Patemi paterni e atavica pudicizia

Entro in ufficio e già mi aspettano i colleghi spagnoli.  Questa settimana sono arrivati loro da me. La prossima riparto io. Piazzo il portatile, abituato agli sballottamenti, sul tavolone delle riunioni, àncora fedele nel porto di mare che sempre è questo luogo tra gente che va e che viene in continuazione da tutti i capi d’Europa,  e riprendiamo le fila del lavoro, controlliamo quel che resta da fare.

Alla mia sinistra sento un borbottio: X. è impegnato al telefono in una lunga conversazione. Strano. Di solito qui si comunica con frasi rapide, seguendo il ritmo delle macchine che tagliano il metallo e dei pezzi che si incastrano nei meccanismi che compongono i prodotti. Mi sembra stia parlando di sesso e di scuola. Riappende la cornetta, se ne va a prendere il caffè poi, quando torna, mi leva la curiosità così capisco finalmente il motivo di tanta agitazione.  Avrei chiesto io altrimenti.

Ha due figlie già grandi ed è temprato sul mestiere di genitore. Poi però ne ha una piccola, arrivata quando nessuno la aspettava, che ha prolungato ai suoi genitori la giovinezza. E’ una bimba sveglia e difficilmente lo preoccupa. Ieri però è successo qualcosa di nuovo. Ieri le maestre della terza elementare hanno scoperto che i bambini si danno appuntamento “per fare sesso”.

Non dicono proprio così. Parlano in codice, questi ragazzini di otto anni appena appena compiuti. Si dicono: “adidas”.

“Adidas?” – chiedo io perplessa. Mi sembrava fosse una marca di abbigliamento sportivo. No, mi risponde, pare che significhi altro. La curiosità è forte e, da una brevissima ricerca su internet, scopro che in gergo giovanile “a.d.i.d.a.s” è un acronimo  che significa “All day I dream about sex”.

Casco dal pero, come si suol dire. Non solo non sono aggiornata sul vocabolario moderno ma mi sembra anche un po’ difficile che un bambino di otto anni possa avere siffatto desiderio. Scherzo. “Dai – gli dico – magari è semplicemente il vecchio gioco di tirare su la gonna alle bimbe per vedere le mutandine”, tappa imprescindibile della crescita. Scherza anche lui, ma non molto. Oggi pomeriggio, alla fine del turno, si dedicherà a un interrogatorio casalingo, delicato ma deciso, con l’obiettivo di capire cosa esattamente intendano la figlia e i suoi compagni.

Certo che l’argomento sesso noi italiani lo adoriamo e lo temiamo nello stesso tempo. Siamo tutti ingarbugliati in un sistema di desiderio, libertà, senso di peccato e morbosità che a volte perdiamo di vista l’essenziale e cioè che sarebbe meglio dirne senza giri di parole ed espressioni più o meno poetiche. Forse lo prenderemmo anche un po’ più sul serio. O un po’ meno, dipende da che parte si guarda alla faccenda e come uno sta messo a tal proposito.

Ripenso ai discorsi della sera precedente: con alcuni amici che parlano spagnolo, ho portato questi colleghi a mangiare una pizza italiana vera, ma proprio vera, per ricambiare l’ospitalità che sempre dimostrano quando io sono da loro. Tra gli scambi di informazioni sul cibo, quelli sui viaggi e quelli sulla situazione economica dei nostri rispettivi paesi, ogni tanto il discorso scivolava sulle malas palabras che, come sempre, in tutte le lingue sono le più divertenti da imparare. Mi hanno visto in queste settimane utilizzare  il sempiterno abusato “pippo”,  come parola chiave per fare le prove nel sistema gestionale aziendale: erano curiosi di sapere perchè lo facessi.

Una volta chiarito chi fosse questo Pippo e come mai ce lo ritrovassimo sempre tra i piedi, passare al femminile “pippa” è stato un attimo, un batter di ciglia.Tra giri di parole, strani gesti e risate per tentare di spiegarne il significato, ci ha tolto dal pantano uno di loro, che, intuita la faccenda, ha pronunciato una delle parole che un italiano, per quanto evoluto sia, a fatica emette. “Pues claro. Masturbaccion”. No, proprio non ci piace la parola “masturbazione” a noi italiani, eppure ne parliamo in continuazione. “Pippe”, “pippe mentali”, “seghe”, “pugnette”, “ditalini”  e sinonimi coi contrari tutti.

Impariamo presto questo dizionario parallelo e poi ci dimentichiamo che esistono altri termini, quelli corretti, quelli scevri dai significati morbosi e dalle risatine, che tanto  ci faciliterebbero la vita, se imparassimo ad usarli, ma che tanto ci spaventano con la loro oggettività.

Per fortuna c’è sempre un termine nuovo che ci aiuta. “A.d.i.d.a.s.” quindi, e buona notte a tutti, in attesa di scoprire di che cosa si tratta.

7 commenti to “Patemi paterni e atavica pudicizia”

  1. Guarda che hai sbagliato a scrivere. Non è 8 anni ma 18. Vero? VERO?

  2. …ed io più di te !! indaga, indaga

  3. Apppperò.Mi trovi assolutamente d’accordo….se semplicemente se ne parlasse serenamente anche coi figli piccoli tanti problemi non sorgerebbero.Personalmente mi ricordo ancora le “guerre” che intavolavo in seconda elementare perchè sostenevo che i bambini nascevano dalla vagina. Avevo il mondo contro.😉

  4. L’adolescenza è proprio anticipata…..eh…

    Anche io aspetto di conoscerne la spiegazione…e soprattutto sarei curiosa di sapere come saprà gestire la situazione il tuo collega.
    Buona giornata
    .marta

  5. O_O attendo notizie….sta cosa mi lascia inquietudine…

    • Benvenuta, Marta. Nulla di fatto, per ora.

      Il padre ha chiesto alla figlia “ma….ma senti…ma adidas cosa è? ne sai niente tu?” e lei pare abbia risposto candidamente: “adidas? boh. Perché papà?”. “No, niente, non importa. Non preoccuparti, fai come se non ti avessi detto niente”.
      Ecco, fossi io, quella bimba, una cosa del genere scatenerebbe tutta la mia curiosità e in poco tempo saprei cosa è questo adidas…Ho chiesto di tenermi aggiornata: voglio vedere come va a finire.
      In ogni caso io escluderei la possibilità di anticipi di adolescenza. Secondo me sono solo cose che i bambini sentono dai ragazzi, prendono e riutilizzano senza cognizione. Almeno, lo spero!

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