Lupi siberiani e angeliche apparizioni

Venerdi ho concluso  la settimana lavorativa tardi, la sera, e in stato di nervosismo da questioni di principio violate lasciato libero di esprimersi. Sabato mattina, sul treno per Firenze, gli ho rimesso le briglie, ben strette, per tutto il fine settimana.

Sul treno, sia all’andata che al ritorno, ho notato come sia divenuto impossibile, per un genitore italiano, pretendere che i propri figli, sopra i quattro anni, imparino a controllare il tono della voce, così come fanno con le funzioni intestinali. All’estero, invece, specialmente negli spazi comuni, ci riescono ancora benissimo.

In città, vagolando senza metà di qua e di là dall’Arno, ho constatato che le strade sono sporche: bottiglie vuote per strada, odore di fognatura, cartoni, pietre dissestate, non appena si esce dalle via battute da orde di turisti.

In città ho anche pensato che ci siano effettivamente troppe orde di turisti e che i negozi, fatta eccezione per le boutique di lusso, si stiano trasformando sempre di più in rivendite di paccottiglia cinese. Sabato a pranzo ho celebrato la libertà del fine settimana in una trattoria alla buona con ottimo cibo e ottimi prezzi, domenica in una che sembrava alla buona, con cibo discreto ma con chiara vocazione turistica.

In città sono pure stata soverchiata da quel senso di disorientamento che mi assale quando sono in un luogo talmente ricco di arte che non basterebbe un anno per saperne abbastanza da poterlo apprezzare interamente

A Palazzo Strozzi, nel tardo pomeriggio, ho preso parte ad una visita guidata alla mostra in corso, sui pittori russi, dai quali ero  stata affascinata nei musei di Mosca e San Pietroburgo, poi ho sopito il disorientamento davanti ad una fiorentina al sangue, come tutti i turisti appartenenti all’orda di cui sopra.

Alle Gallerie dell’Accademia, che da un pezzo mi riprometto di visitare, domenica mattina c’era una coda stimata in minimo un’ora, sia nel gruppo dei riservati che in quello degli sprovveduti senza prenotazione. Allora ho tirato dritto cento metri e sono tornata al Museo del Convento di San Marco, per un’immersione negli azzurri del Beato Angelico e nella sua relativa tranquillità: coda inesistente, come al solito. Cosa non fa il David per Firenze…altro che il suo sindaco. Era allestita, tra l’altro, una riflessione guidata sui parallelismi tra la corte di Lorenzo il Magnifico e quella di Mattia Corvino a colpi di codici miniati.

Mi è venuta voglia di entrare in una delle cellette affrescate – quella con la natività sceglierei- , arredarla con un lettino, uno scrittoio e una sedia da mettere sotto la finestrella,  una ventina di libri di quelli che non ho mai tempo per leggere ma lo vorrei tanto – Le vite del Vasari, Le opere complete di Shakespeare, i classici latini, roba così insomma… – chiudere la porticina di legno  e lasciar entrare giusto il segnale di internet, a necessità, per qualche mese.

Invece sono ripiombata nel mondo chiassoso e mondano, più incline ad apprezzare oggetti che non pensieri e, per adeguarmici, ho infilato il naso, dopo averne sentito tanto parlare, nella Profumeria di Santa Maria Novella, a sniffare essenze e a constatare come dalle cose semplici, che richiedono attenzione e conoscenza, come le erbe officinali mescolate in antichissime ricette, sia nato un business solidissimo, di tradizione secolare, che con il semplice non ha proprio più nulla a che fare. Il luogo, a parte ogni considerazione, è un tripudio di note olfattive. Io ho ceduto ai richiami del melograno in un attimo e ho aperto il portafoglio, nonostante i prezzi esorbitanti. Mi mescola nella memoria ricordi  di neonati puliti e vecchie farmacie. Cosa non costa alimentare nostalgie.

Allora sono corsa ai ripari per compensare la discesa agli inferi del consumismo (vieppiù guidato dalle antiche ricette dei frati) con un’altra risalita nei giardini del divino e sono entrata in Santa Maria Novella: ho rimirato il crocifisso di Giotto e quello di Brunelleschi, zoppicato tra i chiostri – il ginocchio non ha gradito la gitarella -e ripreso il treno per il nord, tra la polizia in tenuta antisommossa e i giri continui di un elicottero sopra la mia testa – partita di calcio = guerriglia probabile – e stamattina, dopo la pausa ricreativa, ho lasciato libero il nervosismo che, però, pare aver perso veemenza, lasciandomi addosso solo la sensazione che mi farei volentieri una gran bella dormita, sognando annunciazioni italiane e suggestioni siberiane, al sugo di cinghiale.

3 Responses to “Lupi siberiani e angeliche apparizioni”

  1. il sugo di cinghiale mangiato a firenze nel posto giusto è una ragione inconfutabile per non diventare vegetariani. quantomeno, non oggi.

  2. Pareva di esserci. La riconosco molto. Esserci nata e cresciuta decisamente non è un vantaggio, perchè la si ricorda quando era ancora vivibile. Ma certi angoli per fortuna restano: basta muoversi fuori dai circuiti di Lonely Planet e delle comitive di russi e cinesi (dopo un po’, si sa dove vanno).

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