Posts tagged ‘cultura’

gennaio 31, 2017

Perplessità

La fine del mese è arrivata e, con essa, il mio post. E’ molto probabile, visto quanto adesso trascuro questo luogo, che sia anche uno degli ultimi. Non mi piacciono i blog appesi e lasciati lì, senza nemmeno la parola fine a definirne i contorni: se e quando deciderò che questa esperienza avrà raggiunto la sua naturale conclusione, questo spazio sparirà, senza malinconie, senza tristezza, senza prolungati addii. Si chiuderà come accade ad un libro, come quando, giunti all’epilogo, si sospira, ci si pensa su, magari si rileggono alcuni passaggi e poi lo si ripone su uno scaffale, chissà fino a quando.

Di argomenti di cui scrivere ce ne sarebbero molti e pochi di essi confortanti, ma io non possiedo la necessaria conoscenza per evitare superficialità o inesattezze. Il mio sgomento davanti all’elezione di Trump, al nuovo delinearsi degli equilibri di forza in Europa, non lo posso dire in altro modo se non che mi provoca un’irrequietezza e la sensazione che qualcosa di molto grave possa succedere, nei mesi a venire.

Mi pare che si stiano acuendo eventi, sentimenti, pensieri che tirano indietro, come elastici forti, verso anni che furono, il cui pensiero avrebbe dovuto essere solo un ricordo doloroso di cui misurare le distanze incrementali. E invece stiamo percorrendo la strada a ritroso, indietro, verso l’involuzione delle conquiste civili. Gli uomini che odiano le donne sono ancora qui, più forti e numerosi che mai; i pezzi di terreno che si sbriciolano e ci inghiottiscono continuano a punirci per le nostre scelte di guadagno immediato cieco alle perdite future; il ricorso al sotterfugio e alla via più rapida e più conveniente per noi è sempre più spesso la scelta più ovvia, a scapito dell’integrità professionale; l’impoverimento economico e, soprattutto, culturale lo attesto prima di tutto su me stessa – sempre meno concentrata, sempre più lasca nell’accettare il compromesso e il chiacchiericcio di sottofondo – e ogni volta che leggo i giornali.

I giornali. Ma c’è da crederci, ai giornali? Le regie occulte che portano in primo piano eventi che servono solo a rinforzare e raccogliere pensieri inconsci che moltissimi di noi nutrono e allevano in segreto nella parte buia della coscienza sono potentissime e inarrestabili. Basterà la resistenza di chi non si arrende? Non lo so, ma me lo chiedo spesso, in questi giorni.

Qualche settimana fa sono stata invitata a teatro per due volte di fila: nel primo caso ho assistito ad un musical, uno di quelli che si sarebbe potuto tranquillamente evitare di mettere in scena. La seconda volta c’era Tullio Solenghi che leggeva e spiegava un canto dell’Odissea. La parola, vecchia di millenni, detta e ridetta, è ancora una volta tornata viva con forza nel buio della sala, e, con essa, la debolezza e la forza dell’uomo alle prese con se stesso e con il mondo.  E’ stata un’ora e mezza di luce, in un gennaio di perplessità. Ho, per l’ennesima volta ancora,  voglia di trovarmi un angolo e di rimanere lì, ad aspettare che il tempo passi, senza di me.

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agosto 28, 2016

Agosto 2016

Mese di andirivieni, questo.

Luglio è terminato in un presidio slow food. Si beveva birra artigianale con salumi e formaggi (del territorio, naturalmente, e inteso come territorio locale, naturalmente. Territorio è la parola più abusata degli ultimi 12 mesi. Mi sta quasi antipatica come lo pseudo colto “piuttosto che”). Si beveva birra artigianale, dicevo, e si guardava la pancia degli aerei in partenza da Orio, perchè il terrazzo all’aperto sede delle libagioni è proprio sotto al punto in cui gli aerei virano dopo il decollo. Al secondo bicchiere ho cominciato a rilassarmi da tutte le tensioni lavorative degli ultimi mesi. Al quarto  bicchiere mi chiedevo se guardando da sotto un aereo si capisce se è maschio o femmina. Al sesto – i tipi di birra da degustare erano sei e i bicchieri molto capienti – non mi chiedevo proprio più niente: ero troppo occupata a raggiungere il letto che, per fortuna, non era molto lontano.

Agosto è iniziato in Romania, per lavoro, da domenica a mercoledi. Sono partita dicendo al collega che era con me – un giovanissimo moldavo cresciuto a erasmus e cittadino d’europa –  che non intendevo più toccare alcol per giorni, dopo. “Ok, zia”, mi ha risposto. Mercoledi sono rientrata imbestialita. C’è qualcosa, tra le persone che sono cresciute nell’influenza dell’ex unione sovietica, che le porta a vivere cacciando balle e screditando gli altri. Ne fanno una specie di arte e io vagolo in questa cortina di menzogne, piccoli complotti e bassa professionalità, tentando di trovare un metodo di lavoro condiviso, che continua ad essere messo in discussione. Sarebbe stato meglio continuare a bere.

Tempo di disfare la valigia e fare il bucato e il giovedi mattina sono ripartita, in auto, questa volta, verso la Baviera settentrionale: su verso est, non molto lontano dal confine ceco (Repubblica Ceca, aspettami: prima o poi arriverò anche da te) giù verso ovest, sulla Romantische Strasse. Sono stati dieci giorni tranquilli tra borghi e cittadine ricostruite che tentano di avere il fascino alsaziano, ma non ne hanno il cuore. Tra colline verdissime di pascoli e colture, dal museo del giocattolo agli onnipresenti wurstel, da un castello all’altro, l’apice della faccenda è stato raggiunto, secondo me, nelle due serate passate in un complesso termale super organizzato, super rifornito e costoso un terzo rispetto ai prezzi italiani. Il mio ginocchio malandato e tutti i muscoli d’intorno hanno fatto amicizia con i bocchettoni dei percorsi di idromassaggio e non volevano più andarsene. Mi sono accontentata di un favoloso bagno turco: in sauna ci si va nudi nudissimi, in questi Paesi in cui i tabù sono altri e non i genitali ballonzolanti, e io non ero psicologicamente preparata alla cosa. Mi sono ripromessa di emanciparmi dalle vedute ristrette e provinciali e di esporre anche la mia carne abbondante e pendula, casomai mi ricapitasse: se le saune sono come le vasche, ne potrebbe valere la pena. Nel frattempo,a Bamberg, ci ho bevuto su altra birra, affumicata questa volta, e a Innsbruck, ho mangiato melanconia dell’ultimo giorno e torta Sacher all’omonimo caffè. Non c’è stato niente di spiacevole, durante la vacanza, nè di esteticamente brutto, ma non ne sono tornata soddisfatta. E’ mancato qualcosa, quel tocco di carattere che le popolazioni danno ai luoghi che abitano.

Tre giorni a casa e poi di nuovo in partenza per un mare breve: la solita Fano in camper. Sono tornata martedi in treno, lasciando il papà a respirare iodio e sbafare pesce. Mercoledi sono rientrata in ufficio e c’è stato il terremoto. Il mare, il giorno prima, era stato strano, di colori e voce. Come gli animali, forse anche l’acqua lo sente, l’odore della catastrofe.

aprile 26, 2016

Aprile 2016

Aprile telegrafico,  prima che finisca.

Mese intenso, questo. É arrivato un bimbo in famiglia, dopo tantissimo tempo dall’ultima nascita. Dato che non l’ho ancora visto, mi riservo lo sdilinquimento per quando l’avro’ preso in braccio.

Ho ascoltato, al Teatro Grande di Brescia, Martha Argerich suonare il primo concerto di Beethoven. Io non sapevo, prima, cosa volesse dire sentire le note arrivare al cuore. Ho assistito alla perfezione.

Sto rissando, al lavoro. Se, da una parte, ho abbandonato pudori puerili e timidezze, ed era ora, dall’altra mi accorgo che non mi fa bene starmene in carogna per ore. La soluzione, al momento, non é attuabile. Prematuro.

Il parquet lamato é venuto benissimo, chiaro, piacevolmente ruvido sotto i piedi. La stanza é ancora vuota: il falegname rimanda, rimanda, rimanda. La mia stanza vuota é meravigliosa. Quasi quasi la tengo cosi’.

C’e’ una persona speciale, alle prese con problemi molto, ma molto piu’ grandi di lei. Tanto piu’ grandi, perche’ lei e’ ancora piccola, anche se, qualche giorno fa, ha votato per la prima volta. Anche in questo momento, mentre scrivo, sta affrontando i suoi demoni, in questa ora della sera in cui dovrebbe solo riposare e sognare tutti i suoi desideri.  Meriterebbe righe e righe di parole, pensieri, riflessioni. Forse un giorno le scrivero’ anche qui. Per ora vi basti sapere che lei combatte, io faccio il tifo. Altro non posso fare. E se lei barcolla, io cerco di farle capire quale é il senso del resistere, specialmente nel suo caso. Mica ce ne sono tante, in giro, di persone speciali.

Mese intenso, questo. Troppo, probabilmente.

 

gennaio 24, 2016

Gennaio 2016

Ciao! Come state? Io sto. Sto, come al solito. Cambiano le condizioni al contorno, ma il centro della scena resta lo stesso. Negli scampoli di vita, dall’inizio dell’anno, mi occupo di altro. Finiti i corsi di cucina – non del tutto, ce ne saranno altri, qua e là, ma molto meno intensi rispetto all’impegno con cui mi ci sono dedicata nei mesi scorsi – mi sono trovata altro da fare. la mia lista di cose da imparare è lunga e quello che non è in lista, se mi interessa, si aggiunge.

Una delle nuove attività e, in realtà, un vecchio e mai perduto amore: sono tornata in piscina. Per la quarta o quinta volta, da quando mi sono fatta male al ginocchio, precludendomi qualunque attività che si svolga in posizione eretta – per fortuna che lavoro con il sedere saldamente ancorato ad una sedia -, sto provando a ricominciare a fare sport. Piscina, due albe a settimana, prima dell’ufficio, corso con istruttore FIN. Vediamo questa volta quanto dura. Di bello c’è che in acqua sto un gran bene, sia mentre nuoto, sia mentre faccio la doccia e tento di recuperare un colorito meno cianotico. Il nuoto è uno sport autopulente, l’unico in cui sudi, ma ne esci comunque linda.

La seconda nuova attività, invece, occupa una sera a settimana: breve corso introduttivo di fotografia, proprio breve, cui però seguiranno attività annuali del circolo fotografico locale. Fino a due settimane fa non avevo mai usato la mia reflex – una Nikon D40 senza nessuna pretesa se non quella di essere adattissima ad una principiante -in una modalità che non fosse quella automatica. E invece adesso la nebbia che avvolgeva concetti come “esposizione”, “diaframma”, “tempi”, “luce”, si sta pian piano dissipando. Bello, no? Sarebbe bello riuscire a fare qualche scatto sapendo cosa sto facendo.

Il lavoro fa il suo corso. In questa frase ci sono racchiuse tutta la mia mancanza di entusiasmo e la mia frustrazione che se ne vanno a braccetto e si fomentano l’una con l’altra in un gioco al ribasso. L’immane quantità di tempo che si perde in un’azienda a correre dietro al nulla invece di tirarsi su le maniche e affrontare i problemi seri, per eliminarne le cause, potrebbe essere oggetto di serie indagini. Noi invece preferiamo riderci su, alla Quo vado (sì, confesso che l’ho visto, ma l’ho visto come se fossi stata una protagonista di questa ode all’italiano medio, cioè nella sua versione piratata), così è più facile sia adattarsi che lamentarsi. Il problema, dice mio padre, che mentre mi annoio io penso e pensare, tradotto negli effetti pratici, significa che gli invento qualcosa da fare. In questo momento sto lavorando ad un restyling della mia adoratissima camera, con tanto di progettino, (non è che qualcuno di voi ha cassettiere o altro della cameretta Play della IVM degli anni 60 che gli avanzano?!) che prevede la collaborazione di un falegname in gamba – incarico al momento vacante – e una levigatura dei parquet. Quest’ultima faccenda, da svolgersi in primavera, prevede lo svuotamento di un paio di stanze: da quantificare in ore mulo, non ore uomo.

Per fortuna ci sono stati altri film, molto più utili ad aggiungere spunti al mio immaginario: Il ponte delle spie, Revenant, Carol…la scena dell’orso che gioca con un corpo umano come fosse un sacchetto di patatine si farà sicuramente strada nei miei sogni. C’è anche qualche libro, di ogni tipo di genere: “Woody”, simpaticissimo e molto tenero, “Il fattore D”, vero e deprimente, un romanzo rosa di Lucinda Riley – non chiedetemi il titolo, volevo solo capire come scrive, e scrive come vanno scritti i romanzi rosa: poca testa richiesta, tutti i drammi e colpi di scena immaginabili, il meraviglioso bacio finale-, “Il diario segreto di Maria Antonietta, di cui non ho capito l’utilità, però ho sperato fino alla fine che arrivasse Lady Oscar; un paio di romanzi di Michael Connelly per andare sul sicuro, Preghiera per  Chernobyl, per agghiacciarsi un po’, Il teorema del pappagallo – ma è noiosissimo, e l’ho chiuso quasi subito, infilandolo nel mucchio di libri ai quali trovare un nuovo padrone. Robe così, insomma, senza coerenza, senza illusioni.

E così è, la parte del “faccio cose” di questo mese, scritta al ritmo dei Bruskers.

Poi ci sono le faccende serie, quelle alle quali penso mentre guido, andando e tornando, quelle che meriterebbe ognuna almeno due post, ma ultimamente ho le parole annodate, corrono dietro ai pensieri. C’è la consapevolezza che devo trovare una soluzione seria per la mia noia intellettuale lavorativa, altrimenti avrò davanti anni di desolazione, e io non ho mica voglia di desolarmi. Ci sono le brutte notizie, di persone forti che devono continuare ad esserlo, e che lo faranno, nonostante tutto, perchè lo sanno che, da qualche parte, ci sarà sempre e ancora una piccola parte di felicità per ognuno di noi. C’è la giovane milionaria, bella, non completamente priva di neuroni, e vittima di un carattere cui nessuno ha mai messo freni che si rivolge alla cameriera che la sta servendo con una tale maleducata veemenza, per una faccenda di nulla, che non puoi fare altro che provare una pena infinita per lei, per la potenzialità perduta, e rabbia, perchè devi contare fino a tremila per fare finta di non aver sentito e per farti passare la vergogna che provi per lei, e per te stessa, che non hai (ancora) il coraggio di farglielo notare perchè suo padre ti paga lo stipendio. E c’è la costante presenza della mancanza, continua, in ogni momento. E molte altre cose che, chilometro dopo chilometro, si intrecciano e si confondono, tra lo smog della città e i chiaroscuri delle gallerie che risalgono la strada, verso la valle, in questo gennaio freddo, ma non troppo, secco e inquinato. Un altro gennaio.

ottobre 4, 2015

Utopie della domenica sera

Ad un certo punto, ieri sera, all’auditorium del Museo del Violino di Cremona, mentre ascoltavo i sempre impeccabili Brunello e Lucchesini che suonavano Beethoven, ho pensato che la settimana aveva goduto di un raro bilanciamento di suggestioni. Lunedi e mercoledi sera la parte pratica – al corso di cucina è stata l’ora delle lasagne, cucinate dopo aver prodotto pasta, salsa bolognese e besciamella secondo i sacri crismi. Giovedi e sabato quella culturale: un buon film italiano, un ottimo concerto. Martedi e venerdi nella quiete di casa mia, qualche faccenda domestica e il prosieguo della lettura dell’interessante “Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso”  di Francesco Antinucci (le mie letture rispecchiano spesso gli interessi del momento).  Non male, visto che il tempo libero è comunque poco e molto se lo mangia la strada. É mancata la parte di coltivazione delle amicizie, ma non si può arrivare ovunque.

Peccato, mi dicevo, che le ore lavorative non siano state altrettanto proficue. Una volta superato l’inevitabile periodo di adattamento ad un nuovo lavoro, mi ritrovo di nuovo in una situazione in cui i miei impegni non sono bilanciati. Che io sia stata abituata, all’inizio della mia carriera, a fronteggiare ritmi paurosi di stress e sovraccarico mi ha sicuramente aiutato ad organizzarmi bene e mi ha insegnato che è meglio prendere in mano le cose una sola volta, sgrossarle e poi lasciarle andare, invece di continuare a farle rigirare in attesa di portarle ad una perfezione impossibile, data la dinamicità di una filiera produttiva. Mi capita spesso, perciò, di ritrovarmi con un paio di ore libere quasi tutti i giorni, che non occupo con pause caffè, perché il caffè delle macchinette fa schifo e le conversazioni all’intorno non sono, di solito, da meno, e che mi posso riempire spesso come più mi aggrada: le scadenze le rispetto, spesso le anticipo e, finché sarà così, nessuno si sognerà mai di verificare se sto o meno perdendo tempo pagato.

Caso personale a parte, mi sono resa conto, negli anni, che molto spesso negli uffici di un’azienda si “perde” un mucchio di tempo: si scrivono mail inutili, si gioca a ping pong con i file, si rimandano decisioni, si gestiscono le urgenze invece di risolvere i problemi, non si parla abbastanza con le persone che operano direttamente in modo pratico nella filiera (magazzinieri, operai, responsabili di prima linea) per cui si deducono dai numeri conclusioni spesso imprecise, si sprecano ore in nulla.

Una delle persone che coordino è, ad esempio, è un maestro di socievolezza: gran parte della sua giornata gli serve per costruirsi e rafforzare una rete di alleanze verticali e orizzontali che, nei momenti di urgenza, gli sono d’aiuto nel risolvere più velocemente i problemi. L’utilità innegabile di questa strategia, che lo rende tra le altre cose molto simpatico a tutti, è mal compensata dal fatto che non ha abbastanza tempo per curare i dettagli operativi del proprio lavoro e, spesso, viene travolto dai problemi perchè non si accorge in tempo della loro germinazione.

L’altra, al contrario, è l’immagine stessa della puntigliosità: comunica poco e con pochi, sembra sempre a disagio con le persone, pur trasmettendo in ogni caso un’impressione di preparazione e gentilezza. Trascorre ore a lavorare sui dettagli di un file: lo osserva, lo volta, lo gira e lo pirla e, a domanda specifica, risponde puntuale. Le manca però la capacità di cogliere il dato di insieme o di prendere decisioni, ma questo è un suo limite caratteriale. Anche lei, durante il giorno, sparisce di frequente dall’ufficio: va nei reparti, nei magazzini. Sono più che favorevole alla cosa, anche se, sospetto, che molti dei suoi viaggetti siano come la contemplazione dei suoi file: ridondanti. La osservo mentre si prepara ad uscire, alla fine dell’orario lavorativo, che, per lei, è sempre in eccedenza rispetto a quello canonico, e non se lo fa mai riconoscere (puntualizzo, perchè si capisca che non è affatto una scansafatiche). Arriva alla scrivania poco prima delle cinque, si siede, fa qualcosa al computer, si alza, muove due passi e beve, prendendo la bottiglia da una cassettiera che potrebbe tranquillamente raggiungere allungando il braccio e muovendosi con le rotelle della sedia, si risiede al computer, si rialza, va in bagno, ritorna, si risiede, controlla altro al pc, si rialza, spegne la stampante condivisa nell’ufficio comune, si risiede al pc, ticchetta un altro po’ sui tasti, si rialza, si mette la giacca e raduna le sue cose, si risiede, legge di nuovo le email, spegne il PC, si rialza, spegne gli interruttori generali delle luci, vicino alla porta, torna indietro alla scrivania, raccoglie le borse – quasi tutte le donne in quest’azienda girano con una borsetta e con una borsona con dentro sa il cielo cosa -, mi saluta e finalmente esce. Sono le 17 e venti circa.

Assisto a questo balletto di chiusura da più di un anno, anche se ho cominciato ad osservarlo con più attenzione solo di recente, e mi chiedo se, a parità di lavoro compiuto nello stesso modo in cui conclude la giornata lavorativa, almeno un paio di ore al giorno non se lo potrebbe recuperare pure lei, sfrondando i movimenti inutili. Poi leggo della Svezia, e delle iniziative che sempre più aziende stanno intraprendendo sul ridurre la giornata da otto a sei ore, per guadagnare sia in produttività che in tempo libero, e penso che sarebbe una gran cosa, se si pensasse in questi termini anche nel nostro paese. Nei miei 15 anni di lavoro, in quattro aziende diverse, solo nella prima non si sarebbe potuto fare: lì, pur essendo quasi mille persone, molti avevano un carico di lavoro impossibile da smaltire senza straordinari – e vi garantisco che certe volte  era complicato trovarsi cinque minuti per fare la pipì. In tutti gli altri casi – e non si trattava di azienducole – il tempo sprecato a correre dietro alle farfalle era invece molto.

Per cui, ecco, se mi fosse concesso scegliere, preferirei sei ore filate cinque giorni alla settimana a far andare le mani e il cervello a ritmo sostenuto, ma due ore in più di vita, anzi, di più, perché si potrebbe guadagnare pure sulla pausa pranzo, fuori, che io possa sprecare come più mi aggrada, al cinema o a lavare le fughe del pavimento con la vaporella, con un libro aperto o lungo l’argine di un fiume, checchè ne dica il mio capo, il quale è convinto che lunghe ore in ufficio significhino dedizione alla causa, indipendemente dal fatto che chi le trascorre se ne stia a lungo imbesuito a fissare uno schermo che nemmeno vede, muovendo il mouse per non far capire che, in realtà, se ne sta  mille miglia lontano.

Si capisce che ho la carogna da domenica sera, vero?! Buona settimana tutti.

ottobre 2, 2015

“Io e lei”: finalmente, la normalità

Ieri sera, nonostante la cronica carenza di sonno, sono stata al cinema, causa curiosità. Era una serata di preludio all’autunno, il cui fresco malinconico era accentuato dal deserto serale del centro di Brescia. E’ sempre stato così, da che mi ricordi, da quando vivevo in una stanzetta di pensionato cattolico a mezzo passo dal Corso, durante i primi anni dell’università, alle incursioni periodiche a cena o per, appunto, un film, nei periodi in cui lavoravo come adesso nella sua periferia. Impossibile bersi un caffè al bar dopo le otto la sera:il centro è vuoto, sbarrato come le persiane di una casa riottosa e, ma questa è una novità, pattugliato dalle forze dell’ordine. I passi rari risuonano tra le vie, amplificati dal vuoto.

Sono uscita dal cinema, dopo aver visto un film piacevole, con una serie di sensazioni contrastanti, che adesso vi elenco in modo ordinato, così condiziono il cervello in attesa di un’altra giornata di numeri da analizzare:

  • è un evento, nel panorama cinematografico italiano, vedere un film che racconta una storia d’amore omosessuale senza tingerla di toni scabrosi, crepuscolari, equivoci, erotici, volgari, ma calandola con tutta semplicità in un interno italiano e seguendo la quotidianità normale di una coppia normale. Normale, appunto, è la parola chiave che alla fine della visione dovrebbe aleggiare nel subcosciente e trovare un posto in cui accomodarsi, perché normale è, come lo siamo tutti, noi che scegliamo di vivere la nostra vita così come ce la sentiamo o come ce la fanno vivere gli altri: è normale decidere o farsi capitare di restare da soli a vita, di cambiare partner con la stessa frequenza di uno spazzolino da denti, di scegliere di diventare suore o preti, di non avere figli, di darne alla luce una decina, di lavorare tutta la vita fino a ottant’anni, di lavorare a spizzichi e bocconi quando capita, di dedicarsi all’accattonaggio, di vestirsi solo di rosa, di andare sempre in giro a gambe nude anche in inverno, di scegliere una professione che faccia del bene a molti, di sceglierne un’altra che faccia del bene solo a se stessi, di essere intransigenti al limite del ridicolo, di lasciarsi scivolare addosso ogni cosa. Quasi ogni nostro comportamento è normale, perchè siamo milioni di esseri, su questo pianeta, e se facciamo una statistica, troveremmo pochi rari casi di unicità e molti sentimenti accomunabili. Ed è normale anche decidere che una cosa ci piace o non ci piace, perchè non andremo mai tutti d’accordo, e come sempre succederà che qualcuno pensa che i gay siano malati, e starà bene con questa convinzione, così ci sarà un altro che non ci farà neppure caso, E pace all’intrinseca incoerenza di chi professa amore e accettazione, ma apre le braccia agli altri solo quando l’altro è come lui, e a chi punisce un assassino macchiandosi dello stesso reato che sta unendo. Noi siamo uomini, più o meno evoluti, e come ci comportavamo duemila anni fa, così ci comportiamo ora: cambiano i mezzi, non scriviamo più i nostri pensieri incidendoli su una roccia, ma ticchettiamo sui tasti di una tastiera per far accendere e spegnere una scia di elettroni. Cosa c’è di strano se siamo uno diverso dall’altro? Adeguarci a comportamenti stereotipati denuncia solo pigrizia intellettuale, non indica la verità assoluta.  In conclusione, era ora che arrivasse un film normale su una coppia normale composta da due persone dello stesso sesso anche in Italia. Spero non resti un caso isolato: mi piacciono le storie d’amore. E anche se, per me, nessuna sarà mai all’altezza della dinamica raccontata da Orgoglio e Pregiudizio o da Molto rumore per nulla, continuerò a leggere romanzetti rosa di infima categoria e a vedermi commediole più o meno divertenti.
  • il lieto fine, atteso, accade con un pizzico di passione che manca, nel resto della storia, quasi come se nel cercare di veicolare il normale di cui sopra la regista si sia imbavagliata, ma la passione mi è suonata poco credibile perchè non supportata da precedenti accenni. Forse si poteva usare di più, proprio per farlo sembrare più normale.
  • Le attrici sono bravissime, ma questo lo si poteva immaginare già prima: si va sul collaudato che permette il gioco di relazione tra due persone di estrazione sociale diversa che si incontrano e si innamorano. Si ride anche, di battute non forzate e ben disposte. Non ci sono accenni però a come sia successo che le protagoniste si siano innamorate. Peccato, avrebbe potuto contribuire con una sfumatura importante al racconto. Eppure non deve essere stato facile per Federica, architetto divorziato e madre, innamorarsi di Marina, che invece si conosce bene e sa cosa vuole. La storia pregressa ci è negata: lo spettatore inizia ad entrare nella casa delle due nel momento in cui la convivenza dura da cinque anni e la solidità della relazione viene messa alla prova dal dubbio e dal ripensamento di Federica.
  • Quanto le incertezze di Federica che portano al tradimento siano colpa del condizionamento culturale e quanto invece derivino dalla fragilità del sentimento, non mi è ben chiaro. Sembra che tutto derivi dalla paura dell’accettare se stessi e dalla mancanza di coraggio nell’affrontare l’opinione e il giudizio altrui, ma le storie di tradimenti dell’amore supposto  vero mi lasciano sempre un po’ di amaro in bocca perchè mi chiedo quanto, con un po’ di onestà intellettuale, avrebbero potuto essere evitate. In questo caso è stato più amaro ancora perchè Federica non dice mai, quando si rende conto di avere sbagliato, che le dispiace di aver fatto soffrire Marina, la persona che ama, ma il suo dolore pare incentrato solo su se stessa e sulla difficoltà a trovare le risposte giuste. Mi è mancato qualcosa.
  • Ho adorato ogni singolo vestito scelto per Federica e gli oggetti di design italiano che puntinavano gli interni. Non so che dirvi: mi è sempre piaciuta, nei film e telefilm italiani, questa autoreferenzialità sulla nostra capacità di creare e scegliere il bello. Non faremo sempre e solo cose sbagliate, no? E, a proposito, niente visioni di lingerie di pizzo e malizia, ma pigiami meravigliosi: sono andata via dal cinema prima di aver letto di che marca fossero.

In conclusione, quando arriverà sui circuiti televisivi, lo riguarderò, probabilmente, perché per quanto non indimenticabile è una storia piacevole e coraggiosa.

In programma, invece, il prossimo film da cinema che vedrò sarà quello su Snoopy, tra un mese, giusto per saltare di palo in frasca, e ho deciso che aspetterò, invece, che qualcuno mi presti Inside Out. Le mie serate nelle prossime settimane saranno sempre di più occupate da corsi di cucina – con un’incursione attesissima nel mondo della panificazione – e da un paio di concerti di musica classica.

Peccato che i miei  giorni si sprechino tra inani fatiche: ho sempre di più la sensazione che dovrei prendere anche io una decisione coraggiosa, un po’ come la Federica del film, e trovarmi un nuovo quanto di energia in cui stare un po’ più comoda.

settembre 27, 2015

Expo? Expuah!

Settimana movimentata, questa, dal passaggio che un carro attrezzi ha gentilmente fornito alla mia amatissima auto, da una piazzola sulla statale che collega la città in cui lavoro al paese in cui vivo. Senza segni premonitori sul cruscotto si sono accese le luci dell’albero di Natale e poi, poverina, non ce l’ha fatta più a proseguire. Fortuna che c’era una piazzola giusto prima dell’inizio delle lunghe gallerie e che il lago è sempre una bella vista, anche in piena incavolatura.

Depositata l’auto in un’officina poco distante, ho chiesto aiuto e asilo alla mia compagna di viaggi che – oh, che culo – abita giusto giusto a metà strada tra la città in cui lavoro e il paese in cui vivo. Era anche in ferie, sempre culo, e mi ha messo a disposizione la sua auto per non perdere il lavoro e, soprattutto, la lezione del corso di cucina, che mi procura molti più fremiti, ultimamente, di quanto non lo sappia fare un cerca verticale. E piantala, mi hanno detto, di far gasolio alle pompe bianche che poi ti riduci valvole e filtri in condizioni miserande e non lo hai sentito che gli iniettori fanno un rumore irregolare? No che non sento: quando guido penso ai fatti miei e il rumore degli iniettori mi è ignoto, come molte altre cose.

Venerdi, sempre appiedata, ma con suddetta autista, ho perso qualche ora nel tentativo di capire cosa ci fosse di culturalmente interessante ed eticamente significativo in quella baraonda mangiasoldi che chiamano Expo, salvo decidere poi che non avevo voglia di passare il tempo in coda – il ginocchio ha ringraziato – e che ne avevo abbastanza di quattro ore immersa nel frastuono. Me ne sono andata dopo essere entrata e uscita da stanzine  scure riempite con quattro poster, qualche confezione di cibo confezionato e uno staff, rassegnato alla bolgia, che tentava di vendere sciarpine di seta o caffè macinato. Niente di quel – poco, lo ammetto – che sono riuscita a vedere non avrei potuto trovarlo su internet o sfogliando un libro a tema comoda a casa mia. Se nutrire il pianeta significa sborsare cifre megagalattiche per creare un posto in cui Milano possa fare un happy hour per qualche mese, temo che lo lascerò morire di fame, povero pianeta.

E rimarranno vuote, quando rimarremo senza cibo, anche le mie nuove padelle di alluminio spessore 5 millimetri che mi sono comprata ad un outlet di nota azienda del settore, poco distante da un’uscita della A4 sulla strada di casa, per consolarmi del tempo perso e della superficialità imperante.

Speriamo che, per allora, qualche giro su fiamma viva lo possa far loro fare.