Sabato, tra silenzio e frastuono

Il lago si sveglia circondato dalle montagne imbiancate, dai cui fianchi spuntano massi neri e case colorate. La strada che lo costeggia e conduce sud è quasi deserta, risparmiata dal traffico dei giorni lavorativi. Lo sguardo è libero di spaziare sulla superficie grigia e immota. Nel punto in cui  la pianura si allarga per far rinascere il fiume, percorro vie secondarie tra i vitigni addormentati, file di paletti neri in mezzo ad un mare bianco che attutisce ogni rumore. Dalle colline basse si affacciano sagome di ville antiche che appaiono e scompaiono dentro la bruma che sale dalla terra. Brilla, nitido nella luce umida del mattino, il fianco di una chiesetta di campagna, delineato da una fila di lucine chiare.

La piazza del paese che non conosco ma da cui proviene una parte della mia famiglia –  incurante ignoranza di geografia prossimale – non è ancora stata spalata dalla neve: la pesto mentre si scioglie, mischiandosi alla polvere dell’asfalto. Entro nel caldo di un negozio di parrucchiere molto frequentato – una volta ogni molti anni cambio per sapere che cosa non è ancora arrivato lassù nella valle ma già è noto in città – e mi immergo per un paio d’ore in un sottofondo incessante di voci di donne e lamenti di phon che la mia testa zittisce, nell’attesa, intrappolata tra la righe di un libro.

Di nuovo ripiombo fuori, nel silenzio delle vigne bianche, lavate dalla pioggia che non smette di cadere, pulisce le strade e allontana i timori di gelate. Preso fiato, mi tuffo a testa bassa e sguardo attento tra i carrelli che si incastrano in un supermercato iper-affollato che ostenta le promozioni del Natale. Concludo la missione cappone in maniera quasi indolore. File lunghe alle casse di persone intabarrate e nervose si muovono lente verso l’uscita mentre fuori la pioggia continua a cadere e bagna borsine, automobili, ombrelli e sigarette, accese per far fronte all’attesa di coniugi che indugiano.

E’ ancora silenzio, nel parcheggio vuoto e nascosto del porticciolo: le barche ondeggiano piano senza riuscire a scrollarsi la neve di dosso mentre i gabbiani planano pigri sui pali di legno e confondono il grigio del piumaggio con quello delle acque attorno a loro. Nella piazza del paese si inaugura il primo giorno dei mercatini natalizi, in casette di legno scuro, da cui escono sapori e odori che catturano e invitano ad indulgere, per una volta, a cibo a breve conservazione, sprezzante delle logiche del mercato alimentare moderno.

La moda furoreggiante dei prodotti locali mi fa sorridere: noi che viviamo in questi luoghi lontani dal caos cittadino fin da piccoli impariamo che esistono posti diversi dai supermercati per avere cibo che poco ha a che fare con quello che passa per le catene industriali: l’orto del vicino, il maiale dell’amico dell’amico, il burro del caseificio e la farina del mulino. Era normale ed economico, una volta; adesso è ancora normale, anche se meno economico, perché avvolto dai ricarichi del marketing del chilometro zero,  ma altrettanto netta è la differenza tra la qualità. Mi chiedo se la chiave non stia nel consumare meno e meglio, mi chiedo se è vero che cucinare in casa quasi tutto fosse divenuta cosa sempre meno comune fino a poco fa: ora pare che tutti vogliano imitare i grandi chef e che la rete pulluli di cuochi per caso. Non so: di piatti pronti nella cucina di casa mia ne ho sempre visto girare pochissimi.

Rimugino, ma senza troppa concentrazione, mentre evito le pozzanghere. I commercianti che spuntano dalle finestrelle delle casine di legno sono scesi dalla valle e da quelle vicine – Valtellina, Valsugana, Alto Adige, Trentino – con formaggi, salumi, torte, pane scuro, strudel, marmellate. Arrivano da un po’ più lontano con le nocciole piemontesi e la porchetta marchigiana altri di loro e tutti aspettano che spiova perché così, tra il freddo e l’umidità, pochi si fermano a comprare e pure ad assaggiare.  Io mi fermo, assaggio e compro; non troppo ma compro, per nostalgia di un sapore, per ricordo di un viaggio in attesa di un altro viaggio, per il pranzo tranquillo della domenica in cui portare qualcosa di speciale.

Poi ritorno, infreddolita e umida, all’auto che aspetta nella calma delle rive del lago mentre mi accompagna la musica di un’orchestrina jazz che suona, sotto i portici, un medley natalizio e bagnato, che sfuma mentre mi allontano, un’altra volta, verso il silenzio caldo di un pomeriggio di chiacchiere tranquille e confortevole ozio.

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3 commenti to “Sabato, tra silenzio e frastuono”

  1. il supermercato iper-affollato in questo paradiso è veramente una nota stonata. Mi auguro che sia un semplice, medio, classico supermercato.

    • Medio e anche non male, non fosse stato per la solita ressa del sabato a cui, inevitabilmente, mi aggiungo anche io dato che durante gli altri giorni non riesco ad andare. Bel baccano anche dal parrucchiere comunque: mai sottovalutare cosa riesce a fare un gruppo di “sciure” dal parrucchiere.

      • le parrucchiere non sono mai in crisi. Mio padre si diverte a contare quanti negozi di parrucchiera ci sono nel suo quartiere. Io invece confronto le parrucchiere con le officine per auto e il conto torna.

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