Nessuna cosa è perduta

Detesto perdere gli oggetti. Mi innervosisce talmente tanto che il livello di controllo conscio o inconscio che imposto su quelli che mi appartengono è molto elevato. Di solito, per esempio, palpo il portafoglio e il cellulare periodicamente, mentre sono fuori, con un semplice tocco delle dita nella borsa, o nella tasca o con un più energico rivoltamento di ciò che eventualmente li occulta. Un tizio, recente ma sporadica frequentazione, mi disse che da lontano mi aveva riconosciuto in aeroporto perché avevo le mani infilate nello zaino a frugare.

Questi sfoghi di ansia, quando li metto a fuoco, mi infastidiscono: li considero come manifestazioni di insicurezza anche se, a pensarci con indulgenza, mi fanno anche sorridere e, tutto sommato, con il passare degli anni, queste incursioni stanno diminuendo. Ognuno ha diritto alle sue piccole manie.

Uno dei vantaggi dell’aver digitalizzato – e scartato -molto materiale è che documenti, foglietti, liste e – ultima frontiera –  carte fedeltà, sono finiti nelle app del telefonino: una volta controllato che quello ci sia, posso fare a meno di accertarmi ogni dieci minuti che il biglietto aereo non sia scappato, che quello del treno non si sia incamminato con le sue gambe verso la meta, che la prenotazione del’albergo non abbia deciso di farsi un giretto aprendosi le zip delle borse e i bottoni delle giacche. Avere meno oggetti intorno ha significato diminuire, drasticamente, le ansiogene verifiche ispettive.

Il lato positivo della faccenda è che di oggetti ne ho persi veramente pochi: l’orologino della prima comunione mentre ero a Verona quando avevo dieci anni – episodio che ha causato singhiozzi e disperazione epici – un cappellino bianco e rosso che è volato via su una strada statale marchigiana quando ho sporto troppo il viso fuori dal finestrino dell’auto – giochi da bambina di pochi anni – un libro illustrato di Biancaneve che non so proprio, ma nemmeno per idea, che fine abbia fatto: non lo vedo dal tempo delle elementari. Tutto qui, direi, in quarant’anni.

La settimana scorsa, perciò, quando all’Hermitage di Amsterdam mi sono accorta che non trovavo più la sciarpina, mi sono stupita. Di solito io ho completa fiducia in me stessa. Come avevo fatto a perdermela per strada? Ricostruendo gli eventi, ho immaginato che, fosse successo mentre me ne stavo sprofondata, esausta, su un divanetto nella hall, accanto al museumshop, a ripigliare fiato. Rialzandomi velocemente, la sciarpina deve essere caduta, senza che la vedessi: la mia attenzione era attratta da altro. Non era una sciarpina di valore ma una di quelle sei o sette che comprai a Chichicastenango, in Guatemala, qualche anno fa. Se ne possono trovare di identiche nei negozietti o sulle bancarelle che vendono etnico dappertutto ma le mie possiedono ancora il profumo del copal che riannuso, ogni volta che me le avvicino al naso, anche se la traccia olfattiva non proviene dal tessuto ma dalla mia memoria. Era la sciarpina più abusata: quella infilata in auto nel portaoggetti, per ogni emergenza, quella nei toni del blu che va bene con tutto, quella presa e stropicciata e cacciata in valigia all’ultimo momento, quella che, tra tutte, era la prima che avrei potuto perdere. Ho chiesto al guardaroba, ho chiesto alla Security ma, dopo una ventina di minuti dal fatto, ho desistito, senza apparente sofferenza, e ho abbandonato il luogo.  Addio, sciarpina perduta.

La sera, dopo la doccia e il ritorno della sensibilità nelle dita dei piedi, dopo tanto girovagare, seduta sul divano del cottage, con le anatre  che passeggiavano avanti e indietro sul canale che scorreva lì accanto, ho pensato che, gusto come ultimo tentativo, avrei potuto mandare una email al Museo, chiedendo se, in caso di ritrovamento, avrebbero potuto, a mie spese, spedirmi l’oggetto. Proprio così, senza particolare aspettativa di successo.

L’oggetto è stato ritrovato in due giorni, infilato in un busta e spedito in Italia, la settimana scorsa, dopo le vacanze per la festa della Regina ed è giunto a me ieri, sano e salvo. Non si preoccupi, glielo mandiamo noi “as a service”, mi hanno scritto, “and Best Regards”.

La sciarpina è stata ritrovata, il museo Hermitage di Amsterdam mi ha regalato un esempio di gentilezza raro, di questi tempi, e voi adesso potete prendermi in giro o, meglio, confortarmi con aneddoti simili con i quali io possa capire che non sono l’unica che coltiva amorevolmente, come un’aiuola fiorita, le proprie manie.

19 commenti to “Nessuna cosa è perduta”

  1. ….ma che gentilezza e attenzione da parte del Museo di Amsterdam! Davvero notevole…e brava tu, comunque, che non hai desistito e che ti sei data da fare: mai scoraggiarsi!

    Una ventata di ottimismo fa sempre bene!
    grazie
    buonecose
    .marta

  2. io mi perdo tutto, anche solo per qualche giorno, per un mese e poi lo ritrovo nei posti più impensati, in ufficio, a casa di qualcuno. una volta mi disperavo, negli anni però, ho imparato a saper perdere le cose, a sapermene distaccare quando vanno non le cerco più di tanto, poi se tornano è un regalo, come fossero nuove.

    • Perdere le cose per me è come perdere il filo: mi inquieta. Poche e tutte sotto controllo. L’ideale sarebbe pochissime: ci sto lavorando. Poi devolvo il tempo che risparmio in controlli a cause più utili tipo leggere, dormire, viaggiare, ridere.

  3. uh! Ho giusto trovato un orologino della prima comunione, tanto tempo fa🙂

  4. una delle mie frasi più frequenti (da quel che so ereditata dalle radici linguistiche toscane), è: “pagherei a sape’ dove ho messo… dove è finito… etc.”. la qual cosa, economicamente, si sposa drammaticamente bene con la mia condizione di precario, ecco.😛
    (p.s. segnali che sono in calo di zuccheri: ho dovuto rileggere perchè alla prima scorsa avevo letto che tu avessi perso la “scarpina”, novella biancaneve-rosaverde…aiuto!!!)

    • No, la scarpina no però la sciarpina si e l’ho ripersa non lei, sua sorella) anche stasera: lasciata sotto il banco a lezione di spagnolo e tornata indietro di gran carriera a riprendermela. Sto invecchiando.

  5. Che bello! Potrebbero ritrovare anche l’anello di mia nonna che non teovo da mesi ma che di certo è in casa?

  6. Sono una maga nel dispensare pezzi di me ad amici e colleghi universitari, forse anche come risposta immunitaria alle ossessioni della mamma che ogni mattina prima di uscire mi stila l’elenco delle cose da non dimenticare. Non è questione di età, a quanto pare.😉

  7. forse invece tu volevi veramente disfarti della tua sciarpina etnica…e il caro museo di Amsterdam facendoti cotanta gentilezza ha in realtà esercitato opposizione al tuo vero volere…mannaggia ‘sti olandesi…

  8. Allora abbiamo un’altra cosa in comune, cara Rosaverde: Anch’io sono una tastatrice ansiogena, ma per fortuna, come dici tu, sempre piu cose si stanno digitalizzando (e perse l’iphone).
    A proposito di iphone, mia figlia, che invece è una capamena (toscanismo) e prede sempre tutto, riuscì a perdere il suo iphone nuovo alla Scuola di San Rocco a Venezia. Ammirando i dipinti del soffitto, la poverina l’aveva appoggiato su un sedile, e presa dal Tintoretto se l’era dimenticato. Ce ne siamo accorti un bel po’ dopo essere usciti. Lei si è messa a piangere. Siamo tornate sui nostri passi e subito quando ci hanno viste i guardiani hanno detto: “Eccole, cercate questo?” ancora prima che lo chiedessi.
    Io, in genere, quando molto raramente mi è capitato di perdere qualcosa l’ho sempre ritrovato, in Italia e altrove.

  9. Una volta ad esempio ho lasciato un poster nel tubo di cartone in un albergo di Vienna e me l’hanno subito rispedito. Gratis.

    • Vuoi vedere che ho trovato il metodo per non riportarmi a casa io il minimalista bagaglio?! Me lo faccio mandare “as a service” dopo averlo “dimenticato” in giro…
      L’iphone no però…l’ho incollato al palmo della mano praticamente: vecchio, con pessima ricezione, graffiato ma farcito di roba…sarebbe una catastrofe perderlo.

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