Pianto antico, incastri e pedine del domino.

Ho una certa fissazione, nonché abilità di cui mi vanto, di riuscire ad incastrare le cose. Molte cose.

Mi capitano giornate in cui gli impegni e le scadenze si addensano, senza che lo possa evitare, e allora sfodero capacità organizzative al limite dell’equilibrismo. Insomma, incastro improbabili eventi piegandoli all’ovvietà, escogito soluzioni e rapidi spostamenti, faccio tutto e mi compiaccio assai di me stessa. E poi mi godo la successiva quiete.

Parte di questa abilità è innata, parte è un vizio in cui indulgo, parte è stata affinata dal tipo di lavoro che svolgo, in cui mi si richiede di giocare ai puzzles – per ridurre la faccenda ad un esempio banale -, parte mi sorge da chissà dove nell’attimo in cui percepisco che il Fato trama contro la mia volontà. Proprio allora mi prende la voglia di far vedere al Fato che si sbaglia, che SI PUO’ FARE, come dicevano in un indimenticabile, demenziale film.

La maggior parte delle volte va tutto benone: gongolo, mi picchio sulla spalla, mi dico “brava” e mi preparo per la volta successiva, con consumata perizia di merlettaia. Encaje de bolillos, ricamo al tombolo, mi hanno spiegato si chiama in spagnolo, questo gioco agli incastri.

Quando, un mese fa, ho organizzato il mio dicembre, irto di giorni festivi come uno scolapasta di buchi, è stata una passeggiata: in pochissimi giorni, tra telefonate e prenotazioni di viaggi aerei, avevo inanellato a perfezione tutto quello che dovevo fare, ivi inclusi tre trasferte di lavoro in terra spagnola e un corso di formazione a Milano.

Poi ho dovuto rifare tutto e infilare, con nervosismo ma con una certa residua sicumera, una risonanza magnetica tra un viaggio e l’altro e una visita ortopedica in extremis, l’ultimo giorno prima della chiusura natalizia – o della fine del mondo secondo i maya, dipende da cosa succederà.

Per fare ciò, dato che non avevo scelta, ho fatto spostare il corso milanese, (dai chiama e fammelo mettere a gennaio, dai, che vuoi che sia…..), ho rischedulato la visita al Cenacolo che mi ero programmata in uno dei giorni cittadini – sono solo dieci anni che voglio vedere l’Ultima Cena, posso aspettare un altro mese -, e ho perso la possibilità di cenare, sempre sotto l’ombra della Madonnina, con un’amica che vedo troppo poco. Il fine giustifica i mezzi: era troppo importante sapere, prima della fine dell’anno, cosa devo fare, con questo ginocchio, e chiudere una pratica assicurativa che da troppi mesi è sospesa.

Non so voi ma io detesto le cose sospese, salami esclusi.

Ci siete fin qui? Non è stato facile ma alla fine, con un po’ di schedulazione seria, filava di nuovo tutto a perfezione, un ingranaggio ben oliato, un orologio svizzero.

Poi è capitato che questa mattina mi abbiano chiamato dal centro radiologico per dirmi che erano tanto tanto tanto spiacenti ma la macchina della risonanza si era rotta e non sapevano come e quando sarebbe stata ripristinata. E mentre me lo dicevano io ho visto le pedine del mio domino crollare, una di seguito all’altra, la RM schizzare a gennaio inoltrato e con essa tutto il codazzo di altri appuntamenti, dall’ortopedico alla clinica in cui sarò operata, alla chiusura delle pratiche. E di nuovo dovrò incastrare cose tra mille altre cose, tra i viaggi e i corsi spostati, e riprogrammare tutto da capo.

Perciò, terminata la telefonata, mi è venuta un’immediata e comprensibile voglia di affondare un cucchiaio nella crema alla nocciola, più e più volte, per lenire il nervoso, calmare la frustrazione per un Fato che pare abbia vinto sulla mia sublime Arte Logistica. Senonché la crema alla nocciola non l’avevo a portata di mano, in ufficio.

Allora ho ripiegato su un tè caldo con il miele ma, nella foga stizzosa, ne ho rovesciato metà sulla tastiera del computer portatile.

E le pedine del domino hanno continuato a cadere una sull’altra, clic-clic-clic, per spirali e curve, clic-clic-clic, sui tasti bagnati e i file non salvati, clic-clic-clic tra le risate dei colleghi che, da due anni a questa parte, si stanno godendo un mondo la storia di come un semplice, comunissimo menisco rotto possa diventare surreale leggenda.

(E poi, perché diavolo mi devono dare il loro parere – “io al tuo posto avrei fatto” – se nessuno di essi è un medico?!)

10 commenti to “Pianto antico, incastri e pedine del domino.”

  1. gli imprevisti sono ‘the spice of life’, altrimenti sarebbe tutta piatta monotonia e programmazione. L’importante è saperli affrontare e superare e quelle sono davvero soddisfazioni. Sorridi: hai soddisfazioni che ti aspettano!

  2. anche io incastro alla perfezione, negli anni sto imparando a non farlo, a farlo meno, a prenderla come viene, sapendo di perdere alcune cose ma guadagnandone altre, chi lo sa. (RM appena fatta alle 7.00 del mattino prima di cinque ore di lezione e di tre pazienti…)

  3. la magica imprevedibilità della sanità pubblica italiana che ti regala quell’imprevisto che (non) ti aspetteresti mai (in piccolo, aggiungo però che la difendo con le unghie e con i denti, nel suo eessre pubblica, pur lavorandoci e convivendo ogni giorno con questo tipo di imprevisti…). ma quanto ti capisco, e quanto mi ci ritrovo, rispetto agli incastri. hai reso l’idea alla grande.

    • Sai che in questo caso la Asl non c’entra? Radiologia di clinica privata convenzionata. Era un gioco per gente dura, con vincoli fortissimi, questa volta. Avrei altri tre posti in cui provare a trovare un appuntamento n tempo…ma NO! L’ortopedico la vuole fatta li’, da quel radiologo che dice bravissimo…

      • noooooo! senza parole (adesso però posso lanciarmi sull’arringa: è il convenzionato quello che manda in crisi il pubblico, più che il privato…)

        • Lanciati pure, trovi appoggio in entrambe le tesi e ti spiego perchè.
          Per questa operazione e per la fisioterapia ho voluto rivolgermi quasi due anni fa alla sanità pubblica, dato che la pago e non si trattava di una cosa particolarmente seria. In altri frangenti valuterei, probabilmente, più alternative. I chirurghi che mi hanno operato hanno fatto pratica di un’operazione che si fa ancora molto raramente ma mi hanno anche avvertito che c’era il 40% di possibilità di insuccesso. E’ vero che lo hanno fatto sul lettino operatorio durante l’artroscopia e non prima, però lo hanno fatto. La fisioterapia è stata svolta in ASL per mesi in un locale afoso e privo di attrezzature moderne in cui contava praticamente solo l’abilità manuale degli operatori, macchinari moderni non c’erano. Non posso dire di essermi trovata bene nè male: semplicemente non ha funzionato.
          Certo, in strutture private e convenzionate la stessa operazione sarebbe stata fatta con iniezioni di piastrine in loco, con monitoraggi più frequenti o non sarebbe stata fatta, data la forte possibilità di insuccesso o sarebbe stata decisa prima, in un colloquio informativo. Io ho aspettato tanto, provato e riprovato con infiltrazioni, avuto pazienza, fino a quando ho cercato, privatamente, il parere di un ortopedico molto competente. Sarò operata, questa volta, in una struttura convenzionata ma privata, e solo perchè questo ortopedico lavora lì.

          La cosa che più mi ha infastidita, in tutto questo – dolore e zoppìa a parte, è stato dovermi rivolgere ad uno dei due ortopedici che mi hanno operato privatamente in un ambulatorio per le infiltrazioni per non dover aspettare mesi, e dover pretendere la ricevuta per averla, mentre accanto a me gli altri pazienti pagavano in nero.
          Tra la mala-sanità pubblica e il buona-sanità privata c’è anche da considerare, spesso, il malcostume e se, in alcuni casi in cui si tratta di vita o di morte, il paziente non ha scelta e subisce, quando si tratta di un menisco posso ancora scegliere di non accettare questa prassi. Dovrei fare di più e denunciare la cosa ma ho l’impressione che sarebbe perfettamente inutile.

          L’ortopedico noto, a cui mi sono rivolta alla fine, non solo rilascia regolare ricevuta fiscale senza nemmeno chiedermi se la voglio o no ma ha ignorato i referti radiologici: ha estratto dalla busta le lastre e le ha lette per conto suo.
          Io sono convinta siano le singole persone a fare la differenza, non le istituzioni in cui queste lavorano.

          • innanzitutto grazie della storia condivisa e dei tanti spunti di riflessione. malcostume a parte (sfondi una porta aperta: l’illegalità sembra essere un tumore atavico di questo paese, e sembra non ci sia verso di uscirne), secondo me hai centrato il punto: “in strutture private e convenzionate la stessa operazione […] non sarebbe stata fatta, data la forte possibilità di insuccesso”. nelle strutture private e convenzionate funziona così: non c’è l’assunzione del rischio; non c’è l’assunzione in carico delle urgenze (chi ha mai visto un P.S. in una struttura privata? e in quante convenzionate?); così come non c’è l’assunzione del carico, ad esempio, di terapie a lungo termine (ad andare sul sito dell’agenzia italiana del farmaco e guardare il costo delle terapie oncologiche, ci s’inorridisce); oppure se, coincidenza, la struttura è anche di ricerca (senza fare nomi, a Milano basta pescare nel mucchio), gestisce interventi di un certo tipo per arricchire le casistiche, con un bilancio perfetto tra costi per la degenza e ricavi in base al DRG (se si tratta di convenzionati), ma non si sobbarca il post-operatorio.
            è vero che le singole persone fanno la differenza, è altrettanto vero che lavorare all’interno di un sistema sanitario pubblico così malconcio e provato dalle scelte economiche rende la vita davvero difficile a chi ci lavora… e a chi deve fruire del servizio che, giustamente, dopo attese esasperanti si rivolge alla rete convenzionata. (ad ogni buon conto: in bocca al lupo per l’intervento!)

            • Grazie a te. Mi sa che da una parte o dall’altra di storie ne abbiamo tutti da raccontare, di quelle finite bene e di quelle andate male. Alla fine quello che cerco sempre di ricordarmi è che i medici e gli infermieri sono uomini come tutti gli altri, soggetti ad errori e successi come chiunque. Il materiale con cui lavorano è fragile e da maneggiare con molta cura ma non sempre lo si riesce a consegnare intatto. In questi casi si deve apprezzare lo sforzo e, se nemmeno lo sforzo c’è stato, ricorrere a misure precauzionali in modo che l’errore non si ripeta più. Intanto però il mio dubbio se denunciare o no e come farlo un comportamento illegale rimane. Non riesco a prendere una decisione: so cosa sarebbe giusto fare, non riesco a decidermi a farlo.

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