Mea maxima culpa

Quando eravamo piccoli ci facevano giocare al “gioco del silenzio”. Non so se a voi è mai successo. Di solito capitava quando il numero dei bambini presenti in una stanza superava le cinque unità e il grado di eccitazione ed euforia collettiva aumentava esponenzialmente con il passare dei minuti.

Il gioco aveva una semplice regola: si sta in silenzio. Il primo che parla paga pegno. Si facevano smorfie, gli occhiacci, si fingeva di guardare il soffitto, si resisteva molto poco, si scoppiava a ridere di frequente.

Io dovrei ricominciare, quando sono in compagnia, a giocare a quel gioco per i fatti miei e a cronometrare se faccio progressi.

Non sono una persona chiusa: ho imparato a mie spese che è meglio esprimersi e raccontare la propria versione degli eventi privati che non aspettare di sentirla in giro raccontata, storpiata e commentata, dagli altri. Sono arrivata a questo con fatica ma mi ci trovo bene e, per ora, non vedo motivo di non fare altrimenti.

Sono in grado di intrattenere conversazioni con persone di ogni estrazione sociale, anche se fatico a trovarne la voglia in mezzo ad individui insulsi, davanti a chi è tutta luccicante apparenza e grigia, paludosa sostanza. Questo è un bene, aiuta a rompere il ghiaccio, a tirare alla agognata conclusione un incontro noioso.

Parlo – capita – perché sono nervosa e il silenzio mi imbarazza. Questo non va: rischio di perdere il controllo ed esagerare con frasi inutili e prive di intelligenza.

Sproloquio– capita pure questo – perché spero che la persona con cui lo faccio sia in grado di mantenere un certo riserbo sul contenuto della conversazione, per creare un legame, di amicizia o di collaborazione lavorativa. Questo non va bene assolutamente. E’ da farsi a piccole dosi, solo con chi si è dimostrato degno di fiducia sul lungo periodo. Devo combattere con la biologia femminile e la relativa propensione al dialogo, alla chiacchiera, alla confidenza. Devo ricordarmi di come sto quando scopro che quello che ho detto, a cervello disconnesso e in totale buona fede, è stato preso, rivoltato, manipolato, riportato, strumentalizzato e mi sta tornando indietro con la velocità di un siluro puntato diritto nella mia direzione.

Due anni per imparare a parlare, una vita per imparare a tacere.

12 commenti to “Mea maxima culpa”

  1. E’ un’arte difficilissima. Di solito taccio quando sarebbe opportuno blaterare e blatero in tutti gli altri casi. Guarda che credo che i blog ci possano aiutare a migliorare🙂

    • Infatti. Prima ho trascorso un’ora a fissare lo schermo del PC e a domandarmi: ” maquantoseicretina?”. Poi ho scritto questo post di getto e mi sono sentita subito meglio. Il siluro non ha cambiato rotta ma ho smesso di rimuginare.

  2. io cerco di essere come i musicisti ed entrare quando lo prevede la mia parte. Ogni tanto mi lancio in qualche assolo e poi torno in disparte, a sistemare lo spartito o pulire lo strumento

    • Pani, perfetto tempismo, spirito da orchestra. Io pero’ sono stonata, non vado a tempo, il forte e il piano si confondono, il talento musicale ha saltato a pie’ pari la mia generazione e gli avi si rivoltano nella tomba.

  3. Capita spesso che il silenzio diventi imbarazzante e allora si cerca di rimediare con le parole che a loro volta non trovano spazio in quel momento … E allora ti spiazzi e non sai mai che fare … Ma a volte forse un po’ di silenzio sostiene meglio quella situazione…ma poi ti chiedi sottovoce “che brutta figura sto facendo, penserà che sono inospitale!”….è come stare in ascensore con gli scomosciuti e dover scendere per ultimo. difficile assai! Uff!!

  4. Interessante post.
    …tutto al contrario…ho trascorso la mia vita (fin qui) in silenzio.
    Ora mi apro…al passo lento di una lumaca.
    Sono arrivata alla conclusione che il silenzio, prolungato, non è bello da qualsiasi punto di vista lo si guardi.

    Un abbraccio
    .marta

    • Buona esplorazione, Marta,del poteredella parola, della comunicazione, dell’aprirsi agli altri.Io ci sono arrivata dopo alcuni anni trascorsi ad evitare il mondo, giorni e giorni chiusa nella mia stanza. Meglio adesso anche se, a volte, non posso farea meno di pensare che sarebbe stato meglio, in alcune occasioni, tacere.

  5. “Due anni per imparare a parlare, una vita per imparare a tacere” –) che bella frase!
    L’applicassi pure io non sarebbe male😉
    Un caro saluto unarosaverde,

    Angy

  6. bisognerebbe riuscire a trovare la giusta misura (facile a dirsi, meno a farsi)
    io posso essere loquacissima oppure silenziosa oltre misura, dipende da chi ho davanti e dalla fiducia o meno che mi ispira
    mi capita talvolta che di fronte ad alcune persone “percepisco” una sorta di muro divisorio che non mi permette di trovare un modo di comunicare

    ma trovo che riuscire a tradurre in parole quello che si prova (soprattutto le cose negative o le preoccupazioni) possa aiutare a ridimensionare le cose e la paura che può conseguirne

    buonanotte e buona domenica RV,
    ciao Ondina

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