Archive for ‘Messico’

dicembre 29, 2015

Ciao! Come va?

Ho perfezionato negli anni la tecnica dello sparire: gli amici non mi trovano, i parenti non sanno nemmeno se esisto. E pure questo blog manda notifiche ad una assente. Non sono mai stata capace di gestire bene le relazioni sociali: se sto imparando qualcosa, questo mi ingolfa la mente e fagocita il mio tempo libero, annullando ogni altra cosa. Poi capita che in pochi giorni riceva piu’ visite al blog che in un mese tutto insieme, che mi ritrovi qualche ora di ferie ed occasioni per passare a salutare questo e quella e allora mi ricordo che esiste altro, fuori da me, che vale la pena incontrare.

Il cappello da cuoco e’ stato lanciato in aria alla consegna del diploma, gli esperimenti proseguono, il lavoro e’ scivolato nella routine del dicembre, che vede concitazione prima e rilassamento poi, mentre le visite al blog sono schizzate per le ricerche sull’albero del Chechen, che confluiscono in questo post. Ora, mi chiedo, che cosa sia successo mentre non guardavo fuori da rendere cosi’ interessante l’albero messicano velenoso. Un farmaco miracoloso, una ricerca di scuola? Chissa’. Fatto sta che qui arrivano, il post dubito che fornisca risposte, ma wordpress mi comunica tutto orgoglioso che ehi! C’e’ traffico da te!

Traffico non paragonabile a quello che infesta le strade bresciane…ma quanti pirla siamo a muoverci avanti e indietro ogni giorno nell’era in cui l’informatica permette la gestione dei dati a chilometri di distanza? Su, non é il caso di rognare: sono in ferie da quattro ore, sono a riposo. Potrei essere in viaggio, come ai tempi del Chechen…che belli i miei viaggi a inizio anno. Che belli tutti i miei viaggi. Ma chi ha voglia oggi di salire su un aereo col clima che si respira? Boooommmm! Si fa presto a saltare. Il ponte delle spie racconta di una storia terribile che potrebbe diventare ridicola a confronto con quel che potrebbe accadere adesso. Si vive di incertezze e speranze, e di piccole cose: il ritorno del fiore del calicantus, l’odore della mia casa ad ogni ritorno.

Passate bene questi giorni tra il vecchio e il nuovo. Sono come tutti gli altri, ma é piu’ bello pensare che siano inizi.

gennaio 16, 2012

E ritorno…

Mi ha accolto l’odore di casa, composto da profumi reali e da sfumature immaginarie, fatte di ricordi di tanti ritorni. La nota dolce e invernale del Calicantus che proviene dal vaso sopra il cassettone nell’atrio mi ha dato il benvenuto, seguita dall’aroma della pasta col pesto. In Messico si mangia benissimo, ma la pasta, dopo quindici giorni, è una necessità.

Ho dormito dieci ore filate, stanchissima. Oggi ho disfatto la mini borsa – a proposito, meno ci si porta in giro meno si porterebbe, esperimento riuscito – e trovato un posto alle cosine che mi sono comprata come souvenir: animaletti di legno, spezie e vaniglia, palline di cioccolato preparato secondo ricette tradizionali maya, una borsetta e un borsellino che stanno benissimo con lo zaino colorato del Guatemala, qualche segnalibro dipinto a mano, caramelle mou, le Obleas, regalo dell’amica messicana per allargare le mie conoscenze di cucina locale, portachiavi con animaletti di perline variopinte. Piccole cose, di poco valore e molti colori, che saranno sufficienti a farmi ricordare per sempre luoghi e sensazioni.

Mi sono occupata, durante il giorno, di carte in sospeso e ho organizzato i prossimi giorni, senza fretta. Ho controllato le email e ripreso il filo delle conversazioni. Adesso aspetto il sonno che non arriva.

Grazie a tutti voi, che avete letto il mio diario di viaggio, durante questi giorni. Ho inserito alcune foto nei post precedenti, se vi va di guardarle.

E questa qui in basso è la foto, tra le centinaia che ho scattato, che mi piace di più. Non è bella come quella rubata ad Antigua, Guatemala, ad una donna appoggiata al muro di una chiesa, intenta a ricamare un pannello di tessuto che ora è appeso nel mio studio, però, per puro caso, ha catturato qualcosa di più di un’inquadratura banale. E’ la foto che, nella mia memoria, farà da copertina a questo viaggio nella penisola dello Yucatan.

Buon lunedì a tutti: a me ci vorrà molta concentrazione per arrivare a sera. Quando ritorno da un luogo che mi ha fatto trascorre giorni molto diversi rispetto alla solita routine resto, per qualche tempo, disorientata e distaccata, con la testa che gironzola ancora. La lascio andare: la strada di casa la conosce benissimo. Prima o poi tornerà.

gennaio 14, 2012

Gradi e gradazioni di separazione

Vicino alle rovine di Tulum – cosi’ minuscole rispetto agli impressionanti complessi che la selva nasconde eppure cosi’ famose, affacciate sull’oceano, meta obbligata dei turisti in luna di miele – c’e’ una lunga striscia di sabbia bianca, dai granelli cosi’ fini che nemmeno si attaccano ai piedi.

Seduta pigramente su una sdraio di legno, all’ombra di un tetto di palma, conto almeno sette sfumature di colore, a partire da dove l’acqua trasparente solletica la riva, per continuare con il verde e il blu che si alternano a chiazze, con risultati da cartolina, fino all’azzurro del cielo chiazzato da nuvole morbide che corrono sopra il Mar Caribe.

 

 

 

 

 

 

 

Il viaggio per me finisce cosi’, in un enclave esclusivo che poco si allinea alle mie abitudini di viaggio e che, se non ci fosse stato proposto dall’amica messicana, probabilmente non avremmo mai scelto. Qui l’unico rumore che si sente e’ quello delle onde del mare.

 

Oltre le sdraio ci sono i turisti, in questa zona sono soprattutto europei, che spendono piu’ di 250 euro al giorno per passeggiare in questo paradiso. Dietro le sdraio ci sono i messicani, al lavoro, per garantire una vacanza perfetta. Uno stipendio medio si aggira sui 4, forse 5, euro al giorno.

Ci sono luoghi, nel mondo, in cui i gradi di separazione tra le persone sono immense voragini. Qui non si muore di fame perche’ la terra regala, generosa, ma il nostro stile di vita, nel mondo occidentale che ha corso, corso veloce e che ora che si e’ fermato non sa piu’ dove andare, improvvisamente sembra a noi irreale, privo di senso e, a chi versa tequila da dietro il bancone del bar, un sogno irraggiungibile.

Sempre per M., per la lista: Muyil.

gennaio 10, 2012

Un mondo senza i vetri

I negozi qui non hanno vetri. Sono parallalepipedi senza una faccia. Immaginatevi garages di ogni dimensione, da quelli che al massimo possono ospitare una Vespa o poco piu’, a quelli che accolgono un parcheggio di modeste dimensioni. Pensateli a volte rialzati di un paio di gradini dal ciglio dalla strada. Intonacateli nella mente di bianco sporco o beige, riempiteli di scaffali su cui sono depositati vestiti, cibo, ricambi metallici, frutta, farmaci. A separarli dal resto del mondo c’e’ solo una serranda grigia, che la sera si srotola e si incatena ad un grosso lucchetto e la mattina sparisce in cima, invisibile.

I ristoranti qui non hanno vetri: i tavoli occupano le soglie d’ingresso senza trovare ostacoli. La cucina e’ in un angolo: la sera una ribalta di legno e’ sufficiente per proteggere piastra e lavandino.

Le case qui non hanno vetri: dalle grate di ferro nero si intravedono i patii, i salotti, le sedie a dondolo e le amache tese nella penombra. Quando arriva la notte si accostano alte persiane di legno scuro e si tira un catenaccio, perche’ non sbattano, non per impedire che vengano forzate.

Le chiese qui mettono a nudo l’unica navata centrale e le persone entrano, si siedono qualche minuto sulle panche chiare e poi se ne vanno, senza lo sbattere secco dei portoni pesanti. Bambini e palloncini azzurri coloravano l’altare questa sera, nella preparazione festosa di una processione per le strade di Valladolid, la versione contadina e turistica di Campeche, elegante signora.

gennaio 9, 2012

Istantanee: al mercato

Lustrascarpe in divisa – giacca con bottoni dorati – si inginocchiano davanti ai clienti seduti su seggiole di legno rosso lacca, in due file che si guardano, sotto una tettoia che ripara dal sole. Scarpe nere e lucide, pronte a riprendere la strada.

Donne anziane in vestiti tradizionali e trecce grigie, accovacciate su bassi scranni, sbucciano frutta gialla, arancio, verde e riempiono sacchetti trasparenti di fette colorate, pronte da mangiare.

Un carretto carico di semi, spezie, polveri, pasta spicca di ocra, rosso scuro e marrone in un angolo. Passiamo e annusiamo.

Bancarelle cariche di frutta e verdura disposte per colore: cascate rosse di pomodori oblunghi, montagnette di peperoni piccoli e verdi, caschi di banane gialle appesi, manghi arancione, cipolle bianche, agrumi verdi tra gente che si incastra nei passaggi stretti del mercato coperto, donne che comprano, uomini che alzano cassette di plastica sopra la testa. Mais in pasta morbida in grandi recipienti grigi. Su ogni lato, in ogni direzione, fotografo scene da quadro naif.

Una bambina, pelle bruna, treccine nere, occhi fondi, vestito viola scuro da piccola donna siede imbronciata, i piedini rivolti uno verso l’altro, sui gradini d’ingresso di una tienda. E’ domenica, oggi, ci si veste bene per la messa e non si puo’ correre per i vicoli polverosi e costellati da pozzanghere di acqua torbida. Accanto il fratellino, ometto confinato in giacca e cravatta, e la nonna, la sorvegliano di sottecchi. Noi usciamo dall’emporio, nel sacchetto qualche stecca di vaniglia, caccia al tesoro. M. e A. mi raccontano, ancora, di un loro viaggio a Papantla, dove la vendono a chili, ne fanno rosari per i turisti, il paese e’ invaso da un profumo dolce e leggero. E come non farsi venire la voglia di tornare e continuare a conoscere questo Paese?

gennaio 8, 2012

Citta’ coloniali, pirati e altre rovine

Campeche ci ha accolto ieri, verso mezzogiorno, con il primo caldo di queste vacanze, quello che ti fa cercare l’ombra dall’altro lato della strada e la bottiglia d’acqua nel marsupio.

E’ una cittadina coloniale nella quale si dimentica, velocemente, la poverta’ di questo Paese, anche se e’ sufficiente allontanarsi di pochi chilometri per cambiare scenario.

E’ una scacchiera ordinata di calles sulle quali si affacciano metri e metri di case basse e colorate: una porta centrale dietro cui si indovina il patio, due enormi finestre laterali, protette da persiane scure e grate nere che sporgono dal muro. Ogni facciata ha un colore diverso: tonalita’ pastello di rosa, verde e azzurro delicato che si alternano a gialli, amaranto e ocra. Porta e finestre sono circondate da riquadri di pittura bianca che creano un bellissimo contrasto, alla luce chiara del mattino e a quella invadente del pomeriggio. Qualche chiesa di pietra grigia, lo zocalo, le porte di accesso interrompono la loro affascinante teoria.

Campeche e’ Antigua del Guatemala, luogo di particolare fascino, all’ennesima potenza. Campeche e’ quello che Cuba potrebbe essere se l’Avana non fosse un cumulo di macerie nostalgiche e Trinidad un paese sospeso in un tempo irreale.

Campeche domani ci aspetta e noi la percorreremo tutta, meravigliandoci ad ogni sfumatura di colore, sotto      il cielo blu messicano in cui corrono le famose nuvole, senza tristezza, pero’.

Ieri ne abbiamo esplorato solo una piccola parte: il centro, patrimonio dell’Unesco, era invaso da bancarelle di giocattoli, per la festa de Los Reyes Magos; in uno dei forti che proteggevano la citta’ dagli assalti dei pirati c’e’ un piccolo, incantevole, museo maya. Dalle feritoie per i cannoni abbiamo riso dei pellicani che si dondolavano pigri sulle barchette dei pescatori; abbiamo mangiato su un tavolino improvvisato al mercato coperto vicino ai baluardi, senza nessuna preoccupazione per l’igiene. Non diciamolo a casa

Poi non so come e’ finita, perche’ sono crollata sotto i colpi del raffreddore: mi dicono che ogni sera c’e’ musica per le strade e tour guidati, per pochi pesos, che raccontano di quando Campeche era un grande porto e spezie e oro passavano da qui, di quando i pirati gettavano l’ancora e attaccavano via terra. Li ascoltero’ piu’ tardi, quando le facciate delle case avranno assunto tutte lo stesso colore, nel buio caldo della sera.

Oggi, invece, ancora siti Maya, in compagnia di una coppia di canadesi, intelligenti e molto piacevoli, che ha visitato mezzo mondo, per lavoro e per piacere, che viaggia solo col bagaglio a mano e con la quale, saltando allegramente da inglese a spagnolo, abbiamo condiviso scalate sugli antichi gradoni.

Sempre per la lista di M., che in questo viaggio sta tripudiando: Edzna’, Tabasqueno, Hochob, Dzibilnocac.

gennaio 5, 2012

La selva incantata e il mondo di fuori

Intorno a Xpujil e’ tutto un pullulare di rovine maya. La selva inghiottisce le pietre antiche, alberi enormi innestano radici profonde scalando le sommita’ delle piramidi, ficus selvatici ricoprono le scalinate. Dove si intravedono piccole colline e’ probabile che non sia terra ma un edificio avvolto dalla vegetazione.

Alcuni dei 180 siti archeologici messicani sono famosissimi e inclusi nei tour turistici: Chichen-itza’, Tulum, Palenque. Altri, fuori dalle rotte, sono altrettanto magici, ben curati e deserti. Scattiamo fotografie in cui nelle inquadrature siamo gli unici esseri umani. Sbuchiamo da corridoi ombrosi formati dai rami davanti a strutture grigie, immense, che ci levano il fiato e fanno correre l’immaginazione.

M. si arrampica ovunque, fotografa il mondo da 30 metri di altezza. Io lo fotografo da sotto, piccolo piccolo e colorato. Chilometri di selva si estendono davanti a lui; a tratti si aprono polle d’acqua abitate da ninfee. Uccelli colorati, picchi, scimmie, termiti che hanno fatto il nido tra i rami degli aberi protesi sull’acqua, farfalle, ruspanti, felini abitano questo luogo. A tratti alcuni li vediamo anche noi. La fitta vegetazione circonda campi di mais, frutteti, orti difesi a forza dal rigoglio della natura.

Quando scende, occupa di nuovo il suo posto accanto al tassista: e’ il comunicatore del gruppo. In pochi minuti stabilisce connessioni, racconta e si fa raccontare. Ha 26 anni questo, una moglie, tre figli. Ha un diploma da infermiere ma ha trascorso un anno negli Stati Uniti a fare un po’ di tutto: con quello che ha guadagnato ha comprato due auto, la licenza e ha sistemato casa. Il valore degli oggetti cambia con latitudini e longitudini. In due giorni abbiamo esteso le nostre conoscenze di abitudini culinarie, botanica e zoologia locali.

Passiamo attraverso piccoli pueblos immersi nella biosfera: le uniche costruzioni in muratura spesso sono la scuola e il centro sanitario in cui, ogni tanto, arriva il medico. Le case sono capanne di assi di legno, due stanze, che lasciano intravvedere l’interno dagli interstizi, con un tetto di palma. A volte sono colorate, a volte grezze, il pavimento e’ terra battuta, fuori alberi fioriti procurano ombra. Sono le stesse che ho visto a Cuba, in Guatemala, nel nord della Thailandia: si appoggiano instabili, talvolta sollevate da un basamento di cemento; si rannicchia loro addosso una struttura analoga, piu’ piccola e piu’ sbilenca, che ospita gli animali. Polli e tacchini zampettano davanti alla porta d’ingresso, razzolano sotto i vestiti stesi al sole; cani gialli e bambini con gli occhi scuri sono i padroni delle stradine e controllano il traffico della strada centrale, a volte asfaltata.

I rumori qui sono quelli degli animali e delle piante: sibili e fruscii misteriosi. Questa e’ la terra dei duendes, dei folletti. Alcuni sono cattivi, altri buoni. Appaiono di notte, scuri, gli occhi di fuoco. Il tassista li ha visti due volte, a casa sua, e ha passato poi la notte insonne. Ci racconta che con gli amici, ogni tanto, trascorrono le notti nella foresta, vicino alle rovine ma restano svegli: non ci si puo’ fidare delle creature che la popolano, siano esse vere o fatte di spirito. E attenti quando si va al monte: ci sono le streghe che rapiscono uomini e bambini, gettando incantesimi, impediscono loro di ritrovare la strada di casa. Perdidos, nella selva.

Ascoltiamo, affascinati, un po’ increduli e poi torniamo in paese a mangiare in locali improvvisati e miseri: due tavoli di plastica, qualche sedia, la carne buonissima che sfrigola sulle piastre e le tortillas che fumano.

Con la luce del giorno le creature di sogno sono innocue: bisogna combattere solo con le cose di ogni giorno, quelle che rendono le persone uguali in ogni angolo della terra. Anche se in questi luoghi le battaglie sono molto piu’ complicate.

Per M. che fa la spunta dei 180 siti: Dzibanche, Kohunlich, Xpujil, Hormiguero, Chicanna, Bekann, Calakmul, Balamku.