La dura legge del quadrotto – l’inizio

Si discuteva, qualche giorno fa, sui pro e i contro degli uffici open-space e, come è naturale,  c’erano i fautori e i contrari. Io sono, per esperienza, tra i contrari ma, dato che non ho voce in capitolo sulla mia ubicazione lavorativa,mi sono rassegnata.

Ho trascorso anni dividendo il mio tempo in due luoghi: a lezione in aule, piccole o grandi, in funzione del periodo, e nella mia stanza, in assoluto silenzio, per studiare. Porta chiusa, nessun cellulare perché allora non c’erano, una breve pausa merenda e lunghe ore di concentrazione. Solo la gatta, se mi faceva l’onore di eleggere il mio letto per il pisolo pomeridiano, era autorizzata ad entrare, previa grattatina di richiesta alla porta.

Immaginate l’angoscia quando, il primo giorno in azienda, una multinazionale,  si  spalancò davanti a me la porta di un enorme open-space, in cui lavoravano un centinaio di persone che andavano avanti ed indietro, tra i telefoni che squillavano, le urla che provenivano dagli uffici sui lati e il chiacchiericcio di fondo che iniziava di prima mattina e si spegneva solo dopo le sei di sera. Come avrei fatto a concentrarmi? Come avrei potuto sostenere una conversazione telefonica o di persona su questioni delicate che richiedevano attenzione in mezzo a tutto quel frastuono?  Nel giro di cinque anni avrei occupato, per strane migrazioni forzate di cui nessuno capiva il motivo, ognuna delle sei grandi suddivisioni dell’ufficio,  arredate ciascuna con due quadrotti di scrivanie e separate da armadietti bassi.

In ogni quadrotto ero circondata: due scrivanie si affacciavano senza divisioni una sull’altra, mentre un’asse ondulata le staccava dalle due adiacenti.  A volte andava bene, altre male. Non tutti avevamo lo stesso tipo di incarichi e ne risultava uno sfasamento tra necessità e modalità di esecuzione: alcuni di noi analizzavano e producevano dati che richiedevano attenzione e decisioni, altri trascorrevano ore al telefono a contattare i fornitori con voce ferma e ampie doti di comunicatività.

Capitava di condividere lo spazio con una collega espansiva e adorabile che era però solita emettere periodici gridolini ed esclamazioni  che avevano l’effetto di squilli di tromba. Oppure con quella che radunava i propri argomenti di conversazione in tre grosse categorie: la propria vita sessuale, ivi inclusi i vantaggi e i metodi della depilazione integrale, le proprie conversazioni pseudo-psicologiche col fidanzato di turno e le virtù alimentari dei diversi gusti di yogurt. Oppure ancora con uomini in carriera cattiva e abbondanza di stress che vivevano ore nervose e ricche di turpiloquio e testosterone. Lunghi periodi li ho invece trascorsi, per fortuna, con una collega ed un collega della specie quieta: concentrazione mentre si lavorava, sguardo d’intesa per la pausa caffè e, ogni tanto, una spalla su cui piangere quando la vita tra gli squali si faceva troppo dura.

Ho imparato a dimenticarmi del mondo attorno, a tenere bassa la voce durante le conversazioni telefoniche, a non morire di nervoso e di rabbia quando il mio capo, che era convinto che il metodo motivazionale migliore fosse quello di allestire patiboli pubblici per qualunque sciocchezza, passava di lì e, ad alta voce, sceglieva la vittima del giorno.

Ho detestato ogni secondo trascorso in quell’ambiente e, una volta presentate le dimissioni, ho sperato con tutte le mie forze di essere catapultata nella scena del classico film in cui la protagonista, in vaghi tentativi di carriera, vede salire la propria posizione parallelamente alla diminuzione dello spazio occupato da altri intorno a sé.

Naturalmente mi sbagliavo. (continua)

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7 commenti to “La dura legge del quadrotto – l’inizio”

  1. Io divido il mio ufficio con una collega adorabile che ogni mattina per motivi imperscrutabili mi fa trovare pronto il caffè, è sempre sorridente, fidata, entusiasta, interessata a quello che dico. È l’Adorabile. Il contrappunto è l’altro elemento col quale sono costretta a condividere la stanza, il Cetriolo, essere odioso che viene al lavoro in bici, suda e dopo NON si fa la doccia, slurpa su il suo eterno tè e mastica rumorosamente panini nauseabondi.
    Se penso a lui, sogno l’open space, perché in qualche modo ammortizzerebbe la sua presenza. E invece niente, convivenza forzata. È persino tirchio, caratteristica che io sommamente disprezzo. Ach!

  2. Pensa, io ho lavorato poco in ufficio e mai in uno open-space, però conosco bene la redazione open-space di una grande casa editrice e santo cielo, è identica! L’unica aggiunta è l’aria irrespirabile, dovuta a finestre sigillate in abbinamento a impianto di aria condizionata con filtri mai cambiati dagli anni ’70, e onnipresente moquette anch’essa mai cambiata dagli anni ’70.

    • @Arte: mi sa che, come nelle fiabe, Adorabile e Detestabile vanno sempre in coppia. Negli open space di coppie così però ne trovi di più!

      @Silvia: lì era tutto nuovo ma le finestre non si potevano aprire se non di pochissimo e la moquette credo sia obbligatoria, acari inclusi, per attutire i rumori.

  3. io lavoro da anni in un openspace e a tratti è fastidioso. ora ci sono delle paretine alte sul metro e quaranta che aiutano, e dividono le varie isole con sei postazioni ciascuna.
    ti dirò, per il tipo di lavoro che faccio io (assistenza) va anche bene, seppure il problema sonoro ogni tanto si pone. il vero problema è gestire il caldo, freddo, correnti d’aria, luce ecc con altre decine e decine di persone.

  4. Anche io lavoro in un open space e devo dire che non mi dispiace, certo le conversazioni telefoniche degli altri distraggono un po’ ma c’è un collega che è diventato il nostro idolo. È ovviamente tedesco ed è super super gentile al telefono e questo costantemente dalle 08.00 alle 18.00. Ogni tanto mi verrebbe da chiamarlo solo per essere trattata in modo gentile 🙂
    Liebe Grüsse aus Berlin ma ancora per poco, stasera si rientra a Karlsruhe…per quanto non lo so ancora.
    Angy

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