Posts tagged ‘cucina’

dicembre 1, 2015

Al lumicino

E’ sconfortante constatare che, in un mese, avrò scritto sì e no tre post, e confrontare le frequenze con quelle di quando, piena di entusiasmo, ho aperto questo blog.

Sconfortante, ma atteso: io parto sempre in quarta e poi, salvo poche sacre cose, cambio direzione una volta esaurito l’argomento e capito il meccanismo. A volte bastano pochi mesi, altre anni, ma così funziono e, tutto sommato, finché da un’esperienza ne nascono altre, con un effetto a catena di apprendimento e scoperte, mi sta anche bene così.

Questo, ad esempio, è stato l’anno della cucina. Non si è trattato, nel mio caso, di suggestioni modaiole, quanto di prossimità: l’azienda per cui lavoro adesso si trova a 500 metri dalla Cast Alimenti. Quale miglior occasione per imparare seriamente qualcosa di nuovo? Anche perchè oggi sono qui e domani chissà: su lavoro per me resta fisso l’argomento e mobile il contesto.

A dirla tutta, l’unico posto in cui mi vedo benissimo fissa è la mia stanza. Ci trascorrerei l’esistenza, nella mia stanza, uscendo giusto per qualche viaggio e una passeggiata: c’è il letto per leggere e dormire, la scrivania per studiare, gli armadi dei vestiti per ricordare come si stava da quasi magra, le mensole cariche di libri, i miei ricordi, il silenzio, la musica in sottofondo che arriva dal pianoforte, il lontano sussurrare del traffico di giorno, i miagolii dei gatti perduti di sera, la luce dei lampioni e della luna, l’immobilità del quartiere di paese durante la notte.

Ci starei magnificamente nella mia stanza. Davvero. Mi tieni a casa, papà?! Sai, tutte quelle storie sulle donne in carriera e la parità dei sessi da raggiungere, e le risorse intellettuali da sfruttare, eccetera, eccetera…tutte chimere, tanto non ce la faremo mai. Faccio posto ad altre: io ho una casalinga dentro di me che chiede solo di essere ascoltata.

Come? Come dici? Per la solvibilità della sua carta di credito? Ehm, ecco….ci devo ancora lavorare su…

novembre 11, 2015

Coltelli, pesci e pensieri

Pure mio padre si è accorto che non posto più. “Beh? Ma la rosaverde non funziona?”, mi ha chiesto mentre lo umiliavo per la sua inabilità informatica. E pensare che stava armeggiando con i file audio delle canzoni natalizie che gli ho espressamente commissionato (ha una nuova Roland FP80 e ci si sta dedicando anima e corpo…sentiste che bella la sua versione di Jingle Bells! Anzi, forse, se questo blog per Natale non avrà chiuso i battenti per incuria, la userò per farvi gli auguri). Nel senso che mentre lo fustigavo per un digital divide di cui non ha colpa, lui stava lavorando per me.

E’ che sono carica di frustrazione, in questo periodo, e la sfogo sul primo che capita. In ufficio devo essere bellicosa per non farmi tirare matta e mi ci vuole un po’ per adeguarmi al cambio di contesto, quando me ne torno a casa. Poi soffro di sindrome di inadeguatezza al corso di cucina: mi crogiolo nella mia incapacità cronica di far qualcosa che preveda l’utilizzo delle mani e del cervello contemporaneamente. Perdo i pezzi, quando non si tratta di analizzare dati sullo schermo di un computer. Avreste dovuto vedermi lunedi, mentre sfilettavo il mio primo pesce. Povera creatura. Non fosse stata già morta penso che ad un certo punto avrebbe avuto tutto il diritto di dirmi: “si, però adesso basta!”. Quanti ne dovrò pulire prima di fare un lavoro netto? Mi vedo già l’acquaio – anzi, la plonge – invaso da trote salmonate conservate in acqua e ghiaccio e squame e sangue che vanno ovunque.

Non vi dico poi della violenza perpetrata sul lievito madre. Il primo è finito in due settimane nella pattumiera, acido come il mio umore. Il secondo, che è (era) un gran lievito, ricevuto in regalo dal Maestro Giorilli in persona, da stupendo e fiero e forte come un cavaliere dell’apocalisse, si è trasformato nelle mie mani in un robino appiccicoso e acidulo, nonostante tutte le mie buone intenzioni. E pensare che già sognavo pane fragrante e panettoni profumati uscire dal mio forno. E’ scampato solo per qualche grissino.

E così se da una parte mi imbarco in imprese in cui faccio davvero fatica a ottenere risultati decenti, anche se non demordo e, sotto sotto, mi diverto pure, perchè a me, alla fine, quello che piace è imparare cose nuove, dall’altra, dalle cose che so fare, non ottengo più soddisfazioni. E’ ormai un giochino di causa ed effetto di cui conosco i meccanismi, che continuo a ripetere da anni.

E’ che sono davvero un po’ stanca di lavorare sotto padrone, per dirla in modo ottocentesco, ma non ho nè il coraggio nè una buona idea per cambiare e fare qualcosa da sola. Così, mentre ci rimugino durante le code in auto, accumulo pensieri e sevizio filetti di branzino. Cercherò un po’ di ispirazione qui, domenica mattina.

Le donne ingegnere salveranno il mondo?

ottobre 8, 2015

Punti di vista. Una donna aggressiva e la perfetta omelette.

Sto riflettendo, in questo periodo, durante le tante ore che trascorro alla guida, che cambiando lavoro ho cambiato anche atteggiamento e che non so se la cosa mi fa piacere o meno. Vi spiego meglio.

Ho la presunzione, innata, della consapevolezza di essere intelligente. La ammetto senza rimorsi o pudori. L’ho sempre avuta, fin da piccola. Io riuscivo a fare tante cose che per molti erano complicate. E quelle che non riuscivo a fare – che non riesco, perchè così sono anche adesso – diventavano per me motivo di sfida personale: io DEVO impararle, fino a quando non arrivo a cavarmela bene. Non ho la pretesa di sapere tutto, non sono così accecata nella mia presunzione: ad esempio so che quello che riguarda molti ambiti – l’artigianalità della pazienza del movimento manuale, la propensione alla cura degli altri, la plasticità del gesto atletico, ad esempio – mi sono alieni, inarrivabili. Ma quello che ho e che so, cavolo, me lo tengo stretto e me lo porto in giro a bandiera. Non si arriva a quaranta e qualcosa anni senza aver capito come si funziona, non pensate?

Detto questo, dato che per me il periodo universitario è stato simile al medioevo per l’umanità, cioè ad una débâcle dell’intelletto, quando ne sono uscita col pezzo di carta, le ossa peste e una preparazione a dir poco sbrindellata, ho volato basso e adagio molto a lungo. Anni. Muta, con le manine che andavano, concentratissima e piuttosto pallosa. Nel frattempo ho provato a portare alla pari tutta una serie di abilità sociali che fino ad allora, nella mia immaturità di creatura abitante nei libri e non nella vita reale, non avevo avuto il tempo di coltivare.

Sono stata accusata di essere troppo poco agguerrita, al lavoro, nelle esperienze precedenti. Dove gli uomini graffiavano, grugnivano e pestavano le clave sulle scrivanie di vetro, io cercavo di arrangiarmi cercando di evitare i conflitti e parlare con le persone il più chiaramente possibile delle cose che stavo facendo e delle loro motivazioni. Con tanta, tanta pazienza. Quando l’infelicità per la fatica di arrivare in posti dove per altri le porte parevano sempre spalancate arrivava a valori non più compensati dalle altre condizioni al contorno, cambiavo posto, senza troppo casino. L’unica volta in sette anni, nel mio lavoro precedente, in cui mi hanno sentito controbattere decisa un mio superiore, è stato pochi giorni prima di licenziarmi. E brusco è stato anche il distacco, tra la loro grande meraviglia per un gesto che non si aspettavano – una costante, questa, della mia vita lavorativa: io mi dimettono e loro si incavolano perchè non se lo aspettano, chissà perchè – e il mio nervosismo per essermi arresa alla consapevolezza di aver sprecato tempo e di non essere stata capace, un’altra volta ancora, di trovare una via.

Dove lavoro adesso sono arrivata, senza nemmeno averlo premeditato, con l’atteggiamento ambivalente di chi ne ha piena l’anima delle dinamiche aziendali, si è resa conto di avere una solida professionalità acquisita in anni di esperienza, ha realizzato che questa professionalità ha sempre meno possibilità di essere accresciuta perchè più si sale più le scale sono ripide o non ti ci fanno nemmeno salire, e con la convinzione che, al compimento del ventunesimo anno di contribuzione, potrei chiudere baracca e burattini e dedicarmi ad un’economia di sussistenza e ad una vita contemplativa. Non so se ce la farò davvero mai, ma questo non significa che io non possa impegnarmi per farcela nè, tantomeno, che io non continui a desiderare, per soddisfazione personale e una certa etica del lavoro, di voler fare bene quello che faccio. Insomma, sto diversa da prima.

Mi sono accorta – e anche questo è arrivato senza premeditazione -, che è come se mi si fosse sturato il tappo: sembro un gatto che piscia sul territorio per delimitarlo. Reagisco alle provocazioni, accuso apertamente la negligenza e il lazzaronismo di certi colleghi, espongo il mio punto di vista in maniera decisa al mio superiore – che è pure il padrone dell’azienda per cui il giorno che gli girano la rischio -, ho perso certe remore di fondo legate alla buona educazione e al pudore. Però se da una parte sono orgogliosa di aver imparato alcune regole del gioco della competizione maschile, dall’altra queste reazioni che mi vengono adesso naturali  faccio fatica a lasciarle dove devono stare, cioè in uffcio, e a non portarmele addosso anche dopo aver timbrato il cartellino della sera. D’altro canto, se prima mi si richiedeva, per permettermi di fare carriera, un atteggiamento più deciso, adesso che ricopro un ruolo in cui la capacità di prendere decisioni e di esserne consapevoli è fondamentale, mi si dice che sono troppo brusca. Aggressiva. E pensate che arrossisco ancora: come diavolo fa una che arrossisce ad essere contemporaneamente aggressiva?! Sono diventata un ossimoro?!

Ed è così che ieri, durante la lezione di cucina, mentre la terza omelette di fila finiva spatasciata sul pavimento invece di girarsi elegantemente in padella – perchè, come dicevo prima, ogni volta che c’è da fare qualche cosa di manuale io esibisco il peggio di me – riflettevo anche sul fatto che lo stesso tipo di comportamento, declinato al maschile, è incoraggiato e apprezzato, mentre al femminile suona ostico e sgradevole. E che fare una omelette, a prima vista piatto stupido, è una cosa terribilmente seria. La quarta omelette mi ha sconfitto del tutto: l’ho passata ad un compagno di corso perchè la finisse e sono andata alla plonge, a sgrattolare via l’unto dalle bacinelle e l’amarezza dal cuore: fossi rimasta davanti al fornello, mi ci sarei accanita con un trinciante fino a ridurla a brandelli, per sfogare su di lei la mia frustrazione.

Dopo aver pianto sulle omelette e deciso che ne proverò a iosa nei prossimi giorni – qualcuno vuole un invito a pranzo? – , mi sono dedicata alla produzione delle orecchiette, sotto la gentile guida di un ragazzino barese e paziente.

Al ventesimo tentativo le orecchiette hanno cominciato a saltar giù dal mio pollice così come dovevano essere e, finalmente appagata, ho deciso che non c’è proprio niente che non funziona in me, ma è tutta colpa del mondo crudele.

ottobre 2, 2015

“Io e lei”: finalmente, la normalità

Ieri sera, nonostante la cronica carenza di sonno, sono stata al cinema, causa curiosità. Era una serata di preludio all’autunno, il cui fresco malinconico era accentuato dal deserto serale del centro di Brescia. E’ sempre stato così, da che mi ricordi, da quando vivevo in una stanzetta di pensionato cattolico a mezzo passo dal Corso, durante i primi anni dell’università, alle incursioni periodiche a cena o per, appunto, un film, nei periodi in cui lavoravo come adesso nella sua periferia. Impossibile bersi un caffè al bar dopo le otto la sera:il centro è vuoto, sbarrato come le persiane di una casa riottosa e, ma questa è una novità, pattugliato dalle forze dell’ordine. I passi rari risuonano tra le vie, amplificati dal vuoto.

Sono uscita dal cinema, dopo aver visto un film piacevole, con una serie di sensazioni contrastanti, che adesso vi elenco in modo ordinato, così condiziono il cervello in attesa di un’altra giornata di numeri da analizzare:

  • è un evento, nel panorama cinematografico italiano, vedere un film che racconta una storia d’amore omosessuale senza tingerla di toni scabrosi, crepuscolari, equivoci, erotici, volgari, ma calandola con tutta semplicità in un interno italiano e seguendo la quotidianità normale di una coppia normale. Normale, appunto, è la parola chiave che alla fine della visione dovrebbe aleggiare nel subcosciente e trovare un posto in cui accomodarsi, perché normale è, come lo siamo tutti, noi che scegliamo di vivere la nostra vita così come ce la sentiamo o come ce la fanno vivere gli altri: è normale decidere o farsi capitare di restare da soli a vita, di cambiare partner con la stessa frequenza di uno spazzolino da denti, di scegliere di diventare suore o preti, di non avere figli, di darne alla luce una decina, di lavorare tutta la vita fino a ottant’anni, di lavorare a spizzichi e bocconi quando capita, di dedicarsi all’accattonaggio, di vestirsi solo di rosa, di andare sempre in giro a gambe nude anche in inverno, di scegliere una professione che faccia del bene a molti, di sceglierne un’altra che faccia del bene solo a se stessi, di essere intransigenti al limite del ridicolo, di lasciarsi scivolare addosso ogni cosa. Quasi ogni nostro comportamento è normale, perchè siamo milioni di esseri, su questo pianeta, e se facciamo una statistica, troveremmo pochi rari casi di unicità e molti sentimenti accomunabili. Ed è normale anche decidere che una cosa ci piace o non ci piace, perchè non andremo mai tutti d’accordo, e come sempre succederà che qualcuno pensa che i gay siano malati, e starà bene con questa convinzione, così ci sarà un altro che non ci farà neppure caso, E pace all’intrinseca incoerenza di chi professa amore e accettazione, ma apre le braccia agli altri solo quando l’altro è come lui, e a chi punisce un assassino macchiandosi dello stesso reato che sta unendo. Noi siamo uomini, più o meno evoluti, e come ci comportavamo duemila anni fa, così ci comportiamo ora: cambiano i mezzi, non scriviamo più i nostri pensieri incidendoli su una roccia, ma ticchettiamo sui tasti di una tastiera per far accendere e spegnere una scia di elettroni. Cosa c’è di strano se siamo uno diverso dall’altro? Adeguarci a comportamenti stereotipati denuncia solo pigrizia intellettuale, non indica la verità assoluta.  In conclusione, era ora che arrivasse un film normale su una coppia normale composta da due persone dello stesso sesso anche in Italia. Spero non resti un caso isolato: mi piacciono le storie d’amore. E anche se, per me, nessuna sarà mai all’altezza della dinamica raccontata da Orgoglio e Pregiudizio o da Molto rumore per nulla, continuerò a leggere romanzetti rosa di infima categoria e a vedermi commediole più o meno divertenti.
  • il lieto fine, atteso, accade con un pizzico di passione che manca, nel resto della storia, quasi come se nel cercare di veicolare il normale di cui sopra la regista si sia imbavagliata, ma la passione mi è suonata poco credibile perchè non supportata da precedenti accenni. Forse si poteva usare di più, proprio per farlo sembrare più normale.
  • Le attrici sono bravissime, ma questo lo si poteva immaginare già prima: si va sul collaudato che permette il gioco di relazione tra due persone di estrazione sociale diversa che si incontrano e si innamorano. Si ride anche, di battute non forzate e ben disposte. Non ci sono accenni però a come sia successo che le protagoniste si siano innamorate. Peccato, avrebbe potuto contribuire con una sfumatura importante al racconto. Eppure non deve essere stato facile per Federica, architetto divorziato e madre, innamorarsi di Marina, che invece si conosce bene e sa cosa vuole. La storia pregressa ci è negata: lo spettatore inizia ad entrare nella casa delle due nel momento in cui la convivenza dura da cinque anni e la solidità della relazione viene messa alla prova dal dubbio e dal ripensamento di Federica.
  • Quanto le incertezze di Federica che portano al tradimento siano colpa del condizionamento culturale e quanto invece derivino dalla fragilità del sentimento, non mi è ben chiaro. Sembra che tutto derivi dalla paura dell’accettare se stessi e dalla mancanza di coraggio nell’affrontare l’opinione e il giudizio altrui, ma le storie di tradimenti dell’amore supposto  vero mi lasciano sempre un po’ di amaro in bocca perchè mi chiedo quanto, con un po’ di onestà intellettuale, avrebbero potuto essere evitate. In questo caso è stato più amaro ancora perchè Federica non dice mai, quando si rende conto di avere sbagliato, che le dispiace di aver fatto soffrire Marina, la persona che ama, ma il suo dolore pare incentrato solo su se stessa e sulla difficoltà a trovare le risposte giuste. Mi è mancato qualcosa.
  • Ho adorato ogni singolo vestito scelto per Federica e gli oggetti di design italiano che puntinavano gli interni. Non so che dirvi: mi è sempre piaciuta, nei film e telefilm italiani, questa autoreferenzialità sulla nostra capacità di creare e scegliere il bello. Non faremo sempre e solo cose sbagliate, no? E, a proposito, niente visioni di lingerie di pizzo e malizia, ma pigiami meravigliosi: sono andata via dal cinema prima di aver letto di che marca fossero.

In conclusione, quando arriverà sui circuiti televisivi, lo riguarderò, probabilmente, perché per quanto non indimenticabile è una storia piacevole e coraggiosa.

In programma, invece, il prossimo film da cinema che vedrò sarà quello su Snoopy, tra un mese, giusto per saltare di palo in frasca, e ho deciso che aspetterò, invece, che qualcuno mi presti Inside Out. Le mie serate nelle prossime settimane saranno sempre di più occupate da corsi di cucina – con un’incursione attesissima nel mondo della panificazione – e da un paio di concerti di musica classica.

Peccato che i miei  giorni si sprechino tra inani fatiche: ho sempre di più la sensazione che dovrei prendere anche io una decisione coraggiosa, un po’ come la Federica del film, e trovarmi un nuovo quanto di energia in cui stare un po’ più comoda.

settembre 27, 2015

Expo? Expuah!

Settimana movimentata, questa, dal passaggio che un carro attrezzi ha gentilmente fornito alla mia amatissima auto, da una piazzola sulla statale che collega la città in cui lavoro al paese in cui vivo. Senza segni premonitori sul cruscotto si sono accese le luci dell’albero di Natale e poi, poverina, non ce l’ha fatta più a proseguire. Fortuna che c’era una piazzola giusto prima dell’inizio delle lunghe gallerie e che il lago è sempre una bella vista, anche in piena incavolatura.

Depositata l’auto in un’officina poco distante, ho chiesto aiuto e asilo alla mia compagna di viaggi che – oh, che culo – abita giusto giusto a metà strada tra la città in cui lavoro e il paese in cui vivo. Era anche in ferie, sempre culo, e mi ha messo a disposizione la sua auto per non perdere il lavoro e, soprattutto, la lezione del corso di cucina, che mi procura molti più fremiti, ultimamente, di quanto non lo sappia fare un cerca verticale. E piantala, mi hanno detto, di far gasolio alle pompe bianche che poi ti riduci valvole e filtri in condizioni miserande e non lo hai sentito che gli iniettori fanno un rumore irregolare? No che non sento: quando guido penso ai fatti miei e il rumore degli iniettori mi è ignoto, come molte altre cose.

Venerdi, sempre appiedata, ma con suddetta autista, ho perso qualche ora nel tentativo di capire cosa ci fosse di culturalmente interessante ed eticamente significativo in quella baraonda mangiasoldi che chiamano Expo, salvo decidere poi che non avevo voglia di passare il tempo in coda – il ginocchio ha ringraziato – e che ne avevo abbastanza di quattro ore immersa nel frastuono. Me ne sono andata dopo essere entrata e uscita da stanzine  scure riempite con quattro poster, qualche confezione di cibo confezionato e uno staff, rassegnato alla bolgia, che tentava di vendere sciarpine di seta o caffè macinato. Niente di quel – poco, lo ammetto – che sono riuscita a vedere non avrei potuto trovarlo su internet o sfogliando un libro a tema comoda a casa mia. Se nutrire il pianeta significa sborsare cifre megagalattiche per creare un posto in cui Milano possa fare un happy hour per qualche mese, temo che lo lascerò morire di fame, povero pianeta.

E rimarranno vuote, quando rimarremo senza cibo, anche le mie nuove padelle di alluminio spessore 5 millimetri che mi sono comprata ad un outlet di nota azienda del settore, poco distante da un’uscita della A4 sulla strada di casa, per consolarmi del tempo perso e della superficialità imperante.

Speriamo che, per allora, qualche giro su fiamma viva lo possa far loro fare.

settembre 20, 2015

Il clima della domenica sera

Castello Padernello

Il clima della domenica sera è un misto di rassegnazione – per la fine del tempo solo mio -, di attesa – per le cose nuove che imparerò al corso di cucina, che mi sta procurando colossali sensi di inferiorità e infantile voglia di fare bene  -, e di fretta – per quello che ancora non ho completato, ma devo finire prima di andare a dormire…che so, stirare la divisa da cuoco fresca di bucato, vedere il dvd di Cenerentola che una bambina di sei anni mi ha prestato, sotto giuramento che entro sei giorni glielo avrei reso -. Mica può una bambina in piena fase principessa  stare più di una settimana senza Cenerentola…

Ricordo ancora la fase principesse della mia cugina piccola, anzi, piccolissima, dato che è nata quando  avevo 14 anni: è avvenuta nel periodo di uscita della Sirenetta e della Bella e La Bestia. Li guardava e riguardava e conosceva tutte le canzoni a memoria, ipnotizzata dalla coda, dal granchio, dalle teiere che fluttuavano nel ballo. E li guardavo anche io perchè probabilmente ero e sono ancora nella fase principesse e perchè non mi decido a rassegnarmi che non posso più andare a scuola, a settembre, e che non posso prendere ferie nel periodo in cui c’è lo Zecchino d’oro. E’ abbastanza idiota, a 43 anni, perdersi mezz’ora su you tube per riascoltarne le canzoncine.

Tutta colpa di un video che ho ricevuto in settimana, di un tizio (nudo?!) sullo sfondo dell’oceano delle Seychelles, che cantava a karaoke “Prendilo, prendilo quell’agnellino”. Il tizio lo conosco, il video mi ha fatto sbellicare, le parole me le sono studiate e adesso le canto ossessivamente anche io, vestita, con lo sfondo di una montagna pronta a virare d’autunno.

Il buio si è già mangiato le ore della mattina e della sera, ma le giornate sono ancora meravigliose: oggi passeggiatina fuori paese, mentre sabato sono andata a zonzo tra la campagna bresciana e quella cremonese. Dovevo consumare un pasto regalo di quella ladrata che sono gli smartbox e, nell’imbarazzo delle offerte scarse e poco convincenti delle mie zone, ho deciso di puntare a sud. Ho mangiato troppo in quantità e abbastanza bene in cibo, sotto una pergola nel centro di un paese deserto, fatto di poche case, tante casine e molta terra, immerso nel torpore quieto dei campi al cambio stagione. Poi dal silenzio sono stata risucchiata nel grande caos dell’Orio Center, più precisamente Apple Store, per una faccenda hardware, e mi sono stancata di più in quell’ora che in tutto il resto del girovagare.

Delle ore d’ufficio non dico: il pilota automatico lavora per me e mi chiama solo nei momenti di emergenza, quando c’è da dare un colpo alla cloche o da tirare giù il carrello prima di schiantarsi al suolo. Tra momenti di incavolatura o euforia altrui – io lì sto neutra e controllo la rotta a colpi di tabelle pivot – i giorni trascorrono dal lunedi al venerdi. E non è molta vita, ma è quella che al momento è la mia.

PS Per coloro che amano leggere, consiglio da domani di seguire lei:  http://www.michelafregona.it. Nella delusione di quello che per me è stata l’esperienza della Bottega di Narrazione, le persone belle che lì ho conosciuto hanno riempito la scarna lista dei pro. E lei è una bella persona, oltre che una scrittrice.

settembre 9, 2015

Ma certo che si

Che idea, certo che anche questo settembre, come sempre, inizierò un corso di formazione.  Cosa vi ha fatto pensare che la mancanza di un post al riguardo significasse raggiunta l’ignavia?!

Vedete, è che a me manca la scuola, e tanto anche. L’odore della carta nuova, la visione di un astuccio riempito con matite appuntite e gomme bianche, la prima pagina di un quaderno, un taglio di capelli prima di ricominciare. Dato che a scuola non ci posso più andare, perché non riesco ancora a vivere di rendita, da anni devo ripiegare sui corsi serali, che siano di lingue, di presciistica – una volta, ora non posso più – o di qualunque altra cosa mi venga in mente. E se questo non si trasformerà comunque mai in un blog di cucina, dopo l’esperienza del corso serale di aiuto pasticcere in Cast Alimenti della scorsa primavera, ho ceduto all’istinto e al desiderio e, nel prossimo trimestre, frequenterò anche il corso gemello di aiuto cuoco, sempre lì.

Ho cominciato lunedi, sarò in aula due volte a settimana, quattro ore per sera – quattro tendenti al cinque – collasserò a letto a mezzanotte con la testa piena di nozioni nuove e il ginocchio che ulula, ma che cavolo, questo è l’anno del cibo anche a casa mia, non solo all’Expo. All’inizio affetteremo verdure e prepareremo  fondi, ma io so che ogni lezione sarà una scoperta, un invito ad approfondire, uno stimolo e una grande fatica, che servirà a svuotare la testa dai numeri e dai casini del giorno e a costringere me stessa ad affrontare ambienti e argomenti nei quali devo impegnarmi molto per ottenere risultati accettabili. Se così non facessi, invecchierei prima del tempo.

Sarebbe bello poter mantenere questa curiosità e anche un po’ di inquietudine per altri anni, per quanto stancante possa rivelarsi, non pensate?  Immagino per me stessa una vecchiaia pacifica, su una sedia comoda, a leggere, riflettere e pisolare, ma me la figuro anche come un tempo inevitabile in cui fare i conti con me stessa, tirare le somme, provare acute nostalgie, sprofondare in baratri di mancanza, rimorsi e rimpianti. Servirà perciò avere altre piccole cose, mirepoix inclusa,  che possano riempire il piatto della bilancia che peserà di meno e aiutarmi ad arrivare in fondo con la certezza che, ho almeno provato a coltivare i miei tre talenti.

Per cui, ecco, volevo rassicurarvi: mi lamenterò anche nelle prossime settimane del fatto che ho troppa roba da fare.