Search Results for “paris”

luglio 22, 2013

Paris, encore

Ho deciso. Da grande faccio la weekend planner. Ho un avvenire nel campo. Propongo combinazioni per tutti i gusti e per tutte le disponibilità finanziarie anche se preferirei non dovermi occupare delle flange estreme: di voi a cui va bene dormire per terra e di voi che pernottate solo negli alberghi con troppe stelle. In entrambi i casi non mi troverei a mio agio a sperimentare. Per tutti quelli che stanno in mezzo, ecco un esempio di itinerario intenso, turistico ma non troppo, curioso e gastronomico, ideale per chi già conosce i monumenti più importanti della città e i suoi musei e vuole solo andare a zonzo e ficcare il naso in quelli che restano solo se c’è brutto tempo.

Arrivate da CDG, estorcete un biglietto extraurbano e un carnet da dieci corse alle macchinette automatiche e balzate sulla RER. Nella canicola mattutina che picchia già alle dieci, raggiungerete in una mezz’ora e con un paio di cambi una fermata nei pressi di Montmartre. Scendete e fatevi largo tra chi tenta di vendervi un iphone 5 o un samsung nuovo di zecca per cifre inferiori ai 250 euro. Non è mai una buona idea. Proseguite per duecento metri ed entrate al Marché Saint Pierre, un isolato di negozi di tessuti, alti cinque piani, e di mercerie in cui potrete trovare qualunque cosa, facendovi largo tra le signore francesi intente a soppesare i pregi e le virtù di ogni rotolo. Se vedete qualcosa che vi piace, una stoffa stampata in un modo inconsueto, originale rispetto a quello che trovate nel vostro paese d’origine, non resistete, portatevene a casa uno scampolo e date spazio alla creatività. Sarà il vostro souvenir, non scontato, non comune.

Uscite dai vicoli  che è quasi mezzogiorno e, fatti pochi passi, tirate su il naso per ammirare la basilica Sacre Coeur, raggiungibile assiepati sulla funicolare o dopo ascensione di duecento scalini (la seconda: il ginocchio beneficiava di una rarissima violazione alle mie ferree regole sui medicinali, cioè di una compressa di Tauxib, e gli sembra quasi di essere un’articolazione sana), pigliate fiato mentre osservate la città ai vostri piedi e poi scendete giù, verso le piazze dei pittori, ad ammirare i turisti che ammirano le opere degli artisti. Poi di nuovo scendete, verso Pigalle, verso il metrò e fate rotta ad est,  fermandovi a Rue de Montorgueil, a farvi tentare e a cedere alla tentazione dei dolci e dei salati dell’antichissimo Stoher, delle boulangeries e delle fromageries. Lasciate ogni cosa in albergo, dopo esservi riposati una mezz’oretta, mentre il sole ancora splende, perdetevi nel Marais, infilate il naso nei negozietti, senza comprare o comprando qualcosina qua e là, come un flaconcino  di sapone di marsiglia aromatizzato alla lavanda che vi farà compagnia col suo profumo nel prossimo viaggio, o il tè da Mariages Fréres e da Le Palais du The, il cui suo sapore di bergamotto – siete tradizionalisti e scontati – starà con voi per tutto inverno,una tazza ogni domenica, nei pomeriggi freddi e lenti.

Guardatevi intorno, in alto e in basso, decifrate le scritte sopra le entrate dei vecchi negozi, sbiadite dal tempo, infilatevi nei portoni dei palazzi, se si può, e scoprite i giardini freschi, nascosti e raccolti del Palazzo degli Archivi poi tornate, col tramonto intorno a voi, verso il Centre Pompidou, e fermatevi ad ascoltare gli artisti di strada e a osservare il tetto di un palazzo attraverso una bolla di sapone.

Cenate, una cosa veloce, una fetta di quiche lorraine che si scioglie in bocca, ad esempio, poi ripartite, verso la Senna, per quattro passi mentre si fa sera sulle acque e i più si attardano tra la sabbia di Paris Plage.

Ecco, questo è  per il sabato ma pure per la domenica ce n’è d’avanzo, specialmente se, in un altro cedimento alle tentazioni, si indugia tra le bancarelle del Marchè Bastille, per procurarsi pane fresco, formaggio e ciliegie, poi si ripassa davanti all’ormai nota Pâtisserie des Rêves a rendere grazie al genio di Conticini e poi ancora si arriva ai giardini del Trocadero, per sbafare al fresco, sotto enormi platani, davanti al metallo amichevole della Tour Eiffel mentre la città si prepara ad accogliere l’ultima tappa del Tour e il sole picchia forte sui boulevards e sulle spalle di indigeni e turisti, in un pomeriggio d’estate.

Ve lo prometto:  il lunedi il rientro al solito tran tran sarà terribile.

Paris collage

luglio 26, 2012

Paris graffiti

E per l’ultimo post della serie parigina, questa volta faccio il verso ad esercizidipensiero che, durante una lunga camminata per Venezia, l’anno scorso, mi ha insegnato che anche i muri parlano.

 

luglio 25, 2012

Paris couleurs

 Passare con il mouse sopra l’immagine per scoprire la tonalità di colore catturato.






luglio 22, 2012

Paris gourmand

A Parigi lo scorso fine settimana c’erano 25 gradi,  il sole, moltissime persone e tante cose da fare e da vedere. Le ore sono volate tra i vicoli del Marais, l’argine della Senna convertito in spiaggia estiva e le chiuse del Canale St. Martin. Niente musei, solo aria aperta: rumori, colori, bambini che giocavano nella sabbia dei parchi, acqua che scorreva tra le chiuse, turisti stanchi, angoli tranquilli.

Ho trascorso l’inverno a leggere delle degustazioni di chottomatteo ma sabato gli ho fatto concorrenza. Anzi, questo post lo scrivo facendo il verso ai suoi: cose buone parigine, una dietro l’altra!

In quale fermata della RER si scende? Les Halles? Fammi controllare nel moleskine che forse ho segnato quali sono le migliori pasticcerie della città…La più vicina? Eccola!  Stohrer, antico luogo. Tartellette à la rhubarbe e pain aux raisins  da accompagnare ad un cappuccino Starbucks – perché il caffè, a Parigi, proprio no e allora meglio fare come i turisti pessimi – e tartelette aux pistaches, per quando non so ma vedrai che verrà buona. Baguette per pranzo e qualche madelinette da portare a casa alla boulangerie Kayser, proprio di fronte, per non lasciare nulla di intentato e due assaggi scelti a caso dal bancone di Fromages et Détail.

A posto, sono pronta, si va verso  Place des Vosges, con l’unica missione di perdersi nel Marais, cacciare il naso in tutti i negozietti che ispirano, girare dietro agli angoli per vedere cosa nascondono, col passo lento di chi non ha nulla da fare se non andare a spasso tutta la giornata. Ecco subito una pistacherie, poco prima del Centre Pompidou, con pistacchi da tutto il mondo. Ci sono pacchetti piccoli di snack al sesamo e alle mandorle…hanno l’aria buonissima….si dai, un paio da mettere in borsa e sgranocchiare durante la settimana, per rendere più lungo il ricordo del viaggio. A proposito di borse: questa volta ho viaggiato super-minimal, con una borsa a tracolla da tutti i giorni, che contiene giusto un cambio e quattro cose e che è perfetta da portarsi in giro senza troppo fastidio. Scelta ottima, mi compiaccio di me stessa,  non fosse che… la borsa si sta riempiendo a vista d’occhio…se si va avanti così non si chiuderà più!

Tra vetrine di cioccolatieri e negozi di specialità yiddish, Mariages Frères è tappa d’obbligo, per un acquisto di una miscela di earl gray declinata dalla casa. File e file allineate in penombra di pacchetti scuri e profumati contrassegnati dal simbolo chiaro: si svitano tutti i tappi dei barattoli, si annusa, si confronta, ci si ripensa, si sceglie, si cambia idea, si riannusa e poi, alla fine, è sempre bergamotto ma mezz’ora vola tra aromi delicati o intensi.

Il pomeriggio avanza, la fame si fa sentire, non ci sono parchi a portata di vista quand’ecco che, dentro il cortile della Bibliotèque Historique, alcune panchine tranquille riposano placide ed ignorate dalla folla che passa lungo le vie esterne. E’ ora di un pique-nique e di riposarsi un po’. Fuori il coltellino comprato al volo che rimarrà in terra francese e bon appétit!


A pancia piena si riparte, con calma, verso Place des Voges senza altre interruzioni gastronomiche, poi, dopo una pausa in albergo a lavarsi un po’ e a far riposare il ginocchio,  si va incontro alla sera attraverso Les Tuileries, accanto alle piramidi del Louvre, lungo gli argini della Senna inondati di vita,di canzoni e di francesi che prendono l’aperitivo sulla spiaggia improvvisata, giù giù verso Notre Dame, al di là dei ponti, sulla rive gauche, Chez Hamadi, per un couscous tunisino doc in un angolino lontano dalla pazza folla.

Hhhhhmmmmm, che buona Parigi!

ottobre 4, 2015

Utopie della domenica sera

Ad un certo punto, ieri sera, all’auditorium del Museo del Violino di Cremona, mentre ascoltavo i sempre impeccabili Brunello e Lucchesini che suonavano Beethoven, ho pensato che la settimana aveva goduto di un raro bilanciamento di suggestioni. Lunedi e mercoledi sera la parte pratica – al corso di cucina è stata l’ora delle lasagne, cucinate dopo aver prodotto pasta, salsa bolognese e besciamella secondo i sacri crismi. Giovedi e sabato quella culturale: un buon film italiano, un ottimo concerto. Martedi e venerdi nella quiete di casa mia, qualche faccenda domestica e il prosieguo della lettura dell’interessante “Spezie. Una storia di scoperte, avidità e lusso”  di Francesco Antinucci (le mie letture rispecchiano spesso gli interessi del momento).  Non male, visto che il tempo libero è comunque poco e molto se lo mangia la strada. É mancata la parte di coltivazione delle amicizie, ma non si può arrivare ovunque.

Peccato, mi dicevo, che le ore lavorative non siano state altrettanto proficue. Una volta superato l’inevitabile periodo di adattamento ad un nuovo lavoro, mi ritrovo di nuovo in una situazione in cui i miei impegni non sono bilanciati. Che io sia stata abituata, all’inizio della mia carriera, a fronteggiare ritmi paurosi di stress e sovraccarico mi ha sicuramente aiutato ad organizzarmi bene e mi ha insegnato che è meglio prendere in mano le cose una sola volta, sgrossarle e poi lasciarle andare, invece di continuare a farle rigirare in attesa di portarle ad una perfezione impossibile, data la dinamicità di una filiera produttiva. Mi capita spesso, perciò, di ritrovarmi con un paio di ore libere quasi tutti i giorni, che non occupo con pause caffè, perché il caffè delle macchinette fa schifo e le conversazioni all’intorno non sono, di solito, da meno, e che mi posso riempire spesso come più mi aggrada: le scadenze le rispetto, spesso le anticipo e, finché sarà così, nessuno si sognerà mai di verificare se sto o meno perdendo tempo pagato.

Caso personale a parte, mi sono resa conto, negli anni, che molto spesso negli uffici di un’azienda si “perde” un mucchio di tempo: si scrivono mail inutili, si gioca a ping pong con i file, si rimandano decisioni, si gestiscono le urgenze invece di risolvere i problemi, non si parla abbastanza con le persone che operano direttamente in modo pratico nella filiera (magazzinieri, operai, responsabili di prima linea) per cui si deducono dai numeri conclusioni spesso imprecise, si sprecano ore in nulla.

Una delle persone che coordino è, ad esempio, è un maestro di socievolezza: gran parte della sua giornata gli serve per costruirsi e rafforzare una rete di alleanze verticali e orizzontali che, nei momenti di urgenza, gli sono d’aiuto nel risolvere più velocemente i problemi. L’utilità innegabile di questa strategia, che lo rende tra le altre cose molto simpatico a tutti, è mal compensata dal fatto che non ha abbastanza tempo per curare i dettagli operativi del proprio lavoro e, spesso, viene travolto dai problemi perchè non si accorge in tempo della loro germinazione.

L’altra, al contrario, è l’immagine stessa della puntigliosità: comunica poco e con pochi, sembra sempre a disagio con le persone, pur trasmettendo in ogni caso un’impressione di preparazione e gentilezza. Trascorre ore a lavorare sui dettagli di un file: lo osserva, lo volta, lo gira e lo pirla e, a domanda specifica, risponde puntuale. Le manca però la capacità di cogliere il dato di insieme o di prendere decisioni, ma questo è un suo limite caratteriale. Anche lei, durante il giorno, sparisce di frequente dall’ufficio: va nei reparti, nei magazzini. Sono più che favorevole alla cosa, anche se, sospetto, che molti dei suoi viaggetti siano come la contemplazione dei suoi file: ridondanti. La osservo mentre si prepara ad uscire, alla fine dell’orario lavorativo, che, per lei, è sempre in eccedenza rispetto a quello canonico, e non se lo fa mai riconoscere (puntualizzo, perchè si capisca che non è affatto una scansafatiche). Arriva alla scrivania poco prima delle cinque, si siede, fa qualcosa al computer, si alza, muove due passi e beve, prendendo la bottiglia da una cassettiera che potrebbe tranquillamente raggiungere allungando il braccio e muovendosi con le rotelle della sedia, si risiede al computer, si rialza, va in bagno, ritorna, si risiede, controlla altro al pc, si rialza, spegne la stampante condivisa nell’ufficio comune, si risiede al pc, ticchetta un altro po’ sui tasti, si rialza, si mette la giacca e raduna le sue cose, si risiede, legge di nuovo le email, spegne il PC, si rialza, spegne gli interruttori generali delle luci, vicino alla porta, torna indietro alla scrivania, raccoglie le borse – quasi tutte le donne in quest’azienda girano con una borsetta e con una borsona con dentro sa il cielo cosa -, mi saluta e finalmente esce. Sono le 17 e venti circa.

Assisto a questo balletto di chiusura da più di un anno, anche se ho cominciato ad osservarlo con più attenzione solo di recente, e mi chiedo se, a parità di lavoro compiuto nello stesso modo in cui conclude la giornata lavorativa, almeno un paio di ore al giorno non se lo potrebbe recuperare pure lei, sfrondando i movimenti inutili. Poi leggo della Svezia, e delle iniziative che sempre più aziende stanno intraprendendo sul ridurre la giornata da otto a sei ore, per guadagnare sia in produttività che in tempo libero, e penso che sarebbe una gran cosa, se si pensasse in questi termini anche nel nostro paese. Nei miei 15 anni di lavoro, in quattro aziende diverse, solo nella prima non si sarebbe potuto fare: lì, pur essendo quasi mille persone, molti avevano un carico di lavoro impossibile da smaltire senza straordinari – e vi garantisco che certe volte  era complicato trovarsi cinque minuti per fare la pipì. In tutti gli altri casi – e non si trattava di azienducole – il tempo sprecato a correre dietro alle farfalle era invece molto.

Per cui, ecco, se mi fosse concesso scegliere, preferirei sei ore filate cinque giorni alla settimana a far andare le mani e il cervello a ritmo sostenuto, ma due ore in più di vita, anzi, di più, perché si potrebbe guadagnare pure sulla pausa pranzo, fuori, che io possa sprecare come più mi aggrada, al cinema o a lavare le fughe del pavimento con la vaporella, con un libro aperto o lungo l’argine di un fiume, checchè ne dica il mio capo, il quale è convinto che lunghe ore in ufficio significhino dedizione alla causa, indipendemente dal fatto che chi le trascorre se ne stia a lungo imbesuito a fissare uno schermo che nemmeno vede, muovendo il mouse per non far capire che, in realtà, se ne sta  mille miglia lontano.

Si capisce che ho la carogna da domenica sera, vero?! Buona settimana tutti.

giugno 2, 2015

Untangling misunderstandings

Jackson Browne e’ sul palco e ha gia’ cominciato a suonare. Sono le 21.00 o poco piu’ di mercoledi 27 maggio. La biglietteria del Teatro Sociale di Como ha funzionato male: c’e’ ancora gente che sta entrando, alcuni biglietti sono stati stampati doppi, alcune persone sono ancora fuori, in fila. I professionisti pero’, se c’e’ scritto che si inizia alle 21.00, alle 21.00 iniziano a suonare. Le chitarre e la batteria occupano l’aria. 

“Posso avere un pos*****?”

La mia compagna di viaggio, fan accanita da lustri, ha gli occhi lucidi e il corpo in fibrillazione.

“Cosa?”

“POSSO AVERE UN POOOOOSS??????”

Intorno a noi, seduti sulle minuscole seggiole di platea, si agitano persone di eta’ piacevolmente superiore alla mia. Capelli lunghi, o zero capelli, uniformi di jeans, magliette o camicie fantasia, aspetto comodo, un poco sciatto. Mi ci trovo benissimo in mezzo: evidentemente vesto sinistra- anche perche’ la roba di destra si ferma alla taglia 48. Mi ci trovo bene in mezzo probabilmente perche’ di destra non posso dirmi piu’, se non per alcune cose, di sinistra non son mai stata, se non sempre per alcune altre cose, e un pubblico confortevolemente riunito per ascoltare un sessantaseienne che canta da anni di diritti sociali mi mette a mio agio. Non so ancora se la mousse au chocolat e’ rimasta su – c’e’ là chiusura di corso in Cast Alimenti – ma, per il resto, me la godo.

“Non capisco….”  

Mi avvicino. La musica suona alta.

“VOGLIO UN POOOOS**** DI LUI!!!”

Mah. Faccio di si’ con la testa. Forse vuole un post sul concerto. Da quando R. ed io ci siamo conosciute, questo blog e’ diventato, tra le altre cose, un piccolo diario di viaggio, ci troviamo entrambe le tracce per legare i ricordi.

Le prime canzoni di Jackson Browne le ho ascoltate canticchiate da lei. Quelle da lui, le ho sentite nel viaggio da Brescia verso Como. Mi sento osservatrice esterna. Percio’ osservo. R.ha cominciato ad ascoltare Jackson a sedici anni. Le ha fatto compagnia durante le distonie dell’adolescenza, le ha insegnato l’inglese, l’ha consolata lungo le solitudini alterne della sua vita. Se vuoi capire R., devi passare dalle canzoni di Jackson Browne. Ad esempio, la prima impressione che si puo’ avere, di lei, e’ che sia timida o distaccata. Invece no. Si sente perpetuamente d’impiccio, per cui se ne sta alla larga, riccioli bassi, berretta in testa. Non chiede mai alla gente come sta, a meno che le interessi davvero,  perche’ Jackson le ha spiegato che “people ask how you’re doing because it’s easier than letting know how little they could care”. E cosi’ si e’ convinta che le frasi di rito si possano saltare e che in giro ci sia pochissima gente sinceramente preoccupata di come lei si senta. R. detesta lo small talk, alle cui regole si assoggetta di rado e a disagio, sospetto per lo stesso motivo.

R. e’ anche, di solito, molto gentile. Mentre la mia regola morale cardine ruota intorno al non fare agli altri cio’ che non voglio che gli altri facciano a me, ben ancorata a principi di umano egoismo, R. ricorda un monito di Jackson: “Go on ahead and throw some seeds of your own and somewhere between the time you arrive and the time you go may lie the reason you were alive but you’ll never know.” E cosi’ sparge semini in terra, per far crescere le piantine del suo orto, e sorrisi timidi che arrivano agli occhi con chi percepisce debole e in difficolta’. Coi forti e coi prepotenti si rintana in un mutismo elettivo e si accende una sigaretta.  ” Leave me where I am. I am not losing if I am choosing not to live this way”. Ma mica tutti la capiscono.

Ed e’ per questo che R. non si perde una nota del concerto, perche’ riannoda i fii dei ricordi,  verifica la propria coerenza, si accarezza la pelle d’oca che le spunta sull’avambraccio all’attacco di ” For a dancer”. A R.viene la pelle d’oca quando e’ davanti alla bellezza: una canzone, un quadro – ma gliel’ho vista anche mentre si sbafava   un Paris-Brest di Conticini. Anche un dolce puo’ essere un’opera d’arte. 

Usciamo poco prima di mezzanotte: Jackson Browne non si e’ risparmiato.  R. guida, ancora su di giri. Io dormo, in autostrada, dopo aver letto una mail in cui mi si diceva che si, che la mousse stava su, ed era pure buona. E queste parole sono  per R., che forse voleva un poster, ma ha avuto un post.

ottobre 27, 2014

Una porta parigina da aprire

Però ho trovato chiuso…

 

VDMI Paris