Studia!

Scrivo poco, ultimamente. Compenso oggi con un post lungo: quantità perlomeno, se non qualità. Sono impegnata, sto studiando inglese. Quando riesco a ritagliarmi tempo libero, rimango all’aria aperta, a fare due passi.

E’ bello ricominciare a studiare. Mi sono riappropriata di un tempo personale, che ho sempre saputo gestire, del quale conosco regole e capricci. Superata la fase inziale, in cui i libri si aprono, si tasta il terreno e poi ci si alza perché la voglia evapora con la stessa velocità dell’acetone, è di nuovo naturale trovare concentrazione immediata, nelle ore fresche del mattino, prima dell’ufficio, o in quelle stanche della sera, dopo cena. La lista del piano di studi si accorcia lentamente: anche se moltissimo rimane ancora da fare e il tempo non è sufficiente, vado avanti.

Ricordo, memorizzo, sottolineo, collego, sbaglio, cancello, riscrivo, mi deprimo, mi galvanizzo. Imparo.

Intorno a me, sulla scrivania, sono ricomparsi tutti i miei vecchi strumenti: le penne che finiscono nel cestino, esausto l’inchiostro a furia di scrivere con la mia illeggibile grafia, le cancellature, i quaderni con le copertine trasparenti come quelli delle elementari, per nostalgia, e i fogli con i buchi delle scuole superiori, le matitine colorate e gli evidenziatori, le sottolineature sui libri che si trasformano in schemi sinottici, il metallo della Tizio – non chiedetemi cosa è: ci sono alcuni oggetti di design della cui esistenza tutti dovremmo essere al corrente – che scotta nella zona della lampadina.

L’esame è tra poche settimane: ci sarò; ci sarà anche un po’ di agitazione, come sempre, che, probabilmente, se ben ricordo, si trasformerà in stress positivo e, alla fine della giornata, si stempererà fino a lasciarmi svuotata. Non ho obblighi né capestri, sono libera dall’ansia di prestazione legata ai tempi di scuola: se non. Se non lo passi ti si abbasserà la media, se non lo passi non potrai fare gli esami degli anni successivi, se non lo passi non sarai la migliore. E’ una cosa mia, che ripeterò in caso di fallimento, che chiuderà, al superamento del test, un viaggio iniziato anni fa, quando l’odio per una lingua di non immediata comprensione si trasformò in ammirazione per la letteratura che ne era nata.

Con le vecchie abitudini mi sono tornate alla memoria anche immagini dei tempi del liceo, come quelle relative alla gestione dell’interrogazione orale. Come in tutte le classi, anche nella mia c’era tutta la casistica, anche se, come in tutti i licei classici che si rispettano, la schiacciante maggioranza era composta da ragazze.

Tutte volevamo bene a M., che era sempre preparato, perché ogni giorno studiava quanto era stato spiegato a lezione, senza approfondimenti né ricerche di perfezione, e dormiva sonni tranquilli salvando, periodicamente, a turno, molti di noi dalla smania interrogatoria degli insegnati a caccia della vittima sacrificale. Io a M. voglio molto bene ancora: oltre a portarmi periodicamente in viaggio con sé, gli devo riconoscenza per le tesine di arte. Solo a lui il professore concedeva il massimo dei voti e io vivevo di rendita, sempre ammessa nel suo gruppo di lavoro.

Quelle come me, invece – non eravamo molte, ad impersonare la vilipesa parte della secchiona – che studiavano minimo cinque ora al giorno con approfondimenti e ricerche di perfezione, in caso di interrogazione improvvisa sudavano freddo perché sapevano sì, ma non quanto avrebbero dovuto per arrivare al massimo dei voti. Tragedia.

Erano in molte quelle che si perdevano nella massa del dal sei al sette, da due ore al giorno di compiti, forse, e il resto allegramente destinato ad altro.

C’erano poi quelli che i libri non li aprivano mai, se non a maggio per salvarsi l’anno, con un sei raffazzonato che placasse l’ira delle madri senza turbare la propria mediocrità. Una tra gli altri, portabandiera della categoria, con la lazzaronite selettiva, soleva farsi trovare alla mia fermata del pullman – pur avendone una sotto casa di un’autolinea che seguiva un percorso alternativo – nel momento del bisogno. Vedendola salire io sapevo che avrei trascorso i venti minuti del viaggio a metterle gli accenti sulla lirica latina. Studiava solo storia, e solo due volte l’anno e, in queste occasioni, non mancava di sfoderare tutta la propria competenza, rubando la scena ai muli che, costantemente, aprivano i libri. Tale comportamento si era guadagnato una vignetta satirica che aveva provocato l’ilarità incontenibile per l’intera giornata e che molti di noi si ricordano ancora benissimo.

C’erano quelli, pericolosissimi, che programmavano le interrogazioni salvo poi starsene a casa nel giorno deciso, mettendo a rischio tutta la classe: quando finalmente incastrati, poco dopo l’inizio dell’interrogazione, si inventavano le malattie più strane con attacchi acuti. Ne ricordo una che, dopo aver proclamato di soffrire di un malessere diffuso, era arrivata al punto di farsi sdraiare in posizione anti-shock nel corridoio. Due ore dopo passeggiava beata sul lungolago. Nessun insegnante alla fine dell’anno era stato in grado di formulare un giudizio su di lei. Aveva mancato a tutte le prove, con precisione certosina, tranne a quella di geografia astronomica: lì i voti partivano dal sei, per ignavia della docente.

E poi c’erano, appunto, gli insegnanti, complici del gioco. C’erano quelli che permettevano la programmazione delle interrogazioni, quelli che non ne volevano nemmeno sentire parlare e giocavano al “vengavenga” di benniniana memoria, quelli che non programmavano ma agivano secondo uno schema imperturbabile e facilmente comprensibile di cicli solari, quelli che non si facevano fregare – ma erano pochissimi – e chiedevano l’utilizzo del cervello e non lo snocciolìo delle nozioni.

Siamo cresciuti tutti, chi bene, chi meno bene. Alcuni di noi hanno avuto successo nella vita, se per successo si intende essersi guadagnati un buon posto di lavoro dal punto di vista economico o, meglio, aver fatto delle proprie passioni un mestiere. Alcuni di noi si sono trasformati in belle persone, altri lottano ancora contro i demoni dell’immaturità o non ci lottano proprio, perché non si accorgono della loro presenza. Con alcuni si fanno ancora quelle lunghe incoerenti inarrestabili risate che ci costringevano a nascondere la testa negli zaini per non essere ripresi; con altri si alzano ancora gli occhi al cielo, perché la mediocrità non è mai sparita. Alcuni hanno avuto bambini e, presto, cominceranno a dire loro le tanto odiate parole: “Studia!”.

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4 commenti to “Studia!”

  1. le mie compagne mi paiono tutte, infinitamente più vecchie di me, non so perchè ma le guardo e mi dico che io sembro più giovane…faranno anche loro lo stesso pensiero “nonono, io di anni ne dimostro meno di quella là” e se ne andranno anche loro via contente?

  2. Che bel viaggio mi hai fatto fare..tra i banche del liceo…tra incubi e risate..bello..

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