Archive for ‘Diritti’

gennaio 31, 2017

Perplessità

La fine del mese è arrivata e, con essa, il mio post. E’ molto probabile, visto quanto adesso trascuro questo luogo, che sia anche uno degli ultimi. Non mi piacciono i blog appesi e lasciati lì, senza nemmeno la parola fine a definirne i contorni: se e quando deciderò che questa esperienza avrà raggiunto la sua naturale conclusione, questo spazio sparirà, senza malinconie, senza tristezza, senza prolungati addii. Si chiuderà come accade ad un libro, come quando, giunti all’epilogo, si sospira, ci si pensa su, magari si rileggono alcuni passaggi e poi lo si ripone su uno scaffale, chissà fino a quando.

Di argomenti di cui scrivere ce ne sarebbero molti e pochi di essi confortanti, ma io non possiedo la necessaria conoscenza per evitare superficialità o inesattezze. Il mio sgomento davanti all’elezione di Trump, al nuovo delinearsi degli equilibri di forza in Europa, non lo posso dire in altro modo se non che mi provoca un’irrequietezza e la sensazione che qualcosa di molto grave possa succedere, nei mesi a venire.

Mi pare che si stiano acuendo eventi, sentimenti, pensieri che tirano indietro, come elastici forti, verso anni che furono, il cui pensiero avrebbe dovuto essere solo un ricordo doloroso di cui misurare le distanze incrementali. E invece stiamo percorrendo la strada a ritroso, indietro, verso l’involuzione delle conquiste civili. Gli uomini che odiano le donne sono ancora qui, più forti e numerosi che mai; i pezzi di terreno che si sbriciolano e ci inghiottiscono continuano a punirci per le nostre scelte di guadagno immediato cieco alle perdite future; il ricorso al sotterfugio e alla via più rapida e più conveniente per noi è sempre più spesso la scelta più ovvia, a scapito dell’integrità professionale; l’impoverimento economico e, soprattutto, culturale lo attesto prima di tutto su me stessa – sempre meno concentrata, sempre più lasca nell’accettare il compromesso e il chiacchiericcio di sottofondo – e ogni volta che leggo i giornali.

I giornali. Ma c’è da crederci, ai giornali? Le regie occulte che portano in primo piano eventi che servono solo a rinforzare e raccogliere pensieri inconsci che moltissimi di noi nutrono e allevano in segreto nella parte buia della coscienza sono potentissime e inarrestabili. Basterà la resistenza di chi non si arrende? Non lo so, ma me lo chiedo spesso, in questi giorni.

Qualche settimana fa sono stata invitata a teatro per due volte di fila: nel primo caso ho assistito ad un musical, uno di quelli che si sarebbe potuto tranquillamente evitare di mettere in scena. La seconda volta c’era Tullio Solenghi che leggeva e spiegava un canto dell’Odissea. La parola, vecchia di millenni, detta e ridetta, è ancora una volta tornata viva con forza nel buio della sala, e, con essa, la debolezza e la forza dell’uomo alle prese con se stesso e con il mondo.  E’ stata un’ora e mezza di luce, in un gennaio di perplessità. Ho, per l’ennesima volta ancora,  voglia di trovarmi un angolo e di rimanere lì, ad aspettare che il tempo passi, senza di me.

novembre 16, 2016

Novembre 2016 – bis (post elezioni USA, con disincanto e preoccupazione)

A Letter to My Son

Your sister called me in tears last week, and I struggled to explain how her country had just elected a man like Trump. She sent me Andrew Sorkin’s beautiful attempt to give his own daughter some perspective. Luckily, because I had few words of comfort for her. What could I say? That she can be anything, except President? I thought that what I had to say was better addressed to you, the man I am most proud of, and in who’s hands the next chapter of a long saga will unfold.

This is an invitation to step up. I know you like a challenge, and we have all been set a new one. The outcome of this election was, perhaps with ‘wilful blindness’, unexpected. It will be parsed and analysed for years to come. But for me, its lessons lie at the heart of what I have devoted my adult life to: the need for better understanding, respect and cooperation between men and women and a better balance of power between the sexes at every level: country, company and couple.

Why wasn’t Hilary elected? In short, behind all the inter-connected complexities, it’s because she is a powerful woman. Every woman in business has seen this before. The smart, hardworking, rather uncharismatic woman getting shunted aside by a loud, less competent man. Malcolm Gladwell argues that she, like ex-Australian Prime Minister Julia Gillard, is feeling the brunt of “moral license,” a psychological finding that humans who do a bit of good can then do incredibly awful things. Because America has proven it is ethically progressive enough to elect a black man to office, it no longer has to prove its openness and tolerance…

 

continue reading here http://20-first.com/a-letter-to-my-son/

maggio 24, 2016

Maggio 2016

Aprile si é chiuso con un viaggio di lavoro, piuttosto piacevole, a sud di Napoli. Una pizza galattica da Gigino, all’Accademia della pizza, un caffe’ ustionante e inarrivabile dal Calabrese, a Pompei, la ricetta dell’acqua pazza, un’accoglienza calorosa e le prove della torta di ricotta e pere. Si, anche il lavoro é stato fatto, ma quello é scontato.

La settimana scorsa, sempre per lavoro, ero invece in Romania, per la prima volta. Sono atterrata in mezzo a colline, boschi e distese erbose cosi’ insolitamente ininterrotti da costruzioni umane che mi sono accorta  di quanto abbiamo perso noi. Tra i paesi di tetti bassi contornati da orti, lo scarso traffico, i carretti tirati dal cavallo di famiglia e le ville dei capi rom, ho avuto di che osservare. E si, anche in questo caso le ore di lavoro sono state impiegate bene, cosi’ come quelle serali, alla scoperta della cucina locale e ungherese.

Oltre alle ore di lavoro, sono in mezzo alle ire di lavoro. Vivo imbestialita, tra le otto e le diciotto dal lunedi al venerdi. E si’, mi sa che, dopo due anni, é di nuovo giunto il momento di guardarsi intorno e cercare altro. Pero’, se ci penso bene, per quanto sia interessante, devo ammettere che il mio lavoro mi sta stretto e che vorrei, oltre all’aria, cambiare anche il contenuto. Chiaro, la cosa migliore sarebbe non lavorare proprio! ( ma i tempi non sono ancora maturi).

Sempre in tema di irrealta’, ogni mattina e ogni sera, dall’alto della strada, osservo l’avanzamento di quello spreco immane di soldi che é, secondo me, il ponte di Christo, che a breve unira’ per 15 demenziali giorni, isole e terraferma sul lago d’Iseo. Cosa ci sia di artistico e innovativo nel riproporre la versione moderna di un antico ponte di barche mi sfugge. Sto invecchiando a rotta di collo, probabilmente. Cosa succedera’ alle tre ore giornaliere che trascorro in auto in quel periodo, se davvero fiumane si riverseranno all’adorazione, gia’ me lo immagino. E rabbrividisco di stanchezza a priori. L’aspetto positivo é che, dopo anni d’attesa, L’EVENTO sul TERRITORIO ha fatto in qualche modo far saltare fuori i soldi per riempire i crateri nell’asfalto che punteggiavano la statale sebina.

A stemperare il malumore, per fortuna, intervengono i fine settimana: sabato mattina, sotto un sole d’estate, ho camminato tra le centinaia di rose del castello di Rovato, ho resistito all’acquisto e me ne pento, ma mi sono portata a casa comunque fiori, erbe aromatiche e un pomodorino nano. Spero cresca piu’ allegro di me. Le gioie piccole sostengono a lungo.

Consigli di lettura per donne incarognite: “Puoi anche dire «no!». L’assertività al femminile”, di Bauer e Bagnato. Tanto per aumentare la carogna.

marzo 22, 2016

Marzo 2016 bis. Da Bruxelles

Con il vivere per raccontarla, nel post precedente, scherzavo. Invece é successo davvero.

Bruxelles é sotto assedio, allerta massima, trasporti pubblici bloccati, stazioni chiuse. Ho camminato sotto il sole che illuminava i muri colorati con i personaggi dei fumetti verso la gare du midi questa mattina, tra gli ululati delle sirene. Il terminal degli autobus per Charleroi era inaccessibile. Abbiamo condiviso un taxi con una coppia spagnola, senza pensarci su troppo. L’ultimo chilometro verso l’aeroporto lo abbiamo fatto a piedi: tutto era bloccato. Il mio aereo, se partira’, é nel tardo pomeriggio. Qui in aereoporto quello che piu’ si sente é il silenzio: lontano il caos dell’andirivieni. Siamo tutti qui, sospesi, in attesa. Sperando.

Il concerto é stato bellissimo: Natalie Merchant ha emozionato al Cirque Royal. Ha parlato di tolleranza, anche. Dalla finestra di un appartamento del quartiere Marolles stamattina si diffondeva a volume altissimo Give peace a chance.

Ci pensero’ quando saro’ a casa.

PS. Io invece ho paura. E non sono Charlie. Sono io e basta. Con la mia vita piccola, le persone che mi vogliono bene e quelle a cui ne voglio. E le mie cose e le mie abitudini. Io sono questo, come ognuno di voi. Se mai ne usciremo, ora che é iniziata davvero, lo faremo in qualche altro modo. Quale, non so.

febbraio 11, 2016

Febbraio 2016

Mi sono svegliata storta, questa mattina. Prima di tutto, era troppo presto. Le 6 e mezza. Non che fosse l’alba, intendiamoci, ma lo era in rapporto alle otto ore di sonno che mi permettono di funzionare e che, da qualche giorno, si sono ridotte. La colpa è mia e del gioco agli incastri che conduco tra impegni e desideri. Di solito mi alzo, faccio la pipì, levo l’allarme, sciabatto in cucina, aspetto che la moka preparata la sera prima produca – no, niente cialde, grazie; la beneficienza sul margine di guadagno la faccio ad altre aziende meno oscene – e pian piano mi sveglio con la complicità della caffeina e dello zucchero di un qualche dolce fatto in casa. Poi torno a letto e ci resto una ventina di minuti, sfogliando i giornali e ripassando mentalmente l’organizzazione della giornata. Alla fine mi alzo e sono pronta ad affrontare il fuori.

Stamattina il rituale è stato identico, salvo il fatto che non ha funzionato. A volte capita. Perciò, quando sono uscita, non ero pronta.

Non ero pronta ad affrontare settanta chilometri da percorre in coda, non ero pronta per i rumori dell’ufficio, non ero pronta per leggere email  di rimpallo costantemente incomplete, non ero pronta ad affrontare rifiuti. Stavo come la borsa: giù. Caduta. Ci sto anche adesso e anche la borsa, mi risulta. In pausa pranzo ho finito di leggere Peep Show, di Federico Baccomo e mi sono ulteriormente intristita. Ho pensato che tutta questa vita sovraesposta – si vede che sto frequentando il corso di fotografia, vero? Ieri sera ritratti con modelli veri, niente meno…e mi sono pure uscite le foto anche se non ho ben chiaro cosa ho impostato e, soprattutto, perché l’ho fatto -, tutta questa vita sovraesposta, dicevo, non sia l’ultima tentazione e che, invece di fare il voto quaresimale di mangiare dolci solo una volta al giorno, a colazione appunto ( giorno due: sta funzionando)  e di non dire parolacce che contengano z e gl o inizino per c, m, b, p e per f (giorno due: non sta funzionando) io dovrei concentrare i miei sforzi per accelerare le pratiche per la mia sparizione.

Tale sarebbe, appunto, anche se non nell’accezione funebre classica, il mio piano B: fuori dal fuori, via dalla mischia, lontano dal sistema. No smodati usi di automobile, no 46% di ritenuta annua media sullo stipendio, no colloqui con su la faccia di bronzo per ricordare al mio capo che mi aspetto in busta paga quanto da contratto e che no, non va bene che se ne siano dimenticati, no giramenti di scatole (inizia con s, posso) se la borsa crolla, poi ricrolla, poi ricrolla ancora e che sto pagando servizi alla banca perché mi perda i soldi, e no con lo shopping bulimico online di robe bellissime, non c’è che dire, ma che non mi servono, ma le compro perché sono bellissime e poi sai mai. E no che non m’importa – inizia con la i, sto andando bene – della solidarietà di Sanremo alle cause per i diritti civili perché è vuota e scontata e ostentata come i testi delle canzoni e la giornata di questo, e la giornata di quello e quando tutte le trecento sessantacinque giornate dell’anno saranno piene andremo in doppia fila? Che so, oggi giornata del cotechino dop e dell’herpes labiale. E no, che non voglio più sapere chi ha rubato cosa, chi è colluso con chi, che cosa dice il premier – che premier? Chi ha eletto il premier? Ma con tutta la fatica che si sta facendo per mandare via quello che si rigenera nella formaldeide ce ne arriva uno uguale e falsamente contrario, autoproclamatosi e peraltro giovanissimo che se ne starà ancorato alle poltrone come una patella al suo scoglio per lustri? Il Corriere diventa bellissimo e a pagamento così l’ho tolto dai preferiti, perché tanto no, che non voglio leggere.

Aspetta che cambio obiettivo, la mia l’ho comprata un anno fa, ma la voglio cambiare, guarda questa foto, e questa identica scattata un nanosecondo dopo allo stesso soggetto, stessa inquadratura, e questa ancora, questa e questa e bisogna impegnarsi molto e ti mando il link al mio album di flickr sui tre sassolini che stamattina c’erano davanti al cancello, che espressivi vedessi. E no che non capisco cosa ci sia da fotografare se una tizia si sdraia su un velo bianco sinuosa come un boa e vestita di pelle nera bondage, con il broncetto e le pose – e pensa che è pure  carina, un viso di occhi dolci e pelle chiara, sarebbe stata bene anche in jeans e maglietta, comoda su una sedia, per dire-, no proprio non lo capisco, anche se scatto e cerco di non bruciare la foto o di non ridurla ad una massa scura, anche se mentre si muove mi ricorda più le contorsioni da cagotto (cagotto non è una parolaccia) che una seduzione. Preferisco la foto alla luna, che ho trovato tra i messaggi una volta raggiunto il rifugio del piumone, dopo l’ultimo sforzo della giornata alle prese con un trinciante affilato, un cappello del prete da due chili e la preparazione della marinatura per il brasato di domenica. La luna è naturale, distaccata, naturalmente ombrosa e del tutto inconsapevole del fatto che sia famosa e che le ho sbadigliato in faccia.

E anche questo blog mi sovraespone, appaga la mia smania di rendermi visibile, di emergere e anche da questo blog mi allontanerò, prima o poi, e lui sparirà con me, perché non mi piacciono i blog appesi in attesa di un ritorno come vecchi golf dimenticati sull’attaccapanni nascosto dietro la porta. Prima o poi ce ne andremo via. Per ora rimane, ad accogliere questi flussi di coscienza scombinati e incoerenti, di rimandi e sottintesi che solo io posso cogliere. Ne farò un’edizione digitale, ad uso privato, da rileggere quando mi verranno le malinconie per la me che ero, che sono stata, che avrei potuto essere. Per quel che mi ha circondato e per gli odori, i colori, i suoni le immagini davanti agli occhi della vita di qui. Sto ancorata al passato con un’immaturità che peggiora di anno in anno.

E me la coltivo, la mia immaturità, perché trattengo mobili che hanno più di quaranta anni, che portano addosso i segni del mio passaggio e l’ingiallimento causato dalla luce del sole. Me li tengo e vorrei dar loro nuovo impulso, un revamping, e magari, se riesco, togliere di torno un po’ di rosa e tenermi solo il bianco. Il bianco è un buon colore con cui percorrere la strada verso i cinquanta. Lo spiegavo, ieri, ad un falegname, in un intervallo ritagliato tra la coda del ritorno con incidente altrui e la cena pronta di avanzi riscaldati miei, che ci sono affezionata a questa camera, tanto.  Ma non gli ho detto che la sto preparando per quando sarò sparita da fuori e la abiterò più a lungo. Non avrebbe capito. Ha ventisei anni, e fuori ci vuole stare ed è giusto che sia così. L’ho trovato per caso dopo un tentativo fallito con un altro giovane, ma non capace. Mi ha rassicurato quando gli ho chiesto da quanti anni lavorasse, mentre lo inondavo di chiacchiere e richieste e gli impedivo di concentrarsi per prendere le misure. Sono giovane, ma ho sempre lavorato, anche quando studiavo: in estate, il sabato, mi è sempre piaciuto e adesso sono io che progetto, mi ha risposto. Forse anche lui arriverà con i mobili storti e gli spessori dei ripiani sbagliati, o forse no. Perché io non gli ho chiesto da quanti anni lavorasse perché non mi fido di lui. Anzi. Era solo per vergognarmi di me davanti a quello che ho scoperto. Perché questo ragazzino ha qualcosa che da molto non mi sento più nella voce: la passione per quello che faccio per la maggior parte del tempo. E non basta, questa sola, come ragione per sparire? Game over. Avanti il prossimo. Io mi ritiro a contemplarmi i pensieri.

gennaio 24, 2016

Gennaio 2016

Ciao! Come state? Io sto. Sto, come al solito. Cambiano le condizioni al contorno, ma il centro della scena resta lo stesso. Negli scampoli di vita, dall’inizio dell’anno, mi occupo di altro. Finiti i corsi di cucina – non del tutto, ce ne saranno altri, qua e là, ma molto meno intensi rispetto all’impegno con cui mi ci sono dedicata nei mesi scorsi – mi sono trovata altro da fare. la mia lista di cose da imparare è lunga e quello che non è in lista, se mi interessa, si aggiunge.

Una delle nuove attività e, in realtà, un vecchio e mai perduto amore: sono tornata in piscina. Per la quarta o quinta volta, da quando mi sono fatta male al ginocchio, precludendomi qualunque attività che si svolga in posizione eretta – per fortuna che lavoro con il sedere saldamente ancorato ad una sedia -, sto provando a ricominciare a fare sport. Piscina, due albe a settimana, prima dell’ufficio, corso con istruttore FIN. Vediamo questa volta quanto dura. Di bello c’è che in acqua sto un gran bene, sia mentre nuoto, sia mentre faccio la doccia e tento di recuperare un colorito meno cianotico. Il nuoto è uno sport autopulente, l’unico in cui sudi, ma ne esci comunque linda.

La seconda nuova attività, invece, occupa una sera a settimana: breve corso introduttivo di fotografia, proprio breve, cui però seguiranno attività annuali del circolo fotografico locale. Fino a due settimane fa non avevo mai usato la mia reflex – una Nikon D40 senza nessuna pretesa se non quella di essere adattissima ad una principiante -in una modalità che non fosse quella automatica. E invece adesso la nebbia che avvolgeva concetti come “esposizione”, “diaframma”, “tempi”, “luce”, si sta pian piano dissipando. Bello, no? Sarebbe bello riuscire a fare qualche scatto sapendo cosa sto facendo.

Il lavoro fa il suo corso. In questa frase ci sono racchiuse tutta la mia mancanza di entusiasmo e la mia frustrazione che se ne vanno a braccetto e si fomentano l’una con l’altra in un gioco al ribasso. L’immane quantità di tempo che si perde in un’azienda a correre dietro al nulla invece di tirarsi su le maniche e affrontare i problemi seri, per eliminarne le cause, potrebbe essere oggetto di serie indagini. Noi invece preferiamo riderci su, alla Quo vado (sì, confesso che l’ho visto, ma l’ho visto come se fossi stata una protagonista di questa ode all’italiano medio, cioè nella sua versione piratata), così è più facile sia adattarsi che lamentarsi. Il problema, dice mio padre, che mentre mi annoio io penso e pensare, tradotto negli effetti pratici, significa che gli invento qualcosa da fare. In questo momento sto lavorando ad un restyling della mia adoratissima camera, con tanto di progettino, (non è che qualcuno di voi ha cassettiere o altro della cameretta Play della IVM degli anni 60 che gli avanzano?!) che prevede la collaborazione di un falegname in gamba – incarico al momento vacante – e una levigatura dei parquet. Quest’ultima faccenda, da svolgersi in primavera, prevede lo svuotamento di un paio di stanze: da quantificare in ore mulo, non ore uomo.

Per fortuna ci sono stati altri film, molto più utili ad aggiungere spunti al mio immaginario: Il ponte delle spie, Revenant, Carol…la scena dell’orso che gioca con un corpo umano come fosse un sacchetto di patatine si farà sicuramente strada nei miei sogni. C’è anche qualche libro, di ogni tipo di genere: “Woody”, simpaticissimo e molto tenero, “Il fattore D”, vero e deprimente, un romanzo rosa di Lucinda Riley – non chiedetemi il titolo, volevo solo capire come scrive, e scrive come vanno scritti i romanzi rosa: poca testa richiesta, tutti i drammi e colpi di scena immaginabili, il meraviglioso bacio finale-, “Il diario segreto di Maria Antonietta, di cui non ho capito l’utilità, però ho sperato fino alla fine che arrivasse Lady Oscar; un paio di romanzi di Michael Connelly per andare sul sicuro, Preghiera per  Chernobyl, per agghiacciarsi un po’, Il teorema del pappagallo – ma è noiosissimo, e l’ho chiuso quasi subito, infilandolo nel mucchio di libri ai quali trovare un nuovo padrone. Robe così, insomma, senza coerenza, senza illusioni.

E così è, la parte del “faccio cose” di questo mese, scritta al ritmo dei Bruskers.

Poi ci sono le faccende serie, quelle alle quali penso mentre guido, andando e tornando, quelle che meriterebbe ognuna almeno due post, ma ultimamente ho le parole annodate, corrono dietro ai pensieri. C’è la consapevolezza che devo trovare una soluzione seria per la mia noia intellettuale lavorativa, altrimenti avrò davanti anni di desolazione, e io non ho mica voglia di desolarmi. Ci sono le brutte notizie, di persone forti che devono continuare ad esserlo, e che lo faranno, nonostante tutto, perchè lo sanno che, da qualche parte, ci sarà sempre e ancora una piccola parte di felicità per ognuno di noi. C’è la giovane milionaria, bella, non completamente priva di neuroni, e vittima di un carattere cui nessuno ha mai messo freni che si rivolge alla cameriera che la sta servendo con una tale maleducata veemenza, per una faccenda di nulla, che non puoi fare altro che provare una pena infinita per lei, per la potenzialità perduta, e rabbia, perchè devi contare fino a tremila per fare finta di non aver sentito e per farti passare la vergogna che provi per lei, e per te stessa, che non hai (ancora) il coraggio di farglielo notare perchè suo padre ti paga lo stipendio. E c’è la costante presenza della mancanza, continua, in ogni momento. E molte altre cose che, chilometro dopo chilometro, si intrecciano e si confondono, tra lo smog della città e i chiaroscuri delle gallerie che risalgono la strada, verso la valle, in questo gennaio freddo, ma non troppo, secco e inquinato. Un altro gennaio.

novembre 11, 2015

Coltelli, pesci e pensieri

Pure mio padre si è accorto che non posto più. “Beh? Ma la rosaverde non funziona?”, mi ha chiesto mentre lo umiliavo per la sua inabilità informatica. E pensare che stava armeggiando con i file audio delle canzoni natalizie che gli ho espressamente commissionato (ha una nuova Roland FP80 e ci si sta dedicando anima e corpo…sentiste che bella la sua versione di Jingle Bells! Anzi, forse, se questo blog per Natale non avrà chiuso i battenti per incuria, la userò per farvi gli auguri). Nel senso che mentre lo fustigavo per un digital divide di cui non ha colpa, lui stava lavorando per me.

E’ che sono carica di frustrazione, in questo periodo, e la sfogo sul primo che capita. In ufficio devo essere bellicosa per non farmi tirare matta e mi ci vuole un po’ per adeguarmi al cambio di contesto, quando me ne torno a casa. Poi soffro di sindrome di inadeguatezza al corso di cucina: mi crogiolo nella mia incapacità cronica di far qualcosa che preveda l’utilizzo delle mani e del cervello contemporaneamente. Perdo i pezzi, quando non si tratta di analizzare dati sullo schermo di un computer. Avreste dovuto vedermi lunedi, mentre sfilettavo il mio primo pesce. Povera creatura. Non fosse stata già morta penso che ad un certo punto avrebbe avuto tutto il diritto di dirmi: “si, però adesso basta!”. Quanti ne dovrò pulire prima di fare un lavoro netto? Mi vedo già l’acquaio – anzi, la plonge – invaso da trote salmonate conservate in acqua e ghiaccio e squame e sangue che vanno ovunque.

Non vi dico poi della violenza perpetrata sul lievito madre. Il primo è finito in due settimane nella pattumiera, acido come il mio umore. Il secondo, che è (era) un gran lievito, ricevuto in regalo dal Maestro Giorilli in persona, da stupendo e fiero e forte come un cavaliere dell’apocalisse, si è trasformato nelle mie mani in un robino appiccicoso e acidulo, nonostante tutte le mie buone intenzioni. E pensare che già sognavo pane fragrante e panettoni profumati uscire dal mio forno. E’ scampato solo per qualche grissino.

E così se da una parte mi imbarco in imprese in cui faccio davvero fatica a ottenere risultati decenti, anche se non demordo e, sotto sotto, mi diverto pure, perchè a me, alla fine, quello che piace è imparare cose nuove, dall’altra, dalle cose che so fare, non ottengo più soddisfazioni. E’ ormai un giochino di causa ed effetto di cui conosco i meccanismi, che continuo a ripetere da anni.

E’ che sono davvero un po’ stanca di lavorare sotto padrone, per dirla in modo ottocentesco, ma non ho nè il coraggio nè una buona idea per cambiare e fare qualcosa da sola. Così, mentre ci rimugino durante le code in auto, accumulo pensieri e sevizio filetti di branzino. Cercherò un po’ di ispirazione qui, domenica mattina.

Le donne ingegnere salveranno il mondo?