Archive for ‘Canada’

settembre 1, 2013

Canada. Foto ricordo

Faro Peggy's Cove e nebbia
Faro Peggy’s Cove e nebbia
Faro Nova Scotia 1
Faro Nova Scotia
Baia Nova Scotia
Baia Nova Scotia
Faro PEI
Faro PEI
Green Gables
Green Gables
Oceano
Oceano
PEI panorama

PEI panorama

Albero delle boe PEI

Albero delle boe PEI

PEI spiaggia
PEI spiaggia

Convegno

Convegno

Faro Nova Scotia 2

Faro Nova Scotia

Raccolto mirtilli

Raccolta dei mirtilli

Pericoli canadesi
Pericoli canadesi

Coda di balena
Coda di balena

Duel
Duel

Porto Tadoussac

Porto Tadoussac

Cascate Montmorency

Cascate Montmorency

agosto 30, 2013

Canada.Giorno quattordici. Vecchie storie di mare.

Ore 20.30. Aeroporto di Halifax.

Scrivo dall’area esterna dell’aeroporto di Halifax: andremo ai gates per il volo notturno ma con calma, c’e’ tempo. Oggi ha piovuto, prima e ultima pioggia canadese: stiamo tornando a casa.

Halifax e’ una cittadina portuale, che si arrampica, insieme alla sua dirimpettaia Dormouth, su e giu’ per le colline: il centro storico si raccoglie intorno ai moli turistici mentre ai lati operano cantieri navali e banchine mercantili. Dopo aver curiosato per le vie e pranzato in un ristorante che serve “organic food” segnalato per il buon cibo – difficile dire cosa per i canadesi e’ buon cibo – abbiamo concluso il pomeriggio nel Maritime Museum Atlantic trascorrendo quasi tre ore ad ammirare imbarcazioni di legno, a leggere delle esplorazioni di Amundsen, a venire edotte, con reperti e locandine, su storie di naufragi. Il piu’ famoso che ha interessato la città’ e’ stato quello del Titanic: molte vittime sono state sepolte nei cimiteri locali e da qui sono partiti i soccorsi. E’ ben documentato anche il disastro del 1917: un’esplosione terribile che rase al suolo parte della citta’, dovuta ad una collisione tra due navi mercantili, una delle quali carica di esplosivi.

Il pomeriggio grigio e umido ha fatto da sottofondo ad una certa malinconia: le vacanze sono finite e lunedi si ricomincia con il solito trantran.

Annotazioni. Non siamo venute a capo del sistema usato per assegnare i numeri civici canadesi. Sembra un test di intelligenza, di quelli del tipo: “come continua la serie?”. Abbiamo bevuto per quindici giorni acqua al sapore di cloro e quella in bottiglia e’ pessima. Ma con tutte queste risorse idriche, e’ possibile che proprio l’acqua sia un punto debole? Le aragoste sono buone ma vederle vive e ammucchiate una sull’altra in una stretta vasca in aeroporto – si possono comprare – suscita una certa sensazione di disagio. Sempre a proposito di animali, al museo c’era un pappagallo parlante, in perfetto stile pirata. Poverino, in gabbia anche lui. La settimana in Nova Scotia c’e’ piaciuta molto di piu’ di quella trascorsa lungo il San Lorenzo, balene a parte. Meno ressa, piu’ liberta’, moltissimi angolini da ammirare e un cottage tutto per noi con una vista mozzafiato. Chi fa da se’ fa per tre. Per la prima volta quest’anno, per voli e auto, siamo passate da agenzia e non ci siamo arrangiate. Le prenotazioni dei voli sono state fatte separatamente: sia all’andata che al ritorno viaggi aerei su sedili separati. Peccato: la mia compagna di viaggio ha una spalla comodissima su cui appoggiare la testa per farsi una dormita. Molto meglio del cuscino da viaggio. E poi profuma e sta tranquilla: mica detto che i miei vicini non siano degli inquieti. Scivolata nella lusinga della valigia, dopo tre anni di minimalismo, me ne pento e me ne dolgo: molto molto molto meglio una sacca da cabina, poca roba leggera e lavabile. Lo spazio per i ricordini in qualche modo lo si trova comunque. Bene, ecco finito il resoconto del viaggio. Grazie a chi ci ha seguito da casa ed e’ venuto a sbirciare cosa stessimo facendo. Ci avete fatto compagnia, con le email e i messaggi paralleli che ci avete spedito. Nei prossimi giorni pubblichero’ un post con le foto migliori. Adesso invece devo decidere quale e quando sara’ la prossima meta.

agosto 29, 2013

Canada. Giorno tredici. Nebbia, fari e vecchie citta’

Ore 19.00. Quaranta Km a ovest di Halifax.

Non scrivo ma detto guidando verso il B&B che ci ospiterà stanotte, l’ultima in terra Canadese.
Questa mattina abbiamo percorso 200 Km dal cottage a Peggy’s Cove, il faro più fotografato del Paese. I temporali previsti non ci sono stati ma al faro siamo arrivate col cielo coperto, attraverso un paesaggio brullo di brughiera e alberi bassi spuntati tra i massi di granito. Il faro stesso si erge bianco e rosso dalla pietra grigia spazzata dalle onde dell’oceano. La nebbia avvolgeva il paesino e i turisti americani e giapponesi che a loro volta avvolgevano il faro.

La strada costiera che da Halifax arriva a Lunenburg e’ chiamata “la strada dei fari” anche se, a dire il vero, ce ne sono giusto un paio. In compenso la zona e’ una rinomata localita’ di vacanze per canadesi e statunitensi: le baie, le barche alla fonda e le villette in legno ci hanno fatto compagnia per tutto il pomeriggio ma abbiamo rimpianto la spoglia, isolata bellezza delle coste meno frequentate.

Lunenburg e’ un centro abitato, protetto dall’UNESCO, di villette in legno colorato che hanno piu’ di duecento anni. Ne abbiamo percorso le vie illuminate dalla luce particolare che qui inonda ogni cosa nell’ultima ora prima del tramonto.

Annotazioni: le carreggiate delle autostrade sono puntellate da carcasse di animali morti. Da noi sarebbero Cani, gatti o nutrie, qui si tratta di animali con molto più pelo. Procioni? Castori? Di sicuro alcuni sono porcospini. Ai lati becchettano anche grossi corvi neri, imperturbabili al passaggio delle auto. Hanno un gracchiare simile ad uno sgraziato urlo umano. Le indicazioni stradali e turistiche potrebbero essere più esplicite. Le targhe delle auto personalizzate spopolano anche in Canada.

agosto 28, 2013

Canada. Giorno dodici. Costa acadiana e…UN ORSO!!!

Ore 20.45, solito cottage, per l’ultima sera davanti al panorama e immersa nel silenzio.

Sto scrivendo mentre la mia compagna di viaggio tiene accesa, come una vestale, la fiamma nel bracere. E’ un’attivita’ che la assorbe completamente. Mentre la guardo mi viene in mente, chissa’ per quale associazione, Il signore delle mosche, libro terribile e bellissimo che non ha niente a che vedere con la giornata appena trascorsa. Le scintille danzano, le onde sussurrano, una nave da crociera lontana lontana ci sta passando davanti, il buio e’ ormai calato ma ceneremo piu’ tardi. Siamo in fase contemplativa e meditabonda: la vacanza sta per finire e noi stiracchiamo le ore nel tentativo di allungarle.

Dato che il meteo chiamava acquazzoni e temporali, stamattina ce la siamo presa comoda e siamo partite verso la costa est della Nova Scotia solo intorno a mezzogiorno. Non e’ mai caduta una goccia, anzi, spesso il sole usciva ad illuminare le baie. Siamo arrivate fino a Canso, fermandoci piu’ volte lungo la strada per ammirare fari e panorami, per leggere le indicazioni storiche, per scattare fotografie. Oggi ho scoperto che il principe Henry Sinclar, nel 1398, sarebbe approdato in Nova Scotia, nelle zone che stavamo visitando, e che ci sono testimonianze che lo provano. Mi informero’ meglio a casa. Ho anche letto della deportazione degli acadiani e visto villaggi abbandonati a causa dell’emigrazione recente. I panorami si sono susseguiti splendidamente per tutto il pomeriggio, come da copione dei giorni precedenti. Verso le sei e mezza ci siamo intruppate di nuovo in un grande supermercato, tanto per scoprire altri prodottini che da noi non ci sono e meravigliarci una volta di piu’ per le confezioni jumbo.

Mancavano dieci chilometri al cottage quand’ecco che, cento metri davanti a noi, un animale caracolla per attraversare la strada. “E’ un orso! Un orso!” esclama la mia compagna di viaggio, alla guida. “Macché’ orso, non vedi che e’ un cane?”, le rispondo con lo stesso tono con cui, qualche anno fa, risposi ad un amico mentre navigavamo lungo l’Uxumacinta in una specie di piroga, “macché’ coccodrillo, non vedi che e’ un tronco?”. Visto che il tronco tre secondi dopo apri’ le fauci per sbadigliare e poi si getto’ nel fiume verso di noi, velocemente nel mio cervello ho pensato che di cani così’ grossi non ne avevo mai visti – per fortuna – e che i cani non si muovevano in quel modo. Abbiamo fermato l’auto nel punto in cui l’avevamo visto sparire, su un lato della carreggiata: era ancora li’, taglia media, nero, muso inequivocabilmente da orso: l’ha girato verso di noi e ci ha guardato per una frazione di secondo, poi e’ scomparso nella boscaglia.

Abbiamo ancora due giorni, per la strada dei fari ed Halifax ma, se la vacanza dovesse finire adesso, mi riterrei, dopo l’orso, perfettamente soddisfatta. Dovessi tirare le conclusioni in questo momento, credo che non tornerei per visitare altri luoghi del Canada, come la costa di Vancouver, anche se ho visto cose meravigliose qui, perché’ mi e’ mancato un certo senso di calore, come quello che percepisco in Messico o nei paesi mediterranei, pero’ trascorrerei volentieri una decina di giorni sulla Prince Edward Island. E magari prima o poi succederà’.

Annotazioni. Per quanto minuscolo sia il paese o, meglio, le case sparse intorno ai luoghi sulla mappa che qui chiamano paesi, per quanto sperduto o disabitato c’e’, sempre, la stazione dei pompieri, bianca e rossa e tirata a lucido. Non faccio fatica a capire perché’.

agosto 27, 2013

Canada. Giorno undici.Musica celtica e grandi supermercati.

Ore 19.15. Solita sedia affacciata sull’oceano al cottage di Malignant Cove.

Lo schermo dell’ipad si sta riempiendo di goccioline: mentre il pomeriggio terminava, il vento cambiava e portava le nuvole. Questo e’ stato l’ultimo giorno di sole della vacanza: non ci si puo’ lamentare. Stamattina, risalita la strada di ieri fino a Port Hawkesbury, abbiamo girato a sinistra e non a destra e abbiamo seguito il Ceilidh Trail fino a Mabou. A meta’ strada, tra una visione della costa, una contemplazione della foresta e uno sguardo ammirato a certi cottages colorati, ci siamo fermate al centro di conservazione culturale di musica celtica, nel quale abbiamo passato un’oretta e mezza per una spiegazione sulla comunita’ gaelica della Nova Scotia, su come e’ suonata la musica tradizionale, di origine scozzese e per un ascolto dal vivo di due violiniste e una pianista che si esibiscono ogni giorno al centro per un paio di ore. Il costo del biglietto non vale la visita ma e’ stata comunque un’esperienza interessante ed e’ cosa buona e giusta che ci siano centri culturali in cui si salvaguarda il patrimonio tradizionale di musiche e danze. Spesso, ci hanno raccontato, qui i bambini imparano a suonare il violino e a danzare. Ieri a Louisbourg si erano radunati trecento violinisti di tutte le eta’, guidati da due suonatori di musica celtica famosi, per una performance di mezz’ora in occasione della festa patronale. Ho visto una bambina che avra’ avuto quattro anni portarsi in giro il suo micro violino nel fodero, a zainetto. Certi imparano a leggere la musica, altri no: vale anche per i cantori alpini dei nostri cori. In ogni caso, sempre di musica si tratta: un buon modo, secondo me, per occupare il proprio tempo.

Verso le quattro, a pochi chilometri dal cottage, ci siamo immerse per un’oretta in due templi dell’americanita’ la cui esplorazione mi incuriosiva: i supermercati Staples e Wal Mart. A parte il risparmio indubbio su certa componentistica elettronica ( un disco usb autoalimentato da 1 tera in offerta pagato meno di uno da 500 gb in Italia), l’acquisto di un paio di quaderni di scuola – compro sempre un quadernino di scuola del luogo se trovo qualcosa che da noi non c’e’:e’ un’abitudine presa negli anni in cui, bambina, viaggiavo in camper con i miei – e di un pacchetto di cerotti bellissimi con l’immagine di Mickey Mouse, prova della mia indubbia maturita’, la vista di tutta una serie di prodotti confezionati e in maxi porzioni mi ha provocato molte perplessita’. Me le tengo, insieme alla sensazione di riconoscimento di certi involucri, di certi oggetti, che deriva dalla frequentazione di televisione statunitense.

Annotazioni. Io credo che in Cina ci siano fabbriche in cui si producono souvenirs e oggetti vari tutti uguali e neutri che poi, avanzando nel ciclo produttivo, vengano man mano personalizzati con nomi e colori e spediti in tutti i negozi di souvenirs e nei supermercati del mondo perche’ certi fari e barchine li ho visti in Olanda e in Italia, certi gatti di legno in Thailandia e in tutta Europa e le t-shirt pure, disegno a parte. Desolante. Vado a metter su l’acqua della pasta: stasera si cena italiano col basilico fresco canadese.

agosto 26, 2013

Canada. Giorno dieci. Isole, laghi e vecchie fortezze

Ore 20.00 locali. Da qualche parte, vicino a St Peter.

Ogg avremmo dovuto fare un giro relativamente corto invece sto scrivendo dall’auto, prima di dare il cambio per l’ultima ora e mezza di viaggio. In programma c’era un pezzettino di Cabot Trail. E’ diventato un pezzettone di Cabot Trail, un giretto sull’isola Madame, la salita su una strada costiera del Bras d’Or Lake, la visita – purtroppo veloce – della fortezza ricostruita di Louisbourg e il ritorno lungo la costa in ore in cui i panorami continuano ad essere da cartolina: foreste, mare, laghi e laghetti in mezzo al verde, fari bianchi e rossi, cottages di legno piu’ poveri di quelli sulla terraferma e prati all’inglese. Il sole e’ tramontato e lo spettacolo che ha regalato e’ indimenticabile: un gioco di colori al quale nessuna foto o parola potrebbero rendere giustizia.

Annotazioni. Alla fortezza c’era festa grande, per il giorno del patrono: rivisitazioni, musica, fuochi d’artificio. Abbiamo ricevuto una lezione in termini di civiltà’ nella gestione delle code: ordine, volume della voce tranquillo, sorrisi, gestione FIFO e per scendere dagli autobus. Nessuno controlla mai i biglietti: spesso si potrebbere accedere a siti e musei facendo i furbi. Probabilmente questo e’ scontato che non accada.

PS ore 22.00, al cottage. Presa dalla vista dell’oceano davanti a me non mi ero accorta di quanto popolato sia di stelle il cielo quassù’. Senza le luci dei centri abitati se ne intravedono a migliaia, distinte, raggruppate, fioche, luminose.

agosto 25, 2013

Canada. Giorno 9. Un’isola, un’aragosta e una ragazzina coi capelli rossi

Ore 21.30, da qualche parte tra Caribou e Antigonish.

La giornata e’ iniziata prestissimo. Il traghetto per la PEI, la Prince Edward Island, partiva alle 8.00 e noi avevamo un’ ottantina di chilometri da percorrere su strade sconosciute per arrivare al molo.

L’alba, dal cottage, ha offerto il primo spettacolo della giornata. La traversata con l’avvistamento del primo faro della PEI, isola ad alta densita’ di fari, il secondo. A meta’ strada per Charlottetown, la capitale, ci siamo fermate, quasi uniche turiste, a visitare invece un altro faro, quello più’ antico della zona. Siamo salite su, per le scalette ripide, fino alla lampada: davanti a noi il mare brillava azzurro da una parte mentre i campi gialli e verdi spiccavano sulla terra rossa di ferro tipica della PEI dall’altra. A Charlottetown siamo andate a curiosare al mercato degli agricoltori, piccolo e affollatissimo, dove ho indulto in una fetta di torta di zucca, poi nel centro della cittadina, con le sue antiche dimore in legno e il porto. Da li’, visto che ormai si erano fatte le due, siamo ripartite, immerse in un’atmosfera bucolica e idilliaca e tutti gli altri termini che vi vengono in mente per definire Arcadia e Parnaso, tra un susseguirsi di cottage, campi di mais, patate e fagiolini, laghetti, fiumi azzurri, terra rossa e pochissime automobili, verso Cavendish.

Poco prima di arrivare, ci siamo fermate ad un ristorante ai limiti di un’insenatura minuscola davanti al quale c’erano ormeggiate due barchette e tirati i fili che contrassegnavano un allevamento di ostriche. Li’ ho mangiato la prima ostrica della mia vita: una sola, per assaggiarla – alla cifra ragionevole di 2,2 euro – e mi e’ sembrato di mangiare il mare. Buonissima. Dopo la degustazione, ho proseguito con un hamburger che traboccava aragosta. Un pascolo. Venti minuti dopo ero a Green Gables, la casa di Anna dai Capelli Rossi, l’eroina nata dalla penna di Lucy Maud Montgomery. Circondata da giapponesi felici e in preda ad una certa infantile agitazione, mi sono fatta fare le foto di rito con una parrucca con le trecce e ne ho scattate qualche decina della casa all’interno e all’esterno, per proseguire quindi sul viale degli innamorati.

Io lo so che questo genere di visite a luoghi e oggetti feticcio e’ poco intelligente e non ha ragione di esistere, se non ad un livello superficiale, ma la giornata di oggi, incluso il luogo sacro agli ammiratori di Anna, la aspettavo da piu’ di trent’anni. Si e’ conclusa con la vista ad un altro faro, quello di Cape Bear, che per primo raccolse l’SOS del Titanic e con una passeggiata su una spiaggia al tramonto, prima della partenza dell’ultimo traghetto per la terraferma. Questa giornata, dicevo, e’ stata importante per me: la PEI ha risposto a tutte le mie aspettative; il tempo trascorso li’ e’ stato pochissimo ma sufficiente a capire che il luogo e’ veramente quello descritto nei libri di LMM e per desiderare, in un futuro remoto, di tornare e passare qui una quindicina di giorni e girarla in ogni angolo.

Non attendevo tanto la visita a Green Gables, che ha ispirato il luogo del romanzo piu’ famoso e di altri successivi, quanto il riuscire a immergermi nelle atmosfere che avevo tanto immaginato durante le continue riletture delle avventure Anna dai capelli rossi.

Anna, vedete, insieme a Jo March, Peline o, piu’ recentemente, all’adulta Harriet Vane di Dorothy Sayers, per me e’ sempre stata la rappresentazione della “possibilità”‘, del riuscire a diventare adulto senza perdere le caratteristiche migliori dell’infanzia – la fantasia e la capacita’ di credere ai sogni – ma, nello stesso tempo, maturando e investendo su se stessi con l’impegno e la determinazione. A di la’ della morale del tempo, del perbenismo borghese, dei dettami calvinisti o di ogni altra considerazione rapportabile ai tempi in cui questi romanzi si svolgevano, ognuna di queste figure cresceva affermando se stessa attraverso se stessa e non attraverso il rapporto, il giudizio, l’influenza, la necessita’ della presenza degli altri. Tutte sapevano o capivano che e’ necessario lavorare sui propri difetti per smussarli e farne dei pregi e investire tempo nella propria crescita personale concreta ma che e’ un lavoro che va fatto da sole. Prima se stesse, ad esempio, come persone realizzate e solo poi, di conseguenza, in grado di entrare con la maturita’ necessaria in un positivo rapporto di coppia. Mi e’ sempre sembrato, il loro, un comportamento pieno di buon senso, fin da quando ero piccola: l”intelligenza personale messa al servizio di se stessi, per ricavare un se’ adulto, femminile, forte ma non aggressivo, indipendente, fiero dei propri successi, non bugiardo sugli insuccessi.

Annotazioni: Anna dai capelli rossi ai giapponesi piace da matti. Non facevano nemmeno le foto tanto erano rapiti dalla visione dei verdi abbaini. Nei paesi spagnoli c’e’ sempre una Calle Real, in quelli canadesi una Beaver Road. Guidare per le strade canadesi ad agosto, che credo sia periodo estivo e quindi di vacanza anche per loro, e’ facilissimo: in una giornata, per chilometri e chilometri, si incontrano meno macchine di quelle che si intasano in fila in una mezz’ora sulla tangenziale di Milano. La colazione tipoca di un camadese, che sceglie il salato, consiste in salsicce o bacon, patatine con ketchup, latte al cioccolato, uova al tegamino, pane tostato con burro di noccioline o marmellata. Affascinate nella sua ripugnanza. Noi in compenso abbiamo finito in un giorno un pacchetto small, delle dimensioni di un parabordo, di sweet and salty popcorn comprato al mercato degli agricoltori. Un’altra aberrazione culinaria ma uno tirava l’altro con molta facilita’. Non esistono le piazze come noi le intendiamo, un centro cittadino che funga da fulcro nei paesi. A volte del paese c’e’ solo il nome. Malignant Cove e’ segnato sulle mappe ma, dopo tre giorni, non abbiamo ancora capito dove inizia e dove finisce, solo sappiamo che prima delle 23.00 ci faremo una camomila in pigiama e poi fileremo a letto, cullate dal rumore delle onde.