Coltelli, pesci e pensieri

Pure mio padre si è accorto che non posto più. “Beh? Ma la rosaverde non funziona?”, mi ha chiesto mentre lo umiliavo per la sua inabilità informatica. E pensare che stava armeggiando con i file audio delle canzoni natalizie che gli ho espressamente commissionato (ha una nuova Roland FP80 e ci si sta dedicando anima e corpo…sentiste che bella la sua versione di Jingle Bells! Anzi, forse, se questo blog per Natale non avrà chiuso i battenti per incuria, la userò per farvi gli auguri). Nel senso che mentre lo fustigavo per un digital divide di cui non ha colpa, lui stava lavorando per me.

E’ che sono carica di frustrazione, in questo periodo, e la sfogo sul primo che capita. In ufficio devo essere bellicosa per non farmi tirare matta e mi ci vuole un po’ per adeguarmi al cambio di contesto, quando me ne torno a casa. Poi soffro di sindrome di inadeguatezza al corso di cucina: mi crogiolo nella mia incapacità cronica di far qualcosa che preveda l’utilizzo delle mani e del cervello contemporaneamente. Perdo i pezzi, quando non si tratta di analizzare dati sullo schermo di un computer. Avreste dovuto vedermi lunedi, mentre sfilettavo il mio primo pesce. Povera creatura. Non fosse stata già morta penso che ad un certo punto avrebbe avuto tutto il diritto di dirmi: “si, però adesso basta!”. Quanti ne dovrò pulire prima di fare un lavoro netto? Mi vedo già l’acquaio – anzi, la plonge – invaso da trote salmonate conservate in acqua e ghiaccio e squame e sangue che vanno ovunque.

Non vi dico poi della violenza perpetrata sul lievito madre. Il primo è finito in due settimane nella pattumiera, acido come il mio umore. Il secondo, che è (era) un gran lievito, ricevuto in regalo dal Maestro Giorilli in persona, da stupendo e fiero e forte come un cavaliere dell’apocalisse, si è trasformato nelle mie mani in un robino appiccicoso e acidulo, nonostante tutte le mie buone intenzioni. E pensare che già sognavo pane fragrante e panettoni profumati uscire dal mio forno. E’ scampato solo per qualche grissino.

E così se da una parte mi imbarco in imprese in cui faccio davvero fatica a ottenere risultati decenti, anche se non demordo e, sotto sotto, mi diverto pure, perchè a me, alla fine, quello che piace è imparare cose nuove, dall’altra, dalle cose che so fare, non ottengo più soddisfazioni. E’ ormai un giochino di causa ed effetto di cui conosco i meccanismi, che continuo a ripetere da anni.

E’ che sono davvero un po’ stanca di lavorare sotto padrone, per dirla in modo ottocentesco, ma non ho nè il coraggio nè una buona idea per cambiare e fare qualcosa da sola. Così, mentre ci rimugino durante le code in auto, accumulo pensieri e sevizio filetti di branzino. Cercherò un po’ di ispirazione qui, domenica mattina.

Le donne ingegnere salveranno il mondo?

2 commenti to “Coltelli, pesci e pensieri”

  1. Sarebbe meglio uno sforzo congiunto.

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