Metamorfosi – Quattro anni prima

Il caldo della giornata si stempera sulla riva del fiume. Le siepi alte proteggono il parco; l’acqua nota delle vasche esterne si raffredda alla brezza della sera mentre il robot aspiratore accarezza il fondo e si porta via i residui lasciati dai bagnanti.

Arriva mezz’ora prima dell’inizio e, seduta sul muretto, infila i pattini da hockey consunti che le si adattano come un guanto, offrendo il loro essenziale scrigno di sicurezza. Lotta con le lunghissime stringhe bicolore mentre sbircia di sottecchi il paio luccicante da fitness dell’amica insegnante, chiedendosi ancora una volta se non sarebbe meglio cambiare e procurarseli da donna, filanti ed eleganti, da rimirare nella rotondità perfetta delle rotelle nuove che girano vorticose al solo sfiorarle con un dito. Poi si alza in piedi, senza l’impiccio delle protezioni che fanno caldo e non servono più, ritrova la posizione familiare: guarda gli stivaletti solidi e spartani e decide che andranno bene ancora un’altra stagione, almeno.

Gli altri, adulti e bambini, arrivano a gruppetti, occupano le panchine, litigano con i para polsi infilati al contrario e girano intorno alla pista, senza entrare perché il maestro non vuole e urla se lo fai prima dell’inizio. Dentro! Dentro finalmente, in trenta a percorrere ovali sulla gomma gialla e azzurra che attutisce le cadute e stampa sulla pelle dolorose griglie di minuscoli quadretti.

Quelli che già sanno di equilibrio sfrecciano impudenti accanto a chi è alle prime lezioni e ancora non si stacca dalla balaustra, mentre i genitori li chiamano a raccolta con inascoltate minacce. C’è chi ha paura, chi è costretto, chi non si perde il corso per nulla al mondo e arriva in pista con i pattini ai piedi calzati già sull’auto. Ci sono le madri che entrano per provare con la scusa che così trascorrono del tempo con le figlie e cedono al fascino delle rotelle, antico sogno infantile. C’è l’amico che si è preso cura dei cuscinetti induriti e ha riportato a nuova velocità i suoi pattini: vanno a pattinare insieme ogni tanto, lungo la ciclabile che costeggia il lago, e lui, ex atleta, la prende in giro, ansimante e cianotica, e le dice che, dopo 33 chilometri, non è ancora riuscito a spezzare il fiato, che scarsa che sei. In pista è un clown e fa ridere tutti i bambini che provano il passo del volo dell’angelo: muove goffo le braccia e si proclama esperto nel volo del tacchino. La figlia, magra e agile di corpo, lo affianca come un’ombra adorante e sorridente.

Appoggia la bottiglia d’acqua sul bordo, accanto alle altre: basta un urto alla balaustra per provocare un effetto domino ma nessuno si arrabbia. E’ passata da casa velocemente: il tempo per una cena rapida, quattro chiacchiere con i suoi, maglietta e pantaloni di quelli che anche se si cade ormai il nuovo danno si somma a quelli precedenti, di quelli da infilare nel cestello della lavatrice, al ritorno, solo per togliere il sudore perché i colori non torneranno mai più brillanti e non serve stirarli tanto domani li lava di nuovo. Ha percorso i cinquecento metri che la separano dalla struttura in bicicletta, con la borsa dei pattini attorcigliata alla schiena, con cinque euro infilati tra i calzini di ricambio che bastano per un giro di ghiaccioli a chi rimane, dopo la lezione, a tirar notte tra i moscerini e la calma dell’immobilità estiva. Nelle orecchie le risuona il rimprovero consueto della madre – “bella la vita così, a non fare niente in casa, vero?” – con la voce per metà spazientita per metà di concessione. La madre sa che le evasioni di questa figlia strana che le è capitata sono del tutto innocue e molto semplici e per molti anni se ne è privata, per sua stessa incomprensibile scelta.

Le ha dato un bacio sulla guancia prima di filarsene via, a sua madre, perché sa che il conto alla rovescia è iniziato da tempo, anche se non si ferma quasi mai a pensarci davvero altrimenti le si farebbe tutto vuoto attorno, e perché le piace, in fondo in fondo, sentire la morbidezza della pelle della madre sotto le labbra anche se insiste a proclamarsi estranea al fascio della tenerezza. Ha trentacinque anni e conduce la vita che non era stata capace di avere quindici anni prima perché era troppo impegnata a credersi adulta e immune al fascino del mondo esterno.

Suda nell’afa della sera e nello sforzo dei passi incrociati, delle curve, dei limoni all’indietro. Si esibisce coi piedi a papera perché è l’unico trick che le esce in modo naturale: il resto se lo sogna e basta, non ne sarà mai capace. Si leva i pattini solo quando è stanchissima, cambia al volo la maglietta fradicia e poi, col ristretto e selezionato gruppo rimasto, si attarda in chiacchiere succhiando lo sciroppo da un ghiacciolo al limone che le incolla la lingua sulla superficie ghiacciata.

La notte si addormenta, pulita, dopo la doccia, non appena la testa tocca il cuscino mentre le voci dei suoi genitori che parlano di tutto e di niente, come fanno le coppie che si amano da anni, le arrivano attutite dall’altra parte della casa fresca e la rassicurano sull’integrità raccolta del suo microcosmo.

Il giorno dopo è di nuovo in ufficio, nelle ore serie di numeri e materiali ma protegge e si gode i ritagli serali d’estate e li trascina fino ad ottobre, fino al tempo dei libri da leggere sotto il piumone quando il mondo dorme nel grigio del freddo.

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4 commenti to “Metamorfosi – Quattro anni prima”

  1. I pattini a rotelle! La mia generazione ricorda quelli con le rotelle ai lati, con le cinghie di cuoio che si allacciavano sopra le scarpe da ginnastica, e le lunghe corse sul lungomare, senza protezioni perché nel giurassico non le avevano ancora inventate. Che bei ricordi 🙂

  2. Grazie per questo bellissimo racconto, davvero ben scritto. Qui nessuno commenta perché è tanto bello che hai lasciato tutti a bocca aperta…

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