Archive for ‘Downshifting, Tecnologia spicciola, Minimalismo’

ottobre 25, 2016

Ottobre 2016

Il post del mese scorso era stato scritto ancora tra caldo, luce e zanzare. Quello di oggi, siamo a fine mese, è umido di pioggia e di giornate corte. Fatta questa premessa di minute banalità, ho da raccontarvi poche cose. Anche la mia vita è minuta banalità, come le stagioni.

Il mese è iniziato nel tumulto lavorativo: ho trascorso dei giorni così diversi dal solito e così simili a quelli dei miei primi anni in azienda che, non fossi stata stravolta dalla stanchezza e occupata ad arginare il fiume di cose da fare che mi si riversava nel PC, avrei perfino percepito un briciolo di commozione legata ai ricordi di una me ingenua e convinta che sarebbe stato sufficiente lavorare 13 ore al giorno ed essere onesta per fare carriera.

La me di adesso invece, dopo aver salutato le illusioni, è una creatura più carognosa, spesso collerica, ancora ostinata e convinta che la prossima cosa importante da fare sia quella di ritirarsi a vita privata.

Se il PC è invaso, sulla scrivania, ci tengo a precisare con meschina soddisfazione,  non si riversa niente. Il mio ufficio è digitale, completamente e totalmente: ho un portapenne di cartone sulla cui superficie è stampato un calendario, qualche foglietto per appunti al volo infilato nello stesso portapenne a  fare compagnia ad un nonnulla di biro e matite, il PC, il mouse, il cordless e nulla d’altro. Il tavolo bianco delle riunioni in mezzo alla stanza è un’unica superficie vuota; il mobiletto bianco alla mia sinistra è vuoto anch’esso  e i colleghi sanno che, servisse altrove, se lo possono portare via. La cassettiera sotto la scrivania ha quattro cassetti di cui uno occupato da un paio di documenti non ancora cestinabili e quattro cose di cancelleria, l’altro dal necessario per farsi il tè.  Se saltasse la corrente sarei totalmente inutile, ma io sono orgogliosa lo stesso del risultato, perché ho impiegato anni a perfezionare la tecnica per non accumulare ritardi, non procrastinare, non accettare la carta altrui – simbolo di sbolognamento inequivocabile di problemi – e, soprattutto, anche se mi piace giochicchiarci in riunione, non accetto pezzi di prodotti a qualunque stadio di vita in ufficio da tenere come campioni. Ti distrai un attimo e ti ritrovi invasa da pezzetti di plastica, metallo, carta, semilavorati sezionati: una pletora di robine che si trasformano in disordine nel corso dei mesi. Hanno inventato lo scanner e i file, e io ne faccio uso. Ecco, ho finito di raccontarvi di quanto mi piaccia il mio ufficio. Ci tenevo a  scriverne perché, a conti fatti, più ci penso, più capisco che è l’unica cosa che mi piace del mio posto di lavoro attuale.

Il mese sta finendo, per fortuna,  in un clima più tranquillo di come sia iniziato. Nel mio tempo libero, dato che non sono iscritta ad alcun corso – OSSANTOCIELO…NON SONO ANCORA ISCRITTA AD ALCUN CORSO….- ho ricominciato a giocare con le Lego, in una forma ossessiva di rilassamento che prevede la ricostruzione dei set che avevo da bambina, cui fa seguito inventario e collocazione in buste trasparenti fornite di immagine del set e lista dei pezzi mancanti per futuro acquisto e ricostruzione. L’ultima ondata seria risale 2009 ed è durata un paio di settimane. Questa sembra una forma più acuta. Gli ingegneri stressati si divertono così.

Così e con il trenino ad alta velocità, sempre Lego, che mi sono comprata approfittando degli sconti prenatalizi di un supermercato: l’ho portato via rapidissima dallo scaffale, passando sotto lo sguardo invidioso dei bambini presenti. Mio, mio, mio! L’ho montato il pomeriggio stesso, con l’aiuto di M, che ha diciotto anni tendenti ai sei scarsi quando si tratta di passatempi e ai cinquanta, quando deve affrontare la parte buia della sua vita. Avevamo entrambe bisogno di pensieri felici e di un paio di ore di idiozia infantile. Ha accettato subito la proposta, nonostante questi, per lei, siano giorni difficilissimi. Così difficili che mi vengono i brividi, a pensarci. E’ bello avere tra i propri amici una diciottenne così. Mio padre faceva la spola tra il tinello, in cui avevamo disseminato  mattoncini e binari, e il resto della casa, indeciso tra il distacco e la curiosità. E’ stato bellissimo. E’ stato come tornare all’infanzia e al tempo in cui non avevo altre responsabilità se non quella di non fare i capricci, mangiare tutto quello che mi veniva messo nel piatto e fare bene i compiti.

E’ il mio primo trenino elettrico, sapete. E’ un traguardo importante. D’altronde, era giunto il momento di possederne uno. Sto infatti compiendo 44 anni, in questi giorni. Come i gatti in fila e con il resto, i baffi e le code. E per festeggiare degnamente, veleggerò verso la Sicilia occidentale, per quattro giorni di scoperte e di libertà. Se qualcuno avesse suggerimenti su Trapani e dintorni (l’itinerario prevede già Segesta, Selinunte, saline, Erice e Marsala) non esiti a esprimersi, grazie.

maggio 24, 2016

Maggio 2016

Aprile si é chiuso con un viaggio di lavoro, piuttosto piacevole, a sud di Napoli. Una pizza galattica da Gigino, all’Accademia della pizza, un caffe’ ustionante e inarrivabile dal Calabrese, a Pompei, la ricetta dell’acqua pazza, un’accoglienza calorosa e le prove della torta di ricotta e pere. Si, anche il lavoro é stato fatto, ma quello é scontato.

La settimana scorsa, sempre per lavoro, ero invece in Romania, per la prima volta. Sono atterrata in mezzo a colline, boschi e distese erbose cosi’ insolitamente ininterrotti da costruzioni umane che mi sono accorta  di quanto abbiamo perso noi. Tra i paesi di tetti bassi contornati da orti, lo scarso traffico, i carretti tirati dal cavallo di famiglia e le ville dei capi rom, ho avuto di che osservare. E si, anche in questo caso le ore di lavoro sono state impiegate bene, cosi’ come quelle serali, alla scoperta della cucina locale e ungherese.

Oltre alle ore di lavoro, sono in mezzo alle ire di lavoro. Vivo imbestialita, tra le otto e le diciotto dal lunedi al venerdi. E si’, mi sa che, dopo due anni, é di nuovo giunto il momento di guardarsi intorno e cercare altro. Pero’, se ci penso bene, per quanto sia interessante, devo ammettere che il mio lavoro mi sta stretto e che vorrei, oltre all’aria, cambiare anche il contenuto. Chiaro, la cosa migliore sarebbe non lavorare proprio! ( ma i tempi non sono ancora maturi).

Sempre in tema di irrealta’, ogni mattina e ogni sera, dall’alto della strada, osservo l’avanzamento di quello spreco immane di soldi che é, secondo me, il ponte di Christo, che a breve unira’ per 15 demenziali giorni, isole e terraferma sul lago d’Iseo. Cosa ci sia di artistico e innovativo nel riproporre la versione moderna di un antico ponte di barche mi sfugge. Sto invecchiando a rotta di collo, probabilmente. Cosa succedera’ alle tre ore giornaliere che trascorro in auto in quel periodo, se davvero fiumane si riverseranno all’adorazione, gia’ me lo immagino. E rabbrividisco di stanchezza a priori. L’aspetto positivo é che, dopo anni d’attesa, L’EVENTO sul TERRITORIO ha fatto in qualche modo far saltare fuori i soldi per riempire i crateri nell’asfalto che punteggiavano la statale sebina.

A stemperare il malumore, per fortuna, intervengono i fine settimana: sabato mattina, sotto un sole d’estate, ho camminato tra le centinaia di rose del castello di Rovato, ho resistito all’acquisto e me ne pento, ma mi sono portata a casa comunque fiori, erbe aromatiche e un pomodorino nano. Spero cresca piu’ allegro di me. Le gioie piccole sostengono a lungo.

Consigli di lettura per donne incarognite: “Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile”, di Bauer e Bagnato. Tanto per aumentare la carogna.

dicembre 29, 2015

Ciao! Come va?

Ho perfezionato negli anni la tecnica dello sparire: gli amici non mi trovano, i parenti non sanno nemmeno se esisto. E pure questo blog manda notifiche ad una assente. Non sono mai stata capace di gestire bene le relazioni sociali: se sto imparando qualcosa, questo mi ingolfa la mente e fagocita il mio tempo libero, annullando ogni altra cosa. Poi capita che in pochi giorni riceva piu’ visite al blog che in un mese tutto insieme, che mi ritrovi qualche ora di ferie ed occasioni per passare a salutare questo e quella e allora mi ricordo che esiste altro, fuori da me, che vale la pena incontrare.

Il cappello da cuoco e’ stato lanciato in aria alla consegna del diploma, gli esperimenti proseguono, il lavoro e’ scivolato nella routine del dicembre, che vede concitazione prima e rilassamento poi, mentre le visite al blog sono schizzate per le ricerche sull’albero del Chechen, che confluiscono in questo post. Ora, mi chiedo, che cosa sia successo mentre non guardavo fuori da rendere cosi’ interessante l’albero messicano velenoso. Un farmaco miracoloso, una ricerca di scuola? Chissa’. Fatto sta che qui arrivano, il post dubito che fornisca risposte, ma wordpress mi comunica tutto orgoglioso che ehi! C’e’ traffico da te!

Traffico non paragonabile a quello che infesta le strade bresciane…ma quanti pirla siamo a muoverci avanti e indietro ogni giorno nell’era in cui l’informatica permette la gestione dei dati a chilometri di distanza? Su, non é il caso di rognare: sono in ferie da quattro ore, sono a riposo. Potrei essere in viaggio, come ai tempi del Chechen…che belli i miei viaggi a inizio anno. Che belli tutti i miei viaggi. Ma chi ha voglia oggi di salire su un aereo col clima che si respira? Boooommmm! Si fa presto a saltare. Il ponte delle spie racconta di una storia terribile che potrebbe diventare ridicola a confronto con quel che potrebbe accadere adesso. Si vive di incertezze e speranze, e di piccole cose: il ritorno del fiore del calicantus, l’odore della mia casa ad ogni ritorno.

Passate bene questi giorni tra il vecchio e il nuovo. Sono come tutti gli altri, ma é piu’ bello pensare che siano inizi.

dicembre 1, 2015

Al lumicino

E’ sconfortante constatare che, in un mese, avrò scritto sì e no tre post, e confrontare le frequenze con quelle di quando, piena di entusiasmo, ho aperto questo blog.

Sconfortante, ma atteso: io parto sempre in quarta e poi, salvo poche sacre cose, cambio direzione una volta esaurito l’argomento e capito il meccanismo. A volte bastano pochi mesi, altre anni, ma così funziono e, tutto sommato, finché da un’esperienza ne nascono altre, con un effetto a catena di apprendimento e scoperte, mi sta anche bene così.

Questo, ad esempio, è stato l’anno della cucina. Non si è trattato, nel mio caso, di suggestioni modaiole, quanto di prossimità: l’azienda per cui lavoro adesso si trova a 500 metri dalla Cast Alimenti. Quale miglior occasione per imparare seriamente qualcosa di nuovo? Anche perchè oggi sono qui e domani chissà: su lavoro per me resta fisso l’argomento e mobile il contesto.

A dirla tutta, l’unico posto in cui mi vedo benissimo fissa è la mia stanza. Ci trascorrerei l’esistenza, nella mia stanza, uscendo giusto per qualche viaggio e una passeggiata: c’è il letto per leggere e dormire, la scrivania per studiare, gli armadi dei vestiti per ricordare come si stava da quasi magra, le mensole cariche di libri, i miei ricordi, il silenzio, la musica in sottofondo che arriva dal pianoforte, il lontano sussurrare del traffico di giorno, i miagolii dei gatti perduti di sera, la luce dei lampioni e della luna, l’immobilità del quartiere di paese durante la notte.

Ci starei magnificamente nella mia stanza. Davvero. Mi tieni a casa, papà?! Sai, tutte quelle storie sulle donne in carriera e la parità dei sessi da raggiungere, e le risorse intellettuali da sfruttare, eccetera, eccetera…tutte chimere, tanto non ce la faremo mai. Faccio posto ad altre: io ho una casalinga dentro di me che chiede solo di essere ascoltata.

Come? Come dici? Per la solvibilità della sua carta di credito? Ehm, ecco….ci devo ancora lavorare su…

ottobre 4, 2015

Utopie della domenica sera

Ad un certo punto, ieri sera, all’auditorium del Museo del Violino di Cremona, mentre ascoltavo i sempre impeccabili Brunello e Lucchesini che suonavano Beethoven, ho pensato che la settimana aveva goduto di un raro bilanciamento di suggestioni. Lunedi e mercoledi sera la parte pratica – al corso di cucina è stata l’ora delle lasagne, cucinate dopo aver prodotto pasta, salsa bolognese e besciamella secondo i sacri crismi. Giovedi e sabato quella culturale: un buon film italiano, un ottimo concerto. Martedi e venerdi nella quiete di casa mia, qualche faccenda domestica e il prosieguo della lettura dell’interessante “Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso”  di Francesco Antinucci (le mie letture rispecchiano spesso gli interessi del momento).  Non male, visto che il tempo libero è comunque poco e molto se lo mangia la strada. É mancata la parte di coltivazione delle amicizie, ma non si può arrivare ovunque.

Peccato, mi dicevo, che le ore lavorative non siano state altrettanto proficue. Una volta superato l’inevitabile periodo di adattamento ad un nuovo lavoro, mi ritrovo di nuovo in una situazione in cui i miei impegni non sono bilanciati. Che io sia stata abituata, all’inizio della mia carriera, a fronteggiare ritmi paurosi di stress e sovraccarico mi ha sicuramente aiutato ad organizzarmi bene e mi ha insegnato che è meglio prendere in mano le cose una sola volta, sgrossarle e poi lasciarle andare, invece di continuare a farle rigirare in attesa di portarle ad una perfezione impossibile, data la dinamicità di una filiera produttiva. Mi capita spesso, perciò, di ritrovarmi con un paio di ore libere quasi tutti i giorni, che non occupo con pause caffè, perché il caffè delle macchinette fa schifo e le conversazioni all’intorno non sono, di solito, da meno, e che mi posso riempire spesso come più mi aggrada: le scadenze le rispetto, spesso le anticipo e, finché sarà così, nessuno si sognerà mai di verificare se sto o meno perdendo tempo pagato.

Caso personale a parte, mi sono resa conto, negli anni, che molto spesso negli uffici di un’azienda si “perde” un mucchio di tempo: si scrivono mail inutili, si gioca a ping pong con i file, si rimandano decisioni, si gestiscono le urgenze invece di risolvere i problemi, non si parla abbastanza con le persone che operano direttamente in modo pratico nella filiera (magazzinieri, operai, responsabili di prima linea) per cui si deducono dai numeri conclusioni spesso imprecise, si sprecano ore in nulla.

Una delle persone che coordino è, ad esempio, è un maestro di socievolezza: gran parte della sua giornata gli serve per costruirsi e rafforzare una rete di alleanze verticali e orizzontali che, nei momenti di urgenza, gli sono d’aiuto nel risolvere più velocemente i problemi. L’utilità innegabile di questa strategia, che lo rende tra le altre cose molto simpatico a tutti, è mal compensata dal fatto che non ha abbastanza tempo per curare i dettagli operativi del proprio lavoro e, spesso, viene travolto dai problemi perchè non si accorge in tempo della loro germinazione.

L’altra, al contrario, è l’immagine stessa della puntigliosità: comunica poco e con pochi, sembra sempre a disagio con le persone, pur trasmettendo in ogni caso un’impressione di preparazione e gentilezza. Trascorre ore a lavorare sui dettagli di un file: lo osserva, lo volta, lo gira e lo pirla e, a domanda specifica, risponde puntuale. Le manca però la capacità di cogliere il dato di insieme o di prendere decisioni, ma questo è un suo limite caratteriale. Anche lei, durante il giorno, sparisce di frequente dall’ufficio: va nei reparti, nei magazzini. Sono più che favorevole alla cosa, anche se, sospetto, che molti dei suoi viaggetti siano come la contemplazione dei suoi file: ridondanti. La osservo mentre si prepara ad uscire, alla fine dell’orario lavorativo, che, per lei, è sempre in eccedenza rispetto a quello canonico, e non se lo fa mai riconoscere (puntualizzo, perchè si capisca che non è affatto una scansafatiche). Arriva alla scrivania poco prima delle cinque, si siede, fa qualcosa al computer, si alza, muove due passi e beve, prendendo la bottiglia da una cassettiera che potrebbe tranquillamente raggiungere allungando il braccio e muovendosi con le rotelle della sedia, si risiede al computer, si rialza, va in bagno, ritorna, si risiede, controlla altro al pc, si rialza, spegne la stampante condivisa nell’ufficio comune, si risiede al pc, ticchetta un altro po’ sui tasti, si rialza, si mette la giacca e raduna le sue cose, si risiede, legge di nuovo le email, spegne il PC, si rialza, spegne gli interruttori generali delle luci, vicino alla porta, torna indietro alla scrivania, raccoglie le borse – quasi tutte le donne in quest’azienda girano con una borsetta e con una borsona con dentro sa il cielo cosa -, mi saluta e finalmente esce. Sono le 17 e venti circa.

Assisto a questo balletto di chiusura da più di un anno, anche se ho cominciato ad osservarlo con più attenzione solo di recente, e mi chiedo se, a parità di lavoro compiuto nello stesso modo in cui conclude la giornata lavorativa, almeno un paio di ore al giorno non se lo potrebbe recuperare pure lei, sfrondando i movimenti inutili. Poi leggo della Svezia, e delle iniziative che sempre più aziende stanno intraprendendo sul ridurre la giornata da otto a sei ore, per guadagnare sia in produttività che in tempo libero, e penso che sarebbe una gran cosa, se si pensasse in questi termini anche nel nostro paese. Nei miei 15 anni di lavoro, in quattro aziende diverse, solo nella prima non si sarebbe potuto fare: lì, pur essendo quasi mille persone, molti avevano un carico di lavoro impossibile da smaltire senza straordinari – e vi garantisco che certe volte  era complicato trovarsi cinque minuti per fare la pipì. In tutti gli altri casi – e non si trattava di azienducole – il tempo sprecato a correre dietro alle farfalle era invece molto.

Per cui, ecco, se mi fosse concesso scegliere, preferirei sei ore filate cinque giorni alla settimana a far andare le mani e il cervello a ritmo sostenuto, ma due ore in più di vita, anzi, di più, perché si potrebbe guadagnare pure sulla pausa pranzo, fuori, che io possa sprecare come più mi aggrada, al cinema o a lavare le fughe del pavimento con la vaporella, con un libro aperto o lungo l’argine di un fiume, checchè ne dica il mio capo, il quale è convinto che lunghe ore in ufficio significhino dedizione alla causa, indipendemente dal fatto che chi le trascorre se ne stia a lungo imbesuito a fissare uno schermo che nemmeno vede, muovendo il mouse per non far capire che, in realtà, se ne sta  mille miglia lontano.

Si capisce che ho la carogna da domenica sera, vero?! Buona settimana tutti.

marzo 11, 2015

Del perchè prima o poi mi ritirerò in eremitaggio

Non capisco che cosa volete intendere dicendo ‘gloria’, disse Alice.

Humpty Dumpty sorrise con aria di superiorità: È naturale che tu non capisca finché non te lo spiegherò io. Volevo dire che ‘questo è un ottimo argomento per darti torto’.

Ma ‘Gloria’ non significa ‘un ottimo argomento per darti torto, obiettò Alice.

Quando io adopero una parola – disse Humpty Dumpty con un tono piuttosto sdegnoso – essa ha esattamente il significato che io le voglio dare. Né più né meno.

La domanda è – disse Alice – se tu possa far significare alle parole così tante cose diverse.

La domanda è – disse Humpty Dumpty – chi deve essere il padrone – ecco tutto.

Alice nel Paese delle Meraviglie
Lewis Carroll

marzo 8, 2015

Ah, già

Venezia Mostra Correr

Ah, già. É la festa della donna, oggi. Quel giorno che non servirà più festeggiare quando le persone godranno di pari diritti e doveri, indipendentemente dai fattori biologici. Quel giorno che quindi andremo avanti a pseudofesteggiare per altri ennemila anni, fosse solo per il fatturato dei mimosai.

I miei giorni trascorrono pieni. Pienissimi. In ufficio si arranca dietro il tentativo tantalico di ritrovare un equilibrio, fuori ufficio le serate sono quasi tutte piene. Alla fine del corso di disegno giovedi ho stracciato il foglio perchè ci avevo fatto su solo scarabocchi. Lunedi e mercoledi, a quello di pasticceria, invece, ho contribuito alla produzione di meringhe, meringate, mont blanc, macarons, pan di spagna e creme. Poi si porta a casa quanto prodotto: a pranzo finocchio scondito e arance, a colazione e a cena zucchero, uova, farina, burro e panna aromatizzate. Dieta ideale.

Mentre proseguono brevi campagne di decluttering casalingo, limitate a raid intensissimi, ma lampo, nei pochi sabato che ho liberi, i miei bulbi di muscari e gigli hanno tirato fuori, nel buio della cantina, qualche gemma verde e bianca. Li ho messi a dimora, in un vaso del terrazzo: faccio il tifo per loro. Adesso è arrivato anche il sole e, soprattutto, c’è luce, per molte ore al giorno. Continuo a scaricare ebook – ho scoperto  il prestito bibliotecario digitale qualche mese fa – che non ho tempo di leggere. Leggo a intervalli di mezzo capitolo a settimana libri di carta che affollano la mensola sopra il letto: sono quelli che poi saranno destinati ad allontanarsi da me. Dopo poche righe crollo addormentata e faccio sogni confusi in cui le trame del passato si mescolano nella mia testa e si ingarbugliano con quello che mi succede in questo periodo.

Tengo duro: i cinque giorni di vacanza sotto Pasqua non sono lontanissimi. E il prossimo fine settimana mi aspetta una scoperta. Palermo. Confido nel sole.