Cara Nico. Lettera alle Seychelles.

Cara Nico,

 domenica mattina ho parcheggiato l’auto sul piazzale vicino alla chiesetta. Era pieno. Per quanto il cielo si stesse rannuvolando, l’aria di questo gennaio gentile invogliava ad una passeggiata. Il nostro lago piace a molti. In estate a troppi. I territori valorizzati diventano, è vero, maggiormente usufruibili e portano occasioni di guadagno per chi aspetta che qualcuno arrivi, e chieda un gelato e un caffè, almeno un paio di volte al giorno. E’ ragionevole. I territori valorizzati fanno però anche molto alla svelta a trasformarsi in nome comune di cosa. Mentre svuotavo sul mio lurido parabrezza l’acqua residua dalle bottigliette che tengo in auto per emergenza, ho calcolato che da più di un anno non salivo fino qua. Come cambiano le abitudini. C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui da casa, da sotto, in paese, mi arrampicavo un paio di volte a settimana per le scorciatoie nel bosco, arrivavo dal castagneto alla riva, risalivo per la stradina fino a metà della collina e di gran carriera facevo il giro, poi tornavo di corsa verso casa, tra i tornanti d’asfalto. Già, le cose cambiano. Ho riempito le bottiglie alla vecchia fontana: l’acqua scorreva gelida e buonissima. Non è vero che l’acqua è un liquido inodore, incolore e insapore. La più buona del mondo scendeva dal rubinetto della cucina, a casa della mia nonna paterna, prima che facessero i lavori per l’acquedotto. Veniva giù direttamente dalla montagna: in qualunque stagione dell’anno sembrava di bere un ruscello. Usavamo il mestolo di alluminio, tutto bugnato – che parola italiana potrebbe sostituire quel che il dialetto sa descrivere meglio? – appeso sullo scolatoio sopra alle vasche. Sotto, spesso, c’era in ammollo il paiolo della polenta cotta sulla grande stufa a legna. Ho sistemato al loro posto le bottiglie: sono ricordi dei giorni lavorativi spagnoli. E’ plastica spessa, con una forma diversa da quella che vendono nei supermercati italiani. Mi ricorda molte persone.  Io mi circondo di ricordi e alle cose nuove non attribuisco importanza fino a quando non le associo ad una sensazione piacevole. Camminare intorno al nostro lago è ricordare il passato e progettare il futuro, godendosi il presente del panorama. La chiesina era aperta: sull’altare c’è ancora il presepe; l’unico affresco sopravvissuto al tempo è ben protetto sottovetro. Le candele illuminano la volta e le panche di legno vecchio. Subito oltre il noce indicava la strada verso il prato che, in estate, diventa una spiaggia. Il centro visitatori ormai è completato, di legno e di pietra. Ci sono pure i bagni. Chiusi a chiave, in bassa stagione, ma ci sono. E’ una buona cosa, che li abbiano fatti, per evitare che piogge di urina estiva brucino i già tormentati castagni. Il paesello sarà pure fatto da venti case, ma un minimo di pulizia bisogna garantirgliela. Appena superate le rocce, si apre il lago, grigio, immobile, intatto. Domenica l’unica increspatura era provocata dalle sei anatre in perpetuo viaggio tra i moli e le panchine di pietra, avanti e indietro, in formazione compatta.

Ho cominciato a salire nel bosco: non si può più sbagliare il punto di accesso. Adesso ci sono cartelli ovunque. 50 minuti, per il periplo, dicevano. Ce ne impiegavo 40, allora. Ne ho usati 70, domenica, per il fiato che mancava e per il ginocchio che si faceva trascinare, un passo dopo l’altro, tra fitte acute e scricchiolii di protesta. Anche la salita nel bosco è cambiata: hanno fissato dei tronchi nel terreno, per realizzare gradini più agevoli del viscido delle foglie e dei gusci vuoti dei ricci. Solo un pezzo, quello che gira intorno al grande albero, è rimasto com’era. Sono arrivata in cima, dove inizia il sentiero, con il sangue alla testa e la voglia di vomitare. Eppure ero andata piano, un gradino alla volta come i bambini. Mi sono seduta sul pietrone che delimita la salita, a riflettere sulla rovina che è il mio corpo, e a riguadagnare il controllo sul respiro guardando il lago dall’alto. Quella pietra ha ospitato molto spesso i miei pensieri, senza mai protestare. Poi ho ricominciato a camminare. In quel punto i castagni, da una parte e dall’altra del sentiero, dalla primavera all’autunno formano una specie di tetto da cui filtra la luce dall’alto, dal cielo, e da un lato, riflessa dall’acqua. E’ il pezzo che preferisco, quello che porta da te. Non ho svoltato a sinistra, per venire a spiare come sta la tua casina nel bosco: non avevo molte energie di scorta e voi non eravate là. Ti vedo, sai, che vieni a leggermi. Di tanto in tanto si illumina un puntino rosso sotto l’Africa, a destra, e so che sei tu. Ti immagino con i piedi nella sabbia, il costume sotto ad un paio di calzoncini di cotone, e una maglietta nera, a goderti una sigaretta all’ombra e con lo sguardo verso il mare, o mentre corri su e giù dalla reception, alle camere, alla cucina, a vedere come sta lo chef che ti sei sposata. Chissà perché, quando vi penso, vedo sempre il sole. Magari non è proprio così. Però, dalle acque invernali di questo lago misterioso e freddo, non è difficile immaginarti così. Cosa è vivere a pochi metri dal mare al sud del mondo?

Ho proseguito il cammino e ho incontrato un gruppo di cavalli e cavalieri, nel punto in cui la strada curva e risale. Mi sono fatta da parte, non tanto per i cavalli, quanto per i cavalieri: non si sa mai quante ore di equitazione abbia alle spalle uno in jeans e hogan, di questi tempi agrituristici. Mi è venuto da ridere, pensando che, fino a metà del secolo scorso, una persona a piedi e una a cavallo probabilmente incrociavano i loro passi di continuo, senza farci caso. Ora il cavallo è un mezzo privilegiato di locomozione e l’azienda avviata pochi anni fa qui propone passeggiatine sugli stessi sentieri percorsi da gitanti e cani. Mi sono appuntata, nella testa, che adesso so dove venire a cercare cacca di cavallo per l’orto, a primavera. Passati i cavalli sono arrivata davanti a quelle due ville, con le finestre ad arco, che vedo sempre ben tenute ma deserte, un attenti al cane appeso al cancello per un cane che non c’è mai. Di fronte l’edera era grigia e filamentosa, un pallido rigoglio della cascata di fuoco d’autunno che ha sempre avuto il potere di farmi fermare, per catturarne l’immagine di incendio sulla pietra rossa. Sono arrivati due cani: uno aveva in bocca un bastone. Mi sono fermata, nel dubbio. Sai che io e i cani abbiamo bisogno di prenderci le misure da lontano, prima di accettare la reciproca presenza. Erano accompagnati da una signora con le labbre tipiche di chi è passato sotto l’omologazione della chirurgia estetica. Ha visto la paura nei miei occhi e mi ha commiserato: lei, coi cani, pareva invece saperci fare. Pane e burro, pentole e coperchio, tiro del bastone e ripresa. Ho ripreso il cammino, fino a sotto la villa nuova di colui che, a forza di braccia, ha ripulito tutto il bosco e lo ha trasformato in uliveto, e poi oltre ancora, dopo il punto più alto, fino a dove c’è l’incrocio di strade e la santella. Ho bevuto, alla fontanella lasciata aperta perché non geli. Dalle montagne a nord si stava alzando il vento. Le foglie delle primule tremavano nel prato. I lavori di sistemazione dei vecchi ruderi di pietra simona sono finiti, in questa zona che porta al paese. Uno di loro mi piace molto: è largo poco più di un garage e alto due piani: zona giorno e zona notte, un portichetto. Peccato che da lì non si veda il lago. Ogni tanto ci penso: e se restringessi a questo limite intorno a me lo spazio in cui vivo? E se in futuro mi ritirassi in eremitaggio in cinquanta metri quadri a vista sull’acqua? Una scelta consapevole di serena premorte. Potrebbe essere un modo per tirare le somme e respirare silenzio. Non penso che succederà mai. Seguendo la pista delle cacca di cavallo fino alle stalle, sono arrivata giù, tagliando le discese a zig zag per non fare imbestialire la rotula, già poco convinta, fino alle quattro case che sono il paese vero e proprio, così strette tra loro che a malapena nella via ci passano due biciclette affiancate. Sono arrivata all’auto, sotto le prime gocce. Sono cambiate un po’ di cose, lassù, oltre ad essere cambiata io, in questi anni, ma non così tanto da non poter ospitare il tuo eremitaggio, se e quando tornerai. Per ora ti auguro lavoro, che era ciò che cercavate, quando avete radunato il coraggio e l’incoscienza per traslocare la vostra vita da qui, persone piacevoli, onde quiete del mare e spiaggia calda in cui affondare le dita dei piedi, mentre ti fumi una sigaretta e prendi fiato, tra una corsa e l’altra. Qui restano le anatre, ad aspettare.

2 commenti to “Cara Nico. Lettera alle Seychelles.”

  1. Uh…. la vorrei anche per me una lettera così ….

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