Posts tagged ‘cinema’

gennaio 24, 2016

Gennaio 2016

Ciao! Come state? Io sto. Sto, come al solito. Cambiano le condizioni al contorno, ma il centro della scena resta lo stesso. Negli scampoli di vita, dall’inizio dell’anno, mi occupo di altro. Finiti i corsi di cucina – non del tutto, ce ne saranno altri, qua e là, ma molto meno intensi rispetto all’impegno con cui mi ci sono dedicata nei mesi scorsi – mi sono trovata altro da fare. la mia lista di cose da imparare è lunga e quello che non è in lista, se mi interessa, si aggiunge.

Una delle nuove attività e, in realtà, un vecchio e mai perduto amore: sono tornata in piscina. Per la quarta o quinta volta, da quando mi sono fatta male al ginocchio, precludendomi qualunque attività che si svolga in posizione eretta – per fortuna che lavoro con il sedere saldamente ancorato ad una sedia -, sto provando a ricominciare a fare sport. Piscina, due albe a settimana, prima dell’ufficio, corso con istruttore FIN. Vediamo questa volta quanto dura. Di bello c’è che in acqua sto un gran bene, sia mentre nuoto, sia mentre faccio la doccia e tento di recuperare un colorito meno cianotico. Il nuoto è uno sport autopulente, l’unico in cui sudi, ma ne esci comunque linda.

La seconda nuova attività, invece, occupa una sera a settimana: breve corso introduttivo di fotografia, proprio breve, cui però seguiranno attività annuali del circolo fotografico locale. Fino a due settimane fa non avevo mai usato la mia reflex – una Nikon D40 senza nessuna pretesa se non quella di essere adattissima ad una principiante -in una modalità che non fosse quella automatica. E invece adesso la nebbia che avvolgeva concetti come “esposizione”, “diaframma”, “tempi”, “luce”, si sta pian piano dissipando. Bello, no? Sarebbe bello riuscire a fare qualche scatto sapendo cosa sto facendo.

Il lavoro fa il suo corso. In questa frase ci sono racchiuse tutta la mia mancanza di entusiasmo e la mia frustrazione che se ne vanno a braccetto e si fomentano l’una con l’altra in un gioco al ribasso. L’immane quantità di tempo che si perde in un’azienda a correre dietro al nulla invece di tirarsi su le maniche e affrontare i problemi seri, per eliminarne le cause, potrebbe essere oggetto di serie indagini. Noi invece preferiamo riderci su, alla Quo vado (sì, confesso che l’ho visto, ma l’ho visto come se fossi stata una protagonista di questa ode all’italiano medio, cioè nella sua versione piratata), così è più facile sia adattarsi che lamentarsi. Il problema, dice mio padre, che mentre mi annoio io penso e pensare, tradotto negli effetti pratici, significa che gli invento qualcosa da fare. In questo momento sto lavorando ad un restyling della mia adoratissima camera, con tanto di progettino, (non è che qualcuno di voi ha cassettiere o altro della cameretta Play della IVM degli anni 60 che gli avanzano?!) che prevede la collaborazione di un falegname in gamba – incarico al momento vacante – e una levigatura dei parquet. Quest’ultima faccenda, da svolgersi in primavera, prevede lo svuotamento di un paio di stanze: da quantificare in ore mulo, non ore uomo.

Per fortuna ci sono stati altri film, molto più utili ad aggiungere spunti al mio immaginario: Il ponte delle spie, Revenant, Carol…la scena dell’orso che gioca con un corpo umano come fosse un sacchetto di patatine si farà sicuramente strada nei miei sogni. C’è anche qualche libro, di ogni tipo di genere: “Woody”, simpaticissimo e molto tenero, “Il fattore D”, vero e deprimente, un romanzo rosa di Lucinda Riley – non chiedetemi il titolo, volevo solo capire come scrive, e scrive come vanno scritti i romanzi rosa: poca testa richiesta, tutti i drammi e colpi di scena immaginabili, il meraviglioso bacio finale-, “Il diario segreto di Maria Antonietta, di cui non ho capito l’utilità, però ho sperato fino alla fine che arrivasse Lady Oscar; un paio di romanzi di Michael Connelly per andare sul sicuro, Preghiera per  Chernobyl, per agghiacciarsi un po’, Il teorema del pappagallo – ma è noiosissimo, e l’ho chiuso quasi subito, infilandolo nel mucchio di libri ai quali trovare un nuovo padrone. Robe così, insomma, senza coerenza, senza illusioni.

E così è, la parte del “faccio cose” di questo mese, scritta al ritmo dei Bruskers.

Poi ci sono le faccende serie, quelle alle quali penso mentre guido, andando e tornando, quelle che meriterebbe ognuna almeno due post, ma ultimamente ho le parole annodate, corrono dietro ai pensieri. C’è la consapevolezza che devo trovare una soluzione seria per la mia noia intellettuale lavorativa, altrimenti avrò davanti anni di desolazione, e io non ho mica voglia di desolarmi. Ci sono le brutte notizie, di persone forti che devono continuare ad esserlo, e che lo faranno, nonostante tutto, perchè lo sanno che, da qualche parte, ci sarà sempre e ancora una piccola parte di felicità per ognuno di noi. C’è la giovane milionaria, bella, non completamente priva di neuroni, e vittima di un carattere cui nessuno ha mai messo freni che si rivolge alla cameriera che la sta servendo con una tale maleducata veemenza, per una faccenda di nulla, che non puoi fare altro che provare una pena infinita per lei, per la potenzialità perduta, e rabbia, perchè devi contare fino a tremila per fare finta di non aver sentito e per farti passare la vergogna che provi per lei, e per te stessa, che non hai (ancora) il coraggio di farglielo notare perchè suo padre ti paga lo stipendio. E c’è la costante presenza della mancanza, continua, in ogni momento. E molte altre cose che, chilometro dopo chilometro, si intrecciano e si confondono, tra lo smog della città e i chiaroscuri delle gallerie che risalgono la strada, verso la valle, in questo gennaio freddo, ma non troppo, secco e inquinato. Un altro gennaio.

ottobre 4, 2015

Utopie della domenica sera

Ad un certo punto, ieri sera, all’auditorium del Museo del Violino di Cremona, mentre ascoltavo i sempre impeccabili Brunello e Lucchesini che suonavano Beethoven, ho pensato che la settimana aveva goduto di un raro bilanciamento di suggestioni. Lunedi e mercoledi sera la parte pratica – al corso di cucina è stata l’ora delle lasagne, cucinate dopo aver prodotto pasta, salsa bolognese e besciamella secondo i sacri crismi. Giovedi e sabato quella culturale: un buon film italiano, un ottimo concerto. Martedi e venerdi nella quiete di casa mia, qualche faccenda domestica e il prosieguo della lettura dell’interessante “Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso”  di Francesco Antinucci (le mie letture rispecchiano spesso gli interessi del momento).  Non male, visto che il tempo libero è comunque poco e molto se lo mangia la strada. É mancata la parte di coltivazione delle amicizie, ma non si può arrivare ovunque.

Peccato, mi dicevo, che le ore lavorative non siano state altrettanto proficue. Una volta superato l’inevitabile periodo di adattamento ad un nuovo lavoro, mi ritrovo di nuovo in una situazione in cui i miei impegni non sono bilanciati. Che io sia stata abituata, all’inizio della mia carriera, a fronteggiare ritmi paurosi di stress e sovraccarico mi ha sicuramente aiutato ad organizzarmi bene e mi ha insegnato che è meglio prendere in mano le cose una sola volta, sgrossarle e poi lasciarle andare, invece di continuare a farle rigirare in attesa di portarle ad una perfezione impossibile, data la dinamicità di una filiera produttiva. Mi capita spesso, perciò, di ritrovarmi con un paio di ore libere quasi tutti i giorni, che non occupo con pause caffè, perché il caffè delle macchinette fa schifo e le conversazioni all’intorno non sono, di solito, da meno, e che mi posso riempire spesso come più mi aggrada: le scadenze le rispetto, spesso le anticipo e, finché sarà così, nessuno si sognerà mai di verificare se sto o meno perdendo tempo pagato.

Caso personale a parte, mi sono resa conto, negli anni, che molto spesso negli uffici di un’azienda si “perde” un mucchio di tempo: si scrivono mail inutili, si gioca a ping pong con i file, si rimandano decisioni, si gestiscono le urgenze invece di risolvere i problemi, non si parla abbastanza con le persone che operano direttamente in modo pratico nella filiera (magazzinieri, operai, responsabili di prima linea) per cui si deducono dai numeri conclusioni spesso imprecise, si sprecano ore in nulla.

Una delle persone che coordino è, ad esempio, è un maestro di socievolezza: gran parte della sua giornata gli serve per costruirsi e rafforzare una rete di alleanze verticali e orizzontali che, nei momenti di urgenza, gli sono d’aiuto nel risolvere più velocemente i problemi. L’utilità innegabile di questa strategia, che lo rende tra le altre cose molto simpatico a tutti, è mal compensata dal fatto che non ha abbastanza tempo per curare i dettagli operativi del proprio lavoro e, spesso, viene travolto dai problemi perchè non si accorge in tempo della loro germinazione.

L’altra, al contrario, è l’immagine stessa della puntigliosità: comunica poco e con pochi, sembra sempre a disagio con le persone, pur trasmettendo in ogni caso un’impressione di preparazione e gentilezza. Trascorre ore a lavorare sui dettagli di un file: lo osserva, lo volta, lo gira e lo pirla e, a domanda specifica, risponde puntuale. Le manca però la capacità di cogliere il dato di insieme o di prendere decisioni, ma questo è un suo limite caratteriale. Anche lei, durante il giorno, sparisce di frequente dall’ufficio: va nei reparti, nei magazzini. Sono più che favorevole alla cosa, anche se, sospetto, che molti dei suoi viaggetti siano come la contemplazione dei suoi file: ridondanti. La osservo mentre si prepara ad uscire, alla fine dell’orario lavorativo, che, per lei, è sempre in eccedenza rispetto a quello canonico, e non se lo fa mai riconoscere (puntualizzo, perchè si capisca che non è affatto una scansafatiche). Arriva alla scrivania poco prima delle cinque, si siede, fa qualcosa al computer, si alza, muove due passi e beve, prendendo la bottiglia da una cassettiera che potrebbe tranquillamente raggiungere allungando il braccio e muovendosi con le rotelle della sedia, si risiede al computer, si rialza, va in bagno, ritorna, si risiede, controlla altro al pc, si rialza, spegne la stampante condivisa nell’ufficio comune, si risiede al pc, ticchetta un altro po’ sui tasti, si rialza, si mette la giacca e raduna le sue cose, si risiede, legge di nuovo le email, spegne il PC, si rialza, spegne gli interruttori generali delle luci, vicino alla porta, torna indietro alla scrivania, raccoglie le borse – quasi tutte le donne in quest’azienda girano con una borsetta e con una borsona con dentro sa il cielo cosa -, mi saluta e finalmente esce. Sono le 17 e venti circa.

Assisto a questo balletto di chiusura da più di un anno, anche se ho cominciato ad osservarlo con più attenzione solo di recente, e mi chiedo se, a parità di lavoro compiuto nello stesso modo in cui conclude la giornata lavorativa, almeno un paio di ore al giorno non se lo potrebbe recuperare pure lei, sfrondando i movimenti inutili. Poi leggo della Svezia, e delle iniziative che sempre più aziende stanno intraprendendo sul ridurre la giornata da otto a sei ore, per guadagnare sia in produttività che in tempo libero, e penso che sarebbe una gran cosa, se si pensasse in questi termini anche nel nostro paese. Nei miei 15 anni di lavoro, in quattro aziende diverse, solo nella prima non si sarebbe potuto fare: lì, pur essendo quasi mille persone, molti avevano un carico di lavoro impossibile da smaltire senza straordinari – e vi garantisco che certe volte  era complicato trovarsi cinque minuti per fare la pipì. In tutti gli altri casi – e non si trattava di azienducole – il tempo sprecato a correre dietro alle farfalle era invece molto.

Per cui, ecco, se mi fosse concesso scegliere, preferirei sei ore filate cinque giorni alla settimana a far andare le mani e il cervello a ritmo sostenuto, ma due ore in più di vita, anzi, di più, perché si potrebbe guadagnare pure sulla pausa pranzo, fuori, che io possa sprecare come più mi aggrada, al cinema o a lavare le fughe del pavimento con la vaporella, con un libro aperto o lungo l’argine di un fiume, checchè ne dica il mio capo, il quale è convinto che lunghe ore in ufficio significhino dedizione alla causa, indipendemente dal fatto che chi le trascorre se ne stia a lungo imbesuito a fissare uno schermo che nemmeno vede, muovendo il mouse per non far capire che, in realtà, se ne sta  mille miglia lontano.

Si capisce che ho la carogna da domenica sera, vero?! Buona settimana tutti.

ottobre 2, 2015

“Io e lei”: finalmente, la normalità

Ieri sera, nonostante la cronica carenza di sonno, sono stata al cinema, causa curiosità. Era una serata di preludio all’autunno, il cui fresco malinconico era accentuato dal deserto serale del centro di Brescia. E’ sempre stato così, da che mi ricordi, da quando vivevo in una stanzetta di pensionato cattolico a mezzo passo dal Corso, durante i primi anni dell’università, alle incursioni periodiche a cena o per, appunto, un film, nei periodi in cui lavoravo come adesso nella sua periferia. Impossibile bersi un caffè al bar dopo le otto la sera:il centro è vuoto, sbarrato come le persiane di una casa riottosa e, ma questa è una novità, pattugliato dalle forze dell’ordine. I passi rari risuonano tra le vie, amplificati dal vuoto.

Sono uscita dal cinema, dopo aver visto un film piacevole, con una serie di sensazioni contrastanti, che adesso vi elenco in modo ordinato, così condiziono il cervello in attesa di un’altra giornata di numeri da analizzare:

  • è un evento, nel panorama cinematografico italiano, vedere un film che racconta una storia d’amore omosessuale senza tingerla di toni scabrosi, crepuscolari, equivoci, erotici, volgari, ma calandola con tutta semplicità in un interno italiano e seguendo la quotidianità normale di una coppia normale. Normale, appunto, è la parola chiave che alla fine della visione dovrebbe aleggiare nel subcosciente e trovare un posto in cui accomodarsi, perché normale è, come lo siamo tutti, noi che scegliamo di vivere la nostra vita così come ce la sentiamo o come ce la fanno vivere gli altri: è normale decidere o farsi capitare di restare da soli a vita, di cambiare partner con la stessa frequenza di uno spazzolino da denti, di scegliere di diventare suore o preti, di non avere figli, di darne alla luce una decina, di lavorare tutta la vita fino a ottant’anni, di lavorare a spizzichi e bocconi quando capita, di dedicarsi all’accattonaggio, di vestirsi solo di rosa, di andare sempre in giro a gambe nude anche in inverno, di scegliere una professione che faccia del bene a molti, di sceglierne un’altra che faccia del bene solo a se stessi, di essere intransigenti al limite del ridicolo, di lasciarsi scivolare addosso ogni cosa. Quasi ogni nostro comportamento è normale, perchè siamo milioni di esseri, su questo pianeta, e se facciamo una statistica, troveremmo pochi rari casi di unicità e molti sentimenti accomunabili. Ed è normale anche decidere che una cosa ci piace o non ci piace, perchè non andremo mai tutti d’accordo, e come sempre succederà che qualcuno pensa che i gay siano malati, e starà bene con questa convinzione, così ci sarà un altro che non ci farà neppure caso, E pace all’intrinseca incoerenza di chi professa amore e accettazione, ma apre le braccia agli altri solo quando l’altro è come lui, e a chi punisce un assassino macchiandosi dello stesso reato che sta unendo. Noi siamo uomini, più o meno evoluti, e come ci comportavamo duemila anni fa, così ci comportiamo ora: cambiano i mezzi, non scriviamo più i nostri pensieri incidendoli su una roccia, ma ticchettiamo sui tasti di una tastiera per far accendere e spegnere una scia di elettroni. Cosa c’è di strano se siamo uno diverso dall’altro? Adeguarci a comportamenti stereotipati denuncia solo pigrizia intellettuale, non indica la verità assoluta.  In conclusione, era ora che arrivasse un film normale su una coppia normale composta da due persone dello stesso sesso anche in Italia. Spero non resti un caso isolato: mi piacciono le storie d’amore. E anche se, per me, nessuna sarà mai all’altezza della dinamica raccontata da Orgoglio e Pregiudizio o da Molto rumore per nulla, continuerò a leggere romanzetti rosa di infima categoria e a vedermi commediole più o meno divertenti.
  • il lieto fine, atteso, accade con un pizzico di passione che manca, nel resto della storia, quasi come se nel cercare di veicolare il normale di cui sopra la regista si sia imbavagliata, ma la passione mi è suonata poco credibile perchè non supportata da precedenti accenni. Forse si poteva usare di più, proprio per farlo sembrare più normale.
  • Le attrici sono bravissime, ma questo lo si poteva immaginare già prima: si va sul collaudato che permette il gioco di relazione tra due persone di estrazione sociale diversa che si incontrano e si innamorano. Si ride anche, di battute non forzate e ben disposte. Non ci sono accenni però a come sia successo che le protagoniste si siano innamorate. Peccato, avrebbe potuto contribuire con una sfumatura importante al racconto. Eppure non deve essere stato facile per Federica, architetto divorziato e madre, innamorarsi di Marina, che invece si conosce bene e sa cosa vuole. La storia pregressa ci è negata: lo spettatore inizia ad entrare nella casa delle due nel momento in cui la convivenza dura da cinque anni e la solidità della relazione viene messa alla prova dal dubbio e dal ripensamento di Federica.
  • Quanto le incertezze di Federica che portano al tradimento siano colpa del condizionamento culturale e quanto invece derivino dalla fragilità del sentimento, non mi è ben chiaro. Sembra che tutto derivi dalla paura dell’accettare se stessi e dalla mancanza di coraggio nell’affrontare l’opinione e il giudizio altrui, ma le storie di tradimenti dell’amore supposto  vero mi lasciano sempre un po’ di amaro in bocca perchè mi chiedo quanto, con un po’ di onestà intellettuale, avrebbero potuto essere evitate. In questo caso è stato più amaro ancora perchè Federica non dice mai, quando si rende conto di avere sbagliato, che le dispiace di aver fatto soffrire Marina, la persona che ama, ma il suo dolore pare incentrato solo su se stessa e sulla difficoltà a trovare le risposte giuste. Mi è mancato qualcosa.
  • Ho adorato ogni singolo vestito scelto per Federica e gli oggetti di design italiano che puntinavano gli interni. Non so che dirvi: mi è sempre piaciuta, nei film e telefilm italiani, questa autoreferenzialità sulla nostra capacità di creare e scegliere il bello. Non faremo sempre e solo cose sbagliate, no? E, a proposito, niente visioni di lingerie di pizzo e malizia, ma pigiami meravigliosi: sono andata via dal cinema prima di aver letto di che marca fossero.

In conclusione, quando arriverà sui circuiti televisivi, lo riguarderò, probabilmente, perché per quanto non indimenticabile è una storia piacevole e coraggiosa.

In programma, invece, il prossimo film da cinema che vedrò sarà quello su Snoopy, tra un mese, giusto per saltare di palo in frasca, e ho deciso che aspetterò, invece, che qualcuno mi presti Inside Out. Le mie serate nelle prossime settimane saranno sempre di più occupate da corsi di cucina – con un’incursione attesissima nel mondo della panificazione – e da un paio di concerti di musica classica.

Peccato che i miei  giorni si sprechino tra inani fatiche: ho sempre di più la sensazione che dovrei prendere anche io una decisione coraggiosa, un po’ come la Federica del film, e trovarmi un nuovo quanto di energia in cui stare un po’ più comoda.

settembre 20, 2015

Il clima della domenica sera

Castello Padernello

Il clima della domenica sera è un misto di rassegnazione – per la fine del tempo solo mio -, di attesa – per le cose nuove che imparerò al corso di cucina, che mi sta procurando colossali sensi di inferiorità e infantile voglia di fare bene  -, e di fretta – per quello che ancora non ho completato, ma devo finire prima di andare a dormire…che so, stirare la divisa da cuoco fresca di bucato, vedere il dvd di Cenerentola che una bambina di sei anni mi ha prestato, sotto giuramento che entro sei giorni glielo avrei reso -. Mica può una bambina in piena fase principessa  stare più di una settimana senza Cenerentola…

Ricordo ancora la fase principesse della mia cugina piccola, anzi, piccolissima, dato che è nata quando  avevo 14 anni: è avvenuta nel periodo di uscita della Sirenetta e della Bella e La Bestia. Li guardava e riguardava e conosceva tutte le canzoni a memoria, ipnotizzata dalla coda, dal granchio, dalle teiere che fluttuavano nel ballo. E li guardavo anche io perchè probabilmente ero e sono ancora nella fase principesse e perchè non mi decido a rassegnarmi che non posso più andare a scuola, a settembre, e che non posso prendere ferie nel periodo in cui c’è lo Zecchino d’oro. E’ abbastanza idiota, a 43 anni, perdersi mezz’ora su you tube per riascoltarne le canzoncine.

Tutta colpa di un video che ho ricevuto in settimana, di un tizio (nudo?!) sullo sfondo dell’oceano delle Seychelles, che cantava a karaoke “Prendilo, prendilo quell’agnellino”. Il tizio lo conosco, il video mi ha fatto sbellicare, le parole me le sono studiate e adesso le canto ossessivamente anche io, vestita, con lo sfondo di una montagna pronta a virare d’autunno.

Il buio si è già mangiato le ore della mattina e della sera, ma le giornate sono ancora meravigliose: oggi passeggiatina fuori paese, mentre sabato sono andata a zonzo tra la campagna bresciana e quella cremonese. Dovevo consumare un pasto regalo di quella ladrata che sono gli smartbox e, nell’imbarazzo delle offerte scarse e poco convincenti delle mie zone, ho deciso di puntare a sud. Ho mangiato troppo in quantità e abbastanza bene in cibo, sotto una pergola nel centro di un paese deserto, fatto di poche case, tante casine e molta terra, immerso nel torpore quieto dei campi al cambio stagione. Poi dal silenzio sono stata risucchiata nel grande caos dell’Orio Center, più precisamente Apple Store, per una faccenda hardware, e mi sono stancata di più in quell’ora che in tutto il resto del girovagare.

Delle ore d’ufficio non dico: il pilota automatico lavora per me e mi chiama solo nei momenti di emergenza, quando c’è da dare un colpo alla cloche o da tirare giù il carrello prima di schiantarsi al suolo. Tra momenti di incavolatura o euforia altrui – io lì sto neutra e controllo la rotta a colpi di tabelle pivot – i giorni trascorrono dal lunedi al venerdi. E non è molta vita, ma è quella che al momento è la mia.

PS Per coloro che amano leggere, consiglio da domani di seguire lei:  http://www.michelafregona.it. Nella delusione di quello che per me è stata l’esperienza della Bottega di Narrazione, le persone belle che lì ho conosciuto hanno riempito la scarna lista dei pro. E lei è una bella persona, oltre che una scrittrice.

aprile 11, 2015

Papere indiane da marcia

Certe volte, ci si deve adattare. In fila indiana, uno dietro l’altro, senza chiedersi dove si stia andando e perchè, si prosegue il proprio cammino, a ritmi forzati. I giorni passano, le ore lavorative si susseguono apparentemente diverse, ma tutte identiche adesso che so quali fili tirare, quelle di studio (stiamo parlando – ricordo, di pasticceria e, nel breve, di sfoglia e lievitati ,o, meno di frequente, di disegni a matita) capitano intensissime e divertenti, quelle libere alternano momenti vorticosi da liste di cose da fare a attimi di inerzia apatica.

Cinque giorni liberi, sotto Pasqua, come manna dal cielo, tre giorni lavorativi intensi e poi di nuovo un fine settimana tranquillo e di sole, prima di riaggregarmi al pulmino delle papere marcianti. Ho fatto in tempo a vedere La famiglia Belier – una bella risata – e tentare di guardare American Hustle (perchè guardare un film su inciuci statunitensi fine anni settanta quando ce ne sono tantissimi qui e freschi di giornata?) e un altro paio di robe così inutili che me ne sono già dimenticata il titolo. Sono riuscita a camminare un po’, a farmi una bella chiacchierata con un’amica che vedo poco, una con un amico che vedo altrettanto poco, a lavare chilate di roba, a giocare con piantine e semine da orto in terrazzo – quest’anno direttamente in cassetta, al posto dei gerani -, a leggere un paio di libri piacevoli, tra cui Amore, cucina e curry, a scrivere email ad amici che vedo poco – ah, Madrid, come mi manca, adesso – , a pulire qua e là e a recuperare il sonno perduto.

Sono quasi pronta a rimettermi in marcia, dietro le papere indiane. Prima però devo riparare un errore “gravissimo” dell’hd del mio mac. Oppure diventare neo luddista, e ricominciare ad usare carta, penna, calcolatrice ( e ipad).

febbraio 21, 2015

Grand Budapest Hotel e frolle montate

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Infornare a casa una torta, faccenda di mezz’ora, non avra’ piu’ lo stesso significato, dopo aver visto quante chilate di impasto si possono produrre in un laboratorio attrezzato. Le teglie entrano ed escono dal grande forno ventilato che ruota: frollini, pan di spagna, plum cake appaiono e scompaiono davanti al vetro del portello. Le planetarie girano, il cioccolato cola, le creme si addensano. Preparo margarina vegetale e recupero fecola scaduta per fare esercizi con la sac à poche nel fine settimana. É un corso nato per imparare qualcosa e sfruttare un’occasione di prossimita’, ma il gioco puo’ anche farsi serio e allora tanto vale prenderlo sul serio. Dieci ore al giorno tra magazzini da tenere sotto controllo, sussidiarie rumene dalla produzione inceppata, mercati cinesi blindati, progetti che si svelano, nervosismi, pacche sulle spalle da dare e scansafatiche da riportare sulla via della cooperazione, e parrucche viola di carnevale indossate per ridere un po’ e ricordarsi che é meglio non perdere mai di vista quel che é davvero importante nella vita: viverla, senza tradire se stessi.

Il venerdi sera arriva, dopo essersi fatto aspettare a lungo, e con esso una cena tranquilla, la distensione dei muscoli e un lungo sonno senza sogni in cui si impastano ricordi e recriminazioni, finalmente. E tra la sera del venerdi e questa mattina di sabato, Grand Budapest Hotel in attesa delle statuette: era ora, un ottimo film, che fa sorridere e immaginare.

Buon fine settimana: io faro’ cose che mi rilassano, oltre alle prove con la sac à  poche. Ho da riordinare pezzetti di casa – riporto l’ordine fuori nella speranza che se ne faccia un po’ anche dentro di me -, da studiacchiare reazioni chimiche tra farina, uova, burro e zucchero, da leggere un Christopher Morley e da fare quattro passi.

Il tempo é brutto, ma sento odore di primavera in arrivo.

gennaio 26, 2015

Elenco frettoloso

In questi giorni ho:

  1. lavorato troppo; non troppissimo, però troppo sì, che va e fa male;
  2. cucinato poco, ma soprattutto verdure, che va e fa bene;
  3. ricominciato col decluttering sospeso un paio di anni fa; che va benissimo dato che da ieri in poi non dovrò più fare il cambio stagione negli armadi perchè è tutto raggiungibile senza scale; che va bene ma fa male perchè ho ancora le ossa peste dopo due giorni di sfacchinate;
  4. visto due film: La teoria del tutto, al cinema, che mi ha lasciato perplessa perchè, a parte la testimonianza di una vita da genio nonostante la malattia, mi sembrava fosse un po’ senza sugo, alla fine, ed Educazione Siberiana, a casa mia, che, nonostante la testimonianza di una vita oltre il confine della delinquenza, mi ha lasciato ammirata, alla fine, perchè mi sembra abbia detto molte altre cose;
  5. ascoltato la prima, la seconda e la quinta sinfonia di Beethoven, come studio/ripasso, perchè giovedi sera sarò qui;
  6. prenotato un’andata e ritorno ad Atene nella seconda metà di giugno perchè mi prudevano le dita dalla voglia; ai tempi che furono, più di vent’anni fa, per sette o otto estati c’era stato un agosto ellenico in camper, puntuale come l’estate. Ma, appunto, sono tempi che furono. Adesso ci sarà solo una settimana,  a ranghi ridotti se non nei ricordi, per una visita tra ricordo, nostalgia e voglia di farsi un bagno di cultura e di mare come si deve.

Basta, mi pare, più o meno. L’andazzo della settimana entrante mostra evidenti similitudini con quella uscita, purtroppo.