Archive for ‘Cammino di Santiago’

febbraio 27, 2014

Per quelli che approdano qui cercando informazioni sul Cammino di Santiago

Arrivate qui cercando informazioni sul Cammino di Santiago: siete tanti. Leggete soprattutto la lista del mio zaino. Spero vi sia utile. Mi piacerebbe saperlo, ma non lasciate mai un commento o una proposta o una critica. Peccato: la vostra esperienza potrebbe servire ad altri. Io vi penso: è questo il tempo  in cui si programma il Cammino per la bella stagione e, come ogni anno, le visite ai miei post a tema salgono. Vorrei poterlo camminare anche io. Ho ancora voglia di ripercorrerlo a piedi anche se adesso non posso. Non so se potrò farlo mai più.

Spesso però lo ripercorro nella mente: capita, come in questo caso,  quando incontro frasi di libro moderno che ridicono cose antiche, e che descrivono quello che io stessa provai. Sono di una donna che ama scrivere storie: la leggo da molti anni e anche grazie a lei ho trovato la strada per una lingua affascinante.

Le incollo qui, non tradotte, per me stessa, perchè questo è diventato per me un luogo in cui fissare avvenimenti e sensazioni. Li rileggerò, quando i ricordi si perderanno nell’oblio e avranno bisogno di frecce gialle per dare loro una strada.

“…En algunos trechos la ruta era un sendero de mulas, en otros, sólo un delgado rastro culebreando en la naturaleza. Una transformación inesperada se operó en los cuatro falsos peregrinos. La paz y el silencio los obligó a escuchar, mirar los árboles y las montañas con otros ojos, abrir el corazón a la experiencia única de pisar sobre las huellas de millares de viajeros que habían hecho ese camino durante nueve siglos. Unos frailes les enseñaron a guiarse por las estrellas, como hacían los viajeros en la Edad Media, y por las piedras y mojones marcados con el sello de Santiago, una concha de vieira, dejados por caminantes anteriores.
En algunas partes encontraron frases talladas en trozos de madera o escritas en  desteñidos trozos de pergamino, mensajes de esperanza y deseos de buena suerte. Aquel viaje a la tumba del apóstol se convirtió en una exploración de la propia alma. Iban en silencio, doloridos y cansados, pero contentos. Perdieron el miedo inicial y pronto se les olvidó que huían. Escucharon lobos por la noche y esperaban ver bandoleros en cualquier recodo del camino, pero avanzaban confiados, como si una fuerza superior los protegieria…”

Isabel Allende – El Zorro Comienza la leyenda

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luglio 9, 2013

Buen Camino

A tutti coloro che giungono qui ogni giorno – e sono tanti – per leggere i miei post sul Cammino di Santiago auguro un Buen Camino e confesso l’invidia per la scelta di fare questa esperienza ma mi sento anche di affermare che agosto è il mese peggiore da scegliere: se potete permettervi di scegliere rimandate a stagioni più miti perchè in piena estate c’è troppo caldo, troppa ressa, ma soprattutto si rischia di correre e di non capire quale sollievo sia il potersi permettere di andare piano anche solo per qualche giorno.

Sarò felice se  quanto  scrissi potrà essere loro utile, non perdo le speranze di tornare ma, se non potrò mai più camminarlo, magari farò l’hospitalera, per un paio di settimane. Forse. Prima o poi.

Un passo dopo l’altro, senza fretta, spalle al sole e viso verso l’ovest, zaino leggero leggero, tanta acqua, testa coperta, mente e cuore aperti: non serve molto altro.

Dai finestrini dell’aereo, la prossima settimana, guarderò giù verso i campi riarsi, i paesini raggruppati intorno ai campanili, le pale dei mulini eolici bianche sulle cime delle colline, vi immaginerò e penserò a cosa è stato per me percorrerlo e a quanto, dopo  quattro anni, ancora riecheggia dentro di me di quell’esperienza.

Sarò di nuovo a Madrid, per un pugno di ore, sarò molto vicino eppure molto lontano da voi. Buen Camino.

ottobre 18, 2012

Esoterismo sul Cammino di Santiago

Nei giorni in cui sono in Spagna per lavoro, i colleghi con cui collaboro – ospiti eccelsi – si stanno prendendo cura della mia educazione eno-gastronomica: è un’ottima occasione per sperimentare, confrontare ed imparare. Carne, pesce, riso, prosciutto, frutta, verdura e vino, ottimo vino, mi stanno svelando i loro misteri.

Sono sempre più convinta che gli spagnoli abbiano una mutazione genetica che permette loro di dormire cinque ore per notte e di essere vispi come grilli per tutto il resto del tempo: io salgo e scendo dagli aerei, lavoro, tento di parlare la lingua, faccio, brigo, disfo, e la sera, quando sarei pronta a rintanarmi sotto le lenzuola, è il bello che iniziano la festa. Si cena dalle 21.00 in poi; a richiesta – a farcela – si potrebbe anche sperimentare i dopocena. Di solito raggiungo strisciando le coltri verso mezzanotte, sfinita,con la pancia piena di cose buonissime.

Il lavoro è molto ma interessante, il dopolavoro alquanto istruttivo. Me la sto godendo, insomma.

La settimana scorsa, in una pausa tra un antipasto a base di jamòn – meriterebbe un post il prosciutto spagnolo – e uno di gamberi alla piastra, ho intravisto, al di là del vetro del bicchiere pieno di vino bianco galiziano deliziosamente freddo, un articolo incorniciato e appeso ad una parete del ristorante. Nonostante i fumi dell’alcol, mi è sembrato di leggere “Camino de Santiago”: dopo aver biascicato un “conpermesso”, mi sono avvicinata.

Era un vecchio ritaglio di giornale, ingiallito dalla luce nonostante la protezione del vetro, che spiegava le origini del gioco dell’Oca, sostenendo la tesi che le caselle altro non siano che le tappe del percorso. Sembra ci sia un legame tra questa struttura, i Templari (i Templari sono come il prezzemolo: li infilano ovunque) e il significato simbolico delle oche.

La serata è terminata in chupitos e io mi sono dimenticata di approfondire fino a oggi, quando ho riletto un appunto disperso tra le note che mi ero presa – i nomi delle cantine, per l’esattezza – e ho cominciato a cercare notizie su internet.

Certo, fossi passata ai tempi per la piazza del gioco dell’oca a Logrono, invece di trasferirmi direttamente dopo una tappa estenuante dal Cammino alla doccia della palestra e dalla palestra al materasso buttato per terra sotto il canestro, magari il nesso non mi sarebbe sfuggito ma, come si dice, non è mai troppo tardi, neppure per tuffarsi tra misteri esoterici dei pellegrini.

febbraio 10, 2012

Surreale d’inverno – spiritualità, religione e botanica

IN CAMMINO NELLA NEVE

SULLA VIA DI SANTIAGO

(immagine satellitare)

luglio 13, 2011

Una giornata sul Cammino di Santiago

Per la maggior parte dei pellegrini le giornate iniziano presto. Nel precario silenzio degli stanzoni, in cui dormono dalle venti alle cento persone, i trilli delle suonerie dei cellulari, prima delle sei, danno il via al particolare fruscio dei sacchi a pelo sintetici che vengono ripiegati negli zaini, tra brevi lampi di luce delle lampade frontali. Si fa colazione in fretta, insonnoliti, mentre cominciano i riti di preparazione al cammino: chi cambia i cerotti sulle vesciche, chi si spalma i piedi di creme grasse prima di infilarli negli scarponi, chi organizza il peso nello zaino, chi fa stretching, chi ripassa l’itinerario della tappa. Nell’aria aleggia, mescolato all’aroma del caffè’, il profumo dell’arnica, panacea per i muscoli doloranti.

 Tra le sei e mezza, a volte prima, e le otto, quando gli “albergues” chiudono le porte per pulire gli alloggi, i pellegrini si riversano per strada, nel buio che precede l’alba o alla luce della luna: se si alzano gli occhi al cielo le stelle della Via Lattea regalano la piu’ magica emozione della giornata. Le prime due o tre ore di cammino, al fresco della mattina, sono le più’ facili. Il passo procede spedito, il respiro e’ regolare. Tra i campi di grano delle mesetas la quiete profonda e’ interrotta solo  dal canto degli uccelli mentre nei boschi della Galizia il suono  della rugiada che cade dagli alberi attutisce gli altri rumori e satura l’aria di umidità’ che sembra pioggia. Si attraversano paesini deserti, poche case allineate sulla Calle Mayor, a volte l’unica strada asfaltata; il Cammino conduce sempre nel centro di ogni borgo ma fino alle otto i bar non aprono, spesso non ci sono nemmeno negozi di alimentari e solo nella tarda mattinata i parroci aprono le porte delle chiese. 

 Per non perdersi i pellegrini devono seguire le frecce gialle o le conchiglie scolpite sui cippi stradali: sono il simbolo del Camino de Santiago, opera paziente di volontari e indispensabile bussola. Quando ci si chiede se la direzione e’ corretta o se si stanno percorrendo sentieri sbagliati, e’ sufficiente alzare gli occhi dalla punta delle scarpe e controllare: entro poche decine di metri il segnale attende il viandante per mostrargli la strada.

 Sul Cammino Francese, la via’ più’ seguita per raggiungere la tomba di San Giacomo, tra giugno e settembre l’affollamento e’ persino eccessivo: all’inizio ci si ritrova a camminare quasi in fila indiana, poi le distanze si allungano, con la complicita’ delle pause di riposo. Quando ci si incontra, superandosi, ci si saluta sempre: “Buen Camino” e “Hola” sono le parole convenzionali, che superano le barriere dei linguaggi.

 Verso le undici il sole comincia a picchiare: spesso, per chilometri, non si incontrano alberi o fontane. Lo zaino pesa, le gambe sono stanche, il passo rallenta. Le tappe, in genere, oscillano tra i venti e i trenta chilometri al giorno, in funzione dell’altimetria e della difficoltà’ del percorso, delle strutture di accoglienza, degli acciacchi. Poca esperienza basta per imparare ad arrivare alla meta del giorno prima dell’una, per evitare la canicola. E quando sembra che l’albergue non arrivi mai e l’unico pensiero che passa nella testa e’ “ma cosa ci sono venuta a fare qui?” bisogna imbrigliare le sensazioni di sconforto e dolore, impedendo alla mente di crogiolarvisi. Ognuno reagisce a proprio modo. In questi casi io ricorro a tre metodi infallibili: il migliore e’ fare qualche chilometro in compagnia di altri pellegrini. Il tempo e’ sufficiente per farsi nuovi amici, ascoltare storie ed esperienze di vita, parlare lingue straniere, vedere il Cammino e le sue difficoltà’ attraverso gli occhi di altre persone. Il metodo peggiore, alienante ma efficace, consiste per me nel contare: negli interminabili chilometri tra Burgos e Leon, nella calura feroce degli altopiani, il governo ha piantato alberi ogni nove metri. Ci vorranno anni perche’ crescano e facciano ombra ma sono li’ a scandire i passi del sentiero che si srotola sotto gli scarponcini. Quando non ci sono ne’ pellegrini ne’ alberi a disposizione ho sempre la musica dell’ipod ad aiutarmi: le colonne sonore delle mie giornate sul Cammino sono  eterogenee, pronte ad assecondare l’umore. Tra pop, musica classica, podcast, rock, quando serve un po’ di carica la mia canzone preferita rimane pero’ “Amilcare, terzo alpin”: ha il potere di mettermi allegria.

 E poi, alla fine, quando si e’ al limite delle proprie forze, il paese sbuca dal nulla, dietro una curva o emergendo da una conca: la prima cosa che si vede e’ il campanile della chiesa, con l’immancabile nido di cicogne sulla sommita’. Stanchi, impolverati, sudati, i pellegrini arrivano negli albergues parrocchiali – i migliori, dal punto di vista dell’atmosfera che si crea tra le persone nei lunghi pomeriggi spagnoli – o nelle strutture private dove, per qualche euro in piu’ aumenta la pulizia ma viene a mancare la sensazione di vivere un’esperienza comunitaria. Il bisogno di fare la doccia e di sentirsi di nuovo presentabili e’ impellente e, subito dopo, prima della siesta, un pranzo a base dei piatti  tipici del luogo e’ essenziale e fa parte del bagaglio di conoscenze che bisogna acquisire.

 Da puliti e profumati il mondo torna ad essere un bel posto in cui vivere! Le ore del riposo sono fondamentali: chi dorme, chi scrive sul diario, chi fa amicizia con i vicini di branda, chi perlustra le poche vie del paese, chi si prende cura dei propri piedi martoriati, aiutato dai magnifici hospitaleri volontari. L’atteggiamento migliore per godere in pieno delle opportunità’ che questa esperienza regala e’ adattarsi a dividere gli spazi con gli altri: dopo gli inevitabili primi giorni di disagio si impara che la fatica accomuna tutti i pellegrini e che un saluto o un gesto gentile, mentre si fa la coda per lavare  maglietta, mutande e calzini, puo‘ portare a conoscere persone speciali e a fare della camerata, ricolma di letti a castello, un posto amichevole e allegro.   

Sul Cammino il tempo e’ la dimensione principale delle giornate: quando si cammina se ne perde la cognizione, quando si riposa i minuti scorrono lenti e pigri, la notte bisogna rubare le ore del sonno, tra i cigolii degli impiantiti di legno e delle porte dei bagni, lo scroscio degli sciaquoni, il sonoro russare dei vicini di letto. Imparare a gestire nello sforzo della marcia il proprio corpo, impigrito da lunghi inverni di vita sedentaria, e la propria mente, non abituata ad avere  ore a propria disposizione per lasciar spaziare i pensieri sono altre lezioni che il Cammino insegna.

E quando finalmente si arriva a Santiago, per giorni lontano miraggio, le ultime cose da fare, prima di togliersi gli abiti del pellegrino e festeggiare in compagnia con una sontuosa grigliata di crostacei innaffiata dal vino bianco in uno dei cento ristorantini della citta’, sono ottenere, dopo aver mostrato la Credencial con i timbri rilasciati nelle tappe, la Compostela che attesta l’avvenuto pellegrinaggio e recarsi alla messa alta di mezzogiorno. Anche stavolta gli occhi sono rivolti al cielo per osservare le ampie oscillazioni del Botafumeiro, l’immenso incensiere d’argento, manovrato con funi da quattro   persone; con le persone con cui si sono condivise per giorni le mille fatiche quotidiane, si scambia un gesto di pace che, tra immensi sorrisi di soddisfazione, viene diritto dal cuore.

 Che lo si faccia per motivi religiosi, per espiare una colpa o per chiedere una grazia al Santo, per una forma di turismo lento, che offre un modo diverso di vedere la Spagna, per sport, tra i vigneti, gli altopiani, i boschi che si snodano lungo gli ottocento chilometri del Cammino Francese, oppure alla ricerca di risposte su se stessi, si ritorna da questo viaggio sempre con la voglia di ripetere l’esperienza, per quando intensa ed estenuante possa essere stata. 

 Difficile spiegarne i motivi: forse perché’ e’ biologico, carichi come si e’ dopo ore di movimento fisico di endorfine, o perché’ e’ interessante visitare posti nuovi lungo un percorso che trasuda Storia, una strada che per centinaia di anni  ha accompagnato alla fine delle terre conosciute pellegrini di tutte le epoche e le estrazioni sociali, tra mille riti e leggende. Oppure perché’ stare per giorni all’aria aperta regala sensazioni di infinita liberta’, soprattutto se ci si deve preoccupare solo di pochi bisogni primari, o magari  perché’ e’ un’emozione indescrivibile e appagante, dopo centinaia di chilometri, arrivare sotto le guglie della Cattedrale, in compagnia degli amici conosciuti sul Cammino,  e poter dire “ce l’abbiamo fatta, siamo qui”. Per questo e per mille altri motivi, il Cammino comincia a mancarmi già’ quando salgo sulla scaletta dell’aereo che mi riporterà’ a casa, non appena  mi ricordo che il vero cammino, quello difficile,  inizia quando si torna alla vita di tutti i giorni.  Ma per rimediare al “mal di cammino” c’e’ solo una cosa da fare: progettare presto il successivo, raccogliendo informazioni su internet per raggiungere Santiago lungo un’altra delle antiche vie, “dove il cammino del vento incontra quello delle stelle”. 

Questo sarà il mio ultimo post sul Cammino per ora. Avevo scritto questo articolo nel 2009, per un annuario locale, di ritorno dall’ultimo tratto Leon-Santiago. Mai come a partire dai mesi successivi, e ancora oggi,  per me, la frase “il vero cammino, quello difficile,  inizia quando si torna alla vita di tutti i giorni” poteva essere più veritiera.   

Quando comincerò a preparare il Cammino Primtivo, probabilmente nel 2012, riprenderò a scriverne. Buen Camino a chiunque è in marcia o sta per partire.

luglio 2, 2011

Dieci cose da fare sul Cammino di Santiago

Dato che la maggior parte di persone sta arrivando a questo blog alla ricerca di informazioni sul Cammino di Santiago, vado avanti con i miei post a tema e mi chiedo: ma quanti siete/sarete sul Cammino nelle prossime settimane?! Beati voi! L’anno prossimo ci ritorno anche io. Ultreya! Suseya! Santiago!

1. Usate un paio di scarpe collaudate, che vi hanno già accompagnato per alcuni chilometri. Non importa la marca, l’altezza, il rivestimento: ognuno se le deve sentire addosso comode, sicure, affidabili e a prova di vescica.

2. Fate lo zaino. Riempitelo. Trovate un posto per ogni cosa che sia facile da trovare e facilissimo da risistemare. Adesso svuotate lo zaino e togliete almeno il venti percento del contenuto. Fatelo per due volte e comincerete ad avere uno zaino perfetto.

3. Vestitevi a strati, in funzione della stagione atmosferica. Scegliete i capi da portare con voi in un’ottica multiuso.

4. Controllate e segnate, prima di partire, i chilometri tra ciascun albergue e in quali paesi ci sono negozi di alimentari aperti. Non aspettatevi supermercati, tranne nelle città: sono botteghe nelle quali, una volta al giorno, passa il camioncino dalle città vicine per portare pane, latte e frutta fresca. E gli orari spagnoli rispettano religiosamente la siesta pomeridiana.

5. Non fatevi ossessionare dal punto 4. Tracciate un percorso di massima la sera prima della tappa e poi godetevi gli imprevisti e i fuori programma.

6. Tenete sempre mezzo litro di acqua in più nello zaino e bevete poco ma continuamente. 

7. Imparatevi qualche frase in spagnolo, giusto per la sopravvivenza. E poi ascoltate gli spagnoli parlare: è una lingua musicale e divertente! Se riuscite, non fate amicizia solo con gli italiani: non lo dico perché i miei connazionali mi siano antipatici, anzi. Il motivo è che sul Cammino è molto facile fare amicizia e conoscere punti di vista, culture, abitudini, luoghi comuni diversi da quelli cui siamo abituati, nel bene e nel male.

8. Ascoltate i segnali del vostro corpo e i pensieri della vostra mente: dovrete trovare il modo di farli andare d’accordo. Non sempre sarà facile.  

9. Caminante, no hay camino, se hace camino al andar. Il Cammino è il percorso, fatto ogni singolo giorno, anche per un giorno soltanto. Non la meta. Il giorno in cui arriverete sotto la cattedrale sarete felici, entusiasti e soddisfatti di voi stessi. Il giorno dopo comincerete a soffrire del mal di cammino. Non lasciate rimorsi lungo la strada, se non come scusa per ritornare un’altra volta. Tirate su il naso verso il cielo a vedere le stelle la mattina presto, annusate l’aria pulita, ascoltate il silenzio tra i campi e il gocciolio della rugiada sugli eucalipti. 

10. Non arrabbiatevi. Ogni giorno troverete persone che fanno rumore, che non rispettano lo spazio e il riposo degli altri, che alle 4.30 di mattina accendono le lampade frontali e frugano negli zaini. Non prendetevela, è inutile, e non imitateli. Non è una gara: per una volta tanto non ci sono vincitori, vinti e competizioni. Il Cammino è una metafora della vita per molti aspetti. Ammirate ma non invidiate chi va più veloce di voi, con passo leggero e senza sofferenza apparente; scambiate un saluto, un sorriso con chi fa fatica. Se vedete che non gli date fastidio, accompagnatelo per un pezzo di strada: lo aiuterete a distrarsi dal dolore e dal pensiero dei chilometri che deve ancora percorrere. Fatevi quattro chiacchiere al pomeriggio con perfetti sconosciuti che vi sembrano interessanti: vi regaleranno istantanee di vita. Buen Camino.

10 bis: la maggior parte del tempo in cui camminerete il vostro braccio sinistro sarà esposto al sole diretto più di quello destro: abbondate di protezione solare!

Altri post sul Cammino a questo link.

giugno 16, 2011

Cammino di Santiago: albergue, casa rural o una notte sotto le stelle?

Sul Cammino francese le tipologie di alloggio sono essenzialmente cinque.

La prima, quella scontata, è rappresentata dai classici  alberghi, dalle pensioni e dai lussuosi paradores: si dorme per un prezzo che va dai 30 euro in su per camera per notte. Non sempre, tra i paesini minuscoli che il cammino attraversa, è possibile scegliere questa sistemazione: a volte si ha l’impressione di trovarsi in mezzo al nulla e si resta allibiti quando, da dietro una curva, spunta un campanile circondato da quattro case e sormontato da un nido di cicogne. I vantaggi offerti da questo tipo di sistemazione (privacy, confort, pulizia garantita, una notte di sonno non disturbato dagli immancabili roncadores) devono essere soppesati con gli svantaggi: il costo e, soprattutto, la mancanza di condivisione del cammino con gli altri, non solo sulla strada, ma anche all’arrivo, quando le storie e le esperienze delle persone che incontri si intrecciano alle tue, nelle chiacchierate placide del pomeriggio di riposo. Il più famoso e antico parador di Spagna, l’Hostal dos Reis Catolicos, si affaccia davanti alla cattedrale di Santiago: antico ospedale dei pellegrini, oggi esclusivo albergo, da prenotare con largo anticipo!

Gli albergues privati sono il secondo tipo di  sistemazione che si può scegliere. Lungo il Cammino albergue è  sinonimo di ostello: camerate più o meno ampie, a volte stanze doppie e triple, bagni in comune, colazione spesso inclusa, per un prezzo che si aggira intorno ai 10 euro. Gli albergues privati, soprattutto quelli galiziani, accettano prenotazioni telefoniche anche uno o due giorni precedenti all’arrivo. Questa soluzione offre l’indiscutibile vantaggio di evitare ai pellegrini di farsi prendere dall’ansia del “troverò da dormire?” e di dover ricorrere a levatacce. In questi luoghi l’atmosfera è meno calda di quella che si respira negli albergues parrocchiali: alcune sono strutture ottime, altre sono più scadenti di quelle gestite dai volontari. Fino in Galizia, quando ho potuto, ho scelto di pernottare negli albergues parrocchiali o comunali mentre, per gli ultimi centotrenta chilometri, ho optato per questo tipo di soluzione privata, prenotando telefonicamente il letto: la ressa di agosto sull’ultimo tratto era eccessiva ma, di sicuro, nessuno dei posti in cui ho dormito dopo il Cebreiro rimane nei miei ricordi più cari.

In ogni caso, se si arriva prima delle 13.00, un posto lo si trova sempre anche negli albergues parrocchiali e comunali, che rappresentano la terza e la quarta opzione. Il prezzo oscilla dalla richiesta di un donativo a piacere ai cinque euro: le strutture sono più spartane, la pulizia di base è comunque garantita, ci si ritrova molto spesso a dover condividere la cucina. E’ normale, la sera, improvvisare cene comunitarie multietniche e, spesso, bellissime. E’ a questi tavoli, tra questi stanzoni, che ci si ritrova essere umani affaticati in mezzo ad altri umani stremati quanto noi: è qui che, di solito, avvengono gli incontri più significativi. L’albergues di Burgos, inaugurato nell’agosto 2008, è favoloso: ci ho dormito nella prima settimana di apertura. Dal punto di vista funzionale è impareggiabile: soluzioni modernissime, un poco di tecnologia, colori chiari, perfino un poco di privacy. Il mio spirito pratico da ingegnere ha preso freneticamente appunti mentali. Tra questi ostelli ce ne sono alcuni, lungo tutto il cammino, gestiti da un gruppo di volontari: Tosantos, Granon, El Acebo sono quelli in cui ho dormito e il cui calore rimarrà tra le mie memorie più care. Qui la partecipazione comunitaria è gradita e invogliata. Come ho scritto qui, la dimensione religiosa del cammino non è stata per me prioritaria però, dato che avevo letto testimonianze su come fossero gestiti questi ostelli, mi ero incuriosita e non sono rimasta delusa. Prendi ciò di cui hai bisogno e lascia ciò che puoi, è questo che leggi a Granon, albergue ricavato sul soppalco della chiesa. Non si riferisce solo ai pochi euro che scivolano nella scatola come donativo, ma a quanto di noi stessi abbiamo bisogno di ricevere dagli altri e a quanto siamo disposti a dare. In questi albergues a fine giornata, chi vuole, può riunirsi per la meditazione della sera: la matrice degli incontri è cristiana ma ho visto partecipare atei e persone di altre religioni perché tutti, con il tempo lungo a disposizione tra un passo e l’altro, ci ritrovavamo a ragionare sul senso delle cose e a desiderare il confronto. L’esperienza più bella in assoluto, per me, è avvenuta a El Acebo, posto che assomiglia moltissimo alle mie montagne: l’hospitalera dell’albergue Apostol Santiago era Geraldine, anzi “Geraldine del Mundo”, come si definiva, visto che aveva vissuto in mezza europa e aveva origini italiane, francesi e spagnole, era al suo primo giorno come volontaria, aveva parcheggiato il suo vecchio Westfalia giallo dietro la chiesetta, sprizzava gioia ed entusiasmo, mischiava qualche colore di new age a gentilezza e cuore infinito. Al tramonto, dopo una cena cucinata da una ragazza coreana e costellata di risate e storie, ci ha trascinato a pochi metri dalla porta di ingresso, sotto la croce, con un panorama mozzafiato affacciato sui monti. Mentre calava la notte, ognuno di noi, a voce o col pensiero, per i più timidi, nella propria lingua madre, senza bisogno di traduzioni, ha espresso, con poche parole, cosa la giornata  di fatica aveva rappresentato. Geraldine ha offerto ad ognuno una farfallina di carta, pescata a caso da un vaso: su ogni farfallina c’era una parola diversa, il suo regalo  e augurio per noi. Non vi svelo cosa c’era sulla mia ma era una delle cose che chiedevo per me stessa, e si sta pian piano realizzando. Mi resta il rimpianto di non aver dormito all’albergue di San Nicolas, nelle mesetas, gestito dalla confraternita degli hospitaleros del Centro italiano di Studi Compostellani di Perugia. E’ un albergue molto particolare, per il modo in cui è gestito e per l’aria che vi si respira. Ci sono passata dalle parti del mezzogiorno e l’odore del caffè della moka era irresistibile. Tutti si fermano davanti alla porta di San Nicolas: gli hospitaleros hanno le braccia aperte e la chiacchiera italiana a cui soccombono tutti, statunitensi perplesse comprese. Sono entrata a salutare e a chiedere il sello per la credencial ma ho stoicamente rifiutato il caffè: stavo cercando faticosamente di resistere senza e una tazzina mi avrebbe rovinato la disintossicazione forzata.

La quinta ed ultima sistemazione, non testata personalmente anche se, almeno una volta, mi piacerebbe farlo, consiste nel trovarsi un luogo tranquillo, tra i campi di grano, non avere paura e stendere il sacco a pelo direttamente sopra la terra e sotto il cielo stellato e dimenticarsi totalmente, per una sera, del gran casino del mondo.

Il post sullo zaino leggero (ma per dormire sotto le stelle meglio aggiungere un materassino) per il Cammino è qui.