Marzo 2016

Qui si vive infiammati.

Nel senso che, dopo due mesi, l’esperimento della piscina con la sua micro ipotesi del ritorno a fare sport è miseramente tramontato in dolore atroce, di muscoli e ossa, che non passa nemmeno nell’immobilità della notte. Ad inizio settimana mi sono trascinata ad un bancone di farmacia e ho supplicato per una confezione di cerotti antinfiammatori: “I più forti che ha, per favore”. Quando mi hanno consegnato il pacchetto, avrei preferito leggere morfina nei principi attivi invece di Diclofenac, ma non ho osato chiedere di più. Ora, l’ultima speranza è dimagrire nel modo classico, cioè optando per un taglio drastico delle calorie. Al solo pensiero mi viene voglia di aprire una tavoletta di cioccolato Dulcey e perdermi nella sua cremosa carezza.

E’ stata una settimana complicata, questa, da tutta una serie di imprevisti che, visti nella loro singolarità, sono delle dimensioni di una pulce, cumulati uno sull’altro irradiano stanchezza solo a pensarci. C’è solo da sperare che a Bruxelles ritorni una parvenza di quiete prima di lunedi, perché mesi fa prenotai aereo e biglietti per un concerto ed ecco, adesso che ci siamo, preferirei sopravvivere all’esperienza per raccontarla.

Tra una cosa e l’altra, a metà settimana – l’auto era dal dottore delle auto per il tagliando -, mi sono ritrovata sul treno diretto verso casa, in una parentesi di beatitudine con un’ora e venti libera da cose da fare, in una carrozza piena zeppa di studenti e pendolari. Ero ingolfata sia nella lettura di Psicologia delle differenze di genere, di Vivien Burr, sia nei pensieri da essa derivanti (quando leggo saggi che affrontano l’argomento della disparità di trattamento tra uomini e donne in ambienti lavorativi prima reagisco con rabbia, perché leggo dell’ovvio di cui sono testimone ogni giorno e perché vederlo scritto nero su bianco lo rende più spiacevole, poi mi deprimo, perché non vedo soluzione al problema né nel breve, né nel medio periodo. Faccenda per altre generazioni).

Così presa da questi rimuginamenti intestini tempestosi, solo quando sono arrivata alla bibliografia  ho messo a fuoco le persone sedute intorno a me. Una giovane, molto carina e poco truccata, bionda e bianca, era alle prese con una lotta tra lei e il suo pc. Possedeva: una valigia con le rotelle debitamente infilata sotto i sedili perché non desse fastidio, una borsa bianca di quelle in si infila di tutto e tanti saluti, uno zainetto nero semivuoto, una borsina porta PC. In queste occasioni mi viene sempre in mente lo zio Alec, (Alcott, sapete che io cito o la Alcott o Malot o la Montgomery e molto oltre non vado), quando assiste alla prova di un vestito all’ultima moda che alla nipote addosso sta pure un gran bene.

Lo zio Alec chiede a Rose di correre, come se durante una passeggiata dovesse incontrare un cane ringhioso e mettersi in salvo. La faccenda finisce dopo pochi passi, nel rumore di orli strappati e il vestito viene riconsegnato alla modista. (non credo di aver mai scritto la parola modista prima, meraviglia). Per cui, come lo zio Alec, avrei tanto voluto vedere come potesse fare questa tizia alle prese con quattro valige di dimensioni diverse e un cappotto a correre dietro al ladro che sfilasse il portafoglio dalla borsa, o a correre davanti a qualcuno che la stesse inseguendo per altre ragioni, attività che, per altro, è abbastanza frequente, stando alle cronache.  Chissà perché, anche senza giare da mettere in equilibrio sulla testa, le donne riescono sempre ad assomigliare ad animali da soma mentre gli uomini se la cavano col portafoglio in una tasca o poco più.

Tanto nera di vestiti quanto la vicina era bianca, paffuta e col viso ancora congestionato dal freddo e dalla corsa con cui era salita poco prima che il treno partisse, sul sedile accanto se ne stava una ragazza al telefono che continuava a parlare come una bambina di sei o sette anni, sia nella modulazione della voce che nel contenuto delle frasi. Ancora sotto l’influsso nefasto del libro (in realtà avrei dovuto chiedermi cosa dovrebbero fare gli uomini per cambiare atteggiamento e non ancora una volta le donne per farlo loro cambiare, ma probabilmente la faccenda dei condizionamenti culturali è salda in me come le mura della porta di Micene) ho pensato che pigolare non ci farà andare molto lontano. E che dovremmo incontrare qualche educatore, tra l’asilo e la maturità, che ci impedisca a cinghiate di pigolare, per il nostro bene. Già è faticosissimo farsi ascoltare in una riunione senza alzare la voce, figuriamoci se squittiamo pure.

Quella seduta accanto a me non l’ho osservata: non avevo voglia di girare la testa di novanta gradi: era anche talmente tranquilla e persa nei fatti suoi, che non mi sembrava neppure di averla vicino. Nel sedile accanto al finestrino di fronte, invece, si stava svolgendo una conversazione che ho fatto davvero fatica a ignorare, una volta percepitone il contenuto. C’erano due donne, vestite normalmente, sopra i quarant’anni, sedute con una postura che indicava un certo affaticamento fisico – addette alle pulizie, mi sembra di aver capito da quanto si dicevano – e un sacerdote, anziano, ma non troppo. Finiti i convenevoli e il lei di dove è e cosa fa e conosco il don del vostro paese, alle due donne è stata rivolta una domanda che a me suonata troppo intima. E’ stato loro chiesto se la domenica andavano a messa. A risposta negativa – una volta, quando avevo i bambini piccoli, adesso non più perché ho altro da fare – è partita una predica sul fatto che la domenica è un giorno che non ci appartiene perché appartiene al Signore, sul fatto che un’ora su ventiquattro libere la si può trovare, così come si trova il tempo per fare altre cose e se ci si sentiva a posto con la coscienza per questa cosa.

Sono diventata irrequieta come un’anaconda con l’indigestione. E’ come per la faccenda della parità dei sessi, questa. Non ne vedo la fine, stavolta nemmeno nel lungo periodo. Non si può continuare a colpevolizzare, peraltro in pubblico, le persone perché non hanno la necessità di essere cattoliche e praticanti o a veicolare la religione, qualunque essa sia, come unica e sola verità con lo stesso tono di comando e presunzione che usa un imprenditore bergamasco con le persone nel suo libro paga.  O no? Certo però che io stavo predicando tolleranza in modo intollerante nello stesso tempo: vi rendete conto di quanto avessi bisogno di morfina? E di una revisione dei miei paradigmi?

Invece ho dovuto accontentarmi di Alice Basso e del suo imprevedibile piano della scrittrice senza nome. Sul dolore ha avuto effetto, me lo ha fatto ignorare per un po’. I paradigmi invece restano ahimè saldissimi.

3 commenti to “Marzo 2016”

  1. Ogni articolo che scrivi mi fa ridere, riflettere, rasserenare (c’è qualcun’altro che la pensa come me!) e tanto altro ancora. Mi avevi conquistata con l’abbraccio del cioccolato ma poi è migliorato ancora! Grazie

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