Sulla strada verso casa

Il quinto giorno da pendolare è terminato ieri sera, poco dopo le 19.15, nell’umidità lasciata da una giornata di pioggia. Se su cinque giorni, quattro sono arrivata in ritardo, pur avendo un margine di mezz’ora su due ore abbondanti, e senza avere possibilità di anticipare la prima parte del viaggio, posso considerarla una base statistica sufficiente per ritenere il giorno in cui tutto è filato liscio un’eccezione? Ciò mi porterebbe ad una disposizione d’animo meno bellicosa e affronterei la faccenda con più filosofia.

In ogni caso, in cinque giorni, quasi quattro ore di viaggio al giorno, ho: finito la biografia di Adriano Olivetti – e ponderato sulla possibilità che nella mia vita lavorativa ingegneristica io mi trovi ad avere a che fare con un imprenditore illuminato -, letto l’ultimo numero di Internazionale,  divorato Joy in the morning di Betty Smith – una goduria, dall’inizio alla fine – e attaccato A tree grows in Brooklyn, sempre di Betty Smith – che promette lo stesso livello di piacere del precedente. Se devo trovare un lato positivo in questo spreco immane del mio tempo libero, a parte il fatto triviale che lo faccio per guadagnare uno stipendio –  è che posso perdermi in un libro e trovare lì consolazione effimera.

Oggi e domani automobile, per alternare e per attaccarci altre deviazioni. Poi la settimana prossima si ripeterà l’esperimento treno+metro+bus. Ieri sera, mentre camminavo verso casa e verso la cena, ho incontrato M., che stava facendo un giretto in bici, che mi ha fatto compagnia e mi ha chiesto un nuovo post. Io ho dato un’occhiata alla mia monotona vita e non ci ho trovato nulla di interessante da raccontare, se non di come si vedono scorrere le rotaie davanti a sé se si sta seduti nel seggiolino in cima ad un vagoncino di una metropolitana automatica, ma questo a M. non l’ho mica detto, altrimenti l’avrei delusa. E’ convinta che la vita degli adulti sia molto più interessante di quella di una liceale. Io farei cambio al volo. Non la vedevo da qualche settimana: avevamo alcune cose da raccontarci per cui siamo arrivate al cancello di casa mia ciacolando del più e del meno. M. ha diciassette anni, quasi diciotto e, non so quanto consapevolmente, appartiene a quel gruppo di persone che cercano di diventare grandi preservando la propria unicità. Certo, parla come tutti gli adolescenti, indossa le sneakers e sogna l’iPhone, però non si veste di scuro, è in grado di comunicare in modo articolato e non monosillabico con gli adulti, se c’è in giro un bambino non lo ignora, anzi, è più probabile ci si metta a giocare insieme, ha una grande passione e ci si aggrappa come è giusto ci si debba aggrappare ai propri sogni per dare una direzione alla propria vita e non ha bisogno di appartenere ad un gruppo monocorde per sopravvivere e trovarsi un senso. Almeno, a me sembra che sia così, per quel poco che la conosco. Dato che difendere l’unicità di se stessi in un periodo della vita in cui non si è nemmeno molto sicuri di cosa esattamente si sia, visto che è tutto in ribollente divenire, richiede coraggio, energia e molto senso dell’umorismo e del tragico, faccio il tifo per lei. E spero che non cambi direzione.

Perché quello che arriverà dopo, cioè il fatto di diventare grandi, comporterà tutta una serie di cose positive, ma anche parecchie grosse rogne, ed è meglio arrivarci coi riccioli per aria, un cagnolino al fianco, una bicicletta come non le fanno più, la musica nel cuore e un se stesso con cui ci si trova simpatici. Altrimenti sai che palle.

12 commenti to “Sulla strada verso casa”

  1. sono d’accordo. per parafrasare una frase fin troppo abusata: “l’ironia li seppellirà”…
    (oggi grande prova zen il mio viaggio in bicicletta sul treno. discussione con il controllore e tripla razione di insulti):-/

    • Sì occhei vabbene, bravi tutti. Ma a questo magma indifferenziato di ragazzini decerebrati di cui dite, io mi ribello. No, non può essere solo così, e se è così è colpa nostra. Sta a noi evitarlo più che guardarlo da distante con fare pedagogico.

      • No. No. Non sono decerebrati. Mai detto ne’ pensato. Sono stata li’ in mezzo anche io. Sono solo indistinguibili, per chi li guarda dal di fuori. E non cercano il contatto perche’ il gruppo basta a se stesso e l’adulto é estraneo e fastidioso. Pero’ qualcuno salta fuori dal mucchio, ogni tanto, e a me piace molto, questo contatto.

      • no, aspetta sorella: mi sa che ho scritto la frase non chiara. anch’io sto dicendo il contrario. quegli adolescenti non sono il complemento l’oggetto, eh, ma il soggetto (implicito, ovviamente) della frase… “li” sono tutti coloro che saran causa di quelle rogne di cui all’ultima frase.

    • Niente bici sul mio treno, infattibile. Non c’e’ posto nemmeno per far sedere i tanti che salgono negli ultimi 30 km. Rischerei il defenestramento. Pero’ sarebbe bello:(((

  2. per me sarebbe un incubo…

  3. ehi, voglio un post anch’io!!🙂

  4. tristi verità! soprattutto la prima e l’ultima!!🙂

  5. yuppy!!! grazie!🙂🙂🙂

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