Posts tagged ‘cammino santiago’

febbraio 27, 2014

Per quelli che approdano qui cercando informazioni sul Cammino di Santiago

Arrivate qui cercando informazioni sul Cammino di Santiago: siete tanti. Leggete soprattutto la lista del mio zaino. Spero vi sia utile. Mi piacerebbe saperlo, ma non lasciate mai un commento o una proposta o una critica. Peccato: la vostra esperienza potrebbe servire ad altri. Io vi penso: è questo il tempo  in cui si programma il Cammino per la bella stagione e, come ogni anno, le visite ai miei post a tema salgono. Vorrei poterlo camminare anche io. Ho ancora voglia di ripercorrerlo a piedi anche se adesso non posso. Non so se potrò farlo mai più.

Spesso però lo ripercorro nella mente: capita, come in questo caso,  quando incontro frasi di libro moderno che ridicono cose antiche, e che descrivono quello che io stessa provai. Sono di una donna che ama scrivere storie: la leggo da molti anni e anche grazie a lei ho trovato la strada per una lingua affascinante.

Le incollo qui, non tradotte, per me stessa, perchè questo è diventato per me un luogo in cui fissare avvenimenti e sensazioni. Li rileggerò, quando i ricordi si perderanno nell’oblio e avranno bisogno di frecce gialle per dare loro una strada.

“…En algunos trechos la ruta era un sendero de mulas, en otros, sólo un delgado rastro culebreando en la naturaleza. Una transformación inesperada se operó en los cuatro falsos peregrinos. La paz y el silencio los obligó a escuchar, mirar los árboles y las montañas con otros ojos, abrir el corazón a la experiencia única de pisar sobre las huellas de millares de viajeros que habían hecho ese camino durante nueve siglos. Unos frailes les enseñaron a guiarse por las estrellas, como hacían los viajeros en la Edad Media, y por las piedras y mojones marcados con el sello de Santiago, una concha de vieira, dejados por caminantes anteriores.
En algunas partes encontraron frases talladas en trozos de madera o escritas en  desteñidos trozos de pergamino, mensajes de esperanza y deseos de buena suerte. Aquel viaje a la tumba del apóstol se convirtió en una exploración de la propia alma. Iban en silencio, doloridos y cansados, pero contentos. Perdieron el miedo inicial y pronto se les olvidó que huían. Escucharon lobos por la noche y esperaban ver bandoleros en cualquier recodo del camino, pero avanzaban confiados, como si una fuerza superior los protegieria…”

Isabel Allende – El Zorro Comienza la leyenda

gennaio 29, 2014

Condropatia, obesità, capricci e piccole disperazioni acquatiche

Ieri ho chiesto aiuto. E’ una cosa che detesto fare. La evito il più possibile con gli estranei. Sovrabbondo con chi mi ha cresciuto, per compensazione. Anche l’anno scorso in questo periodo ho chiesto aiuto, per lo stesso motivo e con la stessa frustrazione.

Ero andata in un centro riabilitativo superspecializzato, dopo un anno e mezzo di zoppia, dicendo che non ce la facevo più dal male, che l’ortopedico non prendeva nemmeno in considerazione l’idea di operarmi, che dovevo dimagrire e rafforzare il vasto mediale. Mi hanno detto: “vieni, sei nel posto giusto, ti aiutiamo noi”. Ho fatto tutto quello che dovevo fare, tranne dimagrire. Se sei grasso la prima cosa che ti dicono, anche se hai un raffreddore, è che devi dimagrire: tutte le altre possibili ipotesi arrivano solo molti mesi e molti soldi dopo. Ho speso in pochi mesi molti soldi, più di 3.000 euro: sedute a giorni alterni, a scapito delle mie ore di ferie, visite superspecialistiche e inutili, infiltrazioni, plantari, tecar, laser, taping, massaggi, teorie di esercizi alle macchine, stretching. La terra dei tentativi. Ho risolto molto poco: il dolore non è diminuito, il portafoglio si è svuotato, la mia pazienza si è esaurita. Sono quasi nella stessa situazione in cui ero l’anno precedente, dopo la fisioterapia alla ASL, dopo un intervento che forse non avrebbero dovuto farmi. Chissà. Non sono ancora riuscita ad avere un parere obiettivo: la medicina si muove per ipotesi e soggettività. E io non sono più un buon paziente: sono grassa e pretendo risposte scientifiche supportate da prove da chi fa un lavoro scientifico altrimenti non ci credo. Eppure da ognuno ricevo risposte diverse con un’unica costante: dimagrire. L’unico che non me lo ha detto era un fisioterapista sovrappeso. Mi ha detto: “c’entra, ma non è l’unica cosa, viene anche a chi è magro”. Dopo tre anni forse non sono nemmeno più un paziente. Sono così e basta: zoppico. Ogni esercizio che prevede la posizione eretta per me è un supplizio. “Ditele di tornare da me a settembre se non risolve”, ha detto l’ortopedico a giugno ai fisioterapisti perplessi dopo cinque mesi di tentativi vani. Non mi ha ancora visto. E non mi hanno più visto quelli del centro, dopo le vacanze estive, anche se avevo altre viste superspecialistiche da fare. Sono stufa  di tentativi e di buttare i soldi.

Non prendo farmaci, sono troppo giovane. Un farmaco tira l’altro e l’asticella si alza: se inizio e magari vivo ancora per qualche lustro dove posso arrivare ad ogni livello di assuefazione raggiunto? Ogni tanto mi metto un cerottone lenitivo, mi sono comprata un apparecchietto per la tens e l’elettrostimolazione e lo uso con continuità, integro con condroitina e glucosammina a cicli di due mesi. A volte ingollo un flaconcino di Zeel T, tanto per non trascurare neppure l’omeopatia. Ho letto tutto quello che ho potuto sulla condropatia: dicono che l’ho mediale e rotulea. Dicono che sospettano sia più seria di quanto appaia nelle risonanze. Meglio però non entrare per andare a vedere da vicino: potrebbe peggiorare la cosa. Certa gente ce l’ha ed è asintomatica. Certi altri ne soffrono e si cambia loro la vita fino a quando non ricevono in regalo una protesi. Leggo i forum a tema in modo ossessivo e periodico. Qualcuno risolve, la maggior parte no. Viene a tutte le età, con lo sviluppo passa, oltre lo sviluppo degenera in artrosi. Interventi e infiltrazioni sono tentativi e palliativi. A volte funzionano, spesso no. Forse le superstaminali da cui ci si aspetta più miracoli che da tutti gli  dei dell’olimpo risolveranno la situazione.

Anzi, volendo, una mezza cura con i fattori di crescita ci sarebbe già, la fanno i calciatori: a ginocchio aperto in sala operatoria, o forse in regime ambulatoriale a ginocchio chiuso, o forse ancora su un lettino di studio medico in pochi minuti. Vai a sapere cosa ti buttano dentro: certi parlano di prelievi da punti del tuo corpo, certi di sangue trattato in un determinato modo per qualche tempo, a certi basta una centrifugatina del tuo sangue e in poco tempo eccola qui la speranza. I costi, non mutuabili, sono nell’ordine dei 1.000 euro ad iniezione, metodo più o meno lungo. Per certi ortopedici puoi scendere giù dal lettino subito, per altri si deve tenere il ginocchio in scarico per un certo periodo. Ma stanno parlando della stessa cosa? Boh. Non lo capisco io. Certi sventolano il bisturi con gli occhi che luccicano, aprono e trasferiscono cartilagine da un luogo all’altro. Conosco uno, bello grosso e grasso, direi, a cui l’ortopedico ha proposto la cosa. Ha accettato dopo sei mesi di stampelle e dolori. Si è fatto cinque mesi di divano, ma adesso dice che non ha nessun dolore nel punto in cui l’aveva prima. L’ha in un altro luogo , ma è meno fastidioso. “Ma non ti hanno detto che sei grasso e prima dell’intervento dovevi dimagrire?”, ho chiesto un po’ invidiosa? “Mi hanno detto che sono grasso, ma l’intervento me lo hanno fatto lo stesso.” Io cinque mesi di divano non ho voglia di farli. Non ho nemmeno un ortopedico interventista direi, sempre che abbia ancora un ortopedico. Li cambio con più frequenza del parrucchiere. Ho considerato la cosa con gli altri punti del mio corpo: ne abbiamo parlato tutti insieme e abbiamo deciso che non abbiamo voglia di creare buchi e dolore là dove non esistono per provare a risolverne altri. Siamo fifoni, gli altri punti del mio corpo ed io.

E allora ieri ho chiesto aiuto perché il vasto mediale tutto sommato se la cava bene, ma sto ingrassando ad un ritmo di otto chili all’anno e ne sono passati tre, fatevi i conti, e già la situazione non era proprio snella prima. Il problema è che mi stanco con niente, adesso che non faccio più niente: faccio le scale e rantolo. Non mi piego più sulle ginocchia se non in piscina perché il cervello mi blocca: attenta, fa male! Non puoi! Non correrei nemmeno se fosse una questione di vita o di morte: catene d’acciaio mi tengono inchiodata al terreno e faccio passettini da anziana, cauti e lentissimi, quando il terreno ha qualche discontinuità. Ahi! Ahi! Sono, fisicamente, uno straccio, direi con tutta l’obiettività possibile. E ho frequenti cali d’umore e picchi di nervosismo: mi ero abituata a stare bene con me stessa, quando facevo tanto sport. Ma devo rassegnarmi per davvero?

Più di metà dei visitatori di questo blog arriva qui per leggere la mia lista dello zaino da portarsi sul Cammino di Santiago e altri post a tema: ogni giorno vedo le statistiche e sospiro. Andranno dove vorrei tornare, dove sono stata, quando stavo bene.

E così ieri ho chiesto aiuto, scrivevo parecchie righe fa. Sono andata in piscina, mi sono fatta avvolgere dalla nuvola calda e dall’odore di cloro, ho parlato con un istruttore con cui facevo corsi ai tempi in cui macinavo vasche su vasche senza nemmeno ansimare e gli ho detto che sono in un baratro più fondo del baratro in cui stavo l’anno scorso. Forse in acqua, posto in cui sto bene, potrei trovare la risposta che sto cercando da tre anni, ma posso unirmi ai corsi iniziati da mesi senza rallentare troppo il lavoro degli altri? Mi metto in un angolo e dove arrivo, arrivo? No, niente più gambe a rana però il resto sì, posso provarlo. No, niente esercizi in acqua bassa, però in quella alta sì, posso provare. “Mi aiuti?”, ho chiesto. Mi aiuti ad aiutarmi, ho chiesto in realtà. “Vieni, ti aspetto. Vedi come va. Eri una tosta, tu”. Mi ha detto. “Mai mollare”, ha aggiunto chiamandomi per nome. “Non sono più tosta e ho già mollato.”, gli ho risposto. “Però ci vediamo giovedì”. E così provo a ripartire, di nuovo. Gli orari sono serali e non dovrò scendere a compromessi al lavoro; da qui a maggio prevedo una spesa di 300 euro al massimo, ma proprio al massimo, pari al 10% di quella dell’anno scorso. Il nuoto è uno sport più democratico. Mal che vada, se non avrò la forza di volontà per ricominciare, se sarà inutile e non migliorerà la situazione, per qualche sera mi infilerò a letto pulitissima e profumata di cloro.

Ieri le vasche erano affollate, ma il mio corpo ha riconosciuto l’acqua, la mia mano si è allungata a prenderla, bracciata dopo bracciata, perché si ricorda che nuotare è come scalare una montagna: non si deve scivolare. Ci si arrampica da un muretto all’altro. E se in un’ora ho fatto venti vasche – e poi ho fatto finta di fare esercizi di fisioterapia – perché non ho trovato l’impulso per continuare quando tre anni fa ne facevo cento e poi andavo avanti per altre cento fino a quando mi si squamavano le dita forse è solo una questione di ricominciare da capo.  Forse.

luglio 28, 2013

Iati

Nella pozza di caldo umido che tutto avvolge e schiaccia sotto il suo peso, trascorro i giorni che mi separano dalle parentesi dei fine settimana con la coscienza regolata al minimo e gli automatismi di chi, da anni, esegue lo stesso lavoro. L’aria fina del mattino in ufficio si fa via via sempre più greve e dolciastra col passare delle ore e diventa densa nel pomeriggio, non rischiarata da sbuffi di condizionatori nè da tregue alla canicola. Pochi giorni alla chiusura agostana e tutti si affrettano a terminare i lavori in sospeso; certi se ne inventano altri e le urgenze si susseguono fino a toccare il livello di innesco di esplosioni di ira incontrollata fomentata da stanchezza.

Poi arriva il venerdi: l’auto rovente mi accoglie e mi trasporta verso l’evasione. Ancora Verona, questa volta, per La bisbetica domata, recitata in lingua originale,  dei “Propeller“, un gruppo di attori inglesi, tutto al maschile, che accende il palco di dinamismo, musica e parole. Non soffiava nemmeno un alito di vento tra le pietre del Teatro Romano e il monologo finale di Caterina era quello che nessuna donna dovrebbe mai più pronunciare. Ma è tutta una commedia, così come chiosano le battute finali mentre scrosciano gli applausi e la cavea torna alla pace della notte. E poi è fil, Il Cammino di Santiago, con Martin Sheen ed Emilio Estevez, che riesce solo per brevi attimi a ricreare le emozioni intense che si provano lungo la via ma è sufficiente a farmi piangere di nostalgia, per quel luogo, per la mia vita di prima senza assenza, per la gratitudine verso i giorni che mi hanno aiutato a pensare, un passo dietro l’altro sotto il sole, e a sciogliere i nodi. Poi ancora un lungo sonno pomeridiano, appiccicoso e buio, e una passeggiata in compagnia, lungo una via ciclabile a lungo lago finalmente ritornata percorribile dopo anni di chiusura.

Oggi sarà studio, faccende domestiche, una pizza e una crostata infornate verso sera e una domenica lunga, di piena estate, per prendere fiato, prima di immergermi in cinque giorni  di apnea. Buona giornata a tutti.

luglio 9, 2013

Buen Camino

A tutti coloro che giungono qui ogni giorno – e sono tanti – per leggere i miei post sul Cammino di Santiago auguro un Buen Camino e confesso l’invidia per la scelta di fare questa esperienza ma mi sento anche di affermare che agosto è il mese peggiore da scegliere: se potete permettervi di scegliere rimandate a stagioni più miti perchè in piena estate c’è troppo caldo, troppa ressa, ma soprattutto si rischia di correre e di non capire quale sollievo sia il potersi permettere di andare piano anche solo per qualche giorno.

Sarò felice se  quanto  scrissi potrà essere loro utile, non perdo le speranze di tornare ma, se non potrò mai più camminarlo, magari farò l’hospitalera, per un paio di settimane. Forse. Prima o poi.

Un passo dopo l’altro, senza fretta, spalle al sole e viso verso l’ovest, zaino leggero leggero, tanta acqua, testa coperta, mente e cuore aperti: non serve molto altro.

Dai finestrini dell’aereo, la prossima settimana, guarderò giù verso i campi riarsi, i paesini raggruppati intorno ai campanili, le pale dei mulini eolici bianche sulle cime delle colline, vi immaginerò e penserò a cosa è stato per me percorrerlo e a quanto, dopo  quattro anni, ancora riecheggia dentro di me di quell’esperienza.

Sarò di nuovo a Madrid, per un pugno di ore, sarò molto vicino eppure molto lontano da voi. Buen Camino.

dicembre 18, 2012

Quasiminimalismo 2012: non cadere in tentazione. E smettila di sogghignare.

Il post più letto di questo blog è quello in cui ho elencato il contenuto del mio zaino per il Cammino di Santiago.

Quello zaino era il risultato di giorni e giorni di selezione, fino alla nausea, mia e di quelli che mi stavano intorno perché, quando ho un problema, di solito ammorbo e comunico le varie fasi di elaborazione delle soluzioni mentre le escogito. Quello zaino ha rappresentato, più di ogni altra cosa, il momento in cui ho cominciato a capire quale è il costo reale degli oggetti: non solo bisogna tenere in considerazione il prezzo d’acquisto ma anche i successivi costi di gestione, in termini di tempo, peso, ingombro, accumulo, lavoro.

Da quella prima, radicale esperienza, affinata ogni volta che ripartivo per percorrere un altro tratto del Cammino, ne sono nate altre: sono arrivati i tentativi e gli esperimenti di razionalizzare il contenuto di borse e valigie, come quelli che descritto qui,  e che sono culminati a gennaio di quest’anno, quando sono partita con una borsa a tracolla di dimensioni minime per una vacanza  di quindici giorni in Messico,  nella quale non mi è mancato nulla e ho trovato pure il posto per gli animaletti di legno, la vaniglia e il cioccolato che ho comprato nel viaggio.

Mi sono sentita libera: questi tentativi sono ormai diventati una prassi consolidata.

Lo zaino è stato solo l’inizio: contemporaneamente ho proseguito lungo questa strada, pulendo i cassetti, le stanze, eliminando molte cose che nel tempo si erano accumulate e che non mi servivano più. Ne ho vendute molte – in modo particolare più di mille libri – ne ho regalate altrettante. Dove volevo il ricordo ho digitalizzato, ho conservato tanto ma ho liberato altrettanto spazio.

Spesso su questo blog descrivo quello che sto facendo o ho fatto e, se siete interessati, potrete leggerne seguendo i tag minimalismo e downshifting sotto i quali li ho raccolti, come questo, o questo o questo ancora. Di lavoro da fare ne ho ancora molto ma non ho fretta  e so che continuerò, per piccole approssimazioni.

In questi giorni, per esempio, sto rivedendo di nuovo la mia biblioteca con l’obiettivo di identificare altri libri da vendere,  che inserirò in questa pagina,  e sto digitalizzando un immane archivio fotografico. So dove voglio arrivare, a mio modo, con i tempi che sono giusti per me, conciliando le mie passioni e le mie esigenze fisiche e intellettuali, e mi sto impegnando per questo. So quanto spendo e come lo spendo, ho un piano di risparmio a cui mi attengo. Quando mi dicono che sono fortunata perchè posso permetterlo rispondo che si, moltissima è fortuna ma molto deriva anche da una programmazione precedente, da scelte precise e da molti anni di impegno. Io non ho le risposte per gli altri ma ho quelle giuste per me. Il bilancio del mio quasiminimalismo del 2012 lo considero positivo.

Ogni tanto perdo la bussola, di solito davanti a qualche oggetto che mi piace e a cui non resisto ma, in generale, mi assolvo e mi dico che sto andando bene, anche se, molto spesso, la gente non capisce di cosa stia parlando e ride, credendo che io stia scherzando quando racconto che ho un piano B e intendo realizzarlo.

Poi ci sono giorni come quello di ieri in cui mi dico che sto andando benissimo, non bene.

In questi mesi di trasferte in Spagna, della durata di tre o quattro giorni l’una, ho sempre viaggiato con il solo bagaglio a mano, anche se avevo la possibilità già pagata di imbarcare una valigia. Ho ceduto una volta sola, avrei potuto fare a meno. Quando porto con me due paia di pantaloni, una o due paia di scarpe, tre magliette in estate, due maglioni e una camicia in inverno, un astuccio con robine varie, un beauty case poco più grande dell’astuccio con le solite cose, un libro o l’ipad, il portafoglio, i fazzoletti di carta o di tessuto, due cambi di biancheria, l’iphone, il computer portatile aziendale – niente carta: io scannerizzo tutto e ho copie sui dischi di rete, sul disco locale e su una chiavetta usb per ogni possibile evenienza – con cavi e mouse…dopo aver messo tutto questo ecco a me non viene in mente proprio niente altro che non sia disponibile in albergo e che mi debba portare da casa. Anzi, spesso ho cose che non uso e mi avanza spazio per quello che porto a casa, da far assaggiare. Ho dovuto chiedere asilo nella valigia degli altri per un evento non pianificato – un regalo di certe dimensioni: mi ha dato molto fastidio.

I colleghi continuano a chiedermi perché non imbarco il bagaglio e giro in aeroporto in attesa del volo con il trolley al traino, si lamentano perché le cappelliere sono sempre piene e non trovano il posto per mettere il cappotto e la borsetta, si stupiscono quando dalla mia valigetta esce il cucchiaio di plastica se si mangia uno yogurt o le bustine del tè e loro non ci hanno pensato, ridono quando racconto delle mie miniaturizzazioni che mi rendono autosufficiente. Li capisco ma proseguo imperterrita. Capisco molto di meno quando devo aspettarli mentre fanno le file ai check-in o attendono davanti ai nastri di consegna bagagli. Rido molto di meno perché mi sveglio alle quattro della mattina per questi viaggi e un’ora abbondante la si perde in queste cose che si potrebbero quasi sempre evitare, per una trasferta di tre giorni, tranne quando si deve trasportare materiale necessario per il progetto. Ieri non ho riso, perché non è nemmeno un po’ educato, ma ho rischiato di farlo quando una valigia, non mia, è spuntata per miracolo ma solo dopo due ore di ricerca, e un’altra, non mia, la stiamo ancora aspettando. Conteneva molte cose inutili e costose, portate così, senza vera necessità, e altre, costose e necessarie, che non avrebbero dovuto viaggiare in stiva ma in cabina e che ora non si sa se saranno ritrovate.

Cosa ci spinge a circondarci di oggetti? Ci definiscono perchè li possediamo? Siamo quello che abbiamo comprato? E’ così difficile fermarsi a riflettere e trovare il discrimine tra l’impulso e il buon senso?

La strada per me è tracciata. Il 2013 proseguirà, affrontando gli altri punti della mia lista. Il tempo di attesa per il mio piano B, intanto, si sta pian piano accorciando; quello di pattylafiacca invece è finito: in bocca al lupo per il nuovo inizio.

ottobre 18, 2012

Esoterismo sul Cammino di Santiago

Nei giorni in cui sono in Spagna per lavoro, i colleghi con cui collaboro – ospiti eccelsi – si stanno prendendo cura della mia educazione eno-gastronomica: è un’ottima occasione per sperimentare, confrontare ed imparare. Carne, pesce, riso, prosciutto, frutta, verdura e vino, ottimo vino, mi stanno svelando i loro misteri.

Sono sempre più convinta che gli spagnoli abbiano una mutazione genetica che permette loro di dormire cinque ore per notte e di essere vispi come grilli per tutto il resto del tempo: io salgo e scendo dagli aerei, lavoro, tento di parlare la lingua, faccio, brigo, disfo, e la sera, quando sarei pronta a rintanarmi sotto le lenzuola, è il bello che iniziano la festa. Si cena dalle 21.00 in poi; a richiesta – a farcela – si potrebbe anche sperimentare i dopocena. Di solito raggiungo strisciando le coltri verso mezzanotte, sfinita,con la pancia piena di cose buonissime.

Il lavoro è molto ma interessante, il dopolavoro alquanto istruttivo. Me la sto godendo, insomma.

La settimana scorsa, in una pausa tra un antipasto a base di jamòn – meriterebbe un post il prosciutto spagnolo – e uno di gamberi alla piastra, ho intravisto, al di là del vetro del bicchiere pieno di vino bianco galiziano deliziosamente freddo, un articolo incorniciato e appeso ad una parete del ristorante. Nonostante i fumi dell’alcol, mi è sembrato di leggere “Camino de Santiago”: dopo aver biascicato un “conpermesso”, mi sono avvicinata.

Era un vecchio ritaglio di giornale, ingiallito dalla luce nonostante la protezione del vetro, che spiegava le origini del gioco dell’Oca, sostenendo la tesi che le caselle altro non siano che le tappe del percorso. Sembra ci sia un legame tra questa struttura, i Templari (i Templari sono come il prezzemolo: li infilano ovunque) e il significato simbolico delle oche.

La serata è terminata in chupitos e io mi sono dimenticata di approfondire fino a oggi, quando ho riletto un appunto disperso tra le note che mi ero presa – i nomi delle cantine, per l’esattezza – e ho cominciato a cercare notizie su internet.

Certo, fossi passata ai tempi per la piazza del gioco dell’oca a Logrono, invece di trasferirmi direttamente dopo una tappa estenuante dal Cammino alla doccia della palestra e dalla palestra al materasso buttato per terra sotto il canestro, magari il nesso non mi sarebbe sfuggito ma, come si dice, non è mai troppo tardi, neppure per tuffarsi tra misteri esoterici dei pellegrini.

ottobre 1, 2012

Incontri e madeleines

Vicenza era umida di pioggia e perfetta nelle geometrie mentre ne percorrevo le vie centrali con la comoda tranquillità di una passeggiata del sabato.

Oggi esco a fare due passi, sembrava mi stessi dicendo la mattina, mentre paragonavo alla giornata che stava iniziando i viaggi delle ultime settimane e quelli che mi aspettano a breve e decidevo cosa indossare. Portafoglio in una tasca, cellulare, fazzoletto e chiavi dell’auto dall’altra, un ombrellino rosso tra le mani: avevo voglia di semplicità. Mentre guidavo mi sono ricordata di questo suo post e mi è venuto da ridere e ho pensato che, anche solo per un aspetto, non avrei corso il rischio che pattylafiacca mi guardasse e mi dicesse: “Tu menti!”.

Il mio terzo incontro tra bloggers è iniziato in Piazza dei Signori sotto uno scroscio ed è proseguito all’asciutto in un fiume di chiacchiere che scorreva naturale, curioso, privo di forzature e con la voglia di scoprirsi e di riconciliare l’immagine che ci si fa di una persona attraverso quello che scrive di se’ con quanto si percepisce dal vedersela di fronte e ascoltarne la voce. Prima la sostanza e poi l’apparenza.

Avremmo potuto proseguire per ore, credo, a scambiarci pezzi delle nostre esistenze ma ci siamo fermate all’inizio del pomeriggio con l’intenzione di riprendere, da dove ci siamo interrotte, la prossima primavera.

Pochi passi sul Corso Palladio ed ecco il Teatro, piccolo e perfetto, che cambia viso e umore in un gioco di suoni e luci e le raccolte gallerie di Palazzo Leoni Montanari e poi a casa, nella serata autunnale, a vedere un film, “Il ragazzo con la bicicletta”, che fa da contrappunto a certe discussioni della giornata appena trascorsa, sulla fatica di crescere e sul sollievo, una volta diventati grandi, di sapere che ce l’abbiamo fatta.

La domenica trascorre sonnacchiosa, con una passeggiata lungo il fiume in un pomeriggio avvolto da sole, parentesi tra il grigio di questo periodo, che illumina il verde che si sta facendo rosso, giallo, marrone, e un esperimento di cucina, una recherche della Parigi appena lasciata e una lontano eco delle conchiglie del Cammino di Santiago. Una breve pausa tranquilla, prima di riprendere il viaggio.