Archive for ‘Germania’

agosto 28, 2016

Agosto 2016

Mese di andirivieni, questo.

Luglio è terminato in un presidio slow food. Si beveva birra artigianale con salumi e formaggi (del territorio, naturalmente, e inteso come territorio locale, naturalmente. Territorio è la parola più abusata degli ultimi 12 mesi. Mi sta quasi antipatica come lo pseudo colto “piuttosto che”). Si beveva birra artigianale, dicevo, e si guardava la pancia degli aerei in partenza da Orio, perchè il terrazzo all’aperto sede delle libagioni è proprio sotto al punto in cui gli aerei virano dopo il decollo. Al secondo bicchiere ho cominciato a rilassarmi da tutte le tensioni lavorative degli ultimi mesi. Al quarto  bicchiere mi chiedevo se guardando da sotto un aereo si capisce se è maschio o femmina. Al sesto – i tipi di birra da degustare erano sei e i bicchieri molto capienti – non mi chiedevo proprio più niente: ero troppo occupata a raggiungere il letto che, per fortuna, non era molto lontano.

Agosto è iniziato in Romania, per lavoro, da domenica a mercoledi. Sono partita dicendo al collega che era con me – un giovanissimo moldavo cresciuto a erasmus e cittadino d’europa –  che non intendevo più toccare alcol per giorni, dopo. “Ok, zia”, mi ha risposto. Mercoledi sono rientrata imbestialita. C’è qualcosa, tra le persone che sono cresciute nell’influenza dell’ex unione sovietica, che le porta a vivere cacciando balle e screditando gli altri. Ne fanno una specie di arte e io vagolo in questa cortina di menzogne, piccoli complotti e bassa professionalità, tentando di trovare un metodo di lavoro condiviso, che continua ad essere messo in discussione. Sarebbe stato meglio continuare a bere.

Tempo di disfare la valigia e fare il bucato e il giovedi mattina sono ripartita, in auto, questa volta, verso la Baviera settentrionale: su verso est, non molto lontano dal confine ceco (Repubblica Ceca, aspettami: prima o poi arriverò anche da te) giù verso ovest, sulla Romantische Strasse. Sono stati dieci giorni tranquilli tra borghi e cittadine ricostruite che tentano di avere il fascino alsaziano, ma non ne hanno il cuore. Tra colline verdissime di pascoli e colture, dal museo del giocattolo agli onnipresenti wurstel, da un castello all’altro, l’apice della faccenda è stato raggiunto, secondo me, nelle due serate passate in un complesso termale super organizzato, super rifornito e costoso un terzo rispetto ai prezzi italiani. Il mio ginocchio malandato e tutti i muscoli d’intorno hanno fatto amicizia con i bocchettoni dei percorsi di idromassaggio e non volevano più andarsene. Mi sono accontentata di un favoloso bagno turco: in sauna ci si va nudi nudissimi, in questi Paesi in cui i tabù sono altri e non i genitali ballonzolanti, e io non ero psicologicamente preparata alla cosa. Mi sono ripromessa di emanciparmi dalle vedute ristrette e provinciali e di esporre anche la mia carne abbondante e pendula, casomai mi ricapitasse: se le saune sono come le vasche, ne potrebbe valere la pena. Nel frattempo,a Bamberg, ci ho bevuto su altra birra, affumicata questa volta, e a Innsbruck, ho mangiato melanconia dell’ultimo giorno e torta Sacher all’omonimo caffè. Non c’è stato niente di spiacevole, durante la vacanza, nè di esteticamente brutto, ma non ne sono tornata soddisfatta. E’ mancato qualcosa, quel tocco di carattere che le popolazioni danno ai luoghi che abitano.

Tre giorni a casa e poi di nuovo in partenza per un mare breve: la solita Fano in camper. Sono tornata martedi in treno, lasciando il papà a respirare iodio e sbafare pesce. Mercoledi sono rientrata in ufficio e c’è stato il terremoto. Il mare, il giorno prima, era stato strano, di colori e voce. Come gli animali, forse anche l’acqua lo sente, l’odore della catastrofe.

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giugno 11, 2015

La voce dell’acqua

Ho registrato il rumore dell’acqua che precipita in cascata a Neuhausen, in Svizzera, al confine con la Germania, per averlo a portata di mano la prossima volta che avro’ bisogno di ricordarmi il suono della liberta’. Bastava allungare una mano per farsela sbattere indietro dalla forza acquisita in discesa. Bastava avvicinarsi, da sotto, per sentirsi strappare via. Dall’alto della roccetta che da millenni resiste in mezzo alla corrente, vedevo l’acqua correre, padrona.

L’altra mattina, dopo una grandinata furibonda, l’ho rivista, pero’ stavolta e’ sgorgata da sotto in su, dalle fogne al pavimento del mio bagno, passando dal wc. Aveva un colore diverso, che non vi racconto. Un lunedi di cacca, direi.

Gia’, la forza stupefacente e distruttiva degli elementi.

In Svizzera ogni cosa ha un suo posto, le voci sono attutite, i limiti di velocita’ severi e rispettati, i prezzi spaventosi e i parcheggi hanno tutta una fila di lucine: verde se il posto e’ libero, rosso altrimenti. Cosi’ uno non vagola avanti e indietro per trovarsi un buco. In Germania, anche solo dieci chilometri oltre confine, a Costanza, i prezzi sono molto piu’ ragionevoli, l’approccio alla vita un po’ piu’ sciolto – non all’italiana, comunque -, i supermercati biologici fornitissimi e pur sempre abbordabili, le ciclabili lungo i corsi d’acqua una goduria.

A parte l’episodio nauseabondo, la settimana e’ iniziata con due sere dedicate alla scoperta di vasocottura e cottura confit, alla Cast Alimenti cui faccio fatica a dire addio, sta proseguendo all’insegna delle disillusioni lavorative – la prossima volta che cambio sara’ davvero per rimanere a casa e  vivere di rendita – e nell’attesa del fine settimana. Devo fare la valigia: tra pochi giorni vado al mare.

Altra acqua, altro rumore. Molti, forse troppi, ricordi.

ottobre 10, 2011

Il solito tran tran

Sveglia all’alba stamattina, in una Berlino ancora buia, bagnata di pioggia, rischiarata qua e la’ dalle luci gialle dei lampioni e delle vetrine dei negozi. Passaggi sopraelevati di acciaio e cemento, rotaie dei treni che si intravedono sotto le pensiline, silenzi interrotti dallo sferragliare delle carrozze. L’aereoporto e’ gia’ vivo, coi suoi ritmi incomprensibili di carico e scarico, di aperture di gates che provocano piccole migrazioni davanti ai duty free, corse e brusche svolte, consultazioni nervose dei monitor.

Cosa si puo’ dire dopo tre giorni in una citta’ che non si era mai visitata prima, a cui si e’ andati incontro senza troppa preparazione, perche’ piu’ passa il tempo meno emerge l’ansia organizzativa per lasciare il posto alle scoperte tranquille? Mi piace, non mi piace, ci torno, non ci rimettero’ piu’ piede. Sono tutti giudizi avventati e riduttivi. Non si capisce l’anima di un luogo in poche ore di permanenza. E se pure sono mancati la voglia di giocare che mi prende ogni volta che atterro a Londra, o i progetti per la prossima volta a Parigi, lascio Berlino con la sensazione perplessa di non averla nemmeno sfiorata. Troppe contraddizioni, troppo il peso della storia, troppa la differenza tra l’antico e il nuovissimo, troppi i cantieri aperti. E anche se mi sono divertita ad ascoltare il concertino del mezzogiorno del Mighty Wulitzer, persa tra la collezione egizia, ritrovata sulle larghe vie che la attraversano, questa citta’ e’ sfuggita ad ogni mia catalogazione.

Le elaborazioni inconsce sobbolliranno nei giorni di questa settimana neonata, tra computer e muletti, riunioni e ospiti stranieri, i corsi di lingue e le mie solite cose, fino a venerdi, quando si concludera’ la quarantesima, e ultima, seduta di fisioterapia. Non tutto e’ stato ancora risolto ma adesso, finalmente, posso continuare da sola. E, fino al prossimo fine settimana, che si prospetta di una rassicurante mancanza di eventi, dal primo pomeriggio di oggi si riparte con il solito tran tran.

ottobre 7, 2011

Es regnet in Berlin

Piove a Berlino,la pioggia d’autunno che in Italia non e’ ancora arrivata. Piove la pioggia piccola del mattino che inzuppa le foglie senape e verdi sul marciapiede, che bagna le scale della metropolitana, che costringe i turisti in fila ad aprire gli ombrelli e alzare i cappucci.

Piove la pioggia inclinata dal vento che passa attraverso il maglione di cotone e la camicia, che gioca con le falde della sciarpa leggera, che pizzicca la pelle, che costringe i ciclisti a piegare i caschetti grigi, di piu’, verso il manubrio.

Piove lo scroscio serale che forma pozzanghere grosse in cui si specchiano il vetro, l’acciaio e i colonnati neoclassici di questa citta’ antica dal volto moderno.

Piovono le goccine che increspano il fiume che accarezza i musei, che ne picchiettano la superficie scura prima che si nasconda sotto i ponti.

Piove l’acqua timida illuminata dal sole del pomeriggio che non disturba gli artisti di strada alla Porta di Brandeburgo, che cola piccoli rivoli sul dorso dei cavalli, lassu’ in cima.

Piove e fa freddo ma oggi Babilonia era meno lontana, davanti ai leoni di Ishtar.