Uniti da un cartone animato

Non so a voi, ma a me la televisione la calmieravano. Mezz’ora al giorno durante le elementari, un’ora alle medie e alle superiori, telegiornali esclusi, ogni tanto un film, nei tempi in cui i film iniziavano ad ore decenti.

Appena ho potuto, ne ho fatto quindi indigestione e, come spesso accade, ne ho assorbita talmente tanta che adesso ne faccio a meno per giorni e giorni: mi limito al telegiornale flash facendo colazione e al regionale di Raitre a cena.

Oltre al controllo dei tempi di esposizione a lungo ha imperato pure la censura: i programmi potevano essere scelti entro una ristretta rosa di titoli. Grazie ad accurate valutazioni, sono riuscita ad avere comunque una discreta infarinatura di base che, in età adulta, mi è spesso servita per attaccare bottone o per uscire dall’impasse di una conoscenza superficiale con conseguente  rischio di conversazione languente.

Nessuno della mia generazione, infatti, resiste al fascino che esercita il ricordo di se stessi, bambini, davanti ad un cartone animato. Le storie dell’Ape Maya e della sua controparte scialba Magà, Remi di Senza Famiglia, Péline di In famiglia, Spank, Mazinga, Goldrake, Jeeg Robot, I guerrieri delle stelle, Mimi Ayuara e la cugina Mila, Anna dai capelli rossi, Heidi, Lady Oscar, Candy Candy…potrei andare avanti all’infinito, arrivando, cronologicamente, anche a serie uscite in anni in cui le elementari non le frequentavo più da un bel pezzo. Immagino capiti lo stesso anche a voi.

C’erano tre cose che facevano dei cartoni animati usciti tra la fine degli anni ’70 e la fine degli anni ’80 un buon prodotto: avevano spesso una grafica ottima, per i tempi, ricca di dettagli e particolari. Riprendevano molto spesso le storie di romanzi per ragazzi molto conosciuti e ne rilanciavano la notorietà: si fondavano, insomma, su una trama accattivante e sensata in cui i ragazzini erano protagonisti e compivano atti eroici, da imitare e ricordare. I cartoni animati assumevano, allora, nella loro dimensione minima e relegata allo schermo, la stessa funzione catartica del teatro. Inoltre, le sigle, non ancora rese impersonali e monotone dall’onnipresente Cristina d’Avena, entravano nel cervello e lì si depositavano, negli strati più solidi della memoria tanto è vero che, a distanza di anni, ce le ricordiamo subito, non appena ne riascoltiamo le prime note. O meglio, io me le ricordo. E voi?

C’erano altri aspetti però  che mi lasciavano perplessa e non trovavano spiegazione nella mia mente di bambina.

La prima riguardava una faccenda estetica: se i disegnatori erano tutti giapponesi, come mai i protagonisti dei cartoni avevano fattezze occidentali e non orientali? Un problema di eventuale difficoltà di esportazione del prodotto? Ancora oggi non so darmi una risposta.  La seconda era relativa ad una certa difficoltà di comprensione nei passaggi logici tra un episodio e l’altro ma, in questo caso, il perchè l’ho capito: la rete televisiva non sempre mandava in onda tutte le puntate e molte scene erano state censurate e tagliate. La terza invece è tuttora avvolta nel mistero: spesso la narrazione si interrompeva per lasciare spazio ad una canzone in sottofondo, cantata in giapponese, sia che gli eventi fossero ambientati in Canada, sia che lo fossero in Francia o in alveare, e non saprò mai cosa dicevano le parole di queste canzoni perché nessuno le ha mai tradotte né io parlo giapponese.

In ogni caso, durante la mia ultima vista in Spagna, un paio d’ore di una cena se ne sono entusiasticamente andate confrontando le versioni italiane e spagnole di certi cartoni animati che tutti ricordavamo: ci siamo divertiti a tradurre i titoli e ad intonare coretti stonati delle canzoni di testa.

La più bella tra quelle che ho sentito è quella di Marco, dagli Appenini alle Ande, strappalacrime, struggente. E sarà perchè io il libro Cuore quando avevo otto anni lo sapevo a memoria, o sarà perchè leggevo e rileggevo Sangue Romagnolo e la Piccola Vedetta Lombarda e avrei tanto voluto essere Derossi ma facevo il tifo per la redenzione di Franti  ma ho deciso che proprio da questa canzoncina riparto a studiare spagnolo.

Si, perchè vedete, dopo lungo meditare e fiduciose esortazioni dell’insegnante, lunedi in tarda serata mi sono iscritta all’esame DELE, livello C1, convocatoria di fine maggio. No, il tempo non l’ho per preparalo, sono ancora nelle turbolente condizioni che descrivevo qui, due settimane or sono, ma sono testarda e ci provo lo stesso. A cominciare da una canzoncina e da un ritorno all’infanzia, quando ogni desiderio sembrava realizzabile e ad inventarsi Sailor Moon e i Gormiti fortunatamente non ci aveva pensato ancora nessuno.

24 commenti to “Uniti da un cartone animato”

  1. Che belli quei cartoni! Io facevo le corse con i compiti per vedere alle 5 del pomeriggio Sandybell e Belle e Sebastien! E di Lady Oscar ero poi innamorato avrei voluto tanto essere il suo amico innamorato (si chiamava Andrei?)…
    Diciamoci la verità, che si trattasse di Goldrake o Gig, di Georgie o Lamù, quelli erano veri cartoni… Peró Dolce Remy era di una tristezza indicibile…

    • Lois, io Sandybell non sono ancora riuscita a scoprire come finiva. Devo fare ricerche su you tube. Belle e Sebastien invece lo ricordo e Lady Oscar è stata la prima educazione sessuale che ho ricevuto. Povero André…nemmeno il tempo dell’amore tra le rose che poi lo fucilano… Certo però che i cartoni contenevano personaggi equivoci…il barone Ashura, perfetto esempio di bisessualità, Oscar che nasce donna e vive da uomo, i fratelli adottivi di Georgie che sono innamorati di lei e che la riscaldano pelle nuda contro pelle nuda….. insomma, certe cose le abbiamo viste fin dall’infanzia e in dosi massicce. Perchè facciamo fatica ad accettarle, una volta diventati adulti, se da bambini ci sembravano normali e plausibili?

      • Forse da piccoli eravamo “puri” e tutto ci sembrava plausibile e poi eravamo in erba e pronti a sbocciare, ora con l’età (parlo per me almeno!) tutto sembra insopportabile, forse anche perché ci hanno bombardato per niente su argomenti che poi si svolgono così da soli nella loro naturalezza!
        Cmq pure io non ho mai visto il finale di Sandybell, ma in cambio mi sono innamorato dei Narcisi che sono diventati i miei fiori preferiti🙂

  2. In realtà con la scusa dei cartoni animati i giapponesi stavano tentando di conquistare il mondo con un attacco planetario mirato a rapire tutti noi bambini…il loro piano diabolico era quello di invadere l’europa al suono di quelle canzoni che a un certo punto sentivamo nei cartoni e tu non capivi perchè…così gli adulti alla vista dei giapponesi sarebbero tutti scappati, mentre noi bambini entusiasti e felici di esssere finalmente finiti nel nostro cartone animato preferito ci saremmo lasciati rapire dai giapponesi…poi qualcosa deve essere andato storto e i giapponesi hanno deciso di darsi ai manga e di non invaderci più…

  3. Siccome non penso di poter ancora passare da te,
    auguro a te e famiglia i migliori auguri per una serena Pasqua.
    Un abbraccio,
    Luciana

  4. le domande che accomunano l’infanzia: “se i disegnatori erano tutti giapponesi, come mai i protagonisti dei cartoni avevano fattezze occidentali e non orientali?” ce l’ho anch’io. anch’io non ho ancora dato una risposta convincente, nonostante me ne abbiano proposte una quantità…

  5. Ah ah ah insomma non sai stare lontana da studio ed esami eh?! Brava ! Non è male come vizio, c’è di peggio, via…

  6. io la tele non ce l’avevo proprio, altro che calmieravano. vedi che non c’è limite al peggio.

  7. “La prima riguardava una faccenda estetica: se i disegnatori erano tutti giapponesi, come mai i protagonisti dei cartoni avevano fattezze occidentali e non orientali?…”
    Sanno di essere brutti…ha ha ha

    • Non penso. Anzi credo che noi possiamo apparire brutti ai loro occhi. In Thailandia ci dicevano che percepivano il nostro odore della pelle, nostro odore di occidentali intendo, come diverso e poco gradito. Credo che la definizione di brutto o di bello dipenda da cosa siamo abituati a vedere e riconoscere come comune.

  8. mi piace molto qui, il tuo blog, complimenti e tanti auguri di buona pasqua!🙂

  9. In una certa cultura giapponese esiste un elemento mimetico che “copia” il canone occidentale. Tra le espressioni piu deteriori di questo fenomeno c’è un fiorire delle operazioni di chirurgia estetica per “occidentalizzare” il taglio degli occhi. Sicuramente questa può essere una chiave di lettura anche nel caso dei cartoni.

  10. Ciao, confermo, in Giappone gli occhi grandi sono generalmente considerati indice di bellezza al contrario degli occhi piccoli e sottili. Bel post, questo tuo e non solo, peraltro!

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