Canada. Giorno 9. Un’isola, un’aragosta e una ragazzina coi capelli rossi

Ore 21.30, da qualche parte tra Caribou e Antigonish.

La giornata e’ iniziata prestissimo. Il traghetto per la PEI, la Prince Edward Island, partiva alle 8.00 e noi avevamo un’ ottantina di chilometri da percorrere su strade sconosciute per arrivare al molo.

L’alba, dal cottage, ha offerto il primo spettacolo della giornata. La traversata con l’avvistamento del primo faro della PEI, isola ad alta densita’ di fari, il secondo. A meta’ strada per Charlottetown, la capitale, ci siamo fermate, quasi uniche turiste, a visitare invece un altro faro, quello più’ antico della zona. Siamo salite su, per le scalette ripide, fino alla lampada: davanti a noi il mare brillava azzurro da una parte mentre i campi gialli e verdi spiccavano sulla terra rossa di ferro tipica della PEI dall’altra. A Charlottetown siamo andate a curiosare al mercato degli agricoltori, piccolo e affollatissimo, dove ho indulto in una fetta di torta di zucca, poi nel centro della cittadina, con le sue antiche dimore in legno e il porto. Da li’, visto che ormai si erano fatte le due, siamo ripartite, immerse in un’atmosfera bucolica e idilliaca e tutti gli altri termini che vi vengono in mente per definire Arcadia e Parnaso, tra un susseguirsi di cottage, campi di mais, patate e fagiolini, laghetti, fiumi azzurri, terra rossa e pochissime automobili, verso Cavendish.

Poco prima di arrivare, ci siamo fermate ad un ristorante ai limiti di un’insenatura minuscola davanti al quale c’erano ormeggiate due barchette e tirati i fili che contrassegnavano un allevamento di ostriche. Li’ ho mangiato la prima ostrica della mia vita: una sola, per assaggiarla – alla cifra ragionevole di 2,2 euro – e mi e’ sembrato di mangiare il mare. Buonissima. Dopo la degustazione, ho proseguito con un hamburger che traboccava aragosta. Un pascolo. Venti minuti dopo ero a Green Gables, la casa di Anna dai Capelli Rossi, l’eroina nata dalla penna di Lucy Maud Montgomery. Circondata da giapponesi felici e in preda ad una certa infantile agitazione, mi sono fatta fare le foto di rito con una parrucca con le trecce e ne ho scattate qualche decina della casa all’interno e all’esterno, per proseguire quindi sul viale degli innamorati.

Io lo so che questo genere di visite a luoghi e oggetti feticcio e’ poco intelligente e non ha ragione di esistere, se non ad un livello superficiale, ma la giornata di oggi, incluso il luogo sacro agli ammiratori di Anna, la aspettavo da piu’ di trent’anni. Si e’ conclusa con la vista ad un altro faro, quello di Cape Bear, che per primo raccolse l’SOS del Titanic e con una passeggiata su una spiaggia al tramonto, prima della partenza dell’ultimo traghetto per la terraferma. Questa giornata, dicevo, e’ stata importante per me: la PEI ha risposto a tutte le mie aspettative; il tempo trascorso li’ e’ stato pochissimo ma sufficiente a capire che il luogo e’ veramente quello descritto nei libri di LMM e per desiderare, in un futuro remoto, di tornare e passare qui una quindicina di giorni e girarla in ogni angolo.

Non attendevo tanto la visita a Green Gables, che ha ispirato il luogo del romanzo piu’ famoso e di altri successivi, quanto il riuscire a immergermi nelle atmosfere che avevo tanto immaginato durante le continue riletture delle avventure Anna dai capelli rossi.

Anna, vedete, insieme a Jo March, Peline o, piu’ recentemente, all’adulta Harriet Vane di Dorothy Sayers, per me e’ sempre stata la rappresentazione della “possibilità”‘, del riuscire a diventare adulto senza perdere le caratteristiche migliori dell’infanzia – la fantasia e la capacita’ di credere ai sogni – ma, nello stesso tempo, maturando e investendo su se stessi con l’impegno e la determinazione. A di la’ della morale del tempo, del perbenismo borghese, dei dettami calvinisti o di ogni altra considerazione rapportabile ai tempi in cui questi romanzi si svolgevano, ognuna di queste figure cresceva affermando se stessa attraverso se stessa e non attraverso il rapporto, il giudizio, l’influenza, la necessita’ della presenza degli altri. Tutte sapevano o capivano che e’ necessario lavorare sui propri difetti per smussarli e farne dei pregi e investire tempo nella propria crescita personale concreta ma che e’ un lavoro che va fatto da sole. Prima se stesse, ad esempio, come persone realizzate e solo poi, di conseguenza, in grado di entrare con la maturita’ necessaria in un positivo rapporto di coppia. Mi e’ sempre sembrato, il loro, un comportamento pieno di buon senso, fin da quando ero piccola: l”intelligenza personale messa al servizio di se stessi, per ricavare un se’ adulto, femminile, forte ma non aggressivo, indipendente, fiero dei propri successi, non bugiardo sugli insuccessi.

Annotazioni: Anna dai capelli rossi ai giapponesi piace da matti. Non facevano nemmeno le foto tanto erano rapiti dalla visione dei verdi abbaini. Nei paesi spagnoli c’e’ sempre una Calle Real, in quelli canadesi una Beaver Road. Guidare per le strade canadesi ad agosto, che credo sia periodo estivo e quindi di vacanza anche per loro, e’ facilissimo: in una giornata, per chilometri e chilometri, si incontrano meno macchine di quelle che si intasano in fila in una mezz’ora sulla tangenziale di Milano. La colazione tipoca di un camadese, che sceglie il salato, consiste in salsicce o bacon, patatine con ketchup, latte al cioccolato, uova al tegamino, pane tostato con burro di noccioline o marmellata. Affascinate nella sua ripugnanza. Noi in compenso abbiamo finito in un giorno un pacchetto small, delle dimensioni di un parabordo, di sweet and salty popcorn comprato al mercato degli agricoltori. Un’altra aberrazione culinaria ma uno tirava l’altro con molta facilita’. Non esistono le piazze come noi le intendiamo, un centro cittadino che funga da fulcro nei paesi. A volte del paese c’e’ solo il nome. Malignant Cove e’ segnato sulle mappe ma, dopo tre giorni, non abbiamo ancora capito dove inizia e dove finisce, solo sappiamo che prima delle 23.00 ci faremo una camomila in pigiama e poi fileremo a letto, cullate dal rumore delle onde.

7 commenti to “Canada. Giorno 9. Un’isola, un’aragosta e una ragazzina coi capelli rossi”

  1. Un diario di viaggio splendido, che fa venire voglia di passare in Canada. Magari potessi. Un saluto tutto italiano.

  2. Il Canada me lo sono sempre immaginato come un ibrido tra gli Stati Uniti e la Scandinavia. Il tuo racconto me lo conferma. Buona continuazione.

  3. quanto vuoi per la tua foto con le trecce rosse?
    anzi no! la baratto con una mia in vestaglia a fiori, ti va?

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