scriverne, pur usufruendo ancora di un giorno a settimana libero, seppur non richiesto;

b) troppo impegnata a girare come un criceto stremato sulla mia ruota per avere voglia di scriverne;

c) troppo impegnata a decidere se ha senso o no tenere aperto un blog se lo si tiene così. Detesto i blog abbandonati. Gramigna che infesta un web già infestato di suo, come l’ortaglia di un giardiniere scadente.

Scegliete l’opzione che preferite: sono vere tutte e tre.

marzo 19, 2015

State andando da Cappello?

“State andando da Cappello?”, ci chiedevano a Palermo mentre cercavamo di capire come arrivare in via Colonna Rotta da Palazzo dei Normanni. Sulla mappa sembrava proprio lì, ma da una parte stavano lavorando, dall’altra si passava sotto un archetto e si sbucava in una via scalcagnata, dall’altra ancora cumuli di immondizia e oggetti rotti abbandonati per strada ostacolavano la vista. Possibile che una delle migliori pasticcerie d’Italia fosse in un posto così? Eppure eravamo in pieno centro, in un luogo di grande passaggio, in un punto nevralgico tra il labirinto delle stradine del nucleo antico.

Possibile che un centro storico così ricco di palazzi, monumenti, chiese, sole e mare fosse ridotto in un tale stato di abbandono, decadenza, incuria, grigiore, sporcizia, rassegnazione da far ricordare le immagini di città sventrate da bombardamenti o le vie dell’Havana cubana in cui ogni giorno è un arrabattarsi a sostenere vecchi muri e a rattoppare tetti? Possibile che questa stessa città ospiti un luogo come la Cappella Palatina, nella quale ti viene la pelle d’oca per la tanta bellezza e, a cento metri di distanza, rottami di legno e ferro abbandonati in una piazzola di sosta da immemore tempo? Possibile che per strada ci siano carte, borsine di plastica abbandonate, pozzanghere luride, buche nell’asfalto, calcinacci e sui balconi antenne paraboliche e lungo la via dozzine di negozietti con cianfrusaglie cinesi per addobbare il cellulare? Possibile essere tormentati dai proprietari delle vespe-carrozzina e delle carrozze a cavallo che offrono in continuazione giro turistici a modico prezzo, ma non poter visitare tutto il Palazzo dei Normanni o il Museo Archeologico perchè chiusi per lavori?

La Sicilia che ho conosciuto a maggio dell’anno scorso era forse un’altra isola. La sua capitale sopravvive a se stessa e alle sue macerie. Sono solo apparenti, come ci ha detto qualcuno? La bellezza si nasconde dietro le facciate decrepite dei palazzi? Non lo so, nè forse lo saprò mai.

Il cannolo e la pasta di mandorle erano buonissimi, le persone gentili e rassegnate. Le immagini che sono rimaste impresse nella memoria, al rientro dal viaggio del fine settimana, molto meno piacevoli da ricordare.

gennaio 13, 2015

Cara Nico. Lettera alle Seychelles.

Cara Nico,

 domenica mattina ho parcheggiato l’auto sul piazzale vicino alla chiesetta. Era pieno. Per quanto il cielo si stesse rannuvolando, l’aria di questo gennaio gentile invogliava ad una passeggiata. Il nostro lago piace a molti. In estate a troppi. I territori valorizzati diventano, è vero, maggiormente usufruibili e portano occasioni di guadagno per chi aspetta che qualcuno arrivi, e chieda un gelato e un caffè, almeno un paio di volte al giorno. E’ ragionevole. I territori valorizzati fanno però anche molto alla svelta a trasformarsi in nome comune di cosa. Mentre svuotavo sul mio lurido parabrezza l’acqua residua dalle bottigliette che tengo in auto per emergenza, ho calcolato che da più di un anno non salivo fino qua. Come cambiano le abitudini. C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui da casa, da sotto, in paese, mi arrampicavo un paio di volte a settimana per le scorciatoie nel bosco, arrivavo dal castagneto alla riva, risalivo per la stradina fino a metà della collina e di gran carriera facevo il giro, poi tornavo di corsa verso casa, tra i tornanti d’asfalto. Già, le cose cambiano. Ho riempito le bottiglie alla vecchia fontana: l’acqua scorreva gelida e buonissima. Non è vero che l’acqua è un liquido inodore, incolore e insapore. La più buona del mondo scendeva dal rubinetto della cucina, a casa della mia nonna paterna, prima che facessero i lavori per l’acquedotto. Veniva giù direttamente dalla montagna: in qualunque stagione dell’anno sembrava di bere un ruscello. Usavamo il mestolo di alluminio, tutto bugnato – che parola italiana potrebbe sostituire quel che il dialetto sa descrivere meglio? – appeso sullo scolatoio sopra alle vasche. Sotto, spesso, c’era in ammollo il paiolo della polenta cotta sulla grande stufa a legna. Ho sistemato al loro posto le bottiglie: sono ricordi dei giorni lavorativi spagnoli. E’ plastica spessa, con una forma diversa da quella che vendono nei supermercati italiani. Mi ricorda molte persone.  Io mi circondo di ricordi e alle cose nuove non attribuisco importanza fino a quando non le associo ad una sensazione piacevole. Camminare intorno al nostro lago è ricordare il passato e progettare il futuro, godendosi il presente del panorama. La chiesina era aperta: sull’altare c’è ancora il presepe; l’unico affresco sopravvissuto al tempo è ben protetto sottovetro. Le candele illuminano la volta e le panche di legno vecchio. Subito oltre il noce indicava la strada verso il prato che, in estate, diventa una spiaggia. Il centro visitatori ormai è completato, di legno e di pietra. Ci sono pure i bagni. Chiusi a chiave, in bassa stagione, ma ci sono. E’ una buona cosa, che li abbiano fatti, per evitare che piogge di urina estiva brucino i già tormentati castagni. Il paesello sarà pure fatto da venti case, ma un minimo di pulizia bisogna garantirgliela. Appena superate le rocce, si apre il lago, grigio, immobile, intatto. Domenica l’unica increspatura era provocata dalle sei anatre in perpetuo viaggio tra i moli e le panchine di pietra, avanti e indietro, in formazione compatta.

Ho cominciato a salire nel bosco: non si può più sbagliare il punto di accesso. Adesso ci sono cartelli ovunque. 50 minuti, per il periplo, dicevano. Ce ne impiegavo 40, allora. Ne ho usati 70, domenica, per il fiato che mancava e per il ginocchio che si faceva trascinare, un passo dopo l’altro, tra fitte acute e scricchiolii di protesta. Anche la salita nel bosco è cambiata: hanno fissato dei tronchi nel terreno, per realizzare gradini più agevoli del viscido delle foglie e dei gusci vuoti dei ricci. Solo un pezzo, quello che gira intorno al grande albero, è rimasto com’era. Sono arrivata in cima, dove inizia il sentiero, con il sangue alla testa e la voglia di vomitare. Eppure ero andata piano, un gradino alla volta come i bambini. Mi sono seduta sul pietrone che delimita la salita, a riflettere sulla rovina che è il mio corpo, e a riguadagnare il controllo sul respiro guardando il lago dall’alto. Quella pietra ha ospitato molto spesso i miei pensieri, senza mai protestare. Poi ho ricominciato a camminare. In quel punto i castagni, da una parte e dall’altra del sentiero, dalla primavera all’autunno formano una specie di tetto da cui filtra la luce dall’alto, dal cielo, e da un lato, riflessa dall’acqua. E’ il pezzo che preferisco, quello che porta da te. Non ho svoltato a sinistra, per venire a spiare come sta la tua casina nel bosco: non avevo molte energie di scorta e voi non eravate là. Ti vedo, sai, che vieni a leggermi. Di tanto in tanto si illumina un puntino rosso sotto l’Africa, a destra, e so che sei tu. Ti immagino con i piedi nella sabbia, il costume sotto ad un paio di calzoncini di cotone, e una maglietta nera, a goderti una sigaretta all’ombra e con lo sguardo verso il mare, o mentre corri su e giù dalla reception, alle camere, alla cucina, a vedere come sta lo chef che ti sei sposata. Chissà perché, quando vi penso, vedo sempre il sole. Magari non è proprio così. Però, dalle acque invernali di questo lago misterioso e freddo, non è difficile immaginarti così. Cosa è vivere a pochi metri dal mare al sud del mondo?

Ho proseguito il cammino e ho incontrato un gruppo di cavalli e cavalieri, nel punto in cui la strada curva e risale. Mi sono fatta da parte, non tanto per i cavalli, quanto per i cavalieri: non si sa mai quante ore di equitazione abbia alle spalle uno in jeans e hogan, di questi tempi agrituristici. Mi è venuto da ridere, pensando che, fino a metà del secolo scorso, una persona a piedi e una a cavallo probabilmente incrociavano i loro passi di continuo, senza farci caso. Ora il cavallo è un mezzo privilegiato di locomozione e l’azienda avviata pochi anni fa qui propone passeggiatine sugli stessi sentieri percorsi da gitanti e cani. Mi sono appuntata, nella testa, che adesso so dove venire a cercare cacca di cavallo per l’orto, a primavera. Passati i cavalli sono arrivata davanti a quelle due ville, con le finestre ad arco, che vedo sempre ben tenute ma deserte, un attenti al cane appeso al cancello per un cane che non c’è mai. Di fronte l’edera era grigia e filamentosa, un pallido rigoglio della cascata di fuoco d’autunno che ha sempre avuto il potere di farmi fermare, per catturarne l’immagine di incendio sulla pietra rossa. Sono arrivati due cani: uno aveva in bocca un bastone. Mi sono fermata, nel dubbio. Sai che io e i cani abbiamo bisogno di prenderci le misure da lontano, prima di accettare la reciproca presenza. Erano accompagnati da una signora con le labbre tipiche di chi è passato sotto l’omologazione della chirurgia estetica. Ha visto la paura nei miei occhi e mi ha commiserato: lei, coi cani, pareva invece saperci fare. Pane e burro, pentole e coperchio, tiro del bastone e ripresa. Ho ripreso il cammino, fino a sotto la villa nuova di colui che, a forza di braccia, ha ripulito tutto il bosco e lo ha trasformato in uliveto, e poi oltre ancora, dopo il punto più alto, fino a dove c’è l’incrocio di strade e la santella. Ho bevuto, alla fontanella lasciata aperta perché non geli. Dalle montagne a nord si stava alzando il vento. Le foglie delle primule tremavano nel prato. I lavori di sistemazione dei vecchi ruderi di pietra simona sono finiti, in questa zona che porta al paese. Uno di loro mi piace molto: è largo poco più di un garage e alto due piani: zona giorno e zona notte, un portichetto. Peccato che da lì non si veda il lago. Ogni tanto ci penso: e se restringessi a questo limite intorno a me lo spazio in cui vivo? E se in futuro mi ritirassi in eremitaggio in cinquanta metri quadri a vista sull’acqua? Una scelta consapevole di serena premorte. Potrebbe essere un modo per tirare le somme e respirare silenzio. Non penso che succederà mai. Seguendo la pista delle cacca di cavallo fino alle stalle, sono arrivata giù, tagliando le discese a zig zag per non fare imbestialire la rotula, già poco convinta, fino alle quattro case che sono il paese vero e proprio, così strette tra loro che a malapena nella via ci passano due biciclette affiancate. Sono arrivata all’auto, sotto le prime gocce. Sono cambiate un po’ di cose, lassù, oltre ad essere cambiata io, in questi anni, ma non così tanto da non poter ospitare il tuo eremitaggio, se e quando tornerai. Per ora ti auguro lavoro, che era ciò che cercavate, quando avete radunato il coraggio e l’incoscienza per traslocare la vostra vita da qui, persone piacevoli, onde quiete del mare e spiaggia calda in cui affondare le dita dei piedi, mentre ti fumi una sigaretta e prendi fiato, tra una corsa e l’altra. Qui restano le anatre, ad aspettare.