Archive for ‘Belgio’

marzo 22, 2016

Marzo 2016 bis. Da Bruxelles

Con il vivere per raccontarla, nel post precedente, scherzavo. Invece é successo davvero.

Bruxelles é sotto assedio, allerta massima, trasporti pubblici bloccati, stazioni chiuse. Ho camminato sotto il sole che illuminava i muri colorati con i personaggi dei fumetti verso la gare du midi questa mattina, tra gli ululati delle sirene. Il terminal degli autobus per Charleroi era inaccessibile. Abbiamo condiviso un taxi con una coppia spagnola, senza pensarci su troppo. L’ultimo chilometro verso l’aeroporto lo abbiamo fatto a piedi: tutto era bloccato. Il mio aereo, se partira’, é nel tardo pomeriggio. Qui in aereoporto quello che piu’ si sente é il silenzio: lontano il caos dell’andirivieni. Siamo tutti qui, sospesi, in attesa. Sperando.

Il concerto é stato bellissimo: Natalie Merchant ha emozionato al Cirque Royal. Ha parlato di tolleranza, anche. Dalla finestra di un appartamento del quartiere Marolles stamattina si diffondeva a volume altissimo Give peace a chance.

Ci pensero’ quando saro’ a casa.

PS. Io invece ho paura. E non sono Charlie. Sono io e basta. Con la mia vita piccola, le persone che mi vogliono bene e quelle a cui ne voglio. E le mie cose e le mie abitudini. Io sono questo, come ognuno di voi. Se mai ne usciremo, ora che é iniziata davvero, lo faremo in qualche altro modo. Quale, non so.

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aprile 28, 2014

E ti diro’ di piu’…

I tre giorni in Belgio sono filati via all’insegna delle scoperte preventivate: sapevo prima di partire che sarebbe stato un bel viaggio ed ero pronta a  godermelo. Il sole e il caldo hanno fatto la loro parte, una piacevole compagnia per le vie di Bruxelles, le strade tra i campi verdi illuminati da chiazze gialle di coltivi alternati, gli antichi mattoni del castello di Jehay.

Stavano fuori in attesa mentre cacciavo il naso all’interno dei negozi di cartoleria, del  Museo del fumetto ospitato in un vecchio emporio di tessuti costruito in un perfetto stile Art Nouveau , del Museo Herge’ in una  Louvaine La Neuve  invasa dagli scout, nel negozio  di Pierre Marcolini che ha riclassificato i miei standard  in fatto di cioccolato.

E lasciavano il posto ad una notte di pioggia poco convinta mentre assistevo al primo concerto del Festival della chitarra – quasi quattro ore di musica classica e world – e a quello di presentazione del nuovo album di Karim Baggili.

Tra un brano e l’altro mi son guardata intorno: si trattava in entrambi i casi di sale da concerto in centri culturali, gremite da un pubblico molto eterogeneo per eta’, vestito in modo non elegante, rifocillato da alti boccali di birra negli intervalli e tanto attento e partecipe. Il secondo concerto, in particolare, mi ha stupito per qusto motivo. Si tratta di world music che mescola influenze arabe con i canoni occidentali: l’oud, il liuto arabo, ha una parte fondamentale nei brani, per lo piu’ strumentali, che ricordano piu’ le calde sere nel deserto che non i tramonti sui pascoli erbosi, per dire. Eppure la partecipazione é stata massima, tra i giovani e i, tanti, meno giovani  e la maggior parte di essi proveniva, come si poteva leggere sui tratti somatici, dalla vecchia europa. Mi sono chiesta se una cosa del genere qui potrebbe succedere: bresciani di tutte le eta’ ad affollare una sala da concerto di un centro culturale di un paese di provincia – ammesso che un centro culturale in un paese di provincia qui esista e fornisca una stagione di eventi piena e interessante – per ascoltare musica araba con l’atteggiamento di chi gia’ la conosce.  Mi pare, al momento, poco probabile, anche solo per il fatto che la maggior parte delle volte vanno deserte anche le serate di musica tradizionale. Qui le sedie si riempiono solo se ci sono i grandi nomi, urlati a scampanio da campagne di marketing tanto piu’ intense quanto piu’ sostengono il vuoto dietro.

Dopo il concerto Karim é passato nel foyer, a firmare autografi in tutta tranquillita’ per chi lo ha aspettato, con in mano la locandina del concerto regalata a chi la volesse. La mia compagna di viaggio, che stravede per lui da quando lo ha sentito la prima volta  suonare in una rassegna organizzata per l’appunto qui da persone che provavano a proporre qualcosa che non sia sempre la solita zuppa e non lo fanno quasi piu’ perche’ la fatica é molta e i risultati deludenti, si é illuminata come un faro nella notte quando é stata riconosciuta da Karim stesso, baciata, e ringraziata una volta scoperto che era vemuta dall’Italia apposta per ascoltarlo di nuovo, e per ben due volte in due giorni! Il trupudio é proseguito all’ora di colazione, in albergo, il mattino dopo perche’ i suonatori di oud, il Trio Joubran, sono comparsi nella hall. Abbiamo ringraziato per la musica e fatto due parole con il fratello di mezzo, un po’ in francese, un po’ in inglese per passare all’italiano quando, chiesto da dove arrivassimo, ci ha detto che si é diplomato a Cremona. Da una rapida occhiata della sua biografia, ho scoperto che é un maestro liutaio e che é stato il primo arabo a diplomarsi al Conservatorio cremonese. Ecco, a me sono mancate le parole perche’ per un attimo mi sono sentita molto orgogliosa che una persona, proveniente da una famiglia che per generazioni si occupa di costruire liuti e li suona pure, abbia deciso di rafforzare la propria preparazione artistica proprio da noi, in un centro famoso per questa tradizione. Poi, subito dopo,  mi é preso il solito nervoso scoraggiato che mi invade quando penso che, il nostro,potrebbe essere un paese in cui si puo’ vivere bene, si potrebbe avere e fare cultura, si riuscirebbe ad essere moderatamente soddisfatti mentre invece ci siamo fatti imbesuire per anni e non ci viene neppure in mente che potremmo avere tanto di meglio. E poi mi sono chiesta, con tutto il mio razzismo provinciale che mi scrollo di dosso solo quando riesco a ricordare a me stessa che le folle di migranti sono composte da persone e non da corpi,  quanto tempo passera’ prima che  in una sala da concerti locale possano avvenire incontri di culture, davanti al panettiere, al postino, al professore, all’operaio, all’imprenditore, al pensionato, allo studente e non scontri di ideologie  per spartirsi una mezza moneta.

Tintin se ne andava a scoprire il mondo, combattendo i cattivi e mentre lo faceva incontrava e capiva persone diverse da lui. I cattivi sono tra noi e il mondo lo abbiamo fuori dalla porta di casa: forse un giorno troveremo, trovero’, il coraggio per aprirla.

aprile 24, 2014

L’ombra dell’aquilone

Qualche giorno al mare, sole e pioggia alternati, Ancona senza anima, la cattedrale affacciata sul porto e sui cantieri, voglia di Grecia. Ricordi. Niente internet, poco cellulare. L’aquilone vola da solo: il vento é forte, tira il filo. Mi fai provare? Chiedono i bambini con gli occhi all’insu’ a guardare se arriva fino alle nuvole. L’ombra si proietta sui libri di viaggio che leggo guardando l’acqua. Ovetti di cioccolato, pigrizia, passeggiate. Due giorni in ufficio, tempo fermo, riunione fiume, mi invento cose per far passare le ore. Suona il telefono e una cosa gia’ creduta chiusa e pace si rimette in discussione. Resto sola, gli altri vanno via prima; ricevo una visita guardinga: una richiesta di aiuto, un’altra storia di capacita’ sprecate, la seconda oggi. Forse stavolta posso fare qualcosa, forse non ne ho il potere. Vedremo. Riparto subito, birra, fumetti e oud nelle piane del Belgio. C’e’ ancora qualche pausa di liberta’, prima di ricominciare a decidere..

ottobre 14, 2012

Great glass of beer

Manca poco a mezzanotte e sono sbronza. Intediamioci: sbronza, non ubriaca. Io non mi ubriaco mai.

So ancora recitare la tabellina dell’otto e mi sono infilata il pigiama nel verso giusto.

Ieri pero’ ho scoperto che esiste almeno un tipo di birra che mi piace, probabilmente perche’ non sa di birra, la Hoegaarden alla spina, gusto acidulo con leggero sapore di limone, roba che da noi mi dicono non si trova.

Oggi quindi, per esserne proprio sicura, ne ho provato un altro paio, mezza prima del concerto di Chris Isaak, una e mezza dopo. Gia’, se le sommiamo non fanno un paio. Non sottiliziamo, anche perche’ in compagnia delle patatine fritte belghe la birra si asciuga subito.

Dicevo, concerto. Gia’ perche’ un’oretta fa sono uscita dal mio primo concerto rock, regalo di compleanno di un’amica che ha ritenuto indispensabile dare un contributo alla mia educazione musicale, finora farcita solo di artisti classici, prima che scocchino i quaranta.

Che dire… Mi sono divertita parecchio, ho canticchiato quel che riconoscevo, ho tenuto il tempo con quello che non conoscevo e ho fatto un’escursione nel classic rock anni cinquanta.

Poi ho deciso che un salto in birreria, passando per la Grand Place non ancora deserta, ci sarebbe stato bene ed eccomi qui, in sbornia allegra, pronta per andare a letto, con in testa accordi e luci e un’altra giornata di evasione, domani, prima di riscivolare nel solito tran tran.

Buona notte a tutti…hic!

ottobre 13, 2012

Escursioni. Termiche.

Rientro da Madrid, ancora calda di scampoli estivi, giovedi sera, con il solito volo come al solito in ritardo di Ryan Air- compagnia aerea per carri bestiame -, in una Orio bagnata di umidita’ e rarefatta di nebbiolina. Sono seccata per una discussione lavorativa che mi ha lasciato perplessa. Sono entusiasta per il progetto che sto seguendo di cui comincio ad intravvedere la struttura che si delinea, seppure ci sia tantissimo da fare. Sono stanchissima e assonnata: a casa arrivo verso le 23.00, disfo una borsa, ne finisco un’altra, mi lavo, faccio quattro chiacchiere con mio padre e spengo la luce a mezzanotte, nell’odore familiare delle mie mura.

La mattina di venerdi in ufficio e’ intensa di decisioni da prendere, riunioni di controllo, telefonate con risposte rimaste in sospeso mentre non c’ero. Tiro un sospiro verso l’una, quando scivolo in auto, guido verso la citta’, raccolgo la mia compagna di viaggio e punto verso un altro aereoporto, verso un’altra meta.

La sera Bruxelles e’ fresca di autunno del nord, umida di pioggia, raccolta attorno alla Grand Place illuminata e affascinante. Il termometro segna 13 gradi: rabbrividisco e mi infilo sotto il piumone in albergo.

Oggi Bruges e’ malinconica sotto la pioggia che continua imperterrita a lavarci. Chissa’ che meraviglia sotto il sole, se anche cosi’ ogni pochi passi ci fermiamo ad osservare le facciate delle case, gli scorci dei canali. Qui ogni due vetrine di negozi ce n’e’ una traboccante di cioccolato, di praline, di biscotti. Impossibile resistere, anche solo per ammirare forme e colori e annusare l’aria che tira. Le campane della torre nella piazza centrale suonano concerti che si odono per tutte le strade del centro. Qui ogni strada regala scorci che sembrano appena usciti da un quadro fiammingo e i colori degli alberi che si preparano all’inverno con un’ultima intensa fiammata. In un giardino nascosto dietro un portone la vite canadese si arrampica rossa fino alle finestrelle bianche, lambendo una lucerna di ferro mentre i petali delle rose gialle, ancora bellissime, si piegano sotto le gocce che cadono imperterrite e rendono lucenti le pietre delle strade e solleticano l’acqua che passa sotto i ponti, accarezzando antichi muri rivestiti di muschio. E mi inzuppo mentre passeggio col naso per aria, mentre fotografo qua e la’ senza riuscire a catturare l’anima di questo luogo.

Sono asciutta di nuovo, adesso, pulita e tranquilla. La pioggia ha lavato via i pensieri, lasciando riemergere la voglia di vedere il mondo che mi e’ stata insegnata fin da quando ero piccola: viaggiare per imparare, per capire, per imparare a vedere, lingue diverse per comunicare, col poco che so.

Esco di nuovo stasera. A Bruxelles non piove piu’: ci sono strade nuove da scoprire.