Archive for ‘I fatti miei’

luglio 25, 2017

Non lo so

Non lo so, come intitolare questo post. Molto è cambiato, nello spazio di poche settimane. Dalle mie giornate, da quello che mi accade ricavo sensazioni e pensieri, ma non sono pronta a dare loro una forma scritta. Non mi piace l’incertezza e ci sono piombata in mezzo. Faccio piani a breve termine e mi organizzo il tempo in orizzonti settimanali. Non vado oltre: le condizioni al contorno mutano e non le posso più controllare. Se guardo più in là vedo il grigio e mi spavento e mi chiedo come farò e come sarà e mi agito e allora smetto. Mi fermo e riduco i confini a quello che è a fuoco.

Non c’è niente di grave adesso: è iniziato un periodo difficile in cui bisogna resistere e sperare. Il primo passo è andato per il meglio, il secondo anche. I primi passi sono la cosa più importante di un cammino, anche solo per il coraggio che serve per partire. Gli altri che seguiranno li valuteremo tra qualche mese quando le foglie si staccheranno dagli alberi e sarà tornato il fresco. Fuori dai confini della mia casa c’è un’altra persona che lotta ogni giorno contro quanto non si può controllare, ma solo affrontare. La penso spesso e la ammiro e aspetto, con lei, il prossimo momento di quiete.

Potrei scriverne, senza smettere, per ore, ma è tutto ancora troppo confuso e i flussi di coscienza mi sono sempre sembrati molto noiosi, come i racconti dei sogni altrui.

Non mi piacciono i blog appesi nelle pause, l’ho scritto spesso: tornerà o è un incompiuto? Non sono domande che voglio che un mio lettore per caso formuli. Forse questo sarà l’ultimo post. Per un po’ o per sempre. Tornerò qui o in un posto nuovo, se alla fine del po’ deciderò che questo non ci sarà più. Non lo so, adesso.  Va bene lo stesso, non sapere. Andare più piano non significa non arrivare mai. Anzi, magari c’è più tempo per godersi il panorama.

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giugno 1, 2017

E questo è quanto

Ci eravamo lasciati – dopo la parentesi delle foto di un viaggio in Italia, con mio padre e in camper alla scoperta della Reggia di Caserta e di Paestum, e di un’incursione aerea con R. in quel di Praga, che da tanto volevo visitare –  con un post in cui vi spiegavo che no, il blog non era ancora chiuso, ma languiva perché mi ero imbarcata in un’altra impresa delle mie, che mi stava assorbendo quel poco di tempo libero che ho.

L’impresa in questione, ridicola, visionaria e del tutto fuori dalla mia portata, è stata concepita a febbraio, dopo un paio di settimane di ripresa del nuoto. Chi mi legge da un po’ sa che ho un ginocchio fuori uso con cui non sono ancora arrivata all’armistizio e che, puntualmente, sfido in battaglia. Stavolta la faccenda è iniziata davanti ad un cartellone che compare periodicamente in molte piscina d’Italia e che da tempo aveva allungato la lista delle cose che vorrei fare prima di morire.

Dato che avevo bisogno di una motivazione fortissima per non mollare il nuoto o qualunque altra forma di pseudo movimento io riesca a fare, questa volta, contro ogni logica, ho deciso che era quella buona. Mi sono perciò iscritta, con la massima serietà e l’assoluta certezza dell’inadeguatezza, ad un corso FIN per diventare Assistente Bagnanti.

Due sere a settimana ci sono stati allenamenti per i quali non ero pronta e che mi lasciavano sfinita. Altre quattro volte a settimana entravo in acqua per conto mio, per ricostruire il fiato, imparare ad ignorare il dolore al ginocchio, combattere per far coesistere  un corpo da otaria con un sogno da delfino. Certe volte nuotavo malissimo, scoraggiata. Certe altre uscivo stanchissima, ma carica. E sempre, sempre, lenta, ma così lenta che anche il cronometro, dal chiodo in cui è appeso, rideva guardandomi soffrire. Il giorno in cui sono riuscita a fare una vasca in apnea gli incubi notturni, in cui la certezza che non ce l’avrei mai fatta mi perseguitava, sono terminati e hanno lasciato posto ad una lucida determinazione: se non quest’anno, il prossimo, mi sono detta.

Ho fatto del mio meglio, combattendo contro bronchite e disperazione per cause terze, e alla fine della settimana scorsa, ho ricevuto il mio brevetto. Non è nelle mie intenzioni lavorare come AB: vorrei però proseguire con il corso per ottenere le qualifiche di Istruttore. Prima o poi. Il giorno dell’esame pratico e teorico, che tanto avevo paventato, ero reduce da una settimana di quelle che nessuno vorrebbe mai trascorrere e l’ho fatto come se fossi fuori di me, a guardare un’altra persona rantolare nuotando.

La prossima settimana inizierò con mio padre un altro viaggio, tra operazioni chirurgiche, reparti oncologici, lente riabilitazioni e molta speranza: non sarà splendido come quello che abbiamo condiviso qualche settimana fa, ma, alla fine, ne sono sicura, torneremo insieme all’acqua. Al mare.

maggio 13, 2017

Praga – 11-14 maggio 2017



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maggio 13, 2017

Viaggio in Italia – 22-30 aprile 2017

Arezzo


Orvieto


Montecassino


Paestum


Caserta


Fano

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aprile 17, 2017

Brevissimo

Per quelli che si chiedono dove io sia finita, che da febbraio mi aspettano per un caffè o una cena, che passano da qui e non leggono da tempo niente di nuovo: questo post brevissimo è per voi, per salutarvi, farvi in ritardo gli auguri di Pasqua, farvi sapere che sono viva e vegeta e che latito solo perché me ne sono inventata un’altra delle mie.

Questa nuova occupazione, mirata ad un obiettivo a breve termine così al di sopra delle mie possibilità fisiche che il mio tentativo è ridicolo e risibile per prima cosa ai miei stessi occhi, mi tiene impegnata dalle due alle tre ore, cinque o sei giorni a settimana. Se aggiungete perciò che dal lunedi al venerdi undici ore le trascorro al lavoro, ivi incluso il pendolarismo, altre due se ne vanno tra colazione e cena,  e loro rapidissime preparazioni – altro che corsi da chef -,  e sette e mezza le occupo a dormire, capite bene che avanzano pochissimi minuti per farci stare dentro tutto il resto. Che infatti non ci sta. L’igiene personale è per fortuna compresa nell’occupazione del momento.

Coloro che sanno in cosa mi sono imbarcata ridono con me e hanno il permesso di farlo anche senza me presente. La faccenda finirà tra un mese e mezzo, più o meno e, probabilmente, una volta rimessi insieme i pezzi dell’autostima, vi racconterò contro cosa mi sono schiantata. Fino ad allora, aspettatemi. Io sono impegnata a trovare un impossibile miracolo che mi faccia scendere sotto il minuto e quaranta secondi nei 100 a stile libero.

PS: nel frattempo ho inaugurato la stagione dei viaggi 2017 visitando Matera, che meriterebbe uno spazio qui tutto per sé, un paio di foto e qualche parola di ringraziamento per l’incanto e non un post scriptum sotto queste due righe da cartolina.

dicembre 28, 2016

Dicembre 2016

Ed eccoci qui, alla fine di un anno raccontato con post mensili. Non è stato né bello né brutto, per me, questo anno che sta arrivando all’ultima riga del calendario. Sono capitati momenti felici, bei viaggi, piccole soddisfazioni. Ci sono state ore nervose, deludenti, arrabbiate. Come è normale che sia.

Scambiavo opinioni, in questi giorni, con la diciannovenne il cui cammino incrocia il mio, non fosse altro per il fatto che abita a poche porte da me. Una diciannovenne, mi è capitata, da utilizzare come campione non rappresentativo della categoria, di cui ogni tanto vi ho già scritto, qua e là, e che è alle prese con un problema serio, ma così serio che quando ci rifletto davvero mi diventano scuri i pensieri. A lei cambiano anche i colori dei sogni.

Visto che, per fortuna, è una personcina allegra che conosce il potere terapeutico del buonumore, ha escogitato un suo proprio sistema per tenere lontano il nulla e quella sensazione di ineluttabilità che ti prende allo stomaco nelle ore più lunghe della notte. La sera incolla, sulla pagina di un quadernetto, qualcosa che le ricorda gli attimi più felici della giornata appena trascorsa, una fotografia, un biglietto, un nastro colorato, un disegno. Si segna un paio di frasi, se le riguarda un po’, a volte fotografa la pagina e la invia a chi ha diviso con lei il momento felice, come ricordo. Lo fa anche a distanza di tempo, in caso una si sia dimenticata di quando e come sia stato. Il giorno successivo volta pagina e ricomincia a collezionare momenti felici.

Ne ha tantissimi. Una raccolta da invidiare, di tante piccolissime cose che, messe insieme, assumono il potere di un’arma potentissima. Il sistema ha funzionato talmente bene che si è resa conto che quasi non le servirebbe registrare l’attimo, perchè ha scoperto che è comunque spesso felice. Se vi raccontassi con cosa sta lottando, non ci credereste mai. Eppure, fidatevi,  a chi ha a che fare con lei spunta il sorriso. O il mal di testa, quando parla troppo e non riesce a stare dietro ad un unico pensiero.

Per il 2017, perciò, auguro a tutti noi di essere capaci di raccogliere tanti piccolissimi momenti felici, proprio come fa lei. Una buona vita, dicono, è fatta di buoni giorni. I buoni giorni sono fatti di buone ore o anche solo di istanti, tutti quelli che riusciremo ad avere.

ottobre 25, 2016

Ottobre 2016

Il post del mese scorso era stato scritto ancora tra caldo, luce e zanzare. Quello di oggi, siamo a fine mese, è umido di pioggia e di giornate corte. Fatta questa premessa di minute banalità, ho da raccontarvi poche cose. Anche la mia vita è minuta banalità, come le stagioni.

Il mese è iniziato nel tumulto lavorativo: ho trascorso dei giorni così diversi dal solito e così simili a quelli dei miei primi anni in azienda che, non fossi stata stravolta dalla stanchezza e occupata ad arginare il fiume di cose da fare che mi si riversava nel PC, avrei perfino percepito un briciolo di commozione legata ai ricordi di una me ingenua e convinta che sarebbe stato sufficiente lavorare 13 ore al giorno ed essere onesta per fare carriera.

La me di adesso invece, dopo aver salutato le illusioni, è una creatura più carognosa, spesso collerica, ancora ostinata e convinta che la prossima cosa importante da fare sia quella di ritirarsi a vita privata.

Se il PC è invaso, sulla scrivania, ci tengo a precisare con meschina soddisfazione,  non si riversa niente. Il mio ufficio è digitale, completamente e totalmente: ho un portapenne di cartone sulla cui superficie è stampato un calendario, qualche foglietto per appunti al volo infilato nello stesso portapenne a  fare compagnia ad un nonnulla di biro e matite, il PC, il mouse, il cordless e nulla d’altro. Il tavolo bianco delle riunioni in mezzo alla stanza è un’unica superficie vuota; il mobiletto bianco alla mia sinistra è vuoto anch’esso  e i colleghi sanno che, servisse altrove, se lo possono portare via. La cassettiera sotto la scrivania ha quattro cassetti di cui uno occupato da un paio di documenti non ancora cestinabili e quattro cose di cancelleria, l’altro dal necessario per farsi il tè.  Se saltasse la corrente sarei totalmente inutile, ma io sono orgogliosa lo stesso del risultato, perché ho impiegato anni a perfezionare la tecnica per non accumulare ritardi, non procrastinare, non accettare la carta altrui – simbolo di sbolognamento inequivocabile di problemi – e, soprattutto, anche se mi piace giochicchiarci in riunione, non accetto pezzi di prodotti a qualunque stadio di vita in ufficio da tenere come campioni. Ti distrai un attimo e ti ritrovi invasa da pezzetti di plastica, metallo, carta, semilavorati sezionati: una pletora di robine che si trasformano in disordine nel corso dei mesi. Hanno inventato lo scanner e i file, e io ne faccio uso. Ecco, ho finito di raccontarvi di quanto mi piaccia il mio ufficio. Ci tenevo a  scriverne perché, a conti fatti, più ci penso, più capisco che è l’unica cosa che mi piace del mio posto di lavoro attuale.

Il mese sta finendo, per fortuna,  in un clima più tranquillo di come sia iniziato. Nel mio tempo libero, dato che non sono iscritta ad alcun corso – OSSANTOCIELO…NON SONO ANCORA ISCRITTA AD ALCUN CORSO….- ho ricominciato a giocare con le Lego, in una forma ossessiva di rilassamento che prevede la ricostruzione dei set che avevo da bambina, cui fa seguito inventario e collocazione in buste trasparenti fornite di immagine del set e lista dei pezzi mancanti per futuro acquisto e ricostruzione. L’ultima ondata seria risale 2009 ed è durata un paio di settimane. Questa sembra una forma più acuta. Gli ingegneri stressati si divertono così.

Così e con il trenino ad alta velocità, sempre Lego, che mi sono comprata approfittando degli sconti prenatalizi di un supermercato: l’ho portato via rapidissima dallo scaffale, passando sotto lo sguardo invidioso dei bambini presenti. Mio, mio, mio! L’ho montato il pomeriggio stesso, con l’aiuto di M, che ha diciotto anni tendenti ai sei scarsi quando si tratta di passatempi e ai cinquanta, quando deve affrontare la parte buia della sua vita. Avevamo entrambe bisogno di pensieri felici e di un paio di ore di idiozia infantile. Ha accettato subito la proposta, nonostante questi, per lei, siano giorni difficilissimi. Così difficili che mi vengono i brividi, a pensarci. E’ bello avere tra i propri amici una diciottenne così. Mio padre faceva la spola tra il tinello, in cui avevamo disseminato  mattoncini e binari, e il resto della casa, indeciso tra il distacco e la curiosità. E’ stato bellissimo. E’ stato come tornare all’infanzia e al tempo in cui non avevo altre responsabilità se non quella di non fare i capricci, mangiare tutto quello che mi veniva messo nel piatto e fare bene i compiti.

E’ il mio primo trenino elettrico, sapete. E’ un traguardo importante. D’altronde, era giunto il momento di possederne uno. Sto infatti compiendo 44 anni, in questi giorni. Come i gatti in fila e con il resto, i baffi e le code. E per festeggiare degnamente, veleggerò verso la Sicilia occidentale, per quattro giorni di scoperte e di libertà. Se qualcuno avesse suggerimenti su Trapani e dintorni (l’itinerario prevede già Segesta, Selinunte, saline, Erice e Marsala) non esiti a esprimersi, grazie.