Emersione da un libro. “E’ abbastanza divertente fare l’impossibile”

“E’ abbastanza divertente fare l’impossibile”, come disse Walt Disney e come scoprì Steve Jobs. Sono riemersa ieri, dopo tre mesi dall’inizio,  dalla lunga biografia di Walter Isaacson dedicata al carismatico fondatore della Apple.

Leggo spesso biografie di scrittori, personaggi  storici, imprenditori e, di solito, ci metto molto meno tempo. Questo libro – o forse dovrei dire ebook ma bisognerebbe prima decidere se con libro intendiamo contenuto o contenitore – è interessante, enciclopedico e capitatomi tra le mani in un periodo di poche letture e molti impegni.

Sono un’utilizzatrice di prodotti Apple, di cui apprezzo il design, l’affidabilità, la semplicità d’uso e le caratteristiche innovative. Ho ammirato, leggendo il libro, la determinazione e la genialità di Steve Jobs sicura, d’altro canto, che avere a che fare con un personaggio così complesso fosse molto difficile. Dalle pagine emerge, mescolata alle caratteristiche da “genio mago”, l’umanità della persona, non nell’accezione di pietas del termine quanto in quella del limite di un essere umano dotato di una mente brillante e di un pessimo carattere. Al di là di ogni polemica, confronto, giudizio, alla fine della lettura mi rimangono in testa due concetti che si rincorrono costanti tra i capitoli.

Il primo è contenuto in due citazioni: “La natura ama la semplicità e l’unità”, di Keplero, e “Simplicity is the Ultimate Sophistication”, motto coniato da Steve Jobs stesso. Se penso al design degli oggetti o dei manufatti artistici che mi piacciono, al modo in cui si vestono  coloro che considero eleganti, alla maniera, scritta o orale che sia, in cui preferisco mi vengano veicolate le informazioni, al tipo di persone e di relazioni umane che trovo a me più congegnali, al genere di divertimento che ricerco e a molte altre cose so che queste sono il più possibile  prive di orpelli, lineari, immediate, per nulla roboanti eppur complete nella loro essenzialità. Le cose perfette sono, di solito, anche molto semplici.

Il secondo invece riguarda un approccio culturale, che ho sempre ritenuto fondamentale, che sostiene sia basilare l’incontro tra le discipline scientifiche e quelle umanistiche  per essere creativi, per capire il mondo, per esprimere se stessi, per uscire dalla massa grigia della conformità e dello stereotipo. I grandi artisti del passato, come Leonardo e Michelangelo, erano anche uomini di scienza. Noi siamo sottoposti ad una miriade di informazioni, a differenza dei nostri avi, e costretti ad un’eccessiva specializzazione o in un ambito umanistico o in uno tecnico. Questo ci porta a perdere di vista l’importanza di una solida educazione di base sia nelle arti liberali che nelle materie scientifiche e, di solito, propendiamo per una o per l’altra, in una dicotomia che si rispecchia anche nell’opinione che abbiamo dei mestieri altrui, nelle idee che sono veicolate dai giornali, nell’espressione dei gusti e dei disgusti nei confronti di qualche materia che “non capiremo mai”.

Il post di ieri, quello sulla mia pessima relazione con la Fisica, era, in fondo, scherzoso. Io vorrei possedere le chiavi per capire bene la matematica, la fisica, la chimica, l’economia perché esse sono alla base del funzionamento della maggior parte degli oggetti che uso e dei fenomeni naturali che mi circondano. Mi sono state fornite più volte, durante gli studi, le vie d’accesso alle parole; molto più raramente ho incontrato insegnanti in grado di togliere il velo di mistero da iniziati che sembra aleggiare su formule e teoremi. Durante i miei studi qualcosa ho imparato ma non è sufficiente: credo sia fondamentale, per l’evoluzione culturale delle persone, trovare il territorio comune in cui umanesimo e tecnica si incontrano e producono scintille creative. Lo penso adesso e lo pensavo a diciassette anni, quando leggevo e rileggevo queste parole di Hermann Hesse:

“pensa che per tutte le immagini e i fenomeni del mondo c’è una risposta in fondo al tuo cuore, che ogni cosa ti riguarda e di ogni cosa dovresti sapere tutto quanto è possibile che un uomo ne sappia”.

Ode al Polymath, l’uomo Universale, mio unico, enorme, oggetto di invidia.

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4 commenti to “Emersione da un libro. “E’ abbastanza divertente fare l’impossibile””

  1. Che bel post.
    Sia inteso come articolo, sia come luogo in cui si trova e mi trovo io ora (anche se uso slang bergamasco….)

    in Fisica abbiamo mille esempi di come la Natura sia economa, scelga cioè sempre il minor dispendio di energia o di vincoli dissipativi senza aver nessun problema ne di costi economici ne morali.
    Ne risulta che le leggi più generali, estese, universali, siano espresse da formule semplicissime, eleganti, essenziali, simmetriche.

    So che rifuggi l’approccio formulistico, ma la celeberrima E=mc2 credo non spaventi neppure i bimbi ormai.

    E rappresenta una summa di conoscenza che ha ribaltato il mondo.

    Ci è voluto un genio per coglierla, forse perchè sommersa sotto mille strati di superstizioni semantiche.

    Ciò che disorienta l’uomo è il linguaggio della Natura che è ben più sintetico ed inequivocabile di quello che siamo costretti ad usar tentando di racchiudere l’infinito e lo zero in un lessico che a malapena può sostenere un dialogo fra umani.

    I computer funzionano meglio perchè il tutto è ridotto a successioni di 1 e zero.

    La matematica è la lingua naturale per eccellenza.

    Non ammette interpretazioni o misunderstanding.

    Così è. anche se non vi pare…..o appare….

    Il prezzo che talvolta si paga è la perdita di dio

    se lui fosse la summa suprema, non sarebbe così complesso….

    …cut…

    Una via di mezzo tuttavia esiste a mio modo di vedere: l’arte è intuizione veicolata da una grafica che è sintesi emozionale. Può riuscire dove la parola cade, e se la parola è veicolo di arte, si spoglia delle regole e diventa poesia.

    Spero che Achelon non ti segnali per eresia…….

    ciao

    GB

  2. @GB. Mentre ero sul Cammino ho ascoltato il podcast di Odifreddi e Valzania che discutevano di scienza e fede. Mi facevano compagnia, mi regalavano pensieri su cui riflettere ma nessuno dei due mi ha convinto a prendere una posizione.

    Non credo di poterlo fare, per mia stessa natura. La matematica, secondo me, non esclude il divino. Ne è una rappresentazione, come l’arte, come la natura. L’arte spesso si basa sulla matematica.

    Io non credo che il cervello dell’uomo sia in grado di dare un confine al divino, né attraverso la matematica, né la logica, né l’arte, né la filosofia o qualsivoglia disciplina perché ad un certo punto lo spazio immenso che ci sovrasta si perde nell’infinito e noi non siamo capaci di sostenerne la conoscenza. Non siamo neppure in grado di immaginarlo nella nostra testa, l’infinito.

    Però non credo neppure sia necessario definirlo, il confine del divino.
    Che cosa cambierebbe? Se esiste un divino, e con esso un prima e un dopo, con la nostra morte forse lo capiremo. Se non esiste, con la nostra morte smetteremo di preoccuparcene.

    In entrambi i casi la risposta in questa vita non possiamo ottenerla: io mi ci sono rassegnata e trovo questa accettazione comunque confortante. In compenso possiamo fare del nostro meglio per continuare a capire i fenomeni del mondo: c’è ancora moltissimo lavoro da fare.

  3. L’argomento che vai sfiorando è per me pruriginoso, portatore di disagio, oggetto di mille dispute perse prima ancora di essere iniziate.

    Nelle mie Conversazioni Oltre Le Nuvole, mille mi chiedono se sia vero l’oroscopo, se dio esiste, se il tempo è un’invenzione dell’uomo ed alcuni anche se io vengo da Marte.

    Lascio sempre totale libertà di scelta; ed altrettanta ne chiedo per me.

    Non ho molto tempo da dedicare a ciò che più mi interessa, mi attira, mi avvolge; per cui cerco di non sprecarne per le cose che non mi prendono.

    Mi affascina l’Oltre, e negli strumenti matematici è insita la possibilità di indagarlo.
    Lo spazio ed il Tempo sono caratteristiche di un tutto che non ha bisogno ne del sacro ne del profano.

    Per cui non mi occupo di dei veri falsi o bugiardi.

    Se ci sono, sanno che non mi interessa il loro ruolo: troppo impegnativo.
    Io mi accontento di studiare l’Universo.

    e ne ho abbastanza per riempire più di un’eternità.

    Come te sento forte la sfida per le cose al limite della comprensione.

    Ma ho imparato a riconoscere i miei limiti.

    Non mi piace essere convertito e non mi piace perder tempo a tentare di convertire chi non ne ha alcuna voglia.

    E come dici saggiamente in chiusura, dopo morto deciderò da che parte stare.

    La Fisica mi aiuta a capire il mondo.

    Nulla potrebbe aiutarmi a capire gli umani.

    Per cui li lascio a dio.

    ciao

    GB

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