Il canto del gallo

Esco di casa al canto del gallo. Non so da dove provenga, da destra o da sinistra rispetto al mio cancello. Mi saluta, però, da una settimana a questa parte, da quando, con gli occhi gonfi di sonno e il sapore del caffè ancora in bocca, parto per andare in ufficio, sotto la luna. Intorno, le luci delle zone industriali sono ancora accese e disturbano, con la loro definitiva presenza, un paesaggio di prati incuneati tra due sponde di monti. Aumentano di anno in anno, nonostante la crisi, nonostante lo spazio che si restringe. Solo cose nuove, per carità: quelle vecchie, coi finestroni rotti, è meglio lasciarle abbandonate: ci penserà il tempo a sgretolarle alla vista.  Non c’è orario migliore per mettersi in marcia: in dieci minuti arrivo davanti alla sbarra, poi entro, dal retro, tra le macchine che sono già in moto. E il silenzio del mondo esterno scompare nei ritmi rumorosi del metallo tagliato. Ci resto tre ore, poi esco e vado a fare quello per cui la mia cittadina, una volta, era nota. Vado alle Terme. In quaranta anni credo di essere entrata nel Parco e aver bevuto l’acqua ferrosa – un lecca lecca di chiodo arrugginito –  forse tre volte. Adesso invece una tessera di plastica spalanca quotidianamente l’accesso davanti a me. Entro. Lascio ogni cosa in uno spogliatoio freddo nel seminterrato. Risalgo in un ambiente saturo di umidità e vapore. Mi sdraio in un cubicolo di modulari verdi e teli di plastica e lascio che mi impiastrino di fango caldo, che mi lavino di acque gialle, che mi avvolgano in teli tiepidi. Ho il cervello in apnea: vorrei dormire, ma non posso. Riemergo dal bozzolo, mi lavo, mi vesto, abbandono il seminterrato e torno in ufficio, fino a sera. Poi, a volte, entro in piscina: il cloro disinfetta ogni cosa, elimina il sudore del mattino, restituisce la mente al sonno profondo. Il ginocchio, dopo una settimana di cataplasmi, ha cominciato a reagire: il dolore si è dimezzato, con la stessa velocità con cui la stanchezza si è accumulata, di giorno in giorno. Ieri l’ho portato in trionfo, come premio, in una passeggiata in mezzo ai vitigni, sotto un sole vecchio di due giorni che pareva nuovo di zecca e stupito che ci fosse ancora un mondo, al di là delle nuvole umide di questo febbraio. E per un’altra settimana vivrò ancora così, coi giorni che si depositano addosso, come il fango, solo per pochi minuti, lavati via subito dall’acqua. Spariscono in un  turbine grigio sotto ai miei piedi; corrono verso marzo, incontro alla luce della bella stagione. Lasciano poco dietro di sé.

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