L’orologiaio tranquillo. Un (mio) racconto della casa di ringhiera.

Tic tac, tic tac, tic tac. Il metallo contiene in se’ perfezione assoluta.

Ascolta.

Senti gli ingranaggi minuscoli scandire ruotando il passare del tempo. Osserva il percorso circolare dei denti che si alzano e si infossano dalla circonferenza primitiva, che si incastrano armoniosamente gli uni con gli altri e trasmettono e trasformano il moto. Di quali altre prove hai bisogno dell’esistenza del divino che non siano contenute in questa ritmica tracciatura dei secondi?

Tic tac, tic tac, tic tac.

Mi portavano orologi sventrati, ruote arrugginite, casse criccate, vetri spaccati e io, alla luce concentrata della lampada, con le dita sottili che si muovevano sotto lo sguardo amplificato dal monocolo nero me ne prendevo cura. Li riparavo, li rassicuravo, facevo loro ritrovare la voce. Poche lire per il mio paziente lavoro e la certezza di aver ripristinato l’ordine.

Vivevo con poco, in  due stanze a pianterreno di una casa di ringhiera. In una dormivo su una rete cigolante coperta da un materasso di lana, cucinavo, riponevo qualche vestito in un baule di legno da viaggio che avevo trovato in soffitta che dissero non apparteneva a nessuno. Nell’altra c’era un tavolino, coperto da un panno scuro, la lampada, due sedie di legno e una cassettiera alta e lunga, di cassetti numerosi e ripiani separati dove tenevo, in ordine inviolato, i miei arnesi e i pezzi di ricambio.

Viti minuscole, rotelle piccole, alberini: ognuno aveva il suo cassetto e ogni cassetto era diviso in più scompartimenti che aumentavano con l’apparire di nuovi modelli e che contrassegnavo con etichette bianche e lettere inclinate. Ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa. Se un orologio era troppo danneggiato per poterlo riparare, lo acquistavo dal proprietario per qualche monetina e lo smontavo, pezzetto per pezzetto, recuperandone ogni componente.

Nelle ore di riposo aprivo i cassetti, controllavo il contenuto e lo contavo, aggiornavo le quantità delle minuterie su un taccuino nero che custodivo con cura. Facevo scorrere un dito ad increspare l’oro degli ingranaggi e godevo della sensazione fresca delle viti che si spostavano sotto le mie dita, in un tintinnare metallico, che componevano cumuli e si dividevano in rivoli al mio passaggio.

Tic tac, tic tac, tic tac. Il mio silenzio era interrotto solo dal respiro dei meccanismi e da un sottofondo di note, che provenivano dal piano di sopra. Credo ci vivesse un’insegnante di pianoforte, non ricordo bene. Mi sembra avesse due figlie. Non ne sono sicuro, non facevo più molta attenzione al mondo. Trascorrevo le ore da solo, ricevevo i clienti, aprivo la porta per ritirare una bottiglia di vino, il latte, il pane. Uscivo nel cortile quando arrivava il fruttivendolo; la mattina presto o la sera, all’imbrunire, passeggiavo lungo il fiume e non incontravo altro che un cane e qualche contadino cui bastava un cenno del capo come saluto.

A volte i ragazzini si  allungavano in punta di piedi per sbirciare oltre il vetro del mio studiolo. Li sentivo sussurrare ma facevo finta di non accorgermene. Li incuriosivo con la mia assenza, li spaventavo e affascinavano con la mia solitudine. Cercavano di capire chi fossi, da dove fossi spuntato, quel giorno di primavera, magro, lacero, stranito, in cerca di un luogo defilato in cui fermarmi a prendere fiato e riannodare le fila della mia esistenza. Gli adulti, forse, avevano intuito ma non chiedevano; le donne si zittivano in mia presenza e perfino la Iole, che faticava a stare zitta, raccoglieva la cesta delle mie quattro cose da lavare senza fare rumore. Tanti dicevano che forse ero una spia.

Me lo avevano urlato in faccia anche quel giorno in cui venirono a prendermi e mi portarono via.  Ripetevo che no, che era un errore, mi avevano sicuramente scambiato per qualcun altro ma non servì a nulla. Ruppero tutte le vetrine del negozio e il metallo rotolò argentino sul pavimento che subito luccicò d’oro e d’acciaio e scricchiolò sotto le dure suole. Non trovarono prove – coloro che avevo aiutato erano in salvo, ormai, e non c’erano tracce nel mio appartamento elegante che s’affacciava sulla piazza centrale. Non si fermarono e mi portarono via. Mi tolsero tutto tranne questo orologio, che ancora indosso, che con il suo tic tac, tic tac, tic tac sprofondò con me nel grigio.

Ma è passato molto da allora, una vita intera e i contorni sfumano nel ricordo. Lenti sono andati anche gli anni nelle due stanze della casa di ringhiera, scanditi dal tic tac, tic tac, tic tac che cantava tutt’intorno al mio tavolino, mentre trascorrevo i giorni alla luce della mia lampada e ripristinavo la musica degli ingranaggi.

E mentre il tempo del mondo camminava anche io mi aggiustavo pian piano, tornavo a dormire notti senza incubi, mi allungavo sull’argine, la sera, con la sigaretta della domenica ad osservare l’acqua del fiume che si univa al lago, sorridevo vedendo i bambini tuffarsi dal pontile e riemergere trionfanti.

E adesso che il mio di tempo è ormai consumato, nel suo tic tac, tic tac, tic tac rassicurante, guardo dalla finestra, le rondini che volano e so che presto mi unirò a loro, tra le nuvole. Sparirò nella notte, come fece il Butìglie, che scivolò lungo il fiume e nessuno lo vide più.

E forse, quando si occuperanno del mio corpo, sollevando la manica del pigiama vedranno i numeri incisi sulla mia pelle, non ancora sbiaditi e capiranno perché la perfezione del movimento del metallo è stato lo scoglio nel mare in tempesta della mia vita.

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6 commenti to “L’orologiaio tranquillo. Un (mio) racconto della casa di ringhiera.”

  1. Molto bello. Complimenti.

  2. e hai fatto bene a lasciarlo fare

  3. sei cattiva..
    potevi dirmelo che l’avevi fatto!!

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