Perplessità cinematografiche

Complice un sabato di pioggia, privo di gitarelle già organizzate, mi è sembrato il caso di dedicare qualche ora alla mia istruzione cinematografica, che definirei carente, tranne sui classici Disney e sui film anglosassoni ispirati dai romanzi famosi.

Ho iniziato perciò con “12 anni schiavo”, Usa 2013. L’argomento è serio: il film denuncia senza troppi filtri le violenze perpetrate dagli schiavisti ai neri che lavoravano nelle piantagioni. Pensare che queste vicende non sono accadute in un passato poi così lontano le rende ancora più d’impatto. A parte questo, non mi è piaciuto. I continui passaggi spazio-temporali e una certa aridità nel chiarire i motivi di alcuni avvenimenti rendono la visione poco fluida. L’utilizzo di scene molto lente e di inquadrature tenute a fuoco a lungo provoca cali di attenzione. É successo come quando dicono: “il ragazzo ha delle qualità ma non si applica”.

Il secondo film invece aveva carattere ben più leggero e non è certo una novità. “L’apparenza inganna”, Francia 2001, è una commedia che fa sorridere in modo garbato e che prende in giro tutte le moine e le opinioni arcaiche o (finto) progressiste in merito all’omosessualità. Il protagonista si finge gay per non essere licenziato: ne nascono fraintendimenti e scherzi. Alla fine trova una nuova compagna e tutto e bene ciò che finisce bene. Non più tardi di venerdì all’ora di pranzo ho sentito uno dei miei ennemila capi ribadire che a lui gli “invertiti” fanno schifo. Si stava parlando di tutt’altro, ma negli ambienti dominati da certa cultura metalmeccanica maschile, c’è da rimanere stupiti di quali cose assurde fungono da appiglio a commenti spesso pesanti e volgari. Sono gli stessi che la maggior parte di loro rivolge, opportunamente declinati, alle donne. É anche uno dei motivi per cui, in questo Paese, non ce la faremo mai a parlare di persone e di diritti ma discuteremo sempre di froci, fighe, terroni, negri e vù cumprà. E la cosa assurda e che io non sono di sinistra nè credo lo diventerò, ma non ne posso più di sentire questi discorsi. Meno male che in Francia ci si riesce – riusciva, già dieci anni fa – a fare dell’ironia in modo intelligente.

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