Posts tagged ‘cioccolato’

giugno 14, 2015

Foto ricordo

Visto che ho scritto poco, negli ultimi mesi, deposito qui qualche foto riassuntiva. Servono  per il muretto, di cui al commento del post precedente.

Veneziane – Marzo

Veneziane Marzo

 

Biscotti – Aprile

Biscotti Aprile

Pasticceria Salata – Aprile

Bignè Pasticceria salata Aprile

Cioccolato – Aprile

Cioccolato Aprile

Parigi – Maggio


Parigi Murales Belleville Maggio

Mignon – Maggio

Mignon Maggio

Torte – Maggio

Torte Maggio

Svizzera – Giugno

Lucerna Svizzera Giugno

Domani

Snopy in ufficio

maggio 27, 2015

E allora muoviti, muoviti!

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Nel fine settimana ho fatto un giro, ancora qui, perchè sono monotona e affezionata. Ci sono sempre tante cose da nuove da vedere e tante cose vecchie da salutare. Stavolta c’è stato il Père-Lachaise, con le sue tombe aggrovigliate sulla collina, Bellevile, col suo panorama e i suoi graffiti, La Sainte-Chapelle, con le vetrate restaurate che splendevano nella luce fissa della sera. Poi ancora il Marais, che festeggiava le conquiste dublinesi, il Museo d’Orsay, che è una sicurezza, il Museo Marmottan, che è stata una novità, il duplice pellegrinaggio in adorazione alla Patisserie  des Rêves, la scoperta delle praline di Chapon. E poi il ritorno a casa, quel tanto che basta per disfare la valigia e rifarla.

Sto trascorrendo una settimana movimentata. Lunedi sera è terminato il corso di pasticceria, dopo 120 ore, con un esamino finale, nel quale mi sono cimentata con la mousse au chocolat. Stasera consegneranno i diplomi e si sbaferanno i temi d’esame, ma io non ci sarò. Sarò, infatti, a Como, ad un concerto di Jackson Browne: arrivo tardi, alla musica moderna, e ci arrivo per le vecchie glorie.

Ci arriverò anche assonnata: ieri ho fatto tardi in pizzeria, in ottima compagnia. Vi ricordate del periodo in  facevo la spola tra il mio vecchio ufficio e Madrid? A distanza di un anno, ho rivisto uno dei protagonisti, in Italia per lavoro, con la collega con la quale ho condiviso il progetto. E’ stata una cena di chiacchiere, aggiornamenti, risate. Che belle persone. Che bel progetto. Chissà se me ne ricapiterà mai uno così piacevole – e massacrante – da fare e ricordare.

Domani, invece, si chiude il corso di disegno. Ho imparato poco, partendo da talento nullo e abitudine alle matite inesistente. Sono state ore di immersione in una dimensione di concentrazione rilassante con risvegli di frustrazione. Dubito che farò mai qualcosa di buono, ma da tanto volevo iniziare, e sono soddisfatta per averlo fatto. Lo sono molto di meno pensando che i miei sgorbi saranno messi in mostra, insieme agli altri, per testimoniare il lavoro dell’associazione. Secondo me l’unica ambizione dei miei fogli è quella di finire a fare gli inneschi del caminetto insieme alla diavolina.

Venerdi sera…- vorrei dirvi gran finale, ma non è ancora finita – cena di fine corso pasticceria in un ristorante stellato appena fuori Brescia. Non vedo l’ora, perchè sarà una scoperta piacevole. Ne uccide di più la gola che la spada, e io sarò tra loro. Non devo però pensare al fatto che sarà l’ennesima giornata di ore piccole, e io sono un ronfo, soffro, se vado contro natura.

Il gran finale arriverà nel fine settimana lungo: quattro giorni in Svizzera, tra Zurigo e il lago di Costanza: altri posti nuovi, altro giro.

Poi giugno sarà di gran riposo, a confronto.

maggio 21, 2015

Last act in Palmyra

Uno dei gialli di Lindsey Davis ambientato ai tempi dell’Impero Romano, con protagonisti Marco Didio Falco e Elena Giustina – che a me stanno molto simpatici – si intitolava proprio così. “Ultimo atto a Palmira”. Io Palmira vorrei tanto visitarla, come pure Petra, e le piramidi, e i siti romani in Libia e tutta un’altra serie di luoghi dai quali, al momento, è meglio tenersi alla larga.

A Palmyra nei prossimi giorni non ci sarà un ultimo atto, ma solo un altro episodio: molti moriranno, antiche pietre crolleranno, tanti cercheranno il modo di sopravvivere, adattandosi, o scappare. Lì, come in altri luoghi.

Sembra strano, no, osservare quasi indifferenti le notizie sulle stragi e inorridire di dispiacere quando crollano vecchie colonne. Forse perché quelle colonne sono lì a ricordarci che un modo per sopravvivere al tempo esiste, anche se con qualche acciacco, e che si può vincere di mille secoli il silenzio che fa tanta impressione saperle minacciate. E’ come perdere pezzettini di speranza. E’ come capire che dietro le distruzioni ci sono furia e ignoranza: fanno paura, più della vista dei corpi dilaniati o delle colonne di profughi in fuga.

Non so. Io vivo nel mio mondo protetto e mi lamento delle mie cose. Penso per me, alle mie faccende. Ieri, ad esempio, c’è stata l’ultima lezione vera del corso di pasticceria: mignon. La settimana prossima faremo da soli una preparazione a scelta e poi ci saranno la cerimonia di fine corso e il buffet. Sono stanca: è stato impegnativo frequentare, per l’impegno che ha richiesto in tempo e attenzione. Sono malinconica: mi mancherà. Sono eccitata: ho imparato moltissimo e di cose pratiche. Io non sono mai stata una da cose pratiche, ma animale da scrivania. E’ bello scoprirsi imbranati, incapaci, pasticcioni, e, nello stesso tempo, imparare e provare e riuscire a migliorare. Sono ammirata: un ambiente serio, motivante, professionalizzante. Ce ne vorrebbero di più; forse smetteremmo di essere i pressapochisti d’europa. E poi….ecco, tre mesi e mezzo di dolcezze, difficili da dimenticare…

E poi c’è il lavoro, impegnativo a tratti, disteso ad altri, sempre in coda la mattina, e tanta tanta tanta pazienza da radunare, perchè le cose non cambiano abbastanza velocemente. E poi la mia casa e un’altra casa e le gambe distese a riposare al caldo di maggio che ha spalancato le finestre e accorciato le maniche. E poi c’è un viaggio in arrivo, proprio dietro l’angolo (prego notare che quest’anno sto viaggiando pochissimo, rispetto alla media recente).

Ed è tutto qui, poco più, poco meno, mentre altrove le pietre antiche temono, e i bambini piangono. E un altro giorno passa, senza che nulla muti.

maggio 7, 2015

D’in su la vetta e dentro la coda

Tra la settimana di infornate di biscotti, quella dedicata al cioccolato, e quella nella quale affinare le – scarse – capacità decorative, ho celebrato il 25 aprile nel luogo sbagliato, sulla sommità della Torre di San Martino e Solferino, ricordando un’altra liberazione, precedente, in una sorta di sfasatura temporale nella quale l’unica costante è la conta dei morti e il colore del sangue che ha impregnato la terra.

A vedere i vigneti da lassù, o la riva del Garda, o i campi verso sud, nel silenzio profondo di un pomeriggio coperto, non ci si riesce ad immaginare la carneficina, specialmente se si decide di non entrare nell’ossario, lì accanto,  evitando di turbarsi l’umore con il ricordo della nostra natura mortale.

E se l’acqua del mare, sulla riva, che avvolge piedi e caviglie in una morsa fredda rinvia col pensiero a chi in acqua ci finisce al largo, di notte, durante una fuga disperata che non terminerà nemmeno una volta toccato terra, sono gli eventi piccoli della mia vita a influenzare il mio umore, a condizionare l’andamento del giorno. Non certo le stragi, i terremoti, gli orrori, tangenti ma lontani, troppo lontani per altro che non sia dispiacere borghese e gratuito di chi assiste da dietro uno schermo.

Il lavoro…quello c’è sempre, sempre uguale a se stesso, e in modalità pilota automatico, ormai. Ho imparato a farlo da tempo. Stiamone fuori, che ci sto dentro già abbastanza io, fosse solo per le ore che passo imbottigliata nel traffico ogni santa mattina. Che se la gente sapesse un pizzico di come funziona la teoria delle code, magari eviterebbe la furbizia di utilizzare la corsia, quella di destra che incanala in un’altra direzione, per poi arrivare al punto di snodo e via, con una sterzata pretendere l’immissione a sinistra, incuneandosi tra i parafanghi altrui con gli occhiali da sole sul naso e l’aria di chi la sa più lunga. Perché quello subito dietro frena, e  quello dietro prima di lui frena pure, e quello dietro dietro… anche e così via fino a quando il processo si amplifica come un’onda e dal fondo ecco che arrivano altri furbi a ripetere la manovra e tu puoi anche spegnere il motore, perchè se ci sono venti pirla così in venti minuti, per percorrere 20 chilometri ci metterai 50 minuti. E’ così che funziona, ogni mattina.

A volte vorrei chiudere occhi e orecchie, a volte vorrei trovarmici in mezzo, a dove c’è bisogno davvero di dare una mano, per fornire un senso ad un’esistenza che molto senso non ha, nello spreco di un’utilità potenziale persa dietro a minuti pensieri di creatura piccola, a volte penso che sono davvero troppo stanca, per le ondate che tornano a colpire la mia barca e che sono stufa di sgottare, fatica di Sisifo infinita, per stare a galla.

Nel senso, per uscire dalla poesia, che certe volte ho tutto il diritto anche io di salire su, sulla torre, radente il muro perchè soffro di vertigini, e col sudore da strizza che cola sulla schiena, e di dichiarare che basta, che il livello di dolore ha raggiunto il limite sopportabile nel lustro e di mandare affanculo qualcuno, o il mondo intero, già che ci siamo, senza sentirmi uno schifo di persona per questo.

E se la frequenza di aggiornamento di questo blog continuerà a calare, come negli ultimi tempi, immaginatemi:

a) troppo impegnata a fare cose per trovare il tempo di scriverne, pur usufruendo ancora di un giorno a settimana libero, seppur non richiesto;

b) troppo impegnata a girare come un criceto stremato sulla mia ruota per avere voglia di scriverne;

c) troppo impegnata a decidere se ha senso o no tenere aperto un blog se lo si tiene così. Detesto i blog abbandonati. Gramigna che infesta un web già infestato di suo, come l’ortaglia di un giardiniere scadente.

Scegliete l’opzione che preferite: sono vere tutte e tre.

aprile 19, 2015

Mah.

La settimana di pasticceria è stata dedicata alla preparazione di biscotti. Teglie e teglie di frollini, zaletti tradizionali e al mais, margheritine di Stresa, cookies classici e meno classici, tra il profumo del cioccolato e quello della vaniglia, tra le maniche della giacca da cuoco che si tirano su, perchè oltre al forno anche la primavera scalda, tra il rilassamento dopo la  pausa pasquale e le grandi fatiche della sfoglia e dei lievitati. Una soddisfazione, uscire nel buio poco prima della mezzanotte, tenendo stretto un sacchetto di carta che trasuda burro e aromi, sapendo che la colazione del giorno dopo sarà luculliana e fastosa. E ancora di più, salendo una scala buia, intravvedere su un muro un ritorno. É un onore e una nuova occasione.

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Sabato se ne è andato a scegliere le piantine aromatiche da mettere nella nuova lunga ciotola sul terrazzo della cucina e a rinvasarle: menta valdostana, santolina, origano, timo e erba cipollina. Il basilico seguirà, appena arriveranno le maniche corte: un vasetto di basilico limone è già nella piccola serra bianca, pultia dopo i fumi dell’inverno – sia ringraziata la democratica Ikea, che mi permette di levarmi i capricci di candele accese e  serre olandesi, senza accendere mutui. Ho pure adottato una piantina innestata di pomodoro datterino e, per farlo crescere bene, gli ho già messo accanto il suo bambù. É prematuro, come comprare tutta l’attrezzatura prima di imparare a sciare, ma io ci credo ancora, nonostante la mia inettitudine. E poi sono stata contagiata. Ieri tutti, in Franciacorta, pareva si stessero dedicando al giardinaggio e all’orticultura: non soddisfatta delle quatto campanule comprate la settimana scorsa, ho aggiunto una verbena borgogna e due armi biologiche di lotta alle zanzare: una piantina di incenso e una di citronella. Dubito saranno efficaci, contro l’orda famelica che mi infesta il retro della casa da maggio a settembre, però ci provo, e strofino le dita sulle foglie di tutte e me le annuso, soddisfatta.

Ho ricevuto cinque email nei giorni scorsi, a cui ho voglia di rispondere: per chi mi sta aspettando e legge anche qui…arrivo presto. Insomma, tutto bene, no?

Di traverso c’è una novità, non molto nuova, dato che già aleggiava nell’aria, ma che lo è per me. Nelle prossime settimane un giorno lavorativo di meno: vi lascio intuire perchè, tanto non è difficile. E da una parte tripudio perchè ho un mucchio di cose da fare che continuo a rimandare e questi giorni recuperati  mi sembrano manna dal cielo, fino a che sono pochi. Dall’altra penso che viviamo qui, e che queste cose  ce le lasciano fare, anche se forse ci si potrebbe ragionare su ancora un po’ e fare uno sforzo; anche se, a furia di gridare “al lupo, al lupo” quando è solo un botolo ringhioso, quando poi il lupo arriva davvero non c’è spesso più nulla da fare. Ma così è, che mi paia o no, e me la metto via, tra le cose che spero, prima o poi, non mi riguarderanno più. C’è molto di peggio che accade tutto intorno: basta leggere le pagine dei giornali di oggi per riformulare ogni possibile teoria di felicità.

febbraio 25, 2015

A metà del guano. Ops, guado.

Mercoledi, pausa pranzo. Esatta metà della settimana lavorativa. Qui si resilia, più o meno bene. E’ una settimana più complicata dal punto di vista degli impegni extra ufficio che da quelli in. La prossima settimana si prevedono invece slavine in pantani di guano: lo si sa, non ci si può far molto. Vuol dire che ci si affonderà dentro preparati.

Mentre accendo il computer, collego il cervello, digito tasti, analizzo dati, penso a soluzioni, mi invento caoticità, mi trasbordo dalla scrivania, al magazzino, ai reparti e poi torno ai tasti, le ore scorrono, con meno fatica rispetto alle settimane scorse. Merito della luce. Se devo (dovrei) uscire di casa prima delle sette, meglio farlo col chiaro: il lago è bellissimo la mattina presto. Se devo tornare a casa tardi, meglio farlo col chiaro: il lago è bellissimo anche all’imbrunire. Sento primavera nell’aria, anche se ancora non c’è.

Questa sera sesta lezione in CastAlimenti del gran corso di aiuto pasticcere serale: lunedi abbiamo preparato creme e ancora crema. La mia prima crema pasticcera su fornello a induzione è finita nel lavello. La seconda l’ho immortalata in fotografia. Tra profumi di zabaione, assaggi di mousse al cioccolato bianco e consumi irriguardosi di burro, si sono fatte le 23.00 e poi sono anche passate. Il problema dei corsi serali non sono i corsi, è il rincretinimento che mi resta addosso il giorno dopo, per sonno accorciato. Questa sera le creme finiranno su letti di frolla, pan di spagna e non so che altro: ogni volta è una scoperta. Ogni lezione realizzo che sull’argomento cibo, chimica del cibo, trasformazioni del cibo, non so nulla. Ansia. Ansia da studente impreparato.

Domenica pomeriggio ho mischiato margarina (comprata apposta, solo il burro varca la soglia di casa) con fecola e zucchero a velo scaduti. Ne è uscita una montata oleosa e chiara, fatta apposta per giocare con la sac à poche. Frustrazione. Frustrazione da persona capace di usare la testa, ma non le mani. Ad ognuno il suo, nella vita. Non c’è una rosetta che mi esca uguale all’altra. Prevedo altre sedute di prova. Ieri sera, invece, dopo una cena preparata dal papà (che si adegua ai miei orari e a richiesta produce perfino polentina à l’ancienne, quasi come si faceva una volta….oh, l’insuperabile cucina economica a legna della nonna…), ho fatto un esperimento.

Non è un esperimento difficile, anzi. Quando al corso un paio di colleghi mi hanno spiegato come si fa a fare i biscotti bicolore a spiraline di frolla normale e frolla al cioccolato, lo hanno fatto con aria da compatimento. Mi è sembrato di capire che anche un bambino dell’asilo sarebbe in grado di farli. Effettivamente. E’ che non ci avevo mai ragionato su, prima, a pensare che se metti uno strato sotto e uno sopra e poi avvolgi a rotolo il risultato finale, in sezione, è un effetto a spirale…

La mia profe di greco e latino del liceo ci diceva, scuotendo la testa, che noi ragionavamo a cassettini. Un cassettino per il latino, uno per la storia, uno per la grammatica, e così via. Noi le sorridevamo con aria di compatimento, povera donna, pensavamo, cosa racconta. Noi siamo fighi. E invece aveva ragione: io ragiono ancora a cassettini, in effetti, e quando ogni tanto mi accorgo che la differenza tra intelligenza e genialità sta nello scorgere le connessioni tra le cose, abbasso le orecchie come un cagnolino mortificato, perchè i miei fili li lancio, ma troppo di rado si aggrappano al mondo concreto. I biscotti alla fine sono venuti decenti, ma molto migliorabili. E ho capito il procedimento: è già qualcosa. Un’altra informazione per il cassettino “pasticceria”.

Domani sera, invece, corso di disegno soft. Ho lasciato a metà la riproduzione di un particolare a scelta della Venere Italica del Canova (copia in gesso a disposizione) e mi piacerebbe proseguire. Avrei voluto disegnarle il culo, perchè ha un culo da invidia, ma l’avevo in vista girata di fronte e ho deciso per l’incrocio delle braccia sul petto. Sarebbe bello che le braccia mi venissero somiglianti a due braccia e non ad alberi motore, e che il drappeggio si profilasse morbido, e non simile a chiglie di navi spezzate. Dall’inizio del corso spedisco una foto del mio foglio da disegno ogni giovedi sera, dopo la lezione, a lui per farlo ridere un po’. Lui ha visto che sono disgrafica. Dice che ci sono miglioramenti, minimi, ma ci sono. E’ sempre stato un tipo gentile. Gli porterò biscotti spiralati, prima o poi. Per ora ho individuato in giro per il quartiere gente disponibile (obbligata) a farmi da cavia: tra domenica e ieri ne ho già arruolati alcuni  (mica posso mangiare tutto io). Adesso ho uno scopo nella vita: non intossicarli.

E dopo….dopo si prosegue con un venerdi sera senza eventi degni di nota che non siano un “a nanna presto che domani si va in gita”, tutto proteso verso il sabato. Se non diluvia come l’anno scorso, vado a Venezia, a vedere una mostra al Correr e ad inaugurare la stagione dei viaggi. L’inverno è stato lungo e sedentario. Dovrei andare al Guggenheim, in realtà, perchè è una vita che è inserito nella mia lista dei luoghi da visitare almeno una volta nella vita. E’ che temo che ci rimarrei dentro un’oretta, perchè l’arte moderna mi deprime, perchè non la capisco. E a me non piace sentirmi che non capisco. E allora forse non andrò nemmeno questa volta, se il sole splenderà sulla laguna.

Torno nel guano: ne ho ancora un po’ da spalare prima che se ne depositi altro. Buon pomeriggio a tutti.

dicembre 30, 2014

Anno che va, anno che viene

Prosegue, nell’assoluta pigrizia, questa pausa dal lavoro che si concluderà fin troppo presto: venerdi, sabato e lunedi rientro per il circo annuale degli inventari. Posto che vai, inventario che trovi. In questo, ancora nuovo, per me, è da molto – troppo – che non si fa e ce n’è bisogno. E poi dal 7 ricomincerò a ritmo pieno, in una lunga apnea che durerà fino alla primavera, tra ingorghi di traffico che peggiorano e abitudini ancora da trovare. Perlomeno ultimamente scrivo nel blog: le statistiche annuali di wordpress mostrano un calo considerevole della mia frequenza di pubblicazione da settembre: effetti collaterali del nuovo lavoro.

Nella lista delle cose da fare  nei prossimi mesi non ho aggiunto niente: sarebbe meglio, prima, accorciare ancora di qualche punto la megalista che ho steso qualche anno fa, nella speranza di arrivare ad azzerarla, prima che la vecchiaia mi colga.  E magari suonare il pianoforte molto più spesso di una volta al mese.

Quella dei buoni propositi è scarna: non ho mai avuto grandi illusioni sulla mia costanza nelle cose che sanno di buono. Ci sono solo due  voci: basta parolacce, quelle in azz e oni, specialmente. Non ho più l’età. E piscina in modo continuativo, se quella appena riaperta accanto a dove lavoro non si richiuderà di nuovo, come un riccio timido.

Per quel che riguarda invece uno dei miei argomenti preferiti, e cioè quello della formazione costante – alias “achecorsomiiscrivo” – sono dolentissima per la mia scelta del 2014. Mi ero infatti iscritta a questa cosa qui nell’inoltrato 2013, nella speranza di migliorare in modo galattico la mia scrittura. Sono partita con le aspettative a mille. Ho concluso con molta disillusione, perché non ho imparato niente di quel che speravo, ma altro, di cui avrei magari anche fatto a meno. Il risultato è stato il mio faticosissimo primo pseudoromanzo da chiudere in un cassetto e buttare via la chiave, perché mi è venuto come viene un soufflé quando si sgonfia. Se foste curiosi, un paio di ricerche rapide dal link che ho postato vi condurranno ad un famosissimo blog bollettino su cui qualche giorno fa è stata pubblicata una notiziola al riguardo. Ho incontrato gente simpatica, con cui è stato interessante ragionare, ma, insomma, la parte di me che ragiona con schemi causa-effetto, pago per imparare, mi applico e miglioro, ha sofferto moltissimo di frustrazione.

Così ho deciso che per un certo periodo di tempo, in attesa che mi riparta il pirlo delle certificazioni linguistiche che mi mancano, mi dedicherò solo a cose per le quali non nutro nessuna aspettativa o per le quali non ho formazione precedente al riguardo, vuoi per mancanza di inclinazioni particolari, vuoi perché mi ci sento talmente inadeguata che non potrà uscirne altro che qualcosa di buono, qualunque cosa sarà. A novembre perciò ho cominciato un corso di disegno, un’ora e mezza a settimana, nel quale produco sgorbi così miseri che ogni volta che li riguardo mi viene da ridere e durante il quale mi rilasso molto, per un meccanismo interno secondo cui il mio super-io depone le armi nei confronti della vita ogni volta che mi può concedere di essere spettatore e non attore. A febbraio, invece, udite udite, inizierò un corso di pasticceria di base per neofiti di 120 ore serali, che durerà quattro mesi, nella scuola fondata da Iginio Massari, che si trova a poche centinaia di metri da dove lavoro.

Prevedo un primo semestre durissimo, dal punto di vista dell’impegno, ma molto interessante.

E per ultimo tocca ai sogni di viaggio: ho già prenotato roba rapida, come un fine settimana a Palermo e uno a Parigi, ma le mie dita fremono tra le ricerche dei voli per una settimana ad un mare serio (Grecia, Sardegna?) in periodo di bagni e, ancora di più, per una in Giordania, destinazione Petra, se la situazione siriana non peggiora. Poi, dopo Petra, di grosso grosso avrei New York.

E poi una montagna di altri luoghi, come sempre. Tanto sognare non costa nulla.